Secondo capitolo
Internet prima di internet
e la mistica dell’innovazione

Non accadde che un giorno del 1992 Al Gore, durante la campagna elettorale e poco dopo l’elezione a vice di Bill Clinton alla Casa Bianca, abbia deciso di investire nelle superstrade dell’informazione e la rete “fu”.

La rete “fu”, e fu un successo solo perché il suo sviluppo di massa era stato preceduto da mezzi, pratiche e idee che ne resero possibile l’adozione da parte dei grandi numeri. Quando Internet arrivò nel modo in cui la conosciamo erano in molti ad aspettarla, oltre a tutti coloro che già la utilizzavano nella sua forma precedente. Ogni singolarità, ogni salto di paradigma è sempre preparato da ciò che accade prima. La “grande esplosione” fu tale solo per chi non aveva visto i segni del diffondersi di una nuova cultura digitale.

I mezzi, le pratiche, le idee

In Europa ha avuto qualche fortuna la parola telematica, intesa come sostantivo e come aggettivo. Oggi qualcuno la usa ancora. Non i parlanti la lingua inglese, e non a caso, visto che da loro è usato il più utile e meno artificiale termine digital, che riassume decisamente meglio tutto ciò che ha a che fare con telecomunicazioni, informatica e reti. Fu Alain Minc, teorico francese della Società dell’informazione, a coniare il termine, in un periodo storico nel quale si andava diffondendo il Minitel francese, presto male imitato in Italia dal Videotel, un accrocchiato servizio dati che non servì mai a molto, se non a dar vita a un frenetico mercato nero dei codici di accesso.

Ripensare al Minitel aiuta quando si legge dei progetti francesi per la rete che vengono spinti con forza anche a livello europeo, progetti dove è ampia la libertà dell’utente ma all’interno di uno spazio delimitato e controllato. Sistemi nei quali “compiere il male” è impossibile perché il male è semplicemente irraggiungibile. Il Minitel era infatti una società ben regolata dall’alto, dove nulla avveniva che non fosse noto e autorizzato dal gestore, cioè dallo Stato. Prima compiuta esperienza di comunicazione elettronica di massa sperimentata al mondo, nel Minitel c’erano le messaggerie e l’orario ferroviario, i documenti presso gli uffici pubblici e forme governate di transazione economica.

Erano punti di incontro, per lo più tematici. Il tutto in un ambiente chiuso, isolato dall’esterno grazie a terminali e a una rete (Transpac) dedicati e non aperti.

Beninteso, era appunto comunicazione elettronica statale, statalista e statalizzata. E controllata dallo Stato. Non mercato, non libera associazione di persone, e tuttavia in quel sistema vi erano forme di mercato e di aggregazione.

L’idea che non si possa fare lo stesso con internet o che qualcuno vi si opponga non può non apparire bizzarra ai responsabili di un paese che ha avuto per primo al mondo la telematica statale di massa e che nel 2009 è andato in prima pagina per la sfortunata legge che creava la Hadopi, l’autorità per la lotta alla pirateria.

Negli stessi anni Ottanta andavano diffondendosi nelle aziende grandi sistemi informatici, che avevano bisogno di un intero piano di edificio, refrigerato d’estate e tenuto a temperatura costante, presidiati da tecnici talvolta in camice bianco, accigliati, severi nel proteggere il loro lavoro come un segreto militare. In quegli ambienti, e nelle università, matura in pochi anni la necessità di permettere alle persone di lavorare insieme anche a distanze geografiche rilevanti.

Quei sistemi-dinosauro disponevano di posta, utile a spedire file di lavoro da una parte all’altra, magari da Roma a Milano e da qui a Shanghai o New York. Come muschio nelle condutture dell’acqua, batteri, infezioni opportunistiche – si dovrebbe indagare su questa natura seconda dei fenomeni umani che crescono con e ai margini della tecnologie della comunicazione – la posta aziendale cominciò a essere usata per messaggi che con il lavoro non avevano niente in comune. Proteste, appelli e soprattutto l’amore.

Una tarda sera, saranno stati i primissimi Novanta, sul pavimento della redazione di un grande quotidiano, una stampante ad aghi impazzita srotolava metri e metri di carta: i tecnici erano ormai andati a casa e quella macchinetta impertinente aveva deciso di stampare tutti i messaggi di posta inviati in giornata. C’era una lettera per la separazione dalla moglie scritta all’avvocato di fiducia, un appello disperato a non esser lasciata, uno scambio un po’ più hot. Era solo carta uscita da una stampante in avaria, ma c’era più vita lì dentro che in un’inchiesta sociologica. La gente cominciava a vivere, seppur abusivamente, “nei” propri strumenti di lavoro. Conosceva un modo nuovo di comunicare, quando ancora il primo sms sarebbe venuto solo alcuni anni dopo.

Grassroots, computer come cellule

Pressoché negli stessi anni in cui prosperava (si fa per dire) il Videotel, il resto del mondo sperimentava i Bbs (Bulletin Board System), per cui la pubblicistica italiana non ha saputo trovare miglior traduzione di “bacheca elettronica” (ma nella pubblicistica italiana il linguaggio usato per descrivere i fenomeni della rete è di rado al di sopra della decenza).

Il Bbs ebbe un’estensione, una ricchezza di incarnazioni: fu “movimento” culturale e sociale, e fu dimensione industriale. Qualcuno non avrà dimenticato la sigla AoL e il nome America on Line: quella “cosa” nacque come un Bbs.

Il Bbs, a livello amatoriale, era un piccolo punto di aggregazione di informazione e persone. C’era chi teneva il computer che ospitava il Bbs in camera da letto, ed era quasi sempre una macchina che oggi farebbe sorridere (i famigerati 8080, i 280, i mitici “cloni taiwanesi”, come si diceva allora). Per collegarsi si utilizzava il telefono e si pagava – dove vigeva, e in Italia vigeva perché il monopolio non perdona – la relativa tariffa urbana, e certo potevi chiamare anche un Bbs di Seattle stando a Milano, al prezzo però di una chiamata intercontinentale dalla Lombardia al Pacifico.

Una volta in collegamento, poteva capitare che il “sysop”, cioè il padrone di casa, cominciasse a chattare con te perché il tuo squillo l’aveva svegliato. C’era la possibilità di frugare nelle aree dove altri avevano scritto o depositato un loro testo. Si poteva chiacchierare con gli altri “soci”, o chiedere aiuto per qualche problema per lo più relativo a computer e linee telefoniche.

Aiuto e condivisione

Ma si poteva fare anche molto di più. Nella fase intermedia del passaggio tra i Bbs e internet (1991–1993), si scriveva e leggeva molto sulle “liste”: persone accomunate da un interesse o da un problema si radunavano intorno a gruppi di aiuto e di aggregazione tematica. Sulla depressione ve n’era per esempio uno che si chiamava “Walkers in the Dark”, marciatori delle tenebre. Ed erano innumerevoli le liste in cui si scambiavano informazioni sugli effetti collaterali del Prozac, un antidepressivo all’epoca di gran moda.

C’erano Bbs dedicate esclusivamente ai giochi di ruolo: accanto all’euforia del pioniere, si affermava il valore della collaborazione, una solidarietà tra “pari”, in uno scambio educativo con quei mondi cavallereschi e romantici nei quali erano ambientati i primi giochi di ruolo – un altro successo di quegli anni benché fosse del tutto assente la rappresentazione grafica.

La posta era elettronica anche senza web. Le idee viaggiavano lo stesso. I Bbs erano stazioni di posta di un sistema più complesso. Ognuna caricava un po’ di messaggi una volta al giorno o una alla settimana, e quei messaggi entravano in un giro collettivo – i Bbs erano associate in circuiti – per cui, di stazione in stazione, venivano recapitati al destinatario. Scrivevi a un amico che viveva a Buenos Aires, il messaggio passava da Madrid o da Rio, e dopo una decina di giorni la risposta arrivava. Potevi starne certo.

Naturalmente viaggiavano solo caratteri, parole bianche o verdi su fondo nero. Niente audio, niente musica, niente foto o video. Niente disegno grafico e interfaccia html. Quelli sarebbero arrivati con il web, ma il web presumeva internet, anche se i due termini non si sovrappongono[16].

L’idea della comunità: l’archetipo di The Well

I Bbs mettevano in collegamento persone di aree geografiche abbastanza ristrette, e fu quindi comprensibile che si parlasse di “comunità” utilizzando il termine grassroots, parola che nella cultura americana fece tema e dibattito. Intorno ai Bbs grassroots – “comunità di base”, e anche in questo caso la lingua italiana non permette una gran traduzione – ruotavano già valori come condivisione, collaborazione, informazione originale e unbiased, in opposizione ai media lontani dalla comunità.

È questo l’humus che permette la nascita di una delle esperienze – decisamente grassroots, poi diventata grande – più significative di quel tempo: The Well[17]. Uno snodo importante, forse “lo” snodo per capire una cultura, un modo di pensare, scrivere software, progettare media che oggi è ancora forte e vitale nell’Ovest degli Stati Uniti.

Nata nel 1985 a San Francisco – e questo significa molto – per iniziativa di intellettuali liberi e fuori dall’establishment, The Well (Whole Earth ’Lectronic Link) è un Bbs come tanti, ma l’idea che lo governa, più chiaramente di altri e in modo programmatico, è che ognuno porta dentro il sistema la propria soggettività, il proprio contributo, il proprio sapere e lo mette a disposizione di una comunità – alla quale potrà poi rivolgersi per poter prendere “secondo i suoi bisogni” viene da scrivere, e non sarebbe un’affermazione del tutto temeraria.

Perché il fascino di questa cultura, che ha prodotto persone come Steve Jobs e poi più tardi come Sergey Brin sta nel condividere, al fondo dei propri sentimenti, un “comunismo (comunitarismo) delle origini” ingenuo ma sincero. Naturalmente non ha niente a che vedere con le ideologie storiche. Qualcuno, come Sergey Brin, vi è arrivato proprio perché in fuga dal socialismo reale.

Ma il valore specifico di The Well nella storia della cultura digitale è che con questa esperienza prende forma e viene divulgata l’immagine della community come metafora fondativa delle relazioni digitali.

Serendipità e trasgressione, una cultura fondativa

The Well esiste ancora oggi, è raggiungibile dal web, e ricorda e descrive con brillantezza la sua articolata struttura per la discussione, l’informazione e la partecipazione, per la quale – dettaglio che ci tornerà utile in seguito – era prevista una quota annuale. Howard Rheingold ne è ancora il nume tutelare, lui che ha coniato il termine Virtual Communities e ne ha poi fatto un libro fortunato[18]. Ancora oggi The Well si autodefinisce come “un insieme di città elettroniche sulla rete, abitate da gente di tutto il mondo. Già servizio regionale basato su accesso dial up [chiamata da accesso telefonico comune], è da lungo tempo diventato un territorio di suo proprio diritto”.

Un territorio di suo proprio diritto: con la metafora della comunità chiusa nasce l’idea che su questo “territorio” debba vigere un diritto altro, e va da sé che si tratterà di un diritto leggero perché qui abita una umanità “migliore”.

The Well era la continuazione della beat generation con altri mezzi, e questo grazie al contributo di autori che produrranno l’immaginario di questi anni. Su tutti Bruce Sterling, in modo molto meno apologetico di Howard Rheingold, con La macchina della realtà

[19], che insieme agli altri disegna un mondo fantastico e “ideologico”, una cultura dove si mescolano numerose correnti, dai Grateful Dead all’economia del dono. Anarchismo e droghe sintetiche, musica e creatività, visione antiautoritaria e antidogmatica del mondo, e serendipity
[20].

La serendipità, la creatività ottenuta attraverso la libera ricerca della mente e dalla virtù di unire i punti. Per fortuna non siamo in Italia, altrimenti il marchio di infamia del ’68 avrebbe già seppellito tutto. Ma invece passa proprio da qui una lunga linea culturale che coincide a Nord (punti cardinali arbitrariamente scelti) con il pensiero di Bruce Sterling e William Gibson e a Sud con “l’opera” di Steve Jobs: far vagare la mente perché sappia poi produrre una grande idea, sognare per fare musica più forte, interrompere gli studi per fare trespassing attraverso la cultura e trovare nuove soluzioni. A questo proposito, consigliamo l’ascolto o la lettura della traduzione del discorso tenuto da Steve Jobs ai laureandi dell’università di Stanford nel 2005[21].

Ecco una sintesi il più possibile fedele di un passo importante del discorso: “Mi ero ritirato da tutti i corsi, ma avevo ancora dei mesi da passare all’università. Seguivo ciò che mi piaceva, non ciò che dovevo seguire secondo il piano di studi. Fu così che portai a termine il corso di calligrafia – a Stanford ogni etichetta, ogni pubblico avviso era scritto a mano in caratteri eleganti. Fu allora che familiarizzai con i font e gli stili della calligrafia. Uno studio che sul momento non mi servì a nulla, ma che in seguito, quando realizzammo il Mac, ci permise di farne il primo computer con font proporzionali eleganti e gradevoli da vedere. E poiché Windows ha copiato il Mac, ora tutti i computer del mondo li hanno potuti avere”.

Si farebbe un grave errore a pensare che l’influenza di questa cultura si sia esaurita: le sue onde stanno ancora bagnando coste e mari lontani e hanno fatto più volte il giro della terra digitale.

Parte integrante di questa atmosfera è la cultura tecnologica americana, la grande cultura “democratica” degli Engelbart e dei Vinton Cerf, rispettivamente inventore del mouse e progettista, con altri, del disegno tecnico originario della rete. È una cultura innamorata della libertà e neutralità della rete intesa come un terreno che nessuno può colonizzare, come un pascolo che tutti hanno il diritto di utilizzare. Un canale stupido che non sindaca il contenuto del pensiero. È una cultura convinta che più tecnologia significhi più risoluzione dei problemi del mondo, e che tuttavia non vede il denaro come sterco del diavolo e ne persegue il guadagno sulla base del merito. Che da questo mondo sia nata la più grande impresa del web che ha già segnato la cultura del nostro tempo, Google, e che sia proprio questo uno dei soggetti più controversi degli sviluppi di cui ci occupiamo non è un caso, ma conferma la “grandezza” del pensiero con il quale si è a contatto.

Il punto più alto di questo movimento può essere indicato nell’Open Source, sul quale torneremo anche nei prossimi capitoli, ovvero la critica dell’economia politica dell’industria tecnologica attraverso il code writing: tutti partecipano in modo gratuito alla realizzazione di programmi di funzionamento delle macchine – che siano sistemi operativi o applicativi – contribuendo così in modo efficiente a rompere la presa del monopolio e del dominio commerciale su chi usa l’informatica.

America on Line e la metafora del portale

L’anno 1983 vede la fondazione a New York della Quantum Computer Services, società destinata a lanciare un servizio chiamato America on Line. Cos’è AoL? Un grande, grandissimo Bbs. In cambio di un canone mensile, fornisce agli utenti il servizio di accesso in tutti gli Stati Uniti, senza più l’obbligo di passare dalla centrale di New York. L’installazione di costosi punti di accesso in tutte le maggiori e medie città americane permette di minimizzare i costi per l’utente – e sul suo successo influirà anche il fatto che le chiamate locali negli Usa erano gratuite, contrariamente a quanto accadeva con la Tut (tariffa urbana a tempo) della Sip e delle maggiori aziende monopolistiche della comunicazione europee. America on Line inventa, ante litteram e ante internet, una cosa che poi impareremo a chiamare “portale”.

È un modello che resiste ancora oggi: quando visitate Yahoo! (per dire dell’esempio al momento più nobile) o Libero, state guardando lo sviluppo ultimo della creatura messa a punto da quegli “antipatici” (odiosi, fin dai primi mesi di vita) di America on Line.

Dentro America on Line, in modo professionale ed esteso, prende piede l’idea che i Bbs debbano offrire contenuti e servizi. E tra questi i giornali, che per la prima volta si trovano a vivere un fenomeno rassicurante ma malsano: diventano “pulsanti”, una voce dell’offerta sul menu di qualcun altro, in cambio di una percentuale dei ricavi. Alcuni servizi di informazione di AoL avevano una tariffazione a parte e aggiuntiva.

Il concetto di walled garden

Se The Well è l’archetipo più compiuto del modello culturale dei Bbs grassroots, il meglio della sua cultura, America on Line anticipa il modello del walled garden. È l’idea del recinto di contenuti e servizi all’interno del quale l’utente, ridotto a consumatore, sceglie, come tra due piatti identici le notizie di un giornale e l’oroscopo della fattucchiera della Louisiana. È il Minitel non statalizzato, e con un minimo di apertura all’esterno. Con le sue pratiche microeconomiche delle metriche finanziarie e non, il portale rappresenta il tentativo di imbrigliare la rete dentro le logiche dei media tradizionali.

Ma il concetto di walled garden, dogana dei contenuti, è rimasto intatto fino a oggi e rappresenta il modello consolidato e unico per le grandi aziende di telecomunicazioni e per il ceto politico internazionale, soprattutto europeo. In un mondo che già possiede oltre tre miliardi di telefoni cellulari, sempre più smart e ben presto tutti collegati alla rete, di questo si parla: del fatto che il meraviglioso futuro che si prepara per noi nei palazzi delle Telecom del mondo è quello di utenti, non di individui, che non hanno bisogno di “marchi” antichi e consunti come i giornali.

I grandi Bbs italiani: scuola di formazione

Non mancarono altri casi di grandi Bbs, sia negli Usa che in Italia: Compuserve negli Usa, poi acquisita da AoL, e i casi italiani di Agorà Telematica, Galactica, McLink e, il successivo Video on Line, fin dall’inizio più simile ad AoL. Le comunità grassroots nostrane, ancora nella fase iniziale del loro sviluppo, si trovarono a fare i conti con l’esplosione del web all’inizio degli anni Novanta e furono travolte dal cambiamento radicale dell’oggetto stesso della loro attività.

Non potendo più essere spazio chiuso di discussione, diventarono stazione di partenza per la rete. Si trasformarono in fornitori di accesso di secondo livello ma non ebbero grande fortuna. A loro va però il merito storico che deve essere riconosciuto a tutto il “movimento” Bbs. L’aver formato il pubblico di internet: negli Usa nella misura delle decine di milioni, in Italia delle centinaia di migliaia. Ma una cosa è certa: veniamo tutti da quelle “scuole”.

Il modello portale è tanto radicato quanto “pessimo”, per le ragioni sovracitate. Ma segna il primo tentativo commerciale di dare una forma sociale alla presenza del cittadino elettronico. Il tentativo di dargli una città. Cittadino che, a questo stadio dello sviluppo, è disarmato. Può solo protestare, inveire, argomentare. Non è un caso che molti imprenditori, in questa piega del tempo che va dal 1992 al 1997[22], cadano in un clamoroso quanto inevitabile equivoco, scambiando una piattaforma per un “mezzo”, una forma per un contenuto, un modello di relazioni per un circuito distributivo. Non c’è significativo gruppo editoriale al mondo che abbia resistito all’idea di crearsi il proprio portale, costruito in tutta fretta come un’altra testata per coprire una piazza scoperta. Che, tranne poche eccezioni, non abbia funzionato è il minimo che potesse accadere: anche nella vita il tradimento non funziona mai. Non era questione di un’altra testata. Era semmai questione di porsi come gatekeeper dell’informazione, caselli autostradali dove chiedere il pedaggio – non necessariamente in denaro – a chi passasse. Ma in ogni caso le dimensioni del gioco, e soprattutto il suo contenuto, non erano cultura nativa dei gruppi editoriali. La rete non abitava qui.

La tentazione sempre risorgente del doganiere e la fine del web 1.0

Ricapitoliamo: con l’introduzione del concetto di portale si realizza il primo caso di forma ideologica del media. Il portale è l’idea di un mezzo supergeneralista o metageneralista: al suo interno i giornali si riducono a “pulsanti”, alla pari di altri fornitori di contenuto. Nella mente delle società di telecomunicazione nasce l’idea, mai davvero scomparsa, che nella rete vince chi tiene le chiavi dell’accesso e che il gatekeeper è anche colui che disegna la forma del mezzo, determinando così il modo e il contenuto dell’informazione, oltre che la sua forma fisica. In questo modello, le professionalità specifiche si riducono a una generica capacità di “produzione del contenuto”, i giornalisti quindi vengono ribattezzati “produttori di contenuto”, gli editori “fornitori di contenuto”. Ma in quegli anni di grande confusione “contenuto” era anche vendere camicie o un viaggio.

E va sottolineata ancora una volta questa tendenza all’annientamento delle professionalità e dei saperi che si manifesta all’interno del modello portale. Non è l’ovvia manifestazione del fenomeno per cui, una volta digitalizzate le conoscenze, ogni elemento di informazione è un oggetto, un mattoncino ricombinabile in un numero “x”, grande a piacere, di contesti e contenuti significanti. No: si tratta di un effetto collaterale della digitalizzazione: lo svuotamento di valore dei mattoni e il trasferimento di quei mattoni sul nome e la funzione del servizio che aggrega. Una tendenza forte, che troverà di qui a poco i suoi fortissimi interpreti.

Lasciamo il web 1.0 agli archivi, dopo aver capito che non fu una sbornia né una perdita di tempo ma una necessaria “curva di apprendimento”, anche divertente per chi lo visse, come per noi. Un periodo nel quale si poteva assistere a business plan credibili come un oroscopo, a banchieri che assistevano contemporaneamente per la quotazione in borsa due società tra loro concorrenti senza neanche vergognarsene un po’, “lotti minimi” di telco un po’ enfiate costituiti da una sola azione del valore di 1.400 euro, a testimonianza non del demerito di chi quell’azienda conduceva, ma della follia di chi parlava di internet sul mercato senza averne nemmeno la più pallida idea.

Gli anni dal 1999 al 2002 furono un periodo di sperimentazione importante, nei quali tutti coloro che in quell’industria hanno lavorato, hanno potuto imparare ciò che non andava fatto con il web e si sono preparati a capire ciò che stava maturando nella fucina della rete. Dissolta la nebbia dell’euforia finanziaria, restavano tante fucked companies (nome di un famoso sito-archivio di illusioni perdute di quegli anni). Ma la cosa importante è che in quegli anni stava maturando il presupposto che fin dall’inizio era dentro il web. Sono gli anni in cui nasce e si afferma Google. Nasce, e comincia a crescere, il fenomeno che siamo abituati a chiamare web 2.0.

La cultura-Google

Prima di Google, i motori di ricerca erano una tecnologia commodity, “si compravano”. Con poche centinaia di migliaia di dollari si poteva acquisire una soluzione forte, per esempio quella offerta da Inktomi, società poi acquisita da Yahoo!. Una volta che te lo eri “portato a casa” c’era il problema di “popolarlo”, cioè di dargli la capacità di offrire ricerche che correggessero il caos dei risultati della prima pagina, attraverso una directory fatta a mano, un indice dei siti più importanti. Poteva capitare che si costituissero redazioni di motori di ricerca, con lo scopo di organizzare “cartelle” di informazioni-chiave. La metafora seguiva con fatica la tecnologia: erano non a caso gli anni in cui è stato davvero stampato su carta il volume delle pagine gialle di internet. E la stessa Yahoo! era all’inizio fatta così: un insieme di cartelle, un semplice catalogo dal quale si attingevano i primi risultati attendibili.

Poi fu Google. E tutto il resto non fu più. La capacità di cercare in modo efficiente tra milioni di pagine e di restituire all’utente risultati validi ha cambiato la modalità di esistenza della rete. Gli utenti sono diventati il soggetto che alimenta una macchina della conoscenza che si raffina sempre più. Ma allo stesso tempo si è creata una “abitudine di massa” a cercare attraverso il motore di ricerca. Nel 2007 il New York Times ha giustificato la nascita della sua pagina personalizzata spiegando che era necessario offrire uno spazio di uso e conoscenza a coloro che arrivavano al giornale dalla rete e soprattutto dai motori di ricerca, dai blog, dai social network. Quanti sono? Secondo la stima del giornale quasi la metà dei suoi lettori. E i giornali italiani non sono poi così lontani da questi risultati.

Del resto, il giorno in cui Michael Jackson è morto, Google ha rischiato lo schianto e i suoi responsabili tecnici hanno pensato che si trattasse di un attacco dall’esterno: invece era solo il mondo intero che bussava alla porta del motore con quelle tre parole sulle dita: “Michael Jackson dead”.

È cambiato alla radice il rapporto con l’informazione. È stato capovolto: fino agli anni precedenti il successo di Google, si andava a cercare una notizia alla sua origine o se ne cercava traccia nei portali. Ora semplicemente si cerca la notizia, non il distributore di notizie, e anzi il “mio” distributore di notizie è il motore di ricerca. Il vero schianto della vecchia cultura e della vecchia industria comincia qui, attorno ai primi anni del decennio, con l’affermarsi della cultura-Google, e il contemporaneo fiorire del fenomeno p2p. Il web si pone come luogo di pratiche sempre più squassanti degli assetti costituiti. Di pratiche che sfuggono a tutta la filiera dei controlli dell’establishment.

La cultura-Google è soprattutto una disposizione nei confronti del mondo. Fanno davvero grande fatica insegnanti e giornalisti, medici e uomini dell’establishment a cogliere questo aspetto e collocarlo al posto che gli compete nella loro rappresentazione del mondo. Se il rapporto è con il piece of information e non più con il veicolo che lo porta, non è il giornalista a essere delegittimato, sono le funzioni della trasmissione disciplinare del sapere[23] che entrano in crisi in modo non reversibile. Come al giornalista, potrà capitare al medico, a cui un paziente potrebbe contestare la versione edulcorata delle possibilità di sopravvivenza a un certo tipo di cancro. Oh certo, con rischi di fraintendimento e di grave disinformazione, chi lo nega? Ma il problema che abbiamo di fronte è questo, ed è inutile esorcizzarlo in mille modi, perfino relegando la prova di Italiano sui “Social network, internet e new media”, come è accaduto alla maturità delle medie superiori del 2009, nell’ambito delle materie “tecnico-scientifiche”.

Ma quale tecnica? Questa è la vita e la cultura del nostro tempo, una cultura che – come abbiamo visto – proviene dalla controcultura beat degli anni ’60. Che ne ha mantenuto miti, aspirazioni, mitopoiesi positiva e incrollabile fede nel dono e nella condivisione, nella grandiosa mistica dell’innovazione, anche quando è divenuta cultura egemone, quando da Woodstock si è trasformata in Silicon Valley. Anche se in questo passaggio, nella transizione a cultura dominante ha incontrato ed è divenuta potere. Potere economico, potere politico. E dove c’è potere c’è anche conflitto, ci sono lati oscuri della forza. Categorie che questa cultura non era attrezzata ad affrontare e che in essa rimangono a tutt’oggi irrisolte. L’innovazione è forza potente, come vedremo nei prossimi paragrafi. Ma di per se stessa non risolutiva delle vicende umane. Siamo lontani dal mondo di Star Trek, in cui la tecnologia permette di superare i conflitti. Per questo motivo ci vuole ancora la libera opinione, un contropotere di espressione e di pensiero, la cronaca e la critica. In definitiva il giornalismo. Per raccontare e svelare potere e conflitti.

Il web 2.0

Con il web 2.0 la rete tende ad assumere – staccandosi sempre più dall’idea iniziale di biblioteca – un assetto più simile a quello di un deposito di oggetti che possono comunicare fra loro: parole, immagini ferme e in movimento, suoni. Tutto può comunicare con tutto, ogni oggetto può aderire all’altro. Grazie ai tag, alle parole-marker che vi sono annesse, grazie alla capacità dei motori di ricombinare gli oggetti attingendoli di continuo dal deposito, dalla propria base di dati. Grazie alla sempre maggiore capacità delle macchine di funzionare sulla base di software che permettano loro di comprendere il linguaggio “naturale” degli esseri umani. Se dobbiamo credere agli sviluppi del cosiddetto web semantico, presto vedremo questi oggetti modellarsi sul nostro linguaggio: comprendere il nostro modo di esprimerci e le domande che sapremo rivolger loro e modellare una risposta coerente. Tutto ciò non esisteva ancora dieci anni fa.

La parola internet copre veri e propri “mondi” e culture diverse che ci accompagnano negli ultimi venti anni e che sono molto diversi tra loro. Con una tecnologia chiamata Ajax possiamo oggi trasformare un sito in una piattaforma, con un’esperienza d’uso del tutto simile a quella che abbiamo quando un programma, come per esempio la posta elettronica, gira in locale sul nostro computer. Con l’Xml, un linguaggio di marcatura che separa il contenuto dalla sua rappresentazione grafica, possiamo collazionare intere parti di contenuto da un sito, separare il motore (testi, video, audio, grafica, foto, animazioni) dalla carrozzeria, rendere questi elementi liquidi e far prendere loro la forma del “recipiente” in cui li versiamo. Con altre tecnologie, dette server side include, possiamo fare in modo che siti ingoino interi altri siti, come giornali che ne contengano altri o romanzi che contengano altri romanzi. I siti non sono più mondi chiusi, di pura consultazione, ma strumenti di interazione in cui il valore maggiore è portato dall’azione degli utenti, dall’insieme delle relazioni, conoscenze, esperienze, che riversano al loro interno.

Attraverso le Api (interfaccia di programmazione di un’applicazione), il codice che consente ai programmatori di utilizzare i siti come pezzi di software per innestarvi sopra altri siti, altre applicazioni, nasce il mash-up, il mescolamento di diversi siti-parti per creare nuovi oggetti, sintesi di mondi precedenti.

Cosa significa che gli oggetti si aggregano fra loro? Che tutte le notizie che appaiono su un sito di news possono essere riprodotte, senza alcun intervento umano, dentro un altro sito. Che posso vedere e riprodurre sul mio blog tutti gli interventi, fossero pure stati scritti in Papuasia, ma che si riferiscono a una mia affermazione, purché quel mio testo sia stato linkato. Che le foto che ho scattato e le idee che esprimo su un tema politico possono ricombinarsi con quelle di altri in un luogo terzo – che si chiami Flickr o Digg – andando a comporre, come mattoncini di un codice, costruzioni fornite di senso sulla base di una parola chiave. Magari disponendosi automaticamente su una mappa geografica che si aggiorna da sé e mi mostra tutte le persone che in quel momento, nel mondo, stanno vivendo la mia stessa esperienza.

I miei contenuti mi superano, si oggettivano, camminano per la rete e vanno a ricombinarsi, disseminati, dentro contenitori che non riesco a immaginare.

Cosa significa innovazione

Dunque il web è “vivo”, cresce, scambia le proprie valute, la società vi prospera. È la somma delle conoscenze di chi vive la rete. La macchina, come ha raccontato nel suo video geniale l’antropologo Michael Wesch[24]
è noi stessi, apprende da noi e cresce di valore alla connessione di ogni nuovo utente. È software che permette aggregazione.

Forse va descritta qui un’altra insufficienza concettuale, la più grande, la più grave. Quella della parola Internet. O della parola rete. È come se parlassimo di “strade” intendendo insieme le mulattiere sterrate dell’Appennino meridionale e le autostrade a otto corsie della California (ma presto dovremmo dire della Cina). È accettabile una simile generalizzazione? No di certo. E allora perché in questo caso si usa? Siamo di fronte a un oggetto che cambia di continuo, mentre le parole restano ferme. Le nostre definizioni non tengono il passo perché abbiamo deificato nella parola “internet” una realtà che non esiste. Ogni volta che dobbiamo spiegarla a persone “non digitali” abbiamo problemi a trovare una metafora per rendere questa caratteristica di esistenza in vita della rete.

Qui saccheggiamo un caro amico, il fisico e matematico Alberto Berretti: “Internet è una rete stupida. Completamente priva di ‘intelligenza’. Il suo unico scopo è trasportare pacchetti di dati (‘datagrammi’) da un punto all’altro della rete, e non è capace di fare bene neanche quello: anzi, non si suppone nemmeno che lo faccia bene, perché il datagramma potrebbe arrivare o potrebbe non arrivare, potrebbe arrivare due volte, e datagrammi spediti in un certo ordine potrebbero arrivare in un altro ordine, e prendendo vie diverse, e tutto ciò non costituirebbe un malfunzionamento, un ‘guasto’, di internet: sarebbe – anzi è – il suo funzionamento quotidiano”.

“Dov’è l’intelligenza? Perché una rete così stupida ha avuto tanto successo? L’intelligenza è tutta sul bordo, su quello che internet unisce: i computer che a essa si collegano (il corsivo è nostro). Perché deve essere così, e perché le eventuali alternative (una rete ‘intelligente’) sarebbero fallimentari? Mi correggo, sono state fallimentari, c’è un’esperienza pluridecennale in materia. Ci sono due ottime ragioni, una che guarda verso il basso (cosa c’è ‘sotto’ internet, con che cosa si fa internet) e una che guarda verso l’alto (cosa c’è ‘sopra’ internet, cosa si fa con internet).

“Internet può utilizzare qualsiasi supporto trasmissivo per far passare i suoi datagrammi: astrae completamente da esso (e questa è la prima ragione). I datagrammi possono passare su fibre ottiche, essere trasportati da piccioni viaggiatori, o comunicati in codice da indiani Navajo, non importa: addirittura possiamo inventarci nuovi metodi per trasmettere dati senza che debba cambiare nulla di come funziona l’internet che ci sta sopra. È evidente quanto questa situazione sia vantaggiosa e porti a risparmi enormi nella gestione della rete (peraltro, è la ragione per cui si parla di internet). [...] Ma la seconda ragione è ancora più importante: se l’intelligenza, le applicazioni dunque, stanno tutte nell’edge, nel bordo della rete, cioè nei computer che vi si collegano, nuove applicazioni possono essere sviluppate, testate, provate, introdotte e messe in opera senza che sia necessario intervenire sulla rete medesima. In altre parole, chiunque (chiunque abbia un minimo di competenza tecnica, sappia programmare e sappia come funziona internet: chiunque abbia studiato un minimo, insomma) può svegliarsi la mattina e inventarsi una nuova applicazione della rete, basata su un nuovo protocollo, scrivere il codice e provarlo. Provate a fare la stessa cosa su altre tipologie di rete: un nuovo canale interattivo sulla tv digitale, un nuovo servizio sulla rete cellulare, o cose del genere: solo l’operatore, con un costo considerevole, può sviluppare e mettere in funzione un nuovo servizio (il corsivo è nostro).

“C’è un vantaggio in tutto ciò? Sì, enorme: l’innovazione.

“Senza questo principio” scrive Berretti “che noi tecnici chiamiamo il principio ‘end-to-end’, nuove applicazioni della rete non sarebbero mai nate. Internet non è nata per l’email, che è stata un’invenzione successiva venuta dall’uso pratico delle risorse di rete che i primi utenti andavano facendo. Tantomeno internet è nata per il web: il web è nato molto, molto dopo la rete, e inizialmente è stato solo una delle tante applicazioni, e non la più importante; il web l’ha ‘inventato’ uno specifico personaggio (Tim Berners-Lee), e la sua invenzione ha avuto successo dopo che è stata realizzata e messa alla prova nella pratica: avrebbe potuto non avere successo, come altre simili applicazioni (come il Gopher). (…)”. Fin qui Berretti.

La cultura dell’innovazione

Chiaro, no? Sul bordo ci sono gli umani, non le macchine. Chiunque sappia farlo, può svegliarsi una mattina e provare un nuovo software che “fa” una cosa diversa, perché la rete, stupida, permette di farlo. Non è l’insieme di protocolli matematici che permette alla rete di sconvolgere la cultura. Sono le applicazioni che l’intelligenza umana produce, la sua visione delle cose, le soluzioni nuove a problemi vecchi, o nuovi problemi e nuove soluzioni, lavorando al bordo dell’intelligenza. Soluzioni nuove a problemi nuovi: Google. La necessità di cercare in modo efficiente attraverso grandi masse di dati proprio il dato giusto.

Non è un caso che in alcuni tribunali statunitensi si sia sostenuto che al codice andrebbe riconosciuta l’applicazione del Primo emendamento, cioè quello che riguarda la libertà di espressione: «Congress shall make no law respecting an establishment of religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging the freedom of speech, or of the press; or the right of the people peaceably to assemble, and to petition the Government for a redress of grievances» [25].

Scrivere codice significa scrivere istruzioni in un linguaggio leggibile dalle macchine ed è una attività destinata ad avere conseguenze sull’organizzazione della vita delle persone. Ha a che fare con la vita umana, con la creazione del pensiero umano. Si pensa il mondo e lo si “discute” scrivendo le proprie idee e facendole agire dalla macchina. Si applica dunque a questa attività l’emendamento che protegge il free speech, la libertà di parola. Quindi tutto è “scrittura” – anche le applicazioni: dal disegno dei siti all’aggregazione, da un messenger alla posta, dal modo di organizzare l’informazione dentro Google ai social network –, tutto è pensiero. È possibile leggerne contro luce la trama dei rapporti umani, la “cultura” che vi è connessa, come cerca di fare sempre il giornalismo. Ma è possibile farlo – ed è ipotizzabile capirlo – se accanto agli aoristi e al periodo ipotetico il “critico della rete” ha capito qual è il linguaggio umano e il fenomeno sociale che sta osservando. La “tecnologia” non esiste: è pensiero umano espresso in linguaggi diversi. Anche la matematica, per certi versi, è questo. Se si condivide questo concetto e resta chiaro che la rete “abilita” chi abbia la preparazione a costruire “nuovi mondi”, se si intuisce che la rete è uno spazio non-vuoto ma libero, ridisegnabile a piacere, ci appare molto più chiaro come sia nato da circa vent’anni un “movimento” che produce avanzamento continuo e costante, in parte legato all’industria del software e quindi a driver puramente economici, in parte libero e autodiretto. Dal monitor dei geek di ogni parte del mondo vengono nuove proposte che vogliono cambiare il mondo. Riscriverlo, riformularlo in informazione pura. D’Alembert abita in Silicon Valley, e ciò che chiamiamo “internet” è un fenomeno sociale, economico e conoscitivo molto più ampio, destinato a non arrestarsi con le crisi economiche, in un certo senso il portato più profondo della globalizzazione – un ingegnere di Bangalore e un gruppo di tecnici di Shanghai possono quanto e più di una struttura tecnica europea ben pagata e “umanistica”.

Ecco perché internet, cioè il digitale, non è “tecnica” ma una cultura. La cultura del nostro tempo. Non un contenuto.

I mercati sono conversazioni, i media sono conversazione

Tra le stagioni del web la più significativa e duratura è quella del blog. In realtà, se volessimo assumere come punto di riferimento la data, o perlomeno il periodo in cui un fenomeno entra sotto la pelle dei media e della nostra percezione mediale, dovremmo postdatare i blog al biennio 2002-2003. È in quel momento che si realizza la massa critica che permette al mezzo di essere autoconsapevole e di entrare nella conversazione – per usare il bel termine gergale che indica l’insieme di quanto viene detto attraverso tutti i social media della rete.

È con la nascita di Technorati nel novembre 2002 che lo “strumento prende coscienza di sé”, esiste e consiste non di qualcosa che sia stato tolto ad altri ma di un nuovo territorio aggiunto all’universo digitale.

Non si finirà mai di dire quanto sia stato importante questo aspetto nel farsi della cultura digitale. Altri (Giuseppe Granieri nei suoi tre saggi già citati) hanno sottolineato quanto i blog siano stati la base del sistema nervoso della conversazione, che vive e opera secondo i caratteri della pertinenza, dell’aggregazione, della volontarietà e gratuità. La conversazione come modo di sviluppo del discorso collettivo, come disegno autogenerantesi della “mente” della rete[26].

La “conversazione” è anche lingua dei blog, la loro espressione più alta e più compiuta. I blog sono solo la prima pietra della forma conversazionale del web: i link e le citazioni non fanno altro che creare un dialogo tra punti e soggetti diversi della rete. Secondo Technorati, esistono in questo momento nel mondo 133 milioni di blog attivi (giugno 2009) – anche se di recente è stato scritto che il 95% di questi si trova su un binario morto perché non aggiornato dagli utenti. Il punto è che Technorati è in crisi perché la conversazione si è spostata in parte su Facebook, in parte sui mezzi leggeri della rete, Twitter e FriendFeed. Era anche fatale che il blog, per sua natura strumento “giornalistico” fosse destinato a interferire con l’immaginario giornalistico e a creare quella forma di “conversazione ostile” verso i media, che è un genere diffuso in tutto il mondo, alcuni paesi autoritari inclusi.

Sono noti i molti casi di “sputtanamento” e di bashing da parte dei blog verso servizi o affermazioni dei media mainstream. Il più famoso resta quello che è costato il posto a Dan Rather, storico anchorman della Cbs e tra i più significativi rappresentanti dei media come watchdog del potere. Un servizio dell’emittente (che risale al 2004) denunciava che il presidente George Bush aveva evitato il servizio militare imboscandosi nella Guardia Nazionale. Riprodotto anche su web, il servizio era corredato da documenti dattiloscritti dell’epoca. Tanto è bastato perché alcuni blogger conservatori si accorgessero che quelle lettere – che Rather aveva ricevuto e probabilmente non aveva guardato con attenzione – non potevano essere del 1972, perché nel testo era stato usato un tipo di carattere (i “font proporzionali”) disponibile solo dagli anni Novanta. Oltre alla testa di qualche producer, è saltata anche quella di Dan Rather, costretto al pensionamento anticipato.

In proposito, è stato scritto con qualche enfasi ma senza infedeltà da Christian Rocca: “C’è in corso una rivoluzione e i rivoluzionari stanno vincendo. La notizia della settimana è la seguente: alcuni signori sconosciuti che su Internet si firmano con strambi nomi tipo Free Republic, Power Line e Little Green Footballs stanno facendo crollare una delle cattedrali del giornalismo mondiale: la Cbs News del mitico Dan Rather”[27].

Nel 1999 al Medialab del Massachussetts Institute of Technology un’anziana signora di origine tedesca espose per la prima volta un progetto chiamato “Silver Stringers”. Niente di particolarmente complesso, se guardato con gli occhi di oggi: un sistema editoriale multiutente che permette di pubblicare pagine web all’interno di un albero di contenuti. Fin dal nome (Silver richiama il colore brizzolato dei capelli) dichiarava il gruppo di persone destinatario del progetto: un gruppo di anziani di buona formazione e di livello culturale alto. Dato il carattere di gruppo dell’esperimento, si tendeva a fare “numeri monotematici” su argomenti specifici, tra i quali quello memorabile dedicato interamente alle esperienze che gli autori avevano avuto da bambini durante la grande depressione seguita al crollo di Wall Street del 1929.

Nulla tuttavia impediva – e infatti vi fu uno sviluppo in questo senso – che il sistema fosse usato per manifestare opinioni personali e per condividere contenuti. Da quell’esperienza al Mit svilupparono un sistema editoriale per comunità adottato in Italia all’interno dei siti di Kataweb dedicati alla scuola (in sei anni è stato usato da tredicimila gruppi scolastici o di classe)[28]. La sua naturale evoluzione, Repubblica@scuola, ha ricevuto nel 2009 il premio “World Young Reader” della Wan (World Association of Newspapers) come miglior progetto dell’anno per i giovani a livello mondiale nella categoria “Making the news”.

Dunque il blogging si afferma come una dimensione della manifestazione del pensiero, basata su una social currency, su una ragione di scambio che è il link, per dar credito a coloro i quali hanno già scritto del medesimo argomento, ma anche per interloquire con loro. Il link diventa pure, all’interno di Technorati e di Google, una delle unità di misura della popolarità del blog.

Ma proprio mentre Technorati certifica, nell’estate 2009, un certo esaurimento del fenomeno, è bene dare ai blog il merito che ai blog appartiene. Nel pieno della crisi dovuta agli eccessi delle dot.com, i blog sono arrivati. E hanno detto al mondo una cosa assai semplice: che internet c’era. Ed era qui per rimanere, crescere, ramificarsi. Certo i nuovi venuti e gli innovatori spesso ignorano l’etichetta, dicono molte fesserie e tra loro ci sono regolarmente i furbi in malafede. Ma è il processo oggettivo che conta. Sempre.

Il web delle persone

Con i blog la consapevolezza sociale generale ha fatto un altro passo in avanti fondamentale. Ci si è resi conto che nel web si muovono persone. Semplicemente i blog hanno detto ai media e poi al mondo due cose, o forse solo una: nella rete c’è gente che parla. E che non chiede certo il permesso di farlo.

Ma, ancora di più, i blog hanno pesato nel dare sviluppo alle applicazioni del web 2.0, come per esempio i depositi di bookmark e quindi di collegamenti (Digg, Delicious, Slashdot, Wikio). E hanno anche prodotto l’ennesimo tentativo di riprodurre la metafora del portale, con le diverse piattaforme di blogging (non WordPress o Typepad) come i vari Cannocchiali e Blogosfere, le piattaforme cattoliche, quelle democratiche fino a quelle dei partiti, dove il peggio dell’attitudine retorica e di insulto della politica italiana si spreme come da un limone marcio ma inesausto. E tuttavia anche questi tentativi dimostrano che la tendenza di queste molecole è di addensarsi in aggregazioni che tendono a somigliare a organi di informazione, a forme di news e di reporting; il tentativo, sotto la parola “aggregatore” è stato fatto ma – almeno da noi – per ora non ha superato la prova in modo soddisfacente.

Così da iGoogle a Netvibes, a Newsvine si è assistito al consumarsi dell’idea che in qualche modo l’informazione possa essere aggregata in modo autonomo dalla scelta professionale degli specialisti. Importante averlo scoperto, ma il mondo oggi si è definitivamente convinto che il problema non è questo.

Peraltro le forme della comunicazione si segmentano per livello sociale e culturale: se fosse proposto oggi a un ragazzo che usa Msn per comunicare, Facebook per leggere dei suoi amici e la homepage di un qualsiasi portale per informarsi in modo casuale sui fatti della politica e del mondo, il blog sarebbe visto come una roba da pochi, da letterati, da fanatici della torrenzialità espressiva. Dove c’è una dieta di comunicazione fatta di telefoni e di messenger, una full-time intimate community

[29], una comunità di amici con i quali si è in contatto permanente durante la giornata e con i quali non è importante scambiare contenuti, ma prima di tutto, appunto, contatto, intimità, è difficile che vi sia colto e posato blogging. Ritornano nella più moderna delle tecnologie fantasmi antichi che mai avremmo sospettato: le classi sociali? Ma soprattutto, per tornare al focus del nostro discorso, come possono i media tradizionali inserirsi in questa full-time intimate community, capire e diventare parte di questa conversazione?

Una polemica da saltare a pié pari, una cosa di cui ricordarsi

Perché i media hanno vissuto male l’affermarsi dei blog? Perché i blog hanno vissuto male il loro rapporto con la stampa?

Non c’è alcun dubbio che giornali e giornalisti, per non parlare del nulla televisivo, abbiano vissuto male l’affermarsi dei blog come soggetto della conversazione dei media. Attenzione: non della conversazione internet, ma dei media. In realtà ciò che ha sconvolto l’assetto del giornalismo è la nascita dello spazio nuovo della conversazione, come luogo e come soggetto “parlante”. Perché segna la fine di una centralità sulla scena del discorso pubblico che non era stata prevista e immaginata. Perché costringe a constatare la fallibilità del proprio lavoro e ad accettare la critica e la rettifica di massa anche quando “non arriva sulla carta intestata dell’avvocato”, per dirla con Dan Gillmor.

Perché cambia le ragioni del nostro potere mettendo finalmente in luce cos’è il giornalismo di establishment: non è questione di essere beccati in errore o di essere insultati (accade, ma è marginale); il pubblico che parla non provoca la crisi del ruolo, la rivela: scopre la difficoltà del giornalista-mediatore – e qui non parliamo della singola figura individuale – ormai diventato un impiegato del corporate newspaper.

Non a caso la critica più fondata non è quella – splenetica, rabbiosa, inconcludente – del “facciamo noi l’informazione”, oggi superata. Ma quella che dice al giornalista “tu non fai più il lavoro che io mi aspetto che tu faccia”. I successi di vendite in caso di scoop contro il potere lo testimoniano chiaramente.

Le ricerche sulla blogosfera: ecolalia dei mezzi

Sui contenuti delle ricerche che si effettuano su Google il motore ha costruito una sua industria di secondo livello, in cui le parole ricercate vengono utilizzate, dopo che sono servite quale veicolo dei messaggi pubblicitari collegati al search, come un deposito di saperi finora indisponibile e sconosciuto. Alcuni di questi risultati sono entusiasmanti perché aprono prospettive finora inesistenti o perlomeno sconosciute. Possiamo seguire l’insorgere di una epidemia di influenza nelle diverse regioni della terra solo osservando le coordinate geografiche delle ricerche connesse all’infezione. Altri strumenti – Google Trends, Google Zeitgeist, Insights – ci permettono di comprendere la direzione dei pensieri collettivi. E anche in questo caso possiamo localizzare e mirare al meglio la nostra ricerca.

In realtà le opportunità offerte da quel deposito sono ben maggiori di quanto viene offerto al pubblico, e si spingono a definire – sia pure, speriamo, in modo anonimo – i nostri profili demografici in modo perfetto. La sintonia fine che il motore dimostra con le nostre azioni, addirittura di quelle compiute “nel chiuso” della nostra mailbox, è a volte sconvolgente. L’ha notato anche Cory Doctorow, divulgatore scientifico e tecnologico, uomo di rete e soprattutto apprezzato scrittore.

In un suo racconto, il protagonista torna negli Stati Uniti dopo un lungo viaggio. Subito dopo aver mostrato il passaporto agli addetti del servizio di immigrazione, è convocato in una saletta. Ci sono dei problemi, gli viene spiegato, e comincia un interrogatorio sulle sue idee, posizioni politiche, azioni, relazioni. Alle sue contestazioni, il giovane funzionario risponde che no, non sono state fatte particolari ricerche sulla sua persona. È solo successo che lo stato federale abbia appaltato a Google l’intera attività di controllo aeroportuale. Il personaggio pensa allora di essere stato spiato dal motore. Ma ancora una volta si sbaglia: non abbiamo spiato il contenuto delle sue comunicazioni, gli si dice, ci siamo limitati a guardare gli AdSense[30], gli annunci pubblicitari contestuali ai contenuti che appaiono sulle pagine della sua casella di posta Gmail.

Google dunque è perfettamente in grado di offrirci un panorama fedele delle ricerche, quindi delle intenzioni di conoscenza delle persone che lo usano. Ciò che colpisce chi consulti quei registri è la puntuale, completa, totale corrispondenza tra una certa agenda dei media e le ricerche effettuate. Non con l’agenda dei giornali, si può star tranquilli su questo, politica ed economia non rientrano negli interessi di chi effettua le ricerche. Ma con l’attualità che sta fra i reality, l’ultimo cartone animato uscito al cinema, il protagonista dell’episodio di cronaca o la questione più intricata della politica – e non appunto i politici che la agitano. Gli strumenti di Google sono un vero studio dello spirito dei tempi perché ci rende ragione degli spostamenti degli umori di un paese rispetto ai suoi media.

Se invece stringiamo di più il nostro zoom su alcune forme della conversazione, in particolare su quella dei blog, scopriamo che da qualche tempo si cerca di radiografare la conversazione con diversi approcci metodologici, in genere con l’analisi dei tag inseriti dagli stessi autori. In Italia BlogBabel ha sperimentato un approccio analogo a quello di Technorati prendendo in considerazione soprattutto il numero di link effettuati a un certo argomento e il numero dei commenti, quindi basando lo studio sui criteri di popolarità all’interno della rete. Altri approcci, fondati sul web semantico, stanno dimostrandosi più efficaci.

Al di là di questi tentativi, abbiamo personalmente dato vita a un esperimento di “cronaca della conversazione” fondata sugli strumenti tradizionali del giornalismo: Netmonitor di Repubblica.it. Sulla base di un’attenta lettura di diverse piattaforme di blogging, osservate nei loro aggiornamenti lungo l’arco della giornata (compresi i link esterni e i commenti), venivano tenuti sotto controllo i temi più discussi, riscontrandoli poi con quelli presenti sui media

L’osservazione empirica conferma ciò che i dati quantitativi di diverse ricerche hanno affermato più e più volte, indipendentemente dalle metodologie seguite: la blogosfera mima l’agenda dei media e dei giornali con una maggiore vicinanza alla scaletta delle news e della cronaca politica. Lo fa fino a sfiorare l’ecolalia. E lo fa in tutti i settori, dalla politica alla cultura, dall’economia (esistono blog di economisti mediamente di grande interesse culturale) all’attualità. Non è da fraintendere il termine “ecolalia” che è descrittivo, non valutativo. In alcuni casi la sovrapposizione produce una capacità di regolare e influenzare l’agenda dei giornali. In altri casi – la grande maggioranza – la conversazione rimane al di sotto della soglia dell’egemonia ma realizza un accompagnamento e arricchimento dei media che non guasta.

Detta diversamente, l’Italia che emerge dagli strumenti di osservazione di Google mette in luce uno scarto tra il paese e una fisionomia dei media ben precisa: c’è il personaggio del reality, ci sono molte occorrenze giovanili, c’è il segno dell’ultima emergenza.

Lo Zeitgeist è generalista e interclassista, è “popolare”. La conversazione della blogosfera è mediamente colta, ma molto più identificabile con il profilo della stampa. Naturalmente questa affermazione non avalla la presunzione snobistica con la quale molti giornalisti guardano ai blog quali fonti di notizie (“Dai blog non mi viene niente di utile”: certo, a non saperli usare, non si troverà in quelle parole l’indizio, la traccia, il suggerimento o perlomeno il fenomeno che interessa).

Siamo molto lontani dall’idea originaria che i blog avevano di se stessi all’inizio del loro ciclo in questo paese. Più che mezzi di opinioni pubblica, nuovi media in via di maturazione, nei quali anche l’inserimento di una radio e di rubriche avrebbe fornito la possibilità di crescere verso una forma mediale adulta. Ciò non è avvenuto anche perché questo è il paese che è: Arianna Huffington ha potuto utilizzare in partenza cinque milioni di venture capital e altri dieci cammin facendo. È tutta un’altra storia.

C’è tuttavia un effetto di mimesi dialogante che è molto curioso ed è alla base dell’interruzione dell’esperienza di Netmonitor: Il blogger – come condannarlo per questo? – adora essere segnalato, nessuno scandalo in questa aspirazione. Anzi, uno strumento di comunicazione deve comunicare, è la sua natura.

Succede allora che il tono, il taglio e perfino il tempo degli interventi si plasmi sull’iniziativa editoriale. Facendo di tutto per essere citati, si finisce con l’alterare, dal punto di vista del cronista, il dato. Che l’osservatore modifichi ciò che è osservato è tema di psicologia, di filosofia della scienze e perfino della fisica. Non hanno fatto eccezione i blog e il cronista di Repubblica.

La nuova generazione: mezzi carcerari, mezzi rivoluzionari

È curioso il fenomeno della periodizzazione degli strumenti del web 2.0. La maturazione del blog, la convergenza con la telefonia mobile, il concetto di conversazioni che si frantumano mantenendo l’unità del tema hanno prodotto due strumenti come Twitter e FriendFeed. Mentre MySpace mostrava i primi segnali di esaurimento, è esploso il boom di Facebook.

Altrove parleremo meglio di Facebook: qui è importante sottolineare due sue parentele: la prima con la struttura del walled garden, in secondo luogo il “possesso” dell’utente e dei suoi dati. La struttura chiusa di Facebook, insieme alla sua duplicazione di ogni applicazione – non c’è niente in Facebook che non si possa fare a volte molto meglio sul web – ci ricorda il tentativo, ora coronato da successo, di tenere le persone all’interno di uno spazio chiuso, e del piacere che le persone provano a starci, grazie al fatto che in questo caso è come ritrovarsi a scuola, perché ci sono i registri, le classi, i gruppi, gli scazzi, le camarille e confraternite. Ma verso questo gigantesco mostro dove si pretende di moderare il comportamento e le espressioni delle persone attraverso software non c’è una nostra antipatia personale. Il giardino chiuso rischia di diventare anche una prigione tecnica: teoricamente si potrebbe conoscere e usare Facebook senza saper usare la rete, un enorme ridimensionamento dell’esperienza web per motivi di sfruttamento economico delle persone e dei loro dati. “Chiuso” significa in questo contesto “che tende a chiudere il valore economico dentro un oggetto, un’applicazione, un servizio”. Il che non sarebbe un gran male, se questa scelta non fosse poi all’origine della suddetta gestione delirante delle conversazioni tra persone (come vedremo nel capitolo sulla privacy), e se non fosse all’origine di pratiche di gestione della privacy al di là di ogni accettabile livello di manipolazione e scorrettezza[31].

La metafora pare poi fatta apposta per manipolare individuimassa. Nello spazio chiuso ma affollato, e privo di ogni rapporto con fonti di informazione esterna, basta un esagitato per innescare campagne e mobilitazioni fondate su vere e proprie menzogne, diffamazioni, calunnie. Nello spazio chiuso nascono leadership disoneste, mobilitazioni fasulle, proliferano le cause marginali e a volte inutili. Tutto sembra fatto per ottenere un gigantesco esperimento di marketing in doppio cieco. L’utente ridotto a cavia e internet al suo incubo. Di Facebook il mondo si accorgerà tardi, poi diventerà una storia di tribunali e mostri, ma intanto 180 milioni di individui gli hanno già consegnato le proprie esistenze. Meglio, molto meglio Twitter e FriendFeed. C’è da augurarsi che la gente se ne stanchi prima. Ma troppo forte è il fascino malato della struttura di contenimento.

C’è sempre un esperto pronto a dirti che un fenomeno è fallace, assurdo, fragile. Che scomparirà come è scomparsa Second Life, ammesso che SL sia scomparsa e non sia soltanto uscita dagli schermi radar dei nostri facili entusiasmi.

Ugualmente, si è teorizzato per mesi su Twitter, cogliendone la sua natura sms-like. Fino ai giorni di Teheran e della protesta “Where is My Vote?”, quando il web 2.0 ha incontrato la politica e ha superato per sempre la fase del virtuale. Il web leggero, smart, phone-based ha fatto la sua apparizione vittoriosa – ma per la verità quelli sono stati anche i giorni di YouTube e di Flickr e di tutto quanto è social network e social media, e i giorni di Google Translate, che proprio in quelle ore inaugurava il servizio per la traduzione in e dalla lingua farsi.

È la natura dei mezzi sottili, veloci, azionabili da un telefono che ha battuto almeno in parte la censura e ha realizzato qualcosa di più della semplice elusione: è stato evidenziato il potere di mobilitazione del web 2.0, oltre che di informazione secca, forte, non più nemmeno aggiuntiva ai media. Molte di quelle notizie per il giornalismo tradizionale non erano tali? E chi ha mai detto che sarebbero state notizie già pronte da pubblicare? Il gioco del giornalismo, il nostro gioco, non era più pesante e ruspante, non significava dover distinguere tra servizi e rivoltosi, tra sbirri e scioperanti, tra assassini e assassinati? Le rivoluzioni fanno bene alla salute: il web 2.0 ha incontrato la politica, e quindi il potere, nel giorno del sangue e della repressione. Da qui non si torna indietro. Il giornalismo di OxfordGirl vale più di quello di Reuters, che ne ha rilanciato per giorni, come ovunque in ogni parte del mondo, i tweet.

Altra questione sono gli usi di Twitter. Nei giorni di Teheran abbiamo assistito alla creazione di un alone conversazionale, cui hanno partecipato solo per il 37% gli utenti iraniani. A esso ha preso parte, con toni indignati, l’insieme dei media occidentali, che nel corso della primavera 2009 ha occupato Twitter nella sua perenne ricerca di nuovi canali di distribuzione e di nuovo pubblico.

Abbiamo qualche esperienza. In diverse occasioni abbiamo utilizzato Twitter per cronache “istantanee” di Repubblica.it: è successo in occasione del congresso costitutivo del Popolo della Libertà e per il G8 di L’Aquila.

È stata un’esperienza faticosa ed entusiasmante. Faticosa perché ciò che avviene nel giornalismo stampato nel corso di un pomeriggio e in quello online nel giro di un’ora (decidere qual è il racconto che vuoi fare), nel caso di Twitter è “tutto l’evento secondo per secondo”. La compressione dei tempi del racconto spinge al limite della diretta: devi decidere nel giro di pochi secondi se il concetto appena espresso dal relatore merita un messaggio. Anche perché potrebbe accadere che pochi secondi dopo ve ne sia un altro meritevole di attenzione. Ma è anche possibile usare il tweet in completa sintonia con gli altri linguaggi dello stesso mezzo: nello stesso messaggio di 140 caratteri puoi copiare un titolo, puoi segnalare un interessante sito straniero, puoi collegare un video di YouTube o una galleria fotografica di Flickr. Liberata dalle forme cristallizzate della scrittura giornalistica, la cronaca Twitter dà una vertigine di libertà a chi la compone e si candida come un mezzo che può fare molta strada dentro la cronaca standard.

Del resto nulla è mai veramente nuovo. Negli anni Settanta, nelle sale scommesse e nelle agenzie ippiche di Roma, c’erano monitor in bianco e nero che, in assenza del collegamento video, trasmettevano strisce di notizie che venivano scritte da corrispondenti in loco. E, se lo state pensando, la risposta è sì: alla base c’è più o meno lo stesso sistema usato per la grande truffa de La stangata.

Twitter e Paul Newman, in fondo, sono parenti.


[16] La rete internet è nata negli anni Sessanta, con finanziamenti del Ministero della Difesa Usa. Il web, interfaccia grafica e collegamento ipertestuale tra documenti in rete, è giunto solo all’inizio degli anni Novanta.

[18] The Virtual Community: Homesteading on the Electronic Frontier, Perennial 1994 (poi The MIT Press 2000).

[19] Nell’edizione originale, The Difference Engine, pubblicato nel 1990 (il coautore è William Gibson) e poi in Italia da Mondadori nel 1992.

[20] In questo filone rientra l’idea, legata all’economia del dono, che i mass media siano espressione di una economia della scarsità. Essa permette l’esercizio della libertà di parola solo attraverso strutture dedicate che chiameremo media. Questi esercitano da soli, a titolo privato, un diritto collettivo che appartiene a tutti.

[21] Il discorso di Jobs sottotitolato in italiano è disponibile su YouTube diviso in due video: http://www.youtube.com/watch?v=nFKY8CVwOaU (prima parte), e http://www.youtube.com/watch?v=G3bCOLl_1NE (seconda parte).

[22] Questo stesso fenomeno, per una sfasatura temporale tra Usa ed Europa, arriverà in Italia sul finire degli anni Novanta.

[23] Cfr. Michela Marzano, Estensione del dominio della manipolazione, Mondadori, Milano 2009.

[24] The Machine is Us/ing Us: http://www.youtube.com/watch?v=NLlGopyXT_g.

[25] Il Congresso non può fare leggi rispetto a un principio religioso, e non può proibire la libera professione dello stesso: o limitare la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per riparazione di torti.

[26] Sono prospettive di indagine affascinante ed è un vero peccato che tutti o quasi gli studi psicologici che vengono dedicati alla rete siano assolute banalità, e pen-satori originali diano una lettura sempre negativa dell’esperienza umana con internet. Sarebbe importante che l’atteggiamento fosse diverso perché la rete, al fuori di noi, non esiste: è un’immagine mentale condivisa. È di questa che parlia-mo quando discutiamo di illusioni, alienazioni, perdita di identità e di mostri. Nulla di più mentale del mostro, in ogni epoca.

[27] http://www.camilloblog.it/archivio/2004/09/16/i-blog-svelano-lo-scoop-anti-bush-di-dan-rather-rischia/. In Italia i blog sono più volte riusciti a cortocircuitare la comunicazione dei media ufficiali entrando nell’agenda informativa del paese: dal caso di Federico Aldrovandi, che abbiamo già ricordato, agli omissis del caso Ca-lipari svelati da Gianluca Neri nel maggio 2005 (http://www.macchianera.net/2005/05/01/il-rapporto-calipari-senza-omissis/). Altre volte i blog hanno messo in crisi l’immagine istituzionale delle aziende, com’è accaduto alla blogger BlackCat, che nel 2008 ha segnalato un caso di discriminazione del proprio bimbo autistico da parte della multinazionale della distribuzione Carrefour (http://blackcat.bloggy.biz/archive/3280.html).

[28] L’esperienza fu citata da Dan Gillmor, nel suo We the Media (O’Reilly, 2004, li-bro dove per la prima volta viene riconosciuta a pieno la trasformazione degli u-tenti in co-autori) come uno dei più importanti esempi di adozione di uno stru-mento editoriale di comunità su scala globale.

[29] Il concetto è stato approfondito da Joi Ito: http://joi.ito.com/weblog/2004/03/27/fulltime-intima.html.

[30] AdSense è il nome del servizio pubblicitario che regola su Google la vendita e la successiva distribuzione degli annunci sulle pagine degli utenti, con la garanzia che appariranno con la più totale coerenza tra quanto la persona sta cercando (ma anche scrivendo e leggendo) e il contenuto dell’annuncio. Funziona così bene che può accadere che mentre stiate ancora scrivendo l’e-mail con la quale propo-nete a un amico un weekend a Londra, sulla banda laterale della pagina appaia l’offerta di voli e di alberghi scontati in quella città.

[31] Il tema della portabilità e della possibilità di gestire i propri dati personali digitali è una delle grandi questioni ricomprese nei diritti dell’individuo di cui sentiremo parlare nei prossimi anni.

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2 Trackbacks

  1. [...] Non è un problema di nomi: è un problema di percezione. Occorre capire che quello che oggi è il Web2.0 non puo’ funzionare così bene come nella teoria, ed anche gli Eretici Digitali lo dicono assai chiaramente nelle loro interviste, e che ci sono già le prove per un miglioramento dello stato delle cose. Se viene mostrato questo cambiamento, viene percepito oppure no? La formazione e l’esperienza non sono elementi scontati, non sono cose che si possono comprare e non sono abbondanti: dipendono da noi, e le persone non sono automatizzabili. Che lo strumento faciliti l’adozione è una cosa, ma che tolga la necessità di formarsi, e di comprendere il contesto per poterlo usare appieno, è un altro discorso. Sono due aspetti che dovrebbero andare di pari passo. Questa è la realtà, e la fine di molti dei miti legati al Web2.0, in effetti. Una delle cose che più apprezzo nelle righe del volume degli Eretici Digitali. [...]

  2. Scritto da Terzo capitolo L’ossessione securitaria della politica il dicembre 14, 2009 alle 4:09 pm

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