Gli eretici sul processo di Milano
contro Google e YouTube

In riferimento al post di Vittorio sulle richieste del pm di condannare i dirigenti di Google nel processo di Milano per un video pubblicato su YouTube, riportiamo una pagina dedicata da Eretici digitali alla vicenda:

Un ragazzo, afflitto da sindrome di Down, viene insultato e oltraggiato dai suoi compagni di scuola che, prima riprendono la scena con il cellulare, quindi pubblicano tutto su Google Video. Ne è seguita un’ondata di indignazione, e sarà meglio trascurare la rassegna stampa di ciò che il ceto politico ha saputo inventare in quelle ore. Sta di fatto che quattro dirigenti di Google sono a processo per diffamazione aggravata per la pubblicazione di quel video.

Il principio di giurisprudenza, carico di conseguenze, che qui viene invocato è l’eventuale responsabilità del veicolo del messaggio rispetto al contenuto del messaggio stesso. Per quanto questo saggio addebiti a Google le molte responsabilità che derivano dalla sua opacità nei rapporti economici, riteniamo che questo processo, concluso quando noi saremo già in libreria (commentiamo al buio, quindi), sia centrale per il destino della libertà di espressione attraverso la rete – e sorvoliamo sull’iniziativa della denuncia che scopre un’idea della disabilità e della violenza fondate sul nascondimento e sull’ipocrisia: quel ragazzo dovrebbe essere pubblicamente risarcito per la sua offesa. Il video che ha messo in scena il suo oltraggio ha arricchito la società italiana, perché ci ha resi consapevoli della nostra vergogna e abiezione morale. Censurarlo? Dovrebbe esser trasmesso dal telegiornale in prima serata, come la “Cura Ludovico” raffigurata da Anthony Burgess in Arancia Meccanica e poi da Stanley Kubrick nel film omonimo. Ma il ventre di questo paese, quando si trova di fronte alla violenza, sa solo pensare in termini di “imitazione”: i nostri tutori di anime non sono neanche sfiorati dall’idea che la violenza sia anche – come nei videogiochi – neutralizzazione di una violenza interiore che preesiste o che possa essere “esorcizzata” da un’altro spettacolo di violenza.

Ritorniamo al processo a Google: se il giudice avrà deciso per la responsabilità del portale, avrà emesso un’altra sentenza “impossibile da realizzare, ma intanto censuro”. Solo attraverso una modalità di profondo filtering censorio sarà possibile, dopo un giudizio del genere, continuare a ospitare i contenuti delle persone. Col risultato che tutti, e non solo i seviziatori di deboli, vedranno inibita la loro facoltà a esprimersi. Se invece il giudice deciderà senza farsi influenzare dalle pulsioni repressive, allora avrà stabilito un principio importante: che chi si esprime sulla rete è il solo responsabile di ciò che fa. Perché è un individuo. La rete presuppone un mondo di liberi e adulti. Cittadini. Chi pensa allo stato etico, mal sopporta internet.

Il saggio arriva in libreria il 2 dicembre.

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Un Commento

  1. jenny
    Pubblicato dicembre 4, 2009 alle 3:14 pm | Link Permanente

    Come già ribadito da molti in altri dibattiti simili nella rete è impensabile attribuire una responsabilità a Google, che in questa faccenda è un semplice strumento. Sarebbe come dire che se uccido mio marito con un coltello mettono sotto accusa il coltello e non me. Ma più in generale questo dibattito porta alla luce gli allarmismi della cultura di massa sull’uso dei portali di video sharing e di YouTube in particolare, amplificata dai media mainstrean tramite l’uso del cosiddetto “panico morale” come definito da Jean Burgess e Joshua Green nel recente libro ‘YouTube’

Un Trackback

  1. [...] caricate da un gruppo di imbecilli su YouTube.  Penso, come già sottolineato diverse volte e come scritto anche su Eretici con Vittorio, che Google non vada condannata. Perché nel caso di una piattaforma di condivisione [...]

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