Terzo capitolo
L’ossessione securitaria della politica

Come si diceva nel primo capitolo, non è questione di ignoranza. L’uguaglianza tra internet e pericolo è stata eretta a sistema molto presto. L’operazione-paura è nata con la rete e la accompagna, vero riflesso di un establishment – sia a livello dei singoli paesi che internazionali – che tende a chiudere la ferita di internet in modo conservatore.

E anche se non mancano esempi di folclore locale meritevole di attenzione, come qualche deputata ex soubrette che ha sposato una campagna di isteria dove si mettono sullo stesso piano l’atto di scaricare un film e l’adescamento di minori, occorre iniziare a ragionare di questo fenomeno in termini geografici più larghi. Non sarà una campagna indignata a farlo sparire, perché si rifà a un complesso molto forte e radicato, a un vero tema della cultura di questi anni: la Paura. A giudicare da come vanno le cose, è più probabile che vincano loro, i censori e i professionisti dell’inquietudine. Ma vanno presi molto sul serio. Perché stanno già vincendo, e perché una rete irregimentata non serve più a nessuno. Tantomeno all’attività di libera espressione e al giornalismo critico. Anzi, la Paura è racconto. Racconto della rete. E del suo rigetto da parte di un intero establishment.

Cina e Iran

Il complesso paura-censura avvolge il mondo come la rete Internet. Si fa presto a dire che “noi siamo diversi dai cinesi”. Se si va nel concreto, ci si convince che i cinesi pestano solo più forte sui tasti dello stesso strumento musicale. Ma lo fanno con una loro genialità che domina l’ambiente, ne stabilisce i confini, ne setta gli standard, lavora a una vera e propria cultura del controllo sociale, cui si rifanno, in modo nemmeno così nascosto, anche regimi che pretendono di essere profondamente diversi da quello di Pechino.

Abbiamo accennato all’inizio alla censura cinese. Si dovrà un giorno scrivere – e sarà benemerito chi lo farà, con il necessario e coraggioso lavoro di ricognizione sul campo – la vera storia di questo fenomeno. La storia umana non ha mai visto un tale spiegamento di persone (trentamila secondo alcuni, centomila secondo altre fonti), mezzi, elaborazione tecnologica. Pratiche tecniche quali il filtering e l’ispezione dei pacchetti vengono coniugate con la mobilitazione di massa del controllo politico. Si è favoleggiato di un “esercito dei 50 centesimi” composto da blogger retribuiti per scrivere testi favorevoli al regime. Temiamo che non ci sia bisogno di pagarli. Gli osservatori occidentali sono d’accordo nel rilevare la capacità cinese di usare gli stessi cittadini elettronici a fini di delazione e controllo sull’attività degli altri, perlomeno sulla parte visibile della loro azione. Siamo quindi di fronte a una componente tecnologica e a una componente umana del controllo sociale e politico, di cui la censura è solo la parte finale, l’azione repressiva. A monte di tutto sta un complesso di leggi che pone in capo a soggetti sempre diversi dagli utenti la responsabilità di quanto accade. Una sorta di spostamento continuo in direzione della responsabilità oggettiva, in modo che altri, che non sono lo Stato, realizzino una sorta di principio di sussidiarietà della censura e si crei così quel sentimento di autocensura e timore in tutti i passaggi della catena del controllo.

In questo modo le aziende sono ritenute responsabili di quanto si fa attraverso le loro reti, i fornitori di accesso sono tenuti a controllare e denunciare, fino ai casi estremi ma accettati – sia pure con qualche repulsione – dalle grandi aziende americane (Yahoo!) che hanno consegnato alle autorità i dati relativi ai loro utenti che avevano trasgredito e ne hanno permesso l’arresto e la condanna. Si poteva fare diversamente? La risposta delle aziende interessate in questi casi è sempre: “Se fai affari in un paese, devi rispettarne le leggi”. Il che è tristemente vero: tra i “meriti” della vicenda cinese c’è anche l’invenzione della censura come svantaggio competitivo per i concorrenti stranieri dell’industria nazionale. Nei giorni in cui il governo ha promosso – per poi ritornare sui suoi passi nel giugno del 2009 – l’installazione di una “scatola verde” su ogni computer, vero e proprio registratore di tutto ciò che avviene sulla macchina per opera del suo utilizzatore, le pagine di Google sono state infarcite – non a opera dei suoi gestori – di immagini pornografiche perché i media potessero sostenere con cognizione di fatto la necessità di quel dispositivo di controllo. C’è sempre una coincidenza tra questo aspetto “proattivo” del controllo di polizia e campagne media. Si creano di fatto eventi criminali, perché poi si possa procedere alla punizione dei presunti responsabili: da Renzo Tramaglino in poi, così succede.

Non vanno meglio le cose in Iran[32], dove l’apparato repressivo si compone di leggi, tecnologia, sanzioni. Nelle norme sulla stampa risalenti al 1986 sono state espressamente inserite (nel 2006 e poi nel 2009) integrazioni mirate al web e alla conversazione. I reati di “diffusione dell’ansia nella società” e di vilipendio ai funzionari e dirigenti dello Stato sono così generici da costituire di fatto un divieto ad affrontare l’ambito stesso della politica.

Vi è poi nello Stato iraniano un complesso equilibrio fra diversi organismi che si occupano del controllo dei media e della rete. E in questo ci viene un insegnamento: la polizia degli Ayatollah e dei Talebani ha capito prima di noi che i media appartengono a un solo ambiente e vanno trattati tutti allo stesso modo. Il loro problema – lo hanno sperimentato da vicino – è la capacità di internet di sottrarsi al controllo sull’espressione del pensiero. A mano a mano che si scende lungo la catena della responsabilità, vi è la responsabilizzazione dei fornitori di accesso e dei titolari dei blog, fino al punto che per tenerne uno è necessario chiedere la relativa licenza allo Stato. Nonostante questo clima, che non è mai stato migliore di così, i blog in Iran sono sessantamila: anche se una parte consistente di essi è favorevoli al regime, l’importante è che esista la funzione, non il contenuto.

Su tutti gli altri social media il controllo si esplica attraverso l’uso brutale dell’intercettazione. Persone sono state arrestate dopo che era stato loro mostrato il “log” di una chat (la registrazione di quanto scritto nel dialogo online). Uso brutale che non esclude l’ampio utilizzo di tecnologie di alto livello sia di produzione locale che importate dall’occidente – i giornali americani scrivono di prodotti europei, i giornali europei di aziende americane (tranquilli: nessuno è innocente in questa storia). E – aspetto curioso ma assai interessante – a fronte di un piano di sviluppo per dotare un milione e mezzo di utenti del collegamento a banda larga, il governo ha scelto consapevolmente di rallentare lo sviluppo e di proibirne l’installazione nelle case e negli internet point pubblici. Modernità e freno alla modernità, come in quei cartoni animati dove si cerca di fermare un treno mettendocisi davanti. Tra il polo dello sviluppo e quello del freno oscilla sempre la mentalità dei censori: nei giorni di “Where is My Vote?” fu tentata la strada del blackout, ma si dovette tornare rapidamente indietro: per poter controllare la rete, tutto il traffico è stato centralizzato, cosicché staccare l’“interruttore centrale” ha messo al buio anche aziende ed enti che con la rete devono lavorarci. Una bella contraddizione, anche per noi che siamo pessimisti.

Il modello argentino

Il lettore si starà chiedendo se questo nostro dilungarci sul tema della censura abbia davvero qualcosa in comune col tema principale del saggio. La digressione, di fatto modesta – arriviamo subito all’Italia – serve a comprendere l’unicità della cultura della repressione e del controllo, e col nostro discorso la relazione è diretta: dove non c’è libera espressione del cittadino elettronico non c’è libertà nemmeno per chi fa giornalismo. Respiriamo la stessa aria. Per cui ripartiamo dall’Argentina. Dall’Argentina di oggi, mica da quella di Garage Olimpo.

Nel 2008 Diego Armando Maradona, seguito poi da una serie di altre personalità pubbliche, ha ottenuto dai tribunali del paese che fosse ingiunto a Google di eliminare dai risultati delle ricerche tutti i riferimenti a blog e siti non appartenenti a media ufficiali (quindi perfettamente “reperibili”) che avevano espresso commenti sulla sua persona. L’ordine è stato eseguito con successo.

Ogni volta che una legge che preveda misure repressive per la rete viene varata c’è regolarmente qualcuno che dice: è inapplicabile. Questo atteggiamento è in relazione diretta con quel pregiudizio di separazione e diversità della rete che abbiamo già trattato. C’è l’idea che la rete sia, al fondo, invincibile. E se non fosse pericoloso, ci sarebbe solo da ridere di questo convincimento così ingenuo che, tra l’altro, è una sorta di trionfo dell’elitismo tecnologico. Perché quando chiedi alle persone che lo manifestano come credono di poter eludere i controlli, partono complesse spiegazioni su trucchi ipertecnici da applicare, che certo non sono alla portata della media degli utenti internet. Anche perché i controlli veri sono quelli che non si vedono: come il cosiddetto filtering.

Internet Filtering

Il sito di Open Net Initiative lo conferma: l’internet filtering è la tecnica più diffusa sia tra i paesi totalitari che tra quelli democratici. A volte, nel nostro dibattito domestico, si alzano urla contro l’idea di stabilire filtri e censure, senza accorgersi però che la censura, in Italia c’è già, almeno per quanto riguarda l’internet filtering. Esistono liste di siti proibiti e non tutti appartengono all’ambito della pornografia. Cosa assai curiosa, sotto l’aspetto della libertà di navigazione e del diritto alla rete come diritto di poter visionare qualsiasi contenuto e di esprimersi liberamente (salvo poi risponderne personalmente in caso di eventuali condotte penali): se l’italiano adulto e responsabile vuole per esempio giocare su un sito al di fuori di quelli previsti dallo Stato, non può farlo. I giochi possibili sono quelli autorizzati e gestiti dall’Agenzia dei Monopoli di Stato.

Leggiamo la voce di Wikipedia dedicata all’AAMS, l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, scritta per certo da “mano amica”:

L’AAMS, avendo constatato l’importanza che il “gioco” ha, al livello sociale, per quanto riguarda l’interazione tra gli individui e la comunicazione tra gli stessi, ha creato una normativa volta ad assicurare a utenti e fruitori dei giochi pubblici la sicurezza dell’apparato tecnologico nonché la regolamentazione dello stesso. AAMS certifica quindi l’affidabilità delle strutture al livello professionale, garantendone la serietà e la legalità. L’utente ha così la certezza di giocare in un “ambiente” controllato dall’organo competente nonché di operare in piena legalità.”

Una definizione migliore del concetto di censura non poteva esser data. Lo Stato si incarica di ciò che è bene per noi, la libertà dell’individuo viene sequestrata in nome della sicurezza. È questo il pilastro culturale e concettuale della censura sul quale ruota il discorso pubblico sulla rete già a partire dagli anni Novanta (che poi la censura si accompagni anche con una bella operazione di protezionismo economico non può certo guastare, in Cina, quando si tratta di favorire i concorrenti cinesi di Google e Yahoo!, e in Italia quando si tratta di aiutare lo Stato biscazziere).

Per la verità l’Italia è in buona compagnia. Se si segue il dibattito sul pacchetto europeo definito “Telecom Package”, si noterà che le misure previste per prevenire i download illegali e qualsiasi attività non prevista dalle norme, che avranno forza di legge e fisseranno le competenze degli stati e quelle dei fornitori di connettività, tendono a creare un quadro di “operazioni consentite” e di controlli correlati che non possono essere effettuati se non attraverso l’uso delle più raffinate tecniche di “ispezioni di pacchetto”.

Nella stessa legge Hadopi contro il fenomeno della pirateria, approvata in Francia e subito invalidata dalla Corte Costituzionale, l’attività repressiva era collegata a una attività di controllo di polizia, che di fatto veniva affidata a una agenzia, pur sempre statale, ma non direttamente abilitata a questo genere di azione. Nel Regno Unito, soprattutto sull’accesso a materiali pornografici, sono state approvate norme che prevedono controlli e sanzioni molto dure.

Tra noi occidentali e la Cina è solo questione di “misure” e di “dosi”. Su questi temi non cessano le denunce da parte delle associazioni che in Italia (dove ricordiamo il ruolo di Alcei e di una figura come quella di Guido Scorza) e all’estero si battono per il diritto all’uso libero e responsabile della rete.

Il reticolo legislativo italiano e il “reato d’opinione”

Nonostante la continua – fin dagli anni Novanta– attività di legiferazione in materia, è come se il bisogno di normare la rete soffrisse in questo paese di una bulimia inesauribile. Fin dagli anni dei governi di centrosinistra, si è discusso di norme che prevedessero il filtraggio dei contenuti. Su questo punto è meglio esser chiari: non c’è nella sinistra italiana un’idea chiara di cosa sia la libertà della rete: per alcuni chi scarica contenuti coperti da diritti è un pirata (magari per la paura di perdere il sostegno di qualche produttore cinematografico), per altri la rete è un potenziale deposito di violenza (come se il problema non fosse nella ricerca di quei contenuti), altri ancora invocano qui e subito la censura. A uno dei più autorevoli fra loro, per fortuna in quel momento all’opposizione, è scappato in un disegno di legge – corretto solo in seguito alle proteste ricevute – un obbligo di registrazione dei blog che è parente molto vicino di quello iraniano.

E gli altri? Le altre forze politiche? Non occorre ricordare ai nostri lettori il capolavoro ideologico compiuto dal senatore D’Alia nel febbraio del 2009, per fortuna corretto a seguito di una forte campagna stampa e dell’impegno di alcuni rappresentanti di entrambi gli schieramenti che in seguito hanno anche fondato un “Intergruppo parlamentare 2.0” che nei primi mesi della sua attività non sembra aver prodotto tuttavia grandi risultati. Il capolavoro insisteva ancora una volta su un principio derivato dal codice penale, quello dell’istigazione a delinquere, per applicarlo alla rete. Abbiamo già ribadito la nostra avversione all’idea che internet sia uno spazio a parte, non normabile e non intangibile, ma applicare l’istigazione a delinquere a forme di espressione umana che attengono al campo delle opinioni e del pensiero, porta fatalmente alla fattispecie del reato d’opinione. Una figura giuridica che con il crescere della vita democratica avrebbe dovuto scomparire, ma che invece assume sempre più forza nel paese.

Nel periodo tra l’approvazione dell’emendamento D’Alia e la sua cancellazione (aprile 2009) c’è stata la grande opportunità di ascoltare le posizioni di singoli rappresentanti politici in materia. E non è stato sorprendente che perfino tra i più avvertiti vi sia l’idea che “vanno repressi i comportamenti proposti”. Nemmeno la Democrazia Cristiana al governo si era sognata di punire chi urlava in piazza “lo Stato borghese si abbatte, non si cambia”, e non certo per collusione con il terrorismo, ma per semplice distinzione giuridica (e di buon senso) che parole e atti sono elementi differenti.

L’Italia è all’avanguardia planetaria della riscoperta del reato d’opinione. Che ha una data molto precisa: l’11 settembre del 2001, punto in cui paura e repressione del pensiero si coniugano nella Guantanamo culturale cui ha voluto soccombere il pensiero politico occidentale – di gran parte dei paesi occidentali – di fronte alla rete. Terrorismo, reclutamenti di Al Qaeda, pedofilia, nazismo e antisemitismo, cannibalismo e via delirando. È stato creato un clima culturale di ricatto e paura nel quale la sola perorazione della libertà di espressione ha provocato, in sedi ufficiali e da parte di parlamentari italiani, l’accusa di complicità con i pedofili. Preveniamo le possibili obiezioni e ci permettiamo di fornire una interpretazione più politica: il personale politico vecchio e nuovo manca della capacità di leggere al di là della trama degli interessi minacciati e di trovare soluzioni che non siano esclusivamente quella del divieto e della punizione.

Alcune domande sulla piaga “pedofilia online”

Sotto questo aspetto potrebbe essere utile esaminare il lavoro realizzato dalla Internet Safety Technical Task Force (del dicembre 2008, quindi condotto per conto e in vigenza dell’amministrazione Bush) intitolato Enhancing Child Safety and Online Technologies a cura del Dipartimento della Giustizia americano. Primo presupposto dell’analisi è la profonda integrazione della vita giovanile nella rete e quindi l’irreversibile presenza di questa tecnologia nella cultura giovanile. Non ci si limita a questo. Si procede a una descrizione di tipologie di personalità più esposte ai rischi di molestia e bullismo. Si cerca cioè anche sul lato della vita delle persone il punto di debolezza che espone all’attacco.

In questo rapporto americano vi è una ispirazione consapevole e soprattutto serena del problema: nonostante provenga dal centro di potere planetario che ha massimizzato lo sfruttamento della paura a fini politici, permette di trattare la protezione dei minori come il problema prioritario che è, non per l’emergenza di orrore e violenza di cui si parla in Italia.

Con questa stessa consapevolezza, tenendo ben presente la nostra responsabilità di comunicatori e il nostro essere genitori, certo non neghiamo il problema. Ci siamo imbattuti in passato – è dovere dei giornalisti andare a verificare ciò che dicono gli altri – in quel materiale. Ne abbiamo scritto. Si tratta di immagini rivoltanti che destano in chiunque il desiderio di ripristinare immediatamente la giustizia e portare i responsabili alla punizione. Quindi la nostra non è una posizione negazionista, che toglie qualsiasi consistenza alla questione. Ma nessuno oggi amputerebbe un arto solo per un’infezione: è evoluta la chirurgia ed esistono gli antibiotici, così come è evoluta la capacità di comprendere le situazioni più complesse, che sono difficili da capire anche perché ci sfidano sul piano delle emozioni più profonde. Qui “comprendere” ha un diretto rapporto con il racconto pubblico del problema e con le conseguenze umane, sociali e politiche di quel racconto.

Quindi – e sempre senza alcuna intenzione polemica – poniamo domande più che dare certezze: le domande vanno a chi propone quel racconto, alla politica che lo recepisce, ai media che lo ampliano, enfatizzano e diffondono.

Vorremmo chiedere se chi ha promosso tante campagne di stampa, con lo scopo di “tenere alto” nell’agenda della politica il tema della pedopornografia, non si renda conto degli aspetti devastanti della manipolazione che viene messa in atto. Si dà vita a fantasmi che contribuiscono a costruire una cappa di orrore e sospetto, a creare una cultura di paura e sospetto su chiunque e su qualsiasi condotta.

Potrebbe aiutare, per comprendere il problema di cui parliamo, la lettura del romanzo di Antonio Scurati, Il bambino che sognava la fine del mondo

[33], che racconta il montare di uno scandalo attorno a una scuola materna in una città dell’Italia settentrionale. Ci sono bambini abusati, madri atterrite e certe della violenza subìta dai loro bambini, fino a estorcere la testimonianza chiave.

Le accuse arrivano a colpire sia un ecclesiastico che un docente universitario, per il solo fatto che sul computer di quest’ultimo vengono ritrovati disegni (non persone reali) di contenuto pedopornografico. In un crescendo di incubi e talk show, la vicenda arriva al suo climax e si scioglie quando la “superteste”, la mamma di uno dei bambini abusati e accusatori, ammette di aver inventato tutto.

Intanto reputazioni sono state distrutte, un uomo vivrà d’ora in poi sul confine che sta tra depressione e suicidio, un’intera comunità ha vissuto nella nausea prodotta dalla convivenza con emozioni abiette.

Bisogna essere particolarmente disinformati per non riconoscere nella storia di Scurati racconti e vicende dell’Italia di questi anni, inchieste condotte sulle ali del furore invece che su quelle della fattualità, e concluse nel sospetto diffuso come gas asfissiante, nell’impossibilità di provare alcunché.

A questa “realtà” e ai suoi costruttori noi rivolgiamo le nostre domande: cosa significa, per esempio, in ogni intervista alle persone che si occupano del tema, il continuo sottolineare che tra i praticanti di questo ignobile hobby vi siano “persone insospettabili, gente che dovrebbe dirigere il paese, gente di alto livello”? È un’accusa gravissima e generica. Quale ne è il senso? Più volte sono stati indicati come propagatori del male i relatori di un lontano convegno di oltre dieci anni intitolato “Pedofilia e Internet: vecchie ossessioni e nuove crociate”, promosso da Radio Radicale. Tra quei partecipanti vi era uno di noi (Vittorio Zambardino): dovremmo sentirci sotto accusa per essere andati a esporre una nostra idea? E quando quest’opinione proviene addirittura non da un magistrato, ma da un esponente dell’autorità giudiziaria o solo da un suo consulente, che cosa si mira a diffondere? Con quali scopi?

Con psicologia elementare di umili cronisti, chiediamo: non sarebbe bene tacere i sospetti o in alternativa formulare accuse chiare e dirette a precisi responsabili, operazione urgente se gravi reati sono in corso?

Adombrare, insinuare, alludere con sapienza – una attività che quando viene praticata dai giornalisti porta dritto alla condanna per diffamazione – non configura in questo caso (oltre che diffamazione bella e buona, ma dalla quale non ci si può difendere pena una sorta di autoaccusa), una forma di diffusione del sospetto, di creazione di un clima di ansia e allarme? Un semaforo verde per la psicosi, poi, se a sostenere questi argomenti sono psicologi e specialisti.

Si è consapevoli di questo procurato allarme o è solo il generoso slancio di chi lotta contro una piaga sociale gravissima? Ma, soprattutto, è intenzionale questa accusa che rimane sospesa nell’aria e che somiglia molto a un ricatto inviato “a chi sa”?

È questo il modo di comunicare un’emergenza, se emergenza esiste? O forse non siamo invece di fronte a un problema che, anche nella sua consistenza quantitativa, va affrontato con determinazione e fermezza ma non si pone a livelli di piaga di massa? E perché non si distingue tra la vera piaga, statisticamente rilevabile, delle violenze in famiglia e nelle istituzioni, e ciò che avviene on-line? In Italia c’è chi si è inventato le ronde antipedofilia su Second Life, dove ad agire sono avatar, non persone. Pratica discutibile, forse da eliminare dal sistema, ma non dalle immediate conseguenze penali.

Peraltro nessun governo ha mai promosso una indagine indipendente, cioè non manipolata da interessi politici e di comunicazione, sulla reale entità del fenomeno “pedofilia in internet”: quantità di materiale, numero di siti, localizzazione della produzione di quelle immagini, volume di traffico, numero di persone coinvolte.

E nessuno ha mai fornito il numero – almeno stando alle indagini concluse – di accertati casi di adescamento: una cosa è che qualche sconsiderato imbecille vada a ricercare le immagini di questa industria odiosa o che qualche turista sessuale si organizzi i propri tour, ma ben diverso è il caso del bambino adescato in casa mentre la madre distratta prepara la cena. Questa differenza non viene mai tracciata dagli specialisti nella loro comunicazione pubblica, e per noi anche quest’ultimo problema (di cui si ignorano le dimensioni e il modo in cui viene comunicato) esiste.

A voler essere maligni: in un mondo dove dati e immagini sono manipolabili a piacere, l’informazione su questo tema è davvero tutta “originale”?

E, per finire, non si è in passato (o forse lo si fa ancora?) utilizzato nelle indagini personale “volontario”, in un regime di collaborazione e di reperimento della prova che è assai borderline?

Ci scusiamo di questa sequela di domande. Ma sono domande vere, nel senso che non contengono, al contrario delle campagne cui si riferiscono, né allusioni né intimidazioni.

Sono scritte in piena responsabilità da due persone esperte di questo campo, che non negano in alcun modo l’esistenza di questo e di altri fenomeni criminali esistenti sulla rete e dalla rete veicolati. Il web nero esiste, e contiene questo e altri crimini. Il punto sostenuto qui è di “ecologia dell’informazione”: definire i problemi in modo corretto è già un passo perché vengano altrettanto correttamente raccontati. Agitare emergenze terrificanti, giocare con i fantasmi è fare industria della paura che fa sempre vittime innocenti. E la prima vittima è l’onestà di chi racconta.

Là dove la cultura americana ha visto un’opportunità di crescita e di formazione, noi italiani vediamo il rischio, quasi fosse possibile coltivare il sogno segreto di risvegliarsi una mattina ed essere tornati al passato: non trovare più la rete.

In Italia assistiamo a progetti di legge che parlano di sicurezza per i minori, e che in realtà si occupano di diritti d’autore. Nel “decreto-intercettazioni” – testo profondamente lesivo della libertà di esercizio del mestiere di giornalista – si introduce un articolo che con il pretesto del diritto di rettifica espone il blogger a qualsiasi intimidazione (e su questo c’è stata una significativa manifestazione a Roma il 14 luglio 2009, primo caso di mobilitazione di blogger “nel mondo reale” e sul terreno della politica).

Ma non basta: il reticolo legislativo italiano che, pensando di dare risposta a singoli problemi, si stringe invece attorno al libero uso della rete per creare un’atmosfera avvelenata, serve in modo molto trasparente interessi costituiti. Si veda la costituzione presso la Presidenza del Consiglio del Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale. Al suo interno, se non nella forma della consultazione, non viene prevista in alcuna forma la presenza degli utenti o di componenti culturali che possano mettere in discussione la “definizione” del problema da affrontare – si potrebbe cominciare dal nome stesso, pirateria: che cos’è pirateria?). Il comitato e le leggi del reticolo sono l’immagine di un establishment che si protegge con la repressione fondando sulla profonda e mancata comprensione dei fenomeni. Non sono interessati a capire la società digitale. Vogliono cancellarla dal loro orizzonte e da quello degli italiani.

Abbiamo proposto una internet senza regole? Rispondiamo con le parole di Sergio Maistrello, autore con cui concordiamo: “Parto dalla conclusione, perché vorrei che questa fosse più chiara che mai: internet non ha nessun bisogno di nuove leggi. La rete non è un luogo altro: fa parte della nostra vita sociale, che è già ampiamente regolata da norme e sanzioni. Sbaglia, per ignoranza o per malafede, chi definisce internet un far west senza regole. Disperde energie chi si batte per replicare previsioni che già esistono e che potrebbero semplicemente applicate senza ricorrere alla demagogia e senza moltiplicare l’entropia legislativa. Perde un’opportunità di onorare la nostra democrazia chi si intestardisce a sostenere regolamenti destinati per banale evidenza tecnologica a non sortire effetto alcuno, quando non addirittura a far danni”[34].

In difesa di Google

Nel corso del 2008 due iniziative, non collegate e che trattano elementi diversi, hanno colpito Google in Italia. Una è la causa con richiesta di risarcimento miliardario intentata da Mediaset per la diffusione di video su YouTube (sito di proprietà della stessa Google), caso che rientra in una delle delizie di establishment, per cui l’azione dell’azienda privata trova un’eco molto forte nell’azione di governo. L’altra è il cosiddetto “processo Vivi-down”, così chiamato perché al procedimento si è arrivati dopo la denuncia presentata dall’associazione che porta quel nome.

Ricorderete il caso. Un ragazzo, afflitto da sindrome di Down, viene insultato e oltraggiato dai suoi compagni di scuola che, prima riprendono la scena con il cellulare, quindi pubblicano tutto su Google Video. Ne è seguita un’ondata di indignazione, e sarà meglio trascurare la rassegna stampa di ciò che il ceto politico ha saputo inventare in quelle ore. Sta di fatto che quattro dirigenti di Google sono a processo per diffamazione aggravata per la pubblicazione di quel video.

Il principio di giurisprudenza, carico di conseguenze, che qui viene invocato è l’eventuale responsabilità del veicolo del messaggio rispetto al contenuto del messaggio stesso. Per quanto questo saggio addebiti a Google le molte responsabilità che derivano dalla sua opacità nei rapporti economici, riteniamo che questo processo, concluso quando noi saremo già in libreria (commentiamo al buio, quindi), sia centrale per il destino della libertà di espressione attraverso la rete – e sorvoliamo sull’iniziativa della denuncia che scopre un’idea della disabilità e della violenza fondate sul nascondimento e sull’ipocrisia: quel ragazzo dovrebbe essere pubblicamente risarcito per la sua offesa. Il video che ha messo in scena il suo oltraggio ha arricchito la società italiana, perché ci ha resi consapevoli della nostra vergogna e abiezione morale. Censurarlo? Dovrebbe esser trasmesso dal telegiornale in prima serata, come la “Cura Ludovico” raffigurata da Anthony Burgess in Arancia Meccanica e poi da Stanley Kubrick nel film omonimo. Ma il ventre di questo paese, quando si trova di fronte alla violenza, sa solo pensare in termini di “imitazione”: i nostri tutori di anime non sono neanche sfiorati dall’idea che la violenza sia anche – come nei videogiochi – neutralizzazione di una violenza interiore che preesiste o che possa essere “esorcizzata” da un’altro spettacolo di violenza.

Ritorniamo al processo a Google: se il giudice avrà deciso per la responsabilità del portale, avrà emesso un’altra sentenza “impossibile da realizzare, ma intanto censuro”. Solo attraverso una modalità di profondo filtering censorio sarà possibile, dopo un giudizio del genere, continuare a ospitare i contenuti delle persone. Col risultato che tutti, e non solo i seviziatori di deboli, vedranno inibita la loro facoltà a esprimersi. Se invece il giudice deciderà senza farsi influenzare dalle pulsioni repressive, allora avrà stabilito un principio importante: che chi si esprime sulla rete è il solo responsabile di ciò che fa. Perché è un individuo. La rete presuppone un mondo di liberi e adulti. Cittadini. Chi pensa allo stato etico, mal sopporta internet.


[32] Per chi voglia approfondire, il sito di Open Net Initiative (ONI) proprio nei gior-ni dei moti di “Where is My Vote?” ha pubblicato un rapporto dettagliato sul controllo della rete e della censura in Iran (http://opennet.net/research/profiles/iran).

[33] Antonio Scurati, Il bambino che sognava la fine del mondo, Bompiani, Milano 2009.

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  1. Scritto da Quarto capitolo I nuovi intermediari sono potenti il dicembre 21, 2009 alle 4:57 pm

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  2. Scritto da links for 2009-12-22 « Invisigot | un blogger di ritorno il dicembre 22, 2009 alle 4:04 pm

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