La rete ha prodotto una società divisa, con una parte che la vive e l’altra che la detesta. Non ha senso. Serve una lingua comune per parlarsi. Ma tranquilli: questa non è l’ennesima puntata della soap “giornali & internet”. Semmai la questione è: con il digitale abbiamo tutti – vecchi e giovani, colti e meno colti, alti e bassi, destri e sinistri – un destino comune. E non riusciamo a parlarne insieme.
Questo è il nostro obiettivo: parlare con una sola lingua. L’abbiamo lanciato la scorsa primavera in dieci tesi che sono il nostro indice (si veda in Appendice) e che sono riassumibili in un concetto: il digitale è un “nuovo universo” che, appena arrivato, rischia di scomparire. Ingoiato dagli establishment, normato da una politica letteralmente “ignorante”, condizionato e riconquistato da vecchi e soprattutto nuovi padroni e doganieri. Potrebbe salvarsi alleandosi con una vecchia tigre: il giornalismo, inteso non come industria ma come pratica e cultura del Racconto.
Abbiamo l’ambizione di parlare a tutti: a chi è fuori e a chi è dentro la rete. A chi dice “non capisco” per dire in realtà “non sono d’accordo”. Al cittadino che critica i media a testa bassa – ovviamente quelli che stanno dall’altra parte della politica. Al musicista che si sente derubato e al “pirata” che gli scarica le note senza pagarle, all’utente di Facebook che ha conosciuto l’ultima versione della rete, dove, beato lui, si gira la chiave e il motore parte e allo “smanettone” della prima ora, che ha cominciato con l’auto a manovella e un po’ lo guarda con invidia.
Bisogna togliere il racconto di internet ai pionieri. Bisogna insegnare internet all’establishment. È possibile fermare la doppia deriva delle illusioni sui destini magnifici di internet e il delirio repressivo di una politica che non cessa di lanciare allarmi e produrre legislazione di guerra contro la libertà di espressione. Fra utopia e reazione, un’altra strada deve esserci. La rete è l’atmosfera in cui respirano vecchi e nuovi media, in cui l’industria più vitale degli ultimi cinquanta anni, quella digitale, ha ancora molto da costruire. Qui vive la gente di oggi e soprattutto di domani: imparare a parlarne in modo aderente ai fatti, senza enfasi e senza illusioni, è interesse costituito di tutti noi.
”Dentro” e con internet si racconta: dal tè di ieri con le amiche alla rivoluzione di Teheran, tutto è racconto. Invece, la rete non è molte altre cose: un’edicola, un cinema, un modo nuovo per fare vecchia televisione, una piazza dove chiedere al popolo di legittimare poteri assoluti e celebrare processi sommari. E speriamo che non diventi un’autostrada a pedaggio e un bel giardino controllato recintato da alte mura. C’è chi vorrebbe che diventasse un buon posto per la censura. Per tagliare le gambe alla libertà di espressione di massa appena conquistata. O ancora per inventarsi nuove forme di demagogia.
Il guaio è che, mentre si discuteva di internet, di rete, di umanità accresciute e media, il mondo è cambiato. La domanda potrebbe esser questa: siete sicuri che internet sia ciò di cui parlavamo cinque anni fa? La nostra risposta è no. Per certi versi la rete non esiste più. Ma riprendiamo il discorso dall’inizio. Dal sogno della rete, dalla crisi dei media e da tre dogmi da spazzar via per purificare l’aria.
Ve lo ricordate il pianeta Vulcano nella vecchia serie di Star Trek? Su Vulcano vive una razza di quasi-umani migliorati. Sì, hanno le orecchie a punta, e quando hanno il loro periodo riproduttivo, una sola volta nella vita, suscitano energie che potrebbero distruggere il mondo. Ma per il resto sono dediti alla logica più pura, al culto del dato scientifico e della più assoluta oggettività. Passioni, desideri violenti, la carne e il sangue delle cose terrene sono loro estranee. Per questo sulle astronavi della Confederazione terrestre del 2200 e oltre sono utilissimi. Perché gli umani vanno ancora e sempre cacciandosi in mille catastrofi, e uno che tenga i nervi a posto e continui a ragionare ci vuole. Nella successiva serie televisiva Star Trek: The Next Generation la logica evoluzione del vulcaniano è Data. È un androide, che ha dentro di sé tutti i dati del sapere umano, può interagire con computer e reti lontane, parlare lingue e, senza troppo coinvolgersi, perfino fare l’amore senza abbandonare la sua condizione di macchina pensante.
Avete mai visto un vulcaniano leggere un giornale? E Data guardare la televisione? Domande stupide: sospettiamo che il vulcaniano sappia già per conto suo tutto quel che accade, il suo discernimento può accedere a qualunque dato e depurarlo di ciò che non è funzionale né logico. Data poi è informazione allo stato puro: è l’informazione che si fa umanità. I media, su Star Trek, non ci sono perché non si intermedia. Nemmeno la rete internet. E nemmeno i videogiochi, robaccia per alienati. Sull’Enterprise non si simula e non si gioca: si vive un’altra vita vera sul ponte ologrammi.
Ora vi chiederete, ma cosa c’entra Star Trek? Star Trek è importante: è l’immagine di una umanità appassionata e forte, tollerante e dolce, multietnica e multietica. Ora sappiamo poi che l’attore che interpretava il signor Hikaru Sulu era gay e ne siamo contenti. I loro nemici, i Klingon, sono i campioni di una cultura medievale ed empia. Totalitaria: i Klingon non hanno informazione perché sono una società di valori e gerarchia, di obbedienza cieca e composta da individui non liberi.
Quella di Star Trek è una “umanità accresciuta” (per dirla con le parole di Giuseppe Granieri[1]) e migliorata dalla tecnologia. Ma totalmente altra dal conflitto. Che invece si presenta di continuo dentro quell’astronave. Non c’è fiction e quindi racconto senza lacerazione e passione, conflitto e contrapposizione. Ma che viene sempre risolto senza la politica: dal genio di uno, dalla logica di un altro, dal coraggio di tutti. Gli ordini – la politica – vengono dal comando centrale – perché un potere c’è ma non si vede – e sono temperati dalla saggezza di questa umanità che ha tutta l’informazione possibile. E sa come dominarla.
Star Trek è l’immaginario di ciò che l’umanità tecnologicamente colta pensa di sé, è il meglio che le possa accadere. È economia dolce della felicità e dell’infinito piacere della (e attraverso la) conoscenza. Umanità forte di una saggezza scaturita da guerre e forse da crisi violente dovute all’avidità umana, tragedie che hanno spinto noi tutti a superare i confini nazionali, a unirci per la prosperità e il benessere. Star Trek ha superato ogni epoca della “scarsità” e dello sfruttamento diretto, quindi anche i “media della scarsità”, quelli fatti da pochi addetti e specializzati. Star Trek è il buon esito della globalizzazione.
E ha anche il pregio di essere una saga abbastanza vecchiotta per essere sì conosciuta dai ragazzi, ma amata e compresa anche da chi oggi ha sessanta anni. Da chi sta nell’establishment. Dai giornalisti. Dagli intellettuali. Dai politici. Dagli imprenditori minacciati dalla “pirateria”. Ma è soprattutto una buona metafora dell’ideale della rete come il mondo lo ha sognato o temuto negli ultimi vent’anni. Ora la notizia è: il sogno è finito, non si realizzerà, e una realtà ben diversa si annuncia.
Presa da quel sogno, negli ultimi venti anni la rete ha creato l’immagine dei giornalisti-Klingon. Sono cattivi, disonesti, venduti, sleali, ignoranti, pronti a colpire alle spalle, armati di un loro codice di onore ma pronti a qualsiasi operazione politica pur di zittire i loro avversari. Il loro mondo non è quello degli essere umani “normali”: dalle loro parti “ignoranza” e “complotto”, “servilismo” e “conformismo” sono comandamenti. Ne sono convinti in tanti, dentro e fuori la rete. C’è gente molto potente disposta a dirlo, che lo dice ogni giorno. Tra loro, anche qualche lupo che denuncia acque sporcate da agnelli che bevono a valle. Però questa non è ancora la nostra storia, anche se ci passeremo. Ma, come si è detto, il sogno è finito e l’Enterprise è tornata sulla terra per rimanerci. Non ci sono Klingon, non ci sono Vulcaniani. Ci sono Google, le Telecom, la Cina, l’Unione Europea, i deputati, i pirati diventati deputati e i deputati dediti alla pirateria della libertà altrui. Hanno prima cercato di farla fuori, la rete. Ora è partita la grande colonizzazione. È il momento chiave.
Anni fa – correvano i tempi dell’entusiasmo delle prime dot.com – un giovane dirigente di un’azienda internet tenne un lungo intervento per dimostrare come la pubblicità degli annunci e dei banner, i riquadri pubblicitari presenti sui siti internet, fosse ormai superata da un agile mix di intrattenimento informativo e pubblicitario. Divertente e utile a guadagnare soldi. Un anziano dirigente della Bbc, un signore abituato a lavorare sulla base di un esoso canone televisivo, si alzò e andò al microfono subito dopo di lui. Si limitò a questo: “Al giovane che è intervenuto prima vorrei dire che, in tempi di alluvione, la risorsa più scarsa e difficile da trovare è l’acqua potabile”. Parlava della notizia, distinta dall’interesse dell’industria che, con la pubblicità, paga i giornali.
Se in questi anni c’è un’emergenza che la gente della rete – “la” gente di tutti i giorni, quella che si incontra in metropolitana e allo stadio, gente che aumenta ogni giorno di numero – sente come tormentosa, è la scarsità dell’acqua potabile, acqua potabile dell’informazione “vera”, indipendente, critica.
Alcuni, soprattutto quelli che per età non hanno esperienza d’altro, la scambiano con bevande di gusto elementare ma molto speziato. Con l’urlo del tribuno, con la furia iconoclasta, con la teoria della rete come tubo a U, che “almeno un po’ di merda la rimanda indietro”. Ma dall’America di Obama alla Cina della censura di stato, giù giù fino all’Italia di questi anni, il bisogno-base che milioni di persone stanno manifestando da ormai quindici anni è quello di una informazione forte, vero watchdog del potere. Sete di una informazione che ci restituisca i punti cardinali di un mondo troppo confuso, un mondo nel quale restano ideologie senza bandiere. L’idea prevalente è che il giornalismo attuale non soddisfi questa sete e allo stesso tempo che per farlo sia necessario prendere la parola. Una volta tanto noi italiani non siamo fuori dal mondo o ai suoi margini. Soffriamo come gli altri: il mondo è piatto e lo ha spianato la rete[2].
I giornali potranno essere andati in crisi per molti motivi. Perché la pubblicità cala, perché c’è la tv, perché è arrivato chi ha pensato di regalare le notizie, anche su carta, un mondo di notizie per due fermate di metropolitana. Perché la televisione e la sua lion’s share pubblicitaria li devasta. Perché scrivono in una lingua che i giovani faticano a capire, perché si occupano troppo di politica. Ma la metafora perfetta della loro crisi è la rete, che è l’immagine stessa del problema: una “società” che cresce e comunica per conto suo e in “luoghi” suoi e che non si trova rappresentata nel racconto del mondo che va in edicola ogni mattina. Lo fa a partire da giornali, televisioni, media di cui non è contenta, che sente insufficienti, ufficialisti, schierati, omissivi, lontani. Un vecchio libro sul “Corporate newspapering” americano si intitolava in modo geniale Leaving the Readers Behind
[3]. I giornali (i media) non hanno perso lettori (spettatori). Se li sono lasciati indietro, fuori da se stessi. Non li toccano più. Non è tanto questione di “nativi digitali”, per dirla con Rupert Murdoch, anche se il problema esiste. Il punto è che sia gli immigrati che i nativi digitali, per usare parole ormai antiche, sono un pubblico diverso da quello di sempre.
La “preghiera del mattino dell’uomo moderno” (Hegel) non è più da tempo il giornale. Ma il desiderio di “pregare” è aumentato. Proprio mentre la delega che faceva del giornalismo uno dei miti fondativi della democrazia veniva tranquillamente ritirata. All’improvviso l’attore protagonista si è trovato al margine della scena, ma il suo mito sopravvive. E tuttavia è da lui che si attendono le parole più forti. Ancora per poco, però. Non è rimasto molto tempo, perché la crisi è antropologica: non si tornerà all’autorevolezza facendosi pagare per un pezzo di giornale. Si fa un gran parlare di multimedia, ma sarà sempre quello che è raccontato, in qualsiasi forma, a decidere del successo di chi scrive e comunica. E sul successo pesa oggi l’assenza di una cultura che li aiuti a leggere la transizione digitale, che è in sé antropologia e politica.
Questa non è una nostra tesi. È un parere di massa. La nostra tesi è che queste due “forze”, cittadini elettronici e giornalismo (non “editoria” e non “giornalisti”) possano ancora incontrarsi per trovare insieme il futuro. Ma il tempo è poco, ed è brutto tempo. Per poter vedere chiaramente la strada è necessario mettere da parte tre ordini di dogmi. Quelli prodotti dal potere. I dogmi del giornalismo. Quelli della gente della rete.
La politica americana ha scelto di inserire la rete nel mondo degli anni Novanta, e non mancano le teorie complottistiche sulle ragioni di questo rilascio al pubblico di una tecnologia esclusivamente militare. In realtà a volere quell’operazione e a portarla a termine fu Al Gore, quale vice del presidente Bill Clinton. L’idea che ci fosse bisogno di quelle che all’epoca venivano chiamate information highway, autostrade dell’informazione, per lanciare una lunga fase di sviluppo economico, durata poi dodici anni, era un argomento che veicolava l’enfasi della frontiera. È qualcosa di molto vicino ai temi di Barack Obama, quando parla delle grandi opere infrastrutturali necessarie a rilanciare gli Stati Uniti: un’opportunità di progresso, non un lusso da ricchi – altrimenti perché, nonostante tutte le censure, un regime come la Cina continua a tollerare la presenza della rete?
Tutto il resto del mondo ha subìto quella gigantesca operazione. E in particolare ha subìto l’aspetto imprevisto, anche per la dirigenza statunitense, la unintended consequence dell’esplosione, prima sconosciuta nella storia, di un grado inedito di pratica della libertà di espressione.
Il disagio per la “natura americana” di internet si trascina ancora nelle polemiche, di fonte soprattutto cinese, iraniana e russa, che mettono in discussione il “controllo yankee” sulla gestione della rete. È stata avanzata più volte la richiesta che il governo mondiale di internet abbia come sede l’Onu. Per più versi un esito non augurabile.
Internet “sa” di America e di globalizzazione. Non solo perché il suo boom ha dato impulso alla borsa americana sul finire degli anni Novanta e all’inizio del secolo, prima che a quelle di tutto il mondo. Non solo perché l’industria tecnologica degli Stati Uniti ha tratto grande vantaggio dallo sviluppo della rete – ma lo stesso si può dire per i fabbricanti di computer cinesi. Non solo perché se una egemonia culturale è rimasta in terra americana è proprio quella dell’industria della conoscenza che attira talenti, idee e capitali da ogni parte del mondo. Del resto, togliete all’America degli anni Duemila il boom di Google, del web 2.0 e dei social network: cosa rimane? Biotecnologie a parte, la bolla immobiliare, Guantanamo e George W. Bush.
È americana la produzione scientifica che sottende lo sviluppo della rete. L’industria dell’hardware, che beneficia del pieno realizzarsi della legge di Moore, per la quale le prestazioni dei processori raddoppiano ogni diciotto mesi[4]. E negli Stati Uniti è localizzato il W3C (World Wide Web Consortium), organismo di coordinamento e creazione di standard industriali che ispira e regola tutto il mondo del web, dove vengono elaborate le linee guida e i linguaggi che permettono il continuo sviluppo delle nuove applicazioni. In pratica, il posto dove viene disegnata e ridisegnata di continuo l’architettura del web, decise le sue regole tecniche, l’elaborazione di linguaggi sempre nuovi.
Il W3C è diretto da (e a lui deve la sua fondazione) Tim Berners-Lee, l’uomo che disegnò il web. Ogni tanto qualcuno lo identifica come il creatore di internet. Non è così: Berners-Lee ha fatto con internet ciò che il suo Consorzio continua a fare. Un giorno, sulle terre incolte, i boschi e i ruscelli della rete ha realizzato un ordine in forma di disegno che permette agli umani di classificare, conoscere e descrivere il paesaggio.
Ma torniamo alla politica. Non c’è soltanto il fastidio per la cultura, le regole e la governance americana della rete, sempre più in difficoltà a mano a mano che cambia la geopolitica del mondo (questo contrasto “Usa contro tutti” è destinato a riprodursi con la decisione dell’amministrazione Obama di optare per la libertà e neutralità della rete, contro l’idea europea, statalista e controllista, delle “regole” e della regolamentazione, dietro cui si perdono i parlamenti del continente, a cominciare da quello francese). Il già citato Thomas Friedman si è spinto molto oltre con la sua teorizzazione di un mondo piatto, nel creare il quale la rete ha avuto un ruolo fondamentale. Ma oggi descriveremmo, onestamente, il mondo in questo modo? Internet degli anni Novanta – lo vedremo fra qualche pagina – si accompagnava a un’idea universalista, “buona”, equa della globalizzazione, il giusto sogno di un mondo che si era appena liberato dall’incubo della guerra fredda, durato quarant’anni. Ma oggi la metafora della rete ha qui la sua crepa maggiore: nei poteri che vi si scontrano, nelle architetture che si contrappongono a quella americana. Nei controlli e nelle censure imposti da ogni stato nazionale. Nei condizionamenti anche moralmente abietti che vengono dettati alle aziende che vogliono investire in alcuni paesi (come nel caso della delazione di Yahoo! ai danni di un blogger dissidente cinese). E quindi…
Ai non americani la rete ha fatto da subito una pessima impressione. Anche agli americani, per la verità. I primi ammonimenti sui rischi di terrorismo in rete, sulle “bombe atomiche fabbricate su internet” sono dei primi anni Novanta e provengono proprio dai servizi americani, ossessionati da un terrorismo che avrebbe poi colpito in tutt’altri modi. Sono poi venute la campagna sulle truffe con carta di credito, poi quella sulla pedofilia e l’intera casa degli orrori connessa a questo argomento. Il climax viene raggiunto con la cosiddetta pirateria, intendendo con questo termine (più restrittivo che spregiativo) la pratica di massa dei download attraverso tecnologia p2p. Pirateria? Anche i nativi americani furono definiti selvaggi.
Naturalmente buona parte di questi aspetti negativi ha una sua reale consistenza. Il “male esiste”, come si suol dire, ma il racconto del male non è neutro. Il video che un gruppo di adolescenti italiani pubblica online per compiacersi delle sevizie inflitte a un compagno di scuola disabile è un documento eccezionale, che solo grazie a uno strumento portentoso di verità e conoscenza è potuto arrivare fino a noi. Eccezionale perché ci fa conoscere un lato marcio e oscuro della nostra esistenza che forse esiste da sempre. E invece no, la risposta sta nella demonizzazione del mezzo; si veda la reazione di un ministro di allora, che chiese un “filtro” alla cinese.
La demonizzazione assoluta annienta ogni possibilità di accettazione sociale del nuovo e sposta la soluzione di ogni problema sul piano dell’emergenza e dell’ordine pubblico. La paura prende il posto del processo di conoscenza. Per lungo tempo c’è stato chi – anchorman, politico – ha parlato in Italia di “chiusura di internet” e altri attori – aziende televisive e di telecomunicazione – ne hanno a lungo declinato le possibilità d’uso esclusivamente all’interno di uno spazio chiuso, da controllare e, guarda un po’, sfruttare per finalità economiche.
Negli anni è emerso anche il ruolo di cassa di risonanza politica svolto da internet. Si prenda il caso della rivolta di Teheran contro i brogli elettorali ai danni del capo dell’opposizione Moussavi, dove il regime ha ricevuto un colpo micidiale, anche se non definitivo, dalla cronaca twitterata degli eventi. Ma dalla protesta di Tien an men del 1989 – dove i messaggi arrivavano in tutto il mondo, attraverso una rete ancora per pochissimi, passando da centro di calcolo a centro di calcolo e ridiffusi dai ricercatori scientifici alla stampa – alla rivolta delle uova nell’ex Jugoslavia di Milosevic, fino alla Birmania dei monaci arrestati e deportati, è possibile identificare un unico filo rosso. Una traiettoria di continuità secondo la quale, dai paesi fondamentalisti fino all’Europa e ai movimenti studenteschi, per oltre quindici anni la rete è stata un punto di allentamento del controllo politico e sociale. Si è posta come un circuito totalmente alternativo, una corrente di pensieri e di scelte che ha aggirato divieti, ridicolizzato i dazi e bypassato il monopolio del sapere, di ogni sapere. Un allentamento inviso agli establishment. Di tutti i poteri e tutti gli establishment: per non parlare solo di regimi fondamentalisti, si potrebbe ricordare la lunga campagna dei servizi di sicurezza americani contro l’uso da parte dei privati degli algoritmi di criptazione della corrispondenza[5].
Perfino nella repressione la rete è riuscita a produrre novità inedite. Non benvenute, ma novità. In Cina, di fatto il primo “paese internet” al mondo per numero di utenti, ha avuto luogo un fenomeno di controllo e repressione della libertà politica che per numero di addetti coinvolti, di tecnologie impiegate e per “creatività” sviluppata, dovrà essere studiato in futuro. Non si tratta di un coperchio, come per i regimi comunisti degli anni Cinquanta e Sessanta, piuttosto di un “filtro” e di un intervento selettivo, intelligente e mirato di forme dell’espressione sociale. E il filtro degli addetti poggia da un lato sulle tecnologie più raffinate, dall’altro su un’utilizzazione assai creativa della delazione capillare da parte degli stessi utenti. Un grande esperimento di repressione condizionata, visto che non è possibile mettere il coperchio a 1,3 miliardi di individui che hanno imboccato la via dello sviluppo economico. Come ha scritto nel suo blog uno studente italiano in Cina per motivi di studio, “la censura è invisibile, silenziosa, snervante, casuale. Non sai quando colpisce, hai sempre il dubbio di aver sbagliato tu qualcosa, non la ‘vedi’ e non puoi contestarla”.
L’atteggiamento di chiusura e di censura nei confronti della rete non è un’esclusiva della politica italiana. È l’intera politica europea a essere orientata in questo senso, come dimostrano la Francia e perfino la Gran Bretagna, dove negli ultimi quattro anni di governo del Labour sono stati approvati alcuni provvedimenti restrittivi della libertà dei cittadini di comunicare e conoscere. Certo c’è anche la Svezia, dove a fronte di una condanna penale per pirateria fa da contrappeso un’elezione a deputato europeo di un rappresentante degli accusati. Ma la tendenza forte resta quella alla repressione.
Torneremo su questo discorso. Per ora basti questo: tutti gli establishment sono in naturale contrapposizione con l’allentamento del controllo sociale permesso dalla rete.
Gli allarmi vengono lanciati da qualcuno. Il qualcuno sono i media. Ma l’accusa – così diffusa in rete – verso i “media ignoranti”, che non capiscono ciò di cui parlano, non basta a comprendere quello che accade. C’è bisogno di specificare, di descrivere il metabolismo culturale che produce la resistenza e l’estraneità.
Il giornalismo ha nel suo statuto l’impulso a conoscere ciò che non è noto. Ad andare in luoghi sconosciuti per poterli raccontare. Quando andiamo a raccontare un delitto, un avvenimento sportivo o il discorso di un leader, il compito del cronista consiste nella descrizione ragionata della scena. Ragionata perché la scena ha retroscena, ha motivi, proteste, attori e antagonisti, suggeritori e critici, pubblico e attori. La scena è viva, è “vera”, ed è popolata. Non è semplice comprenderla e poi descriverla, ma essa è davanti a noi ed è leggibile attraverso la cultura di base del giornalista: le leggi, le procedure, i fatti, le persone. Quando scriviamo descriviamo esperienza.
Può non conoscere nulla della scena, essere estraneo perfino alla sua lingua, e tuttavia la posizione del “profano informato” di Charlie Brown, grande metafora del giornalista medio e del suo lettore degli anni Sessanta, che si pone di fronte a ciò che è sconosciuto come semblable et frère del lettore, e lo chiama a condividere con lui esperienza, è tutto sommato sufficiente a narrare la scena. Il suo retroterra lo aiuta a recuperare tutto ciò che serve per un racconto fedele.
Cosa accade con il digitale? Dal punto di vista del giornalista si completa quel fenomeno di privazione della realtà che è proprio delle società complesse. L’oggetto più difficile di cui fare esperienza, quando si scrive di temi complessi, è il potere. È la complessità delle posizioni, dei motivi e degli interessi. La struttura del cattivo, dei buoni e della cattiva azione ha abbandonato da tempo la scena del racconto giornalistico. Per molti – e ciò che è più grave per molti nella società – si è invece consolidata nel pregiudizio.
Sappiamo fin dall’inizio chi è il cattivo e che cosa ha fatto: bisogna solo avere conferme dalla realtà. Il cattivo è l’avversario, il suo profilo – in certi racconti – è quello del mostro. È un non umano. Ci appassioniamo troppo? C’è un motivo: essendo la rete una sola cosa con l’ambiente dei media, ne mima i modelli del pregiudizio. E purtroppo non si limita a questo. Nel momento in cui l’informazione-pregiudizio diventa blog, urlo, appello, mobilitazione tende ad assumere le modalità dello squadrismo mentale virtuale. Basta vedere certe folate di indignazione su Facebook.
Ma questo non è un problema della rete: è il carburante della semplificazione che le viene fornito. Nel momento in cui c’è un cattivo, anzi un empio, siamo finalmente liberi dall’obbligo di capire la complessità delle poste in gioco e dei discorsi del potere. Ciò che nella comunicazione di massa è spesso farsa, nella rete, dove c’è gente reale, diventa tragedia del non-pensiero di massa.
Tutto ciò che avviene in rete porta con sé questa caratteristica di non immediata visibilità. Il giornalismo vede tradito un suo comandamento, la semplificazione. Ora non possiamo più semplificare. Semplificare l’invisibile e il complesso significa mistificare. Cosa significa descrivere cose che accadono dentro la rete con il linguaggio della rete? Il primo problema è la risposta alla domanda: di cosa devo occuparmi?
“E io non vedo più la realtà” cantava una stella del pop italiano[6]. Ecco, con il giornalista e la rete è così. Finora l’esperienza ci dice che la definizione della scena ovvero del “fatto da raccontare” è prodotta dalla conoscenza del contesto. Se racconto una partita e so che gli attaccanti tendono a buttarsi a terra appena toccati dal difensore avversario, ho quello che mi serve per non indignarmi per il massacro dei nostri ragazzi. La mancanza di conoscenza dell’ambiente, dei suoi strumenti, delle forme di espressione che vi sono proprie produce l’incapacità di valutare correttamente ciò che accade. Ecco allora che un gruppo su Facebook diventa un movimento che impazza, che un sito tenuto da due scemi con croce celtica assume la dignità di un’ondata di siti nazisti, che un video di due adolescenti che si spogliano nel salotto di casa fa scattare la denuncia della pedofilia in rete.
Quando devi raccontare al tuo pubblico ciò che non si vede e che per giunta “tu” non hai mai visto, devi affidarti alle fonti. Certo ci sono le testimonianze. Ma qui arriva il problema del giornalismo contemporaneo, del pregiudizio: ci siamo chiesti chi è il testimone? Chi è la “fonte” dell’informazione sulla rete? È una fonte interessata, come tutte le fonti. Ma quasi sempre noi la trattiamo come un oracolo, in virtù del suo titolo professionale. In questo caso tuttavia è un soggetto interessato a scrivere con te, è un coautore quello che si fa avanti. È il funzionario di polizia che ha bisogno di attenzione e fondi per una certa sua attività. È lo psicologo che deve promuovere la sua ricerca. È l’imprenditore danneggiato dai ragazzi che scaricano film e musica e che produce conoscenza lobbistica. Beninteso, tutte fonti degne e importanti per il cronista, da ascoltare con attenzione.
Ma ognuna di queste fonti deve assumere una sola delle parti in commedia, altrimenti il dispensatore di allarme, da proposta di conoscenza, frammento della scena, diviene fonte che non si discute. Ma il dispensatore di allarme condivide con il giornalista l’estraneità al fenomeno che descrive. La sua familiarità e conoscenza ne è mera apparenza, perché la sua competenza è in realtà relativa allo scopo che ci si prefigge, uno scopo che cade al di fuori della rete. Le sue prove non verranno mai inficiate dal dubbio della competenza, una foto che potrebbe essere taroccata, una mail potenzialmente fabbricata ad arte, frammenti di verità che andrebbero indagati e sottoposti a esame. Forme involute di una complessità da dipanare vengono interpretate in modo letterale, come “pezzi” di verità. Il resto è disastro.
È questo difetto di base che inficia la cronaca delle “piaghe della rete”, separa i giornalisti dai loro lettori digitali (che vedono subito le falle del racconto) e crea il genere dello “scandalo” e dell’allarme. Qui non c’è nessuno scandalo, se non quello delle menzogne che ci vengono raccontate e che noi riportiamo. Genere narrativo non solo italiano, ma coltivato nel nostro paese a livelli di eccellenza. Certo è possibile interpretare tutto questo discorso come un tentativo della lobby di internet che cerca di imporre la sua visione dei fatti. Una lobby, lobbuccia per la verità, esiste. Ma in questo libro riceverà critiche molto dure.
C’è poi un fenomeno che è tipico dell’epoca del digitale: la “copia non creativa”, che applicata al giornalismo produce effetti a volte esilaranti. Facciamo un esempio di fantasia. Un giornale francese lancia l’allarme “Internet sta provocando la sparizione dei barbieri, saremo tutti costretti a tagliarci i capelli in casa”. È una notizia, diamine, come si fa a non accorgersene? Bisogna farci subito un pezzo. Per la verità è una cosa scritta da un giornale straniero, più che una notizia: il giornale francese potrebbe aver semplicemente copiato da un giornale americano, che quattro mesi prima aveva ripreso il rapporto di una società di ricerche di mercato dell’Ohio sulla relazione fra l’estinzione del mestiere di Figaro e la diffusione della rete. Dopo un primo accertamento, si scopre che l’autore del pezzo è in realtà l’ex caporedattore dell’Eco della Barberia, egli stesso figlio di una dinastia di premiati barbieri del Midwest. Niente di criminale, però è una cointeressenza che almeno meriterebbe un disclaimer, un avviso, che non c’è. Andando a ritroso e prendendosi un po’ di tempo, si potrebbe risalire perfino alle assemblee di barbieri dell’Ohio nel corso delle quali si era lungamente inveito contro la rete. Dopo qualche ricerca, siamo pronti per un bel pezzo, guarda caso con un taglio del tutto opposto rispetto a quanto scriveva il giornale francese. Che cosa sarebbe successo se l’avessimo preso sul serio? Un aspetto spesso trascurato: una buona parte dei nostri lettori, quelli collegati alla rete, avrebbe avuto la possibilità di verificare che quel pezzo, proprio quello, era già stato pubblicato da un altro giornale.
In secondo luogo, sarebbe successo che nei diversi passaggi di questa “copia non creativa”, il profumo di potere, questa matrice piuttosto chiara di interessi lobbistici, che tendono a formulare un problema-allarme che può esistere ma che potrebbe essere largamente sopravvalutato, nei passaggi da una copia all’altra si perde. Per ricostruirlo sarebbe necessario risalire lungo gli anelli della catena, fino alla notizia originale, leggerla, comprenderla, e sentire poi esperti di altro parere (e rappresentanti di altri interessi di parte, non della verità). Ma tutto questo è puro fantagiornalismo. È una catena di montaggio della notizia insopportabilmente lunga per i tempi del giornalismo della copia non creativa, dell’oggi, dove il pre-lavorato viene assunto come prodotto finito e l’approfondimento è uno statuto di privilegio concesso solo alle grandissime inchieste e alle grandi firme. Il normale giornalista non può voler approfondire, probabilmente non gli va di lavorare.
Tutti questi meccanismi sono molto semplici, e si dovrebbe essere proprio ciechi per non vederli. Il “caderci dentro” dei giornali e – molto più gravemente e volgarmente – dei giornalisti televisivi, che in genere copiano i copiatori, somiglia alla dinamica nevrotica che ci spinge a ripetere i nostri errori e i nostri vizi. Siamo incatenati alla coazione a ripetere della copia non creativa che non fa che disgustare i nostri lettori. Un meccanismo che danneggia credibilità e modelli di influenza sociale del giornalismo, come vedremo al capitolo 9. Perché?
Diciamola brutalmente: la concezione tolemaica del racconto giornalistico come unico racconto del mondo è andata in crisi. Ma non è finita. È stata duramente danneggiata. Absit iniuria verbo: si tratta pur sempre di quell’insostituibile funzione ordinatrice della notizia che distingue un giornale, che separa l’inessenziale da ciò che è vitale, la sostanza dal residuo. Ma la sua esattezza, la sua fedeltà all’oggetto ritratto, la garanzia che l’obbligatoria descrittività della cronaca non esploda nel dadaismo degli argomenti (ovvero negli approfondimenti leggeri che nascondono il nulla, nei cosiddetti fattoidi) si fonda sul presupposto, vero per secoli, che il racconto di Tolomeo sia l’unico reperibile su piazza.
Tolomeo produce i suoi danni fin dentro le convinzioni che vivono tra la scrivania e il monitor, nel lavoro quotidiano del cronista. Tra gli assiomi culturali che ne derivano, due sono così sintetizzabili:
- la rete non ha niente da darmi, cercare in rete è faticoso e inutile. I motori di ricerca sono una congerie caotica di materiale. I blogger non rappresentano quasi mai un valore aggiunto rispetto al mio lavoro di cronista;
- la rete è un complemento perfetto del giornale, anzi noi e internet ci completiamo perché internet è il flusso, mentre il giornale è approfondimento.
Il primo, anche se in alcuni casi può segnalare una realtà, nasconde di solito una ubris pigra che non ammette interruzioni della catena virtuosa corta che sta fra le telefonate alle “fonti” e il momento della scrittura. Motori di ricerca, blog, social network possono essere una miniera di tracce preziose, certo non piatti pronti. Bisogna poi lavorare per togliere il fango dalle pepite. Non è una scelta, deve esser fatto. Perché può avvenire, e avviene, che il racconto della cronaca sia doppiato, delegittimato, disintermediato da gente che scrive in rete. Certo quelle altre versioni del fatto sono spesso incomplete, a volte false, e quelle critiche non hanno sempre ragione, non sono complete e a volte nemmeno vere. Ma ci sono. Non è il contenuto di quei messaggi che ci ha messo in crisi. È la loro esistenza. È la funzione che ci ha disintermediati, il suo esercizio, non il contenuto di quell’esercizio. Ora lo sappiamo. Non siamo più soli nell’universo.
Quando in un giorno delle vacanze di Natale del 2005, Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi, giovane ferrarese morto durante un arresto da parte della polizia, apre un blog su Kataweb non immagina[7], o forse spera soltanto che la sua verità, la sua versione dei fatti – che la morte del figlio non è avvenuta per overdose ma in essa c’è la precisa responsabilità degli agenti di polizia che lo hanno fermato – possa conquistare le pagine dei giornali[8]. Comincia a scrivere, e quel lavoro tenace porta a raccogliere testimonianze, scoprire fatti, a indignare gli organi locali di polizia. Ma alla fine “l’altra” notizia nasce, lo spazio nei media prima pigri e distratti viene guadagnato dal blog solitario, gratuito e povero di una madre distrutta da dolore. La “nostra” versione dei fatti a volte è anche letteralmente messa in discussione e contestata, soprattutto quando i media rinunciano alle funzioni di accertamento dei fatti e di rappresentazione della realtà per il loro pubblico di riferimento. Quando insomma tradiscono il proprio dna. Ma ciò che è più serio è che la messa in discussione può giungere in ogni momento e da parte di chiunque. Dunque, e sarà meglio ripeterlo, non è questione di “blog che hanno ragione”: i blog dicono anche grandi sciocchezze, e questo capita assai spesso. Ma la funzione dei media nel mondo ha cambiato posto. L’omissione di una parte di realtà dell’affresco riduceva il non rappresentato alla condizione di non-fatto. Quell’omissione ha una spiegazione elementare, guardiamo alla cultura del digitale e all’umanità che ne è portatrice come uomini dell’età del ferro a cui venga mostrato un aereo. Quei primitivi siamo noi. Vent’anni fa si trattava di una difficoltà a capire. Oggi quell’omissione indigna chi ci legge. E apre lo spazio a un altro racconto.
Come accade per i protagonisti dell’industria della musica e dello spettacolo, possiamo agitarci e chiedere che gli eretici siano ridotti al silenzio, che la verità di Tolomeo, la centralità immobile di noi stessi come fonti che amministrano verità, sia di nuovo inverata dalla repressione, dalle rettifiche obbligate, dalle cancellazioni, dalle denunce per diffamazione aggravata. Forse sono espedienti che ci faranno guadagnar tempo. Ma è meglio tenerlo a mente, che “eppur si muove”, Tolomeo è in crisi. La sua fine è solo questione di tempo.
Il secondo assioma, la riduzione della rete a flusso di notizie, è più gravido di conseguenze. Nei dodici anni che li separano dalla loro nascita, i siti dei giornali hanno percorso una strada molto lunga. Da puro esperimento nel quale un gruppo ridotto di redattori produceva un notiziario quotidiano, ora contribuiscono in maniera determinante all’agenda setting, sia perché il flusso è il loro lavoro, sia perché sono seguiti da centinaia di migliaia di persone che non fanno parte del pubblico pagante del giornale.
È questo il “di più” che è stato portato dalla presenza online dei giornali, che sempre più si sono caratterizzati come comunità. Sotto la bandiera del nome del giornale, un pubblico per lo più promiscuo e incline a ogni adulterio informativo, trova strumenti, spazi e mezzi di manifestazione delle proprie opinioni. Trova intrattenimento e lo gradisce. Ma cerca il “piatto forte” che caratterizza il posto del giornale nella storia del mondo. Le cronache del potere, il dipanamento della complessità, la penna della democrazia dentro gli interessi. Senza il piatto forte il giornale online diventa un portale tecnologicamente un po’ povero. Dare a questo pubblico un surrogato non è operazione che possa reggere a lungo e ancor meno per la quale qualcuno potrà trovarsi nello stato d’animo di pagare. La strada, semmai (tenteremo di dirlo oltre), è quella dell’esplosione della natura digitale del giornale online. La fine di ogni tentativo di somigliare al proprio genitore “atomico”. Essere digitali fino in fondo, permettere al proprio contenuto di essere disseminato nei social network, lasciare che i lettori che producono notizie entrino nel farsi della notizia (destinando risorse al rapporto con questi produttori) e in ogni piega della rete. Certo, per far questo ci vuole un’eresia professionale.
Alcuni mesi fa, i due autori di queste pagine ripresero, in un articolo scritto a quattro mani, una lunga inchiesta del Wall Street Journal nella quale si documentavano trattative tra Google e alcune aziende telefoniche per rendere più rapida la fornitura dei servizi del motore ai clienti di quelle aziende, attraverso server dedicati direttamente installati presso quelle società. Senza addentrarci in dettagli tecnici, andiamo al punto focale: in modo del tutto analogo a quanto avvenne nei commenti all’inchiesta del giornale americano, anche nei nostri confronti la contestazione dei lettori fu durissima. Accanto alle consuete accuse di incompetenza, ignoranza, agli inviti a cambiare mestiere e darsi alla coltivazione dei kiwi, vi fu chi contestò un passaggio specifico del nostro articolo. Laddove, citando un comunicato dell’ufficio di Google presso il Congresso, era stata usata la dizione: “i lobbisti della società”.
Ai nostri critici il termine “lobbista” apparve offensivo. Chissà perché poi lobby debba suonare dispregiativo, e non invece semplicemente descrittivo di una modalità contemporanea di rappresentare interessi – ma questa è quasi una traccia linguistica che porta dritto fin dentro il cuore della nostra cultura nazionale. Anzi, il comunicato dell’ufficio di Google nella capitale degli Stati Uniti ci venne opposto come prova, non come testimonianza, del fatto che eravamo due imbecilli. E non si tratta dell’ingenua confusione di chi non fa per mestiere il giornalista – provate a usare quest’argomento, sarete linciati seduta stante – ma un punto di principio di un’opinione pubblica che non ammette che vengano toccati i simboli sacri della nuova cultura digitale. Sempre a proposito di Google, è stato per esempio oggetto di contumelie violentissime chi per tempo ha avvertito che la quotazione in borsa avrebbe portato al mutamento delle logiche del gratuito, dell’aperto e del Don’t Be Evil, poste come valori fondativi dell’agire aziendale.
Esistono in realtà due fasce di dogmi di rete, una bassa, “da combattimento”, e le teorie di coloro che a nostro parere – e la definizione non suoni offensiva, non è nelle nostre intenzioni – operano e si esprimono come apologeti della rete: vere e proprie espressioni alte di pensiero, che hanno dato vita a saggi di grande interesse.
L’esempio dell’articolo su Google ci permette di verificare il radicamento superstizioso, di fascia bassa, di una cultura della rete che regolarmente tratta come il peggior reazionario chiunque faccia rilevare con critiche non conservatrici l’assurdità o le incongruenze degli sviluppi della rete.
In sintesi, ecco il loro pensiero: la rete è uno spazio sovranazionale, in alcun modo normabile né in sede di singolo paese (e fin qui la cosa ha un senso) né a livello internazionale nella dimensione delle “regole condivise”. La rete è il luogo di sviluppo di dinamiche sociali virtuose, non solo è libera in modo assoluto, ma non è comparabile a niente altro sia mai apparso sulla faccia della terra in precedenza, per cui tutto ciò che le appartiene non deve essere sindacato. La rete corregge in modo autonomo i propri errori, corregge le false informazioni ed è guidata da una wisdom of the crowd, da una saggezza delle masse che mette riparo ai problemi e prepara, attraverso lo sviluppo della libera cooperazione tra soggetti, soprattutto nel campo del software, a soluzioni sempre migliori. In genere queste affermazioni sono accompagnate dal banner: questo blog fa a meno della pubblicità.
Vi pare una descrizione pessimistica? Può essere perfino peggio. Facebook ha dato il via – è stato detto non da noi[9] – alla “mainstreamizzazione” della rete: da migliaia di blogger che pensano di essere l’informazione solo perché possono pubblicare un proprio umore, si è passati a milioni di persone che si sono avvicinate a internet pensando che sia fatta di applicazioni per scambiarsi baci e quiz idioti o lanciare a ripetizione campagne per cambiare il mondo a cui aderire con un clic. Seppure in forma estrema, troviamo qui una delle capacità del mezzo: quella di produrre in chi lo usa una rappresentazione della propria posizione nel mondo. Internet (usata da un computer) evoca nelle persone una capacità di abilitazione a “fare mondo”, nel senso di “fare mondi”, che altre tecnologie non suscitano. Qui sta la differenza fra sei miliardi di telefoni e la rete: se telefonare è una funzione, collegarsi alla rete è ascoltare e raccontare storie, percepire l’onnipotenza conoscitiva del computing e della rete e diventarne portatori. Si disegna un perimetro e un mondo che si vuole difendere come il proprio. Non è una “brutta” cosa, anzi è il presupposto di grandi trasformazioni, ma come abbiamo visto, può produrre cose non altrettanto positive.
Veniamo ora ai cosiddetti apologeti della rete. Il nostro approccio qui è di affrontare la rappresentazione che la società digitale dà di sé attraverso due tra gli autori (in seguito anche un terzo, ma lo vedremo nel quarto capitolo) che a nostro parere esprimono nel modo più compiuto il tentativo di fondare il domani dei media su una società digitale intesa come un “a sé”. Operazione a nostro parere sbagliata. Non ne prendiamo in considerazione altri, per lo più autori che si occupano di marketing, particolarmente rumorosi e aggressivi verso i media e che a volte hanno con la rete un rapporto distorto: pensiamo per esempio a Seth Godin, Chris Anderson e a un paio di imitatori di casa nostra. Dal loro punto di vista, la rete è un mondo nel quale le loro scorribande sono finalmente libere di porsi come informazione e visione dei media, ed è questo il motivo per cui detestano i giornali (la televisione no, con quella si mangia): perché l’unico pericolo per il loro storytelling viene dall’esistenza di una stampa libera che sia luogo di elaborazione di pensiero. Pretendono di sapere cos’è bene per tutti, e sostituiscono all’analisi dei problemi le loro presentazioni e il loro urlio sguaiato. La loro idea di informazione sta alla stampa libera come la pornografia sta all’erotismo.
Bisognerà dare, in futuro, a Giuseppe Granieri il merito di avere per primo e in modo serio descritto la trama di cui è costituita la vita di rete. Con competenze e con amore profondo per il suo oggetto, Granieri, nei tre saggi che giustamente sono diventati altrettanti bestseller[10] è riuscito a scrivere pagine che riescono laddove noi stiamo tentando: parlare insieme al cittadino della rete e al cittadino non digitale. Mettere in comunicazione il secondo con il primo attraverso la pacata cronaca di un mondo abitato da persone.
Granieri è un pensatore rigoroso, un ottimo scrittore e una persona onesta. Il che non guasta. Nel merito, il suo contributo migliore, perché portato avanti in ogni suo scritto, è la descrizione della rete come un ambiente mediale condiviso (più che unico) nel quale vivono le diverse forme di espressione.
La sua descrizione della società digitale è puntigliosa, documentata, accorta. Ma c’è un punto dove questo perfetto, oliato meccanismo si inceppa. È quando l’autore parla di giornali e televisione (più giornali che televisione, e questo è già di per sé un errore, come cercheremo di dire parlando di Yochai Benkler).
Granieri fonda la critica dei media sull’esistenza della società digitale. In altre parole pone il focus della trasformazione nella nascita cioè di una opinione pubblica “diversa”, aggiuntiva, diversamente abile nel suo porre le questioni al potere. La sua opinione pubblica si forma a contatto con le piattaforme abilitanti della rete, con la cultura condivisa, attraverso le pratiche di conoscenza e di scambio, con l’uso dei linguaggi della rete: c’è stato un periodo in cui “mettere i tag” era la vera preghiera quotidiana dell’homo internet di Granieri. Tutto condivisibile, non v’è sarcasmo in questa espressione. Granieri è un vero pensatore del web 2.0. Ma il suo pensiero si inceppa laddove si fermano altri pensatori legati a questa stagione di pensiero. È come se il suo sguardo, eminentemente sociologico, si fermasse sempre all’esterno del fenomeno che vede e descrive. Ora, è perdonabile che il blogger puro e duro si limiti a parlare dei media che non conosce, che faccia del turismo di marketing vendendo la sua bile in cambio di gettoni di presenza e weekend al mare. Ma da un intellettuale come Granieri ci si aspetta che fondi la critica dei media su qualcosa di più che l’idiosincrasia del blogger e sullo spleen quotidiano.
Granieri pensa davvero possibile che la rete assurga alla forza di un mezzo senza toccare il conflitto e il potere. Condivide questa illusione con tutto il web 2.0, che nelle sue punte ideologiche più aggressive arriva a immaginare lo scenario di un mondo senza media-intermediatori, cioè senza giornalisti (ma questo è più Jeff Jarvis[11] che Granieri). Si potrebbe aggiungere – ed è la consapevolezza che si fa strada in questi ultimi mesi del 2009 – che è anche necessario trovare modelli economici sostenibili e quindi fare i conti con il mercato. Ma il punto vero rimane: così come chi vuole fare il medico dovrà prima o poi vedere un paziente, allo stesso modo fare informazione significa vedere il potere e misurarsi con esso.
Il rapporto tra giornalismo e potere ha molte declinazioni e sarà ripreso più volte in questo saggio. Qui noi lo definiamo in almeno due modi: come componente interna, “personaggio” del racconto giornalistico, e come elemento del paesaggio dei media, forza che fonda l’assetto attuale dei media.
Nel primo caso non c’è racconto se questo non si confronta con il potere: il potere non è soltanto il Mangiafuoco del media. È un “personaggio” del loro racconto, spesso il protagonista, e sempre l’autore. Non è la proprietà dei media che conta, è il potere che declina i racconti del giornalismo.
Il giornalismo come possibilità di servizio civile al proprio pubblico – anche e ancor di più quello dei cittadini e delle persone – si pone come una potenziale e sempre necessaria infrazione alle regole poste dal potere: il giornalismo vero è trasgressione continua: di una legge che vieta, di apparati che controllano, ma anche delle regole di buona educazione dell’establishment. Non tutto è sempre visibile e chiaro, come credono gli urlatori di professione.
Il potere è il tuo personaggio quando sei lettore. Cosa leggi quando leggi? Chi ti parla quando ascolti e guardi? Non è per niente chiaro, perché il potere articola il proprio racconto per enigmi invisibili e immagini semplici: più parla chiaro e al cuore della gente, più il potere è enigmatico. Il blogger che avverte pesantemente la caratteristica di establishment della stampa ufficiale, che non si avvicinerebbe a un telegiornale per non sentirsene sporcato, come pensa poi di costruire la propria “gerarchia informativa”? E quale informazione esiste al di fuori del discorso del potere, quale comprensione è possibile in mezzo ai suoi segnali di fumo? Dal potere non si fugge, bisogna imparare a leggerlo.
Il potere è poi un elemento del paesaggio. Per tornare a Granieri – ma non ce n’eravamo mai allontanati – se parliamo di media e giornali e della possibilità di creare un domani ai modi e ai mezzi che permettono una informazione democratica, civile, consapevole, dobbiamo per prima cosa descrivere correttamente l’oggi. E l’oggi della rete non descrive proprio un domani senza padroni. Gatekeeper e nuovi padroni sono assenti dal narratore della blog generation e della società digitale. Motori di ricerca, Signori dei Database, Società di Telecomunicazioni, Padroni dei Dispositivi non esistono? Perché la sociologia non può farsi sguardo critico e si dedica solo a questa epica della fondazione? In nome del futuro e del suo sereno sviluppo? Anche in Asimov c’era il potere. Il suo era un futuro non sempre luminoso. E non lo è nemmeno il nostro.
Per comprendere appieno le fasi dell’evolversi della cultura digitale che vedremo nel prossimo capitolo, è importante conoscere anche il pensiero di Yochai Benkler, docente della Harvard Law School e condirettore del Berkman Center for Internet and Society, fonte d’informazione primaria per chi voglia occuparsi sul serio di libertà e censura. Nel suo La ricchezza della Rete
[12] c’è una sistemazione fondativa della cultura digitale. Accettando e discutendo la sua teoria è possibile mettere a fuoco uno degli elementi che hanno dato vita a Eretici digitali: siamo tutti parte di questa cultura. Le sue pratiche e i suoi valori non possono essere intesi come dogmi, ma come farsi di un processo che non è ancora compiuto e il cui esito “positivo” non è né scritto in quei valori né scontato in ciò che sta avvenendo. La cultura digitale è una trasformazione in atto nell’ambiente economico e culturale che tutti abitiamo. Il problema nell’opera di Benkler, che sistema un insieme di valori e convincimenti assai condivisi nella rete, è che la sua rappresentazione elimina dal campo alcuni elementi fondamentali del presente.
La ricchezza della Rete copre un ambito molto vasto, ma qui ci concentriamo sulla sua visione dei media, che peraltro è un passaggio chiave delle oltre seicento (nell’edizione italiana) pagine del libro. Benkler, in una pars destruens serrata, descrive la fase di scomposizione dei mezzi e della loro visione del mondo, ne mette in discussione la qualità antropologica e politica. Il loro servizio alla società si realizza nel dare rappresentazione e senso alla nostra realtà.
Qui per esempio: “È questa la caratteristica principale dei mass media: i contenuti vengono prodotti in un numero relativamente basso di centri di produzione e poi trasmessi a un pubblico di massa per essere consumati. Si osserva qui l’essenza del giornalismo: separare il contenuto dalle osservazioni non professionistiche dei consumatori di informazione. In questo modo la discussione e l’analisi delle questioni di interesse pubblico si trasformano in rappresentazioni simboliche, messe in scena di dibattiti reali. I partecipanti vengono selezionati perché rappresentano posizioni note e ben definite (proprio nel luogo in cui dovrebbero essere sintetizzate le diverse posizioni). Le immagini e le storie devono rappresentare le questioni in gioco e nei fatti il dibattito pubblico è un ritratto precotto di un argomento (…) che viene discusso da avatar che rappresentano i gruppi di opinione più importanti (…)”[13].
È difficile non concordare con Benkler. Anche per chi è interno – è il nostro caso – a quel sistema, una volta deposti piccoli orgogli nemici del cambiamento, è facile constatare come Benkler stia fotografando un assetto reale delle cose. Ma già a questo punto dell’analisi, qualcosa gli sfugge. Non c’è alcun dubbio che i media costruiscano il racconto del potere e dei poteri. Ma non è forse sempre stato così? E vi sono le condizioni perché non sia così in futuro?
È come se un Chomsky non dichiarato alla dogana forzasse Benkler a estremizzare l’analisi dei media vedendo al lavoro forze maligne, in particolare un evil-doer che si chiama potere. Perdendo per strada sia il ruolo storicamente democratico che i media hanno avuto nella storia delle democrazie occidentali, sia una caratteristica generale di ogni narrazione, che è sempre mitopoietica del potere.
Una possibile obiezione: la pluralità tendenzialmente infinita delle voci della rete scardina la mitopietica del potere. Restiamo un attimo a Benkler, perché ricomprende questa obiezione. In altra parte del libro giudica il modello economico-organizzativo dei media in conflitto con la società della rete: “Le due principali critiche ai mass media si fondano sul conflitto tra etica giornalistica e necessità commerciali. Se i giornalisti cercano di svolgere seriamente la funzione di controllo democratico per informare il pubblico e fare analisi approfondite, vengono respinti dalle dinamiche di potere e dal richiamo al minimo comun denominatore (…) la televisione sembra essere la principale responsabile dell’inerzia politica dei media. Invece l’adesione della stampa a tale modello è molto variabile, sia per le riviste sia in parte per i quotidiani”[14].
Qui finalmente è stato scoperto il potere, anche se in forma un po’ astratta. Ma sembra davvero incredibile che un economista di Harvard possa essere così schematico nel porre il problema di quelle che chiama le “necessità commerciali”. In altra parte del libro Benkler arriva a vedere la ricerca dei ricavi pubblicitari come la vera perversione interna del fare giornalismo nell’interesse del pubblico, perché se si devono perseguire i grandi numeri dell’audience si rinuncerà a ciò che è più corretto e vicino agli interessi dei cittadini.
Correttamente, Benkler vede nella televisione il punto dove i maggiori interessi e il maggior consenso vengono orientati alla funzione del potere. Anzi, questa distinzione è troppo poco calcata. È importante non confezionare ogni volta che si parla o scrive il “sacco” indistinto dei media. Diverse sono non solo le grandezze economiche e il potere di incidere sui mercati, ma soprattutto la capacità di costruire consenso e realtà, cosa che i lettori italiani dovrebbero sapere molto bene (ma Benkler ha davanti il modello americano e quindi sotto questo aspetto nulla gli si può addebitare).
Benkler parla poi dell’anchorman demagogo, in passaggi assai gustosi che sembrano scritti con il televisore sintonizzato su casa nostra. Così come si ritrovano un’analisi sulla strategia della disattenzione che ha ispirato analisti e commentatori italiani, una disamina assai valida nel descrivere il meccanismo di annientamento della realtà. E però, mentre si concorda sulla critica, a mano a mano che scorrono le pagine uno si chiede con crescente allarme perché l’autore non descriva l’evoluzione positiva del suo modello alternativo. Benkler lo fa un centinaio di pagine dopo: “La mia tesi (…) non è che la produzione non di mercato sostituirà la produzione basata sul mercato (…) Sostengo piuttosto che l’emergere di una concreta alternativa non commerciale per le conversazioni culturali aumenti il grado di libertà con cui individui e gruppi possono partecipare alla produzione e allo scambio culturale, e di conseguenza aumenti la trasparenza della cultura agli occhi di chi la vive”[15].
Anche senza essere docenti di Harvard ma solo pedatori della tastiera, per dirla con Gianni Brera, è difficile non vedere il problema logico che c’è in Benkler. Egli sostiene la sua tesi esclusivamente sulla critica destruens del presente, ma nulla ci dice, perlomeno nulla di convincente, su come la produzione “non di mercato” dovrà rimpiazzare nei media la produzione di mercato.
E qui la ricchezza si trasforma nel sogno della rete, nella palingenesi dell’utopia del non profit come opposto al profitto. La presenza e il protagonismo dell’individuo come componente dell’opinione pubblica che si esprime attraverso la rete viene posta quale nuovo homo oeconomicus, a fondamento e misura di una forma di nuovo umanesimo.
Con tutto il rispetto per l’acutezza delle analisi di Benkler, il suo ragionamento non “si chiude” con successo. Il suo teorema non è dimostrato per omissione di informazioni chiave: in che modo “l’alternativa non commerciale per le conversazioni culturali” fonda un nuovo modello, qualitativamente e umanisticamente diverso? Perché sostituire una speranza all’analisi dei fatti che ci dimostra in ogni momento che il vuoto in economia non esiste: scomparso un mediatore ne appare un altro. Forse migliore, più funzionale e progressivo. Ma è mediatore, il suo nome.
E fosse solo un problema dei nuovi mediatori. Nell’analisi di Benkler e in tutte le analisi di questo tipo l’espulsione del potere come elemento reale dal quadro (se non fosse, in Italia, una parolaccia, qui si dovrebbe parlare di espulsione della “politica” come categoria) provoca allarmi ancora più seri sulla sostenibilità e credibilità di questa analisi per dirci qualcosa del nostro futuro.
Per ciò che è dato vedere finora, alla disgregazione digitale sopravvivono i vecchi mediatori (le aziende di telecomunicazione) e i nuovi doganieri (i motori di ricerca). Ma poiché nel quadro del ragionamento non viene fatta entrare la politica, si trascura la sopravvivenza dei punti di maggior resistenza del potere. Risulta che, mentre centinaia di giornali americani chiudono, vi sia un movimento analogo all’interno della televisione? Risulta che l’erosione delle audience, che sta abbattendo i giornali, abbia innescato una simile spirale distruttiva del mezzo che ha fondato il potere nel dopoguerra? E per quanto riguarda l’Europa, quanto è realistico il quadro di una nuova cultura che sorge e convive pacificamente con la precedente – e per cultura qui si intendono anche le aziende che fanno innovazione, le imprese nuove fondate su logica di rete?
Espellere la politica dal quadro del ragionamento significa anche non vedere che i vecchi assetti si mescoleranno ai nuovi per un periodo di tempo considerevole. Che si influenzeranno. Che i nuovi mediatori verranno a patti con i vecchi poteri, e che, morta la funzione di controllo che i mandarini della stampa esercitavano, nulla l’avrà rimpiazzata perché la mitopoietica del potere televisivo non si lascia discutere da nulla e da nessuno. Perché il suo potere di agenda making non ammette una realtà che non sia “prodotta” e magari anche post-prodotta. La società dei produttori senza profitto benkleriana è un tableau teorico cui manca la categoria che costruisce il racconto. Un quadro senza movimento.
[1] Giuseppe Granieri, Umanità accresciuta, Laterza, Roma-Bari 2009.
[2] Thomas Friedman, Il mondo è piatto. Breve storia del ventunesimo secolo, Mondadori, Milano 2006 e Caldo piatto e affollato. Com’è oggi il mondo, come possiamo cambiarlo, Mondadori 2009.
[3] Gene Roberts, Leaving the Readers Behind. The Age of Corporate Newspapering, University of Arkansas Press, 2004.
[5] Si tratta dei sistemi cosiddetti pgp: http://it.wikipedia.org/wiki/Pretty_Good_Privacy.
[6] Anna Oxa, Un’emozione da poco (I. Fossati/G. Guglielminetti).
[8] Il processo di primo grado, terminato all’inizio di luglio 2009, ha visto quattro poliziotti condannati a tre anni e sei mesi: “Il pm Nicola Proto aveva chiesto condanne per tre anni e otto mesi a ciascuno dei quattro agenti. L’accusa è di aver ecceduto nel loro intervento, di non aver raccolto le richieste di aiuto del ragazzo, di aver infierito su di lui in una colluttazione imprudente usando i manganelli che poi si sono rotti. La parte civile ha ricostruito sotto quattro angolazioni diverse le difficoltà per raggiungere non la verità ma il processo stesso, sostenendo che la morte di Federico sia addebitabile alla colluttazione con gli agenti (nel corso della quale si ruppero due manganelli) e all’ammanettamento del giovane a pancia in giù con le mani dietro la schiena. Posizione che, secondo i loro consulenti, avrebbe causato un’asfissia posturale. A questa causa va aggiunta la tesi di un cardiopatologo dell’Università di Padova, il professor Thiene, secondo il quale il cuore avrebbe subito un arresto dopo aver ricevuto un colpo violento.” http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/cronaca/aldrovandi-processo/aldovrandi-condanna/aldovrandi-condanna.html.
[9] Per esempio da Luca Sofri nel suo blog Wittgenstein (http://www.wittgenstein.it/2009/04/21/il-web-00/ e http://www.wittgenstein.it/2009/03/06/i-vecchi-tempi-nei-nuovi-tempi/), e da Giuseppe Granieri su Apogeonline (http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/05/linternet-del-2009).
[10]
Blog generation (2005), La società digitale (2006), Umanità accresciuta (2009), tutti editi da Laterza.
[11] Jeff Jarvis è autore di What Would Google Do?, HarperCollins Publishers 2009. Il suo blog è www.buzzmachine.com.
[12] Yochai Benkler, La ricchezza della Rete, Università Bocconi, Milano 2007.
[13] Op. cit. pag. 264.
[14] Op. cit. pag. 265.
[15] Op. cit. pag. 369.


3 Commenti
Hey Dudes, domani è il grande giorno.
Speriamo che sia femmina. Dai che va bene.
Internet si dovrebbe scrivere con la “I” maiuscola, è voluto scriverlo in minuscolo ?
La lingua comune che serve dovremo impararla facendo.
12 Trackbacks
[...] nostra anticipazione: il capitolo 1 – Sul sito di Eretici Digitali il primo [...]
[...] In maggio avevamo lasciato Massimo Russo e Vittorio Zambardino alle prese con la scrittura di Eretici digitali, un libro che prendeva le mosse da un manifesto condiviso e discusso in rete. L’eresia del titolo è quella che gli autori chiedono a tutti gli attori nell’ecosistema di internet – giornalisti, politici e cittadini della rete – rispetto ai propri statuti professionali e alle proprie visioni consolidate. Ne va del futuro stesso della rete, stretta tra gli interessi di nuovi e potenti intermediari, l’ottusità degli establishment, le ambizioni censorie della politica e la mistica dell’innovazione che ignora il conflitto – spiegano i due giornalisti. Quel libro ora è pronto e da mercoledì sarà in libreria. Eretici digitali sarà acquistabile anche come ebook su Apogeonline (in formato epub, a 6,90 €). Distribuito con licenza Creative Commons (BY-NC-SA 2.5), sarà infine rilasciato progressivamente anche in formato testuale sul sito del libro: già oggi si può leggere in anteprima il primo capitolo. [...]
[...] Inizio | Sommario [...]
[...] Inizio | Sommario [...]
[...] Inizio | Sommario [...]
[...] Inizio | Sommario [...]
[...] Inizio | Sommario [...]
[...] Inizio | Sommario [...]
[...] ferrarese morto durante un arresto da parte della polizia, apre un blog su Kataweb non immagina[7], o forse spera soltanto che la sua verità, la sua versione dei fatti – che la morte del figlio [...]
[...] Inizio | Sommario [...]
[...] Inizio | Sommario [...]
[...] marzo 2010 di vaccaricarlo libro molto interessante che racconta i pericoli che corre la libertà in/di rete in tutto il mondo e in [...]