Emilio Randon su mattino di Padova, Tribuna di Treviso e Nuova Venezia scrive di Eretici.
Stampa e web,
frontiera mobile
Come sarà il giornalismo: gli scenari futuri in un’analisi spietata. In un saggio visionario Massimo Russo e Vittorio Zambardino delineano i prossimi passaggi che attendono i giornalisti In «Eretici Digitali» le dieci tesi per tradire con professionalità
Chi compra meno, chi non ha mai comprato né lo farà mai. Ai giornali non rimane che una prateria ostile, quella dei lettori futuri, gli unici immaginabili: quelli che odiano i giornali. Costoro ci sono già, stanno sul web, cliccano, navigano, ronzano, leggono le notizie rubate alla carta stampata e ci sputano sopra, è il loro rito identitario. Per farsi leggere da questi, i giornalisti dell’inchiostro (e della Tv) hanno poche possibilità: inutile travestirsi (ti riconoscono), vano blandirli (li fa incazzare ancora di più): nella crisi del prodotto cartaceo (l’ultima copia uscirà nel 2040 – curva di Meyer) l’unica possibilità sta in una complessa strategia di entrismo mimetico, una trasmigrazione in cui le vestali cartacee della notizia entreranno nel web simulando e dissimulando, per strada rischieranno di perdere l’anima, paramenti e simboli, sicuramente alla fine saranno nudi e fatalmente cambiati.
L’anabasi del giornalismo italiano – e la sua riemersione – è prefigurata nel libro di Massimo Russo e Vittorio Zambardino – Eretici Digitali, sottotitolo: «La rete è in pericolo, il giornalismo pure, come salvarsi con un tradimento e 10 tesi». Duecento e 40 dense pagine per i tipi di Apogeo, saggio e romanzo in progress di quello che già sta accadendo nelle redazioni italiane e mondiali, con un occhio particolare a quelle americane dove il mutamento è iniziato prima.
Russo e Zambardino sono autori e operatori, studiosi nel senso che hanno le mani in pasta, entrambi giornalisti situati dal Gruppo Espresso nella zona di frontiera dove queste cose si fanno e si immaginano, si smontano e si rimontano in un «search and try» ancora lontano dal suo punto di equilibrio.
Le loro eresie riguardano i miti e le fedi che abitano le rispettive tribù, da una parte noi suggitori di rete e vecchi oranti della laica preghiera mattutina, dall’altra i nuovi barbari della conoscenza, i nomadi visitatori di siti e piantatori di altre tende della comunicazione. Due tribù distinte, l’una contro l’altra armate di disistima e antipatia irriducibili ma, attenzione, assimmetriche.
Difficile avvicinare i webpeople, questi sacrificano ogni giorno al loro dio, celebrano l’avvento di Internet come l’Eden della democrazia e odiano i professionisti della notizia, odiosi daziari ignoranti e bugiardi, asserviti al potere. Noi cioè, prof a cui è stato tolto lo sgabello delle certezze. E con noi anche Russo e Zambardino che però non si lasciano intimorire dalle pernacchie e proclamano – dopo averli giustamente ridimensionati – andiamo, via, è tempo di migrare, dove stiamo è impossibile, di là è l’unico posto per sopravvivere.
Diffidenza, estraneità, horror vacui. Di là la perdita del racconto, la lingua che si squaglia in cifra – x, 6, (-:) – l’insonne brulicare di invisibili blogger, autori, reporter per caso di fronte ai quali siamo nudi come venditori di sushi davanti a un cliente che in ogni momento potrà dirti: «io lo faccio meglio di te» (l’aforisma è degli autori). Di qua la senescenza.
Gli autori dicono, coraggio, non abbiate paura, tradiamo, andiamo a colonizzare quelle terre, è la nuova frontiera, l’unica concessa.
Il libro indica come fare (in 10 tesi), percorre puntualmente le vicende di chi ci ha provato, di qua e di là dell’oceano; dal viaggio ricava le dieci tesi, le svolge accompagnando il lettore in una attenta ricognizione sullo stato dell’arte per prefigurare infine quello che potrebbe essere il futuro.
Un giornalismo nuovo in cui è cambiata la struttura del «racconto», il modo di farsi leggere e di essere informati (regola numero uno: quando scrivi una cosa, c’è sempre qualcuno che ne sa più di te, il problema è raggiungelo o farsi raggiungere), un’agorà da bonificare, il sale della persuasione sarà la nuova professionalità, l’autorevolezza riconquistata si chiamerà brand e poi vedrete: sarà pace, quei barbari formeranno la nuova civiltà dell’informazione, libera e democratica. Un libro visionario, che fa sognare gli editori. Un libro da adottare nelle università.

