Quarto capitolo
I nuovi intermediari sono potenti

Follow the money

La scena è girata all’interno di un garage.

Robert Redford parla a un uomo che resta in penombra. «Quel che abbiamo», dice scoraggiato alla sua fonte, «sono solo tessere. Ma non riusciamo a ricomporle nel puzzle». La risposta di Gola Profonda è semplice: «Follow the money», segui il denaro.

Risalire le tracce lasciate dai soldi è il modo in cui il cronista Bob Woodward, impersonato da Redford in Tutti gli uomini del presidente, riuscì con Carl Bernstein a dipanare il gomitolo del caso Watergate, che avrebbe portato nel 1974 alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon.

Seguire gli spostamenti del denaro e delle grandezze economiche, anche 35 anni dopo, è un’ottima strada per capire come si stiano creando posizioni dominanti o poteri forti all’interno di un’industria o di una società.

L’espunzione del conflitto dal racconto del futuro

La transizione digitale e l’innovazione portano con sé mutamenti epocali nel nostro modo di vivere. Come nota Giuseppe Granieri:

Internet, la telefonia mobile, i sistemi satellitari e molti altri gadget elettronici connessi tra loro ci stanno facilitando in molte situazioni, aiutando in tante altre. Connettendoci tutti tra noi, i network ci semplificano molto la vita, ci avvicinano (…). Il bello delle reti è che sono strumenti che connettono persone e informazioni, con tutto quel che ne deriva: proprio perché connettono milioni di persone tra loro, i network finiscono per rispecchiare la complessità di un sistema sociale.

L’innovazione rimodella cultura, comunicazione, informazione, transazioni, immaginario collettivo, affetti, rapporti, equilibri, percezioni fisiche, a cominciare dalle distanze geografiche. Non a caso il saggio di Granieri da cui sono estratte le righe al paragrafo precedente s’intitola Umanità accresciuta

[35], nel senso – interpretiamo liberamente – del termine inglese augmented, ovvero potenziata, amplificata nelle sue facoltà.

Ma l’umanità accresciuta è anche cresciuta? In altre parole, l’innovazione innesca tout court un circolo virtuoso?

Quando si sostiene che il digitale rimette al centro l’individuo e le sue scelte – aprendo in questo modo opportunità di conoscenza che offrono un’alternativa all’appiattimento del cittadino sull’identità unidimensionale di consumatore propria della società di massa – crediamo si dica solo una mezza verità. Come tutte le accelerazioni della storia, dall’invenzione della ruota alla prima rivoluzione industriale, essa ha il potere di accrescere il benessere complessivo, ma porta al proprio interno anche nuove contraddizioni, produce accumulazioni e rendite di posizione, nuovi poteri che in alcuni casi tendono a sostituire, in altri a sostenere, gli ordini precedenti. Se da una parte i neoluddisti tendono a descrivere il futuro come negativo in sé, dall’altra gli apologeti attribuiscono all’innovazione la capacità taumaturgica di risolvere le contraddizioni del presente, ed espungono dal proprio racconto della transizione digitale il conflitto, in ultima analisi il potere. Un buon modo per ritrovarne le tracce e svelarne i disegni, per essere contemporanei del mutamento, è seguire il denaro. Solo così l’umanità accresciuta dalla tecnologia potrà essere consapevole delle trasformazioni in atto e ritrovarsi dunque anche cresciuta.

Se si guarda ai media e all’informazione, oggetto del nostro racconto, la transizione ha rimesso in discussione dalle fondamenta l’ordine costituito di questi settori. Dal cinema alla musica, dalla produzione letteraria al giornalismo, non c’è industria che non ne sia scossa dalle fondamenta. Non solo sono cambiate le piattaforme di distribuzione, ma nella produzione culturale siamo passati da un’economia della scarsità a una dell’abbondanza.

Viviamo in un’epoca di sovraccarico di informazione e attenzione parziale. Posta elettronica, televisione, sms, rete, social network, giornali, radio, telefono, instant messenger, web, blog, aggregatori, rss, Twitter, FriendFeed, video, foto ci raggiungono ovunque creando una straordinaria abbondanza di stimoli informativi, di rumore. Ciò che è scarso, per converso, è la disponibilità di attenzione.

Secondo alcuni osservatori[36], come Luca De Biase, la risposta al sovraccarico di informazione nascerà dal compimento del passaggio dalla situazione attuale all’economia postindustriale della conoscenza, di cui la rete è incubatore naturale. Sostiene De Biase[37] che

c’è una spinta molto forte di natura finanziaria e iperconsumistica che cerca di imporre una strategia della disattenzione (…). Essa sfrutta i meccanismi della reiterazione ossessiva dei messaggi per determinare nelle persone una sorta di sospensione del giudizio critico in favore di un automatismo della risposta allo stimolo. Su queste risposte meccaniche si basa una politica di marketing e di consumo.

Poiché nell’economia dell’abbondanza di informazione la risorsa più scarsa è proprio l’attenzione, e ragionare ne richiede di più che agire d’impulso, il sovraccarico di informazione gioca a favore di chi inquina il sistema e ripete ossessivamente ai cittadini il suo impulso ad agire. Si tratti dell’acquisto di pannolini o della scelta elettorale, drammatizzazione, urgenza, ansia, stimolo parossistico non contribuiscono mai a decisioni ponderate dei cittadini. Si agisce piuttosto – sostiene De Biase – con la prima cosa che viene in mente. Decisioni che di rado sono sagge. Come il brodo biopolitico nel quale siamo immersi testimonia quotidianamente. Fino a qui, dunque, è difficile dargli torto.

Eppure l’abbondanza di conoscenza disponibile dovrebbe poter permettere un esito diverso. L’innovazione, secondo i suoi apologeti, conterrebbe già in sé anche le possibili premesse di un esito positivo. Secondo De Biase, l’economia della conoscenza nella sua realizzazione implica

una grande trasformazione nelle forme della proprietà, dell’organizzazione produttiva, del rapporto tra pubblico e privato. Cambiano il concetto di scarsità, che non si applica più soltanto ai mezzi, ma anche alle molteplici dimensioni della relazione umana: fiducia, attenzione, comprensione. Il prezzo si determina tanto nella conversazione quanto nella contrattazione. L’elaborazione di una visione diviene la questione strategica dell’azienda, il laboratorio di ricerca – con l’incertezza dei suoi risultati – entra a far parte integrante del processo produttivo, la tecnologia cessa di essere il limite del possibile per trasformarsi nel suo costante superamento. Il design diventa progettazione e racconto, i media diventano distribuzione e conversazione, gli autori diventano generatori di valore e di motivi di connessione tra le persone. I fruitori e i produttori tendono in molti casi a coincidere. E la complessità prende il posto della linearità: perché nella smaterializzazione della produzione, la cultura diventa il luogo dell’economia, molto più di quanto non lo sia la fabbrica, il mercato o l’ufficio.

Chi – senza alcuna ironia – non vorrebbe vivere in un mondo così? Una sorta di giardino dell’Eden della conoscenza in cui il potere ha solo il volto della virtù e i conflitti non sono contemplati. È sul come arrivarci che l’analisi di De Biase è molto meno convincente. L’ecosistema della conoscenza, afferma, ce la può fare perché è sostenibile.

(…) L’ecosistema della conoscenza vive in modo sano se coltiva l’infodiversità, se i messaggi deboli e non urlati non sono continuamente cancellati dalla violenza dei predatori che puntano tutto sulla strategia della disattenzione. Se gli esperti, gli scienziati, gli artisti non sono costretti a trasformarsi in comunicatori con l’altoparlante sempre acceso solo per farsi notare. Se l’ecosistema trova il giusto spazio per tutti, senza selezionare a priori soltanto quelli che sanno occupare il palcoscenico. La coda lunga dei contenuti che un ecosistema sano della conoscenza può far vivere può essere valorizzata soprattutto nel caso che tra i gruppi sociali che generano informazione sussista una relazione di simbiosi, non solo di caccia e di lotta per la sopravvivenza. La simbiosi si mostra nei casi in cui la relazione tra due specie è tale che ciascuna non vive senza l’altra. In un certo senso, un grande motore di ricerca sul web non vive senza una grandissima quantità di piccoli siti interessanti per poche persone; e questi non vivono senza che un grande motore di ricerca consenta a poche o tante persone di trovarli. Analogamente, nel nuovo contesto della rete, gli autori, il pubblico attivo, gli editori, i gestori delle piattaforme di distribuzione e di accesso sono potenzialmente specie simbiotiche: nessuna di queste ‘specie’ vive bene se non trovando il modo di servire le altre. Se una di queste specie tende a dominare parassitariamente l’ecosistema, se vive alle spalle delle altre mettendole in una condizione di silenzio, che nel mondo dell’informazione equivale all’estinzione, l’infodiversità sparisce e l’ecosistema dell’informazione si impoverisce. In particolare, gli editori simbiotici sono servitori del pubblico più che conquistatori di target: la rete ha bisogno di editori che facciano da filtro nella quantità di informazioni disponibili, seguendo una linea interpretativa trasparente e riconoscibile. Mentre i gestori di piattaforme servono simbioticamente gli editori, il pubblico attivo e gli autori ne favoriscono l’infodiversità senza tentare di controllarla.

I signori delle piattaforme

In sostanza, parafrasando e sintetizzando De Biase, in questo circolo virtuoso della conoscenza la simbiosi tra diverse specie consentirebbe sviluppo e spazio per tutti.

Ma non è così. E ciò per tre motivi:

  1. la fortissima asimmetria nei rapporti di forza e nel numero dei soggetti in gioco;
  2. la diversa natura nel dna costitutivo delle specie che partecipano alla partita;
  3. la scarsità della risorsa fondamentale, dell’ossigeno al quale tutti aspirano.
  1. Uno dei luoghi comuni del web 2.0 è il concetto di disintermediazione. Certo, sul piano teorico della libertà d’espressione e della produzione culturale, chi accede alla rete e alla tecnologia vive nel migliore dei mondi possibili. Oggi si può produrre un video o una canzone e sottoporli a una platea globale di miliardi di potenziali spettatori con poche centinaia di euro. Le barriere all’entrata, in questo senso, non esistono più. Ma se ne stanno alzando di nuove, per alcuni versi più insormontabili delle precedenti. Per far parte del nuovo mondo, sia come produttori sia come consumatori, bisogna passare attraverso i cancelli delle piattaforme tecnologiche. E i detentori delle piattaforme tecnologiche sono pochi, ed essenzialmente di quattro tipi:
    • motori di ricerca;
    • compagnie telefoniche e provider di connettività;
    • società titolari dei dispositivi che definiscono l’industria;
    • proprietari dei social network, nuovi luoghi di aggregazione di massa.

I soggetti sopra elencati svolgono in sostanza le funzioni di organizzare la conoscenza, indirizzare la visibilità – compiti essenziali nell’economia dell’abbondanza – oppure detengono il tubo, i terminali (o entrambi) in cui l’informazione passa. Si tratta di soggetti che naturalmente tendono all’oligopolio. Non foss’altro perché l’efficienza e il valore delle applicazioni, nelle reti sociali, crescono in proporzione diretta al numero di soggetti che le utilizzano e portano le proprie informazioni all’interno del sistema. Dunque più utenti ha una piattaforma, maggiore è il suo valore. Anzi, al di sopra di una certa soglia critica, il cosiddetto punto di inflessione[38], le piattaforme di rete decollano e tendono a crescere in modo esponenziale. I media e i creatori di conoscenza, specie se si pensa alla coda lunga, sono invece moltissimi. Da quelli mainstream all’ultimo blogger, non possono fare a meno delle piattaforme. Motori, provider di connettività e piattaforme hanno bisogno di chi crei contenuti. Più fonti ci sono e per essi meglio è. Ma affinché il potere di intermediazione delle piattaforme sia effettivo, le fonti devono rimanere puntiformi. Ecco il conflitto nel rapporto di simbiosi. Le piattaforme hanno l’interesse a che la moltitudine resti tale, a che nessuno dei produttori di informazione cresca talmente nell’attenzione del pubblico da poter avere la forza contrattuale di suscitare un’attenzione autonoma, che non sia reintermediata dalla tecnologia e dagli algoritmi di ricerca.

Potremmo dire che provider e motori hanno un interesse statutario alla mercificazione della conoscenza, alla sua commoditizzazione

[39], alla sua fungibilità, non alla sua qualità. Più il sistema è sull’orlo della babele interpretaviva, dell’entropia, del culto del fattoide, situazione in cui per i cittadini è impossibile avere punti di riferimento nella produzione di senso, più il potere di intermediazione di questi soggetti aumenta. In sostanza essi hanno l’interesse a che esista la massa. E più uno dei produttori di conoscenza se ne discosta, più viene percepito come potenziale pericolo in senso biologico. Dunque da rimuovere. Sono ogni giorno numerosi[40] i segnali in questo senso.

  1. La tecnologia è scalabile, la produzione di conoscenza e di senso no. Società telefoniche e motori possono crescere di dimensione in modo virtualmente indefinito. Anzi, più crescono e più sono efficienti. Produrre senso nell’arte, nella cultura, nella musica, nella scienza, nell’informazione, invece è attività labour-intensive. Più se ne crea e più costa fatica/tempo. Anche per questo i rapporti di forza non sono equi. In questo ecosistema ci sono soggetti forti, anzi fortissimi, e soggetti per definizione deboli[41].
  2. L’attenzione e la sua principale forma di monetizzazione, la pubblicità, sono una risorsa scarsa. Tutti gli attori del sistema ne hanno bisogno per sopravvivere, non esistendo al momento significativi modelli di business alternativi, se non la monetizzazione derivante dal possesso del tubo, propria delle grandi società telefoniche fisse e mobili, nonché dei provider di connettività internet. Chi, se non il più forte, ha secondo voi le maggiori chance di sopravvivere?

D’altra parte fila tutto. Portiamo l’analogia di De Biase sulla simbiosi virtuosa nella sostenibilità dell’ecosistema della conoscenza alle sue estreme conseguenze. I sistemi simbiotici sono definiti proprio come luoghi in cui c’è un ospite (un organismo dominante, per esempio un albero) e molti organismi simbionte (per esempio i funghi). O se preferite squali e pesci pilota. Ebbene, motori, grandi società tecnologiche e compagnie telefoniche sono sulla buona strada per divenire squali (se già non lo sono). Tutti gli altri quindi in prospettiva sono pesci pilota, o se preferite funghi, figli di un dio minore ospitati dall’organismo dominante piuttosto che detentori di cittadinanza piena di questo ecosistema. E che cosa crediate facciano gli anticorpi di un organismo dominante quando l’ospite cresce in modo biologicamente pericoloso? La crescita di attenzione e di reputazione tributata a un produttore di conoscenza, per definizione positiva se vista dalla parte dei cittadini che lì trovano senso, oltre un certo limite – il limite oltre il quale esso diviene qualitativamente diverso dalla moltitudine in termini di rapporti di forza – è una minaccia per gli organismi dominanti. Una replicazione cellulare incontrollata. In definitiva un tumore. Da estirpare il prima possibile.

Le straordinarie opportunità dell’economia della conoscenza esistono. Ma che il processo possa compiersi in modo virtuoso e con esiti positivi è tutt’altro che scontato.

Una carta dei diritti dei cittadini digitali

Su questi temi si è sviluppata online in diversi post[42] una conversazione con De Biase. Ai fini di Eretici digitali ci interessa riportare qui due sue affermazioni: «Come fa il pubblico attivo a fidarsi delle piattaforme giganti? Non c’è altro motivo per fidarsi che guardare ai fatti». E ancora: «Tutto questo per dire soltanto che: se le piattaforme traggono il loro valore dagli utenti, faranno bene a trattarli bene; se le piattaforme volessero trasformarsi in forme di sfruttamento unilaterale e manipolatorio degli utenti, rischierebbero il valore del loro business».

Ma guardare ai fatti e aspettare non basta. Perché l’informazione di cui dispongono gli utenti (noi, voi, insomma i funghi rispetto all’albero nell’esempio della simbiosi, o se preferite i pesci pilota rispetto agli squali) è per definizione asimmetrica e imperfetta. Perché aspettare potrebbe voler dire accorgersi troppo tardi che lo sviluppo della rete ha preso una strada che mortifica le sue migliori potenzialità.

Intendiamoci, non pensiamo a una regolamentazione legislativa. Quella genererebbe solo mostri. Non c’è nulla di più ridicolo di un legislatore che cerca di mettere le brache alla storia e di imbrigliare fenomeni rapidissimi, che non hanno nulla che fare con confini geografici, e che spesso riguardano soggetti il cui fatturato è maggiore del prodotto interno lordo di alcuni paesi.

Più efficace da questo punto di vista potrebbe essere una Carta dei diritti dei cittadini digitali. Un insieme di principi e regole di base che le grandi piattaforme potrebbero sottoscrivere su base esclusivamente volontaria. Alcune linee fondamentali di auto-governance della rete. A un impegno al rispetto della biodiversità dei soggetti in rete (non solo funghi e alberi, ma anche cespugli, arbusti, fiori). Chi ci sta (provider, social network, motori, compagnie telefoniche) ne darebbe pubblica adesione e avrebbe diritto a esporre sulle proprie pagine il marchio della carta. Gli utenti a quel punto saprebbero subito se quel soggetto sia o meno degno della loro fiducia. E potrebbero decidere in modo davvero informato se scegliere o meno i suoi servizi. L’approccio dovrebbe essere molto pragmatico, e riguardare questioni fondamentali. Vediamo quali.

I. Trasparenza nei meccanismi di visibilità e di ranking dei motori

Oggi non sappiamo nulla – tranne alcuni generalissimi principi – sulle meccaniche in base alle quali i contenuti e i siti sono filtrati, spariscono, salgono o scendono nelle pagine dei risultati dei grandi motori di ricerca. Ed è già accaduto che porzioni di web siano state censurate dai motori sulla base di richieste di governi autoritari, per esempio di quello cinese, come abbiamo visto al capitolo 3. D’altra parte, senza scomodare le dittature, chiunque utilizzi la rete con frequenza avrà avuto esperienza di siti o contenuti che improvvisamente appaiono o spariscono dalle pagine dei motori. A volte sulla base di valutazioni del tutto soggettive che portano ad aggiustamenti negli algoritmi. Se ci fosse concorrenza perfetta, il problema non si porrebbe. Chi si sente penalizzato da un motore potrebbe invitare i propri utenti a usarne un altro.

Ma nel momento in cui Google è non solo lo strumento di gran lunga più utilizzato per esplorare il web, ma è addirittura diventato il quadro epistemologico di riferimento con il quale fette sempre più ampie di cittadini (specie i più giovani) si accostano alla realtà, non è illegittimo sostenere che questo ruolo porta con sé anche delle responsabilità “istituzionali” nei confronti della rete e della società stessa (il punto della visibilità e del page rank verrà trattato più in profondità al prossimo paragrafo).

La risposta di Google e degli altri motori in proposito è sempre stata di non poter essere più trasparenti sui meccanismi di filtraggio, di ranking, di ordinamento e sui cambiamenti a essi apportati per non favorire gli spammer. Sì, insomma, per non lasciare campo libero ai malintenzionati che vogliono inquinare i risultati della ricerca con siti-immondizia. Affermazione irricevibile: accettereste, per esempio, l’imposizione del coprifuoco da parte del Ministero dell’Interno sulla base del fatto che dopo le 22 per strada ci sono un sacco di delinquenti?

II. Impegno all’apertura delle piattaforme pubblicitarie

Come spiegheremo in dettaglio nel prossimo capitolo, Google oggi attraverso il proprio programma pubblicitario AdWords e dopo l’acquisizione della prima agenzia mondiale, DoubleClick, intermedia oltre la metà di tutta la pubblicità in rete a livello globale. E la formazione del prezzo per gli annunci a performance avviene con un sistema del quale l’investitore non è in condizione di controllare la trasparenza. Il meccanismo generale è quello dell’asta, ma soggetti diversi pagano prezzi diversi per la stessa visibilità. Come e perché questo accada è oggi del tutto opaco. E anche qui non esistono alternative concorrenziali che da sole spingano il sistema verso la trasparenza.

III. Annuncio preventivo di ogni iniziativa riguardante

la net neutrality

Come torneremo ad approfondire nel sesto capitolo, questo è un punto fondamentale soprattutto per i provider e le compagnie telefoniche. Fino a oggi, mutuando un principio ereditato dalle comunicazioni telefoniche, i provider di connettività sono sempre stati tenuti a dare peso uguale a tutti i pacchetti di dati che corrono nei propri tubi. Si tratti di un messaggio del Presidente della Repubblica alla nazione o della ricetta della crema chantilly, le società che forniscono connettività in rete sono obbligate a trattare le due pagine in maniera analoga. In altre parole non è possibile in alcun modo dare gerarchia al traffico. Si tratta di un principio importante di libertà, visto che, nel momento in cui ci si trovasse a poter definire qualcosa più importante di qualcos’altro, si porrebbe il problema di decidere a chi spetti il potere di stabilirlo. E il dare la precedenza ad alcune informazioni rispetto ad altre, con la crescita della rete e i possibili ingorghi di traffico, è destinato a diventare un tema sempre più spinoso. È dunque essenziale che ogni iniziativa in proposito avvenga in modo trasparente e sia comunicata agli utenti.

IV. Acquisizione dell’assenso degli utenti per ogni uso dei loro dati personali

Anche se questo tema verrà trattato per esteso nell’ambito del settimo capitolo, vale la pena di accennarne qui alcuni aspetti di rilievo. I dati degli utenti, come sappiamo, sono il nuovo motore delle applicazioni web 2.0. L’espressione Intel Inside, contenuta nel manifesto del web 2.0 di Tim O’Reilly[43], significa che i dati degli utenti sono il vero processore, l’autentico valore del web. In altre parole, più la rete si trasforma in una piattaforma di interazione, più i siti accrescono il loro valore in ragione del numero di utenti che ne adoperano i servizi. Ma le condizioni di utilizzo dei siti, quelle sulle quali clicchiamo dopo una rapida scorsa durante la procedura di registrazione, molto spesso sono generiche e fumose. A volte ci si accorge che le regole con cui vengono trattate le nostre informazioni personali e i nostri contributi vengono cambiate dai gestori in modo unilaterale.

Come se non bastasse, c’è un’ampissima zona grigia. Quanti sanno per esempio che se utilizzano la Google Toolbar, il menu di navigazione di Google da installare nel proprio browser, i loro dati di navigazione (in forma aggregata e anonima, ma comunque i siti che visitano, il tempo di permanenza in rete, le pagine su cui si sono soffermati) vengono quasi certamente comunicati agli investitori pubblicitari?

Chi aderisce alla carta dei diritti digitali dei netizens dovrebbe impegnarsi a far sì che nulla di tutto ciò accada senza la possibilità per i cittadini digitali di scegliere, di decidere in modo informato. E comunque dovrebbe sempre lasciar loro in mano la facoltà di premere il bottone clear my data o clear my cache nel caso vogliano cancellare o riprendere possesso di tutte le informazioni che li riguardano e che abbiano fornito in modo implicito o esplicito.

V. Collaborazione con i produttori di contenuti nel trovare forme innovative di ridefinizione, tutela e promozione dei diritti sulle opere di ingegno

Il tema dei diritti d’autore è in completo ribollio, e stanno crescendo nuove forme di tutela come la licenza Creative Commons, che disciplina solo alcuni tipi di utilizzo commerciale, lasciando libertà d’uso a scopo privato[44]. Si tratta di istituti che tengono conto del fatto che viviamo in un’epoca digitale, in cui la condivisione, la fruizione e la riproduzione ad alcune condizioni possono portare valore agli autori. Eppure, troppe piattaforme accettano ancora solo l’on-off, l’acceso/spento. In altre parole, o acconsentiamo a rendere visibili online le nostre opere, o rinunciamo a esistere. Per il singolo non ci sono vie di mezzo (possibilità di specificare modi d’uso permessi o meno, limitazione della presenza dei contenuti nel tempo, regolamentazione geografica). Lo stesso vale per i motori di ricerca. O scegli di esistere, e di conseguenza accetti che di quel che hai scritto, girato, inciso, decida qualcun altro, oppure ti condanni all’invisibilità[45].

VI. Apertura delle piattaforme con orientamento al costo

Un principio giuridico condiviso da numerose authority europee, laddove ci siano infrastrutture essenziali per la libera concorrenza, è la possibilità di accedervi per gli operatori con una fissazione del prezzo che dev’essere orientata al costo. Significa che, se per esempio una telecom dispone di una rete essenziale per gli altri operatori che vogliano fornire ai loro utenti in banda larga, la deve offrire con un prezzo all’ingrosso fissato partendo dal costo, più un ragionevole mark-up. È un criterio che non si applica solo alle comunicazioni, ma – per esempio – anche all’energia. Tutto molto ragionevole, in teoria. In pratica molto spesso, come vedremo in modo più dettagliato quando tratteremo la sesta tesi, non è così.

Google, paradigma di conoscenza

Il motore di ricerca è lo strumento principale attraverso il quale la maggior parte degli utenti naviga il web. Il box di ricerca è oramai inserito in quasi tutti i browser, e non poche persone lo utilizzano al posto della barra degli indirizzi per inserire il nome del sito che stanno cercando. Così, anche quando conoscono già la pagina che vogliono visitare, invece di digitare l’indirizzo web per esteso, ne inseriscono il nome nel search box e poi cliccano sul primo dei risultati che appare nella pagina di risposta. A livello globale, da tempo Google detiene la maggioranza assoluta delle quote di mercato delle ricerche su web. Negli Stati Uniti a Google viene accreditata una fetta pari a circa i due terzi di tutte le ricerche effettuate online. Secondo Search engine watch, a marzo 2009 Google ha totalizzato il 64,2% delle ricerche, Yahoo! il 15 e Microsoft il 10,3[46]. In Europa la situazione è ancora più squilibrata a favore della società di Mountain View: già nel 2008 la quota di mercato del motore aveva raggiunto l’80% del totale delle ricerche online[47]. Se poi veniamo all’Italia, la posizione dominante è ancora più evidente: stando ai dati Nielsen Netview di giugno 2009, Google è utilizzato dal 64% degli utenti unici della web search. Ma se si considera che la stessa tecnologia viene utilizzata anche da Virgilio e da Libero, che detengono rispettivamente il 14% e il 7% del mercato, si vede come Google raggiunga in realtà l’85% dell’utenza.

A luglio del 2009 Microsoft e Yahoo! hanno annunciato un accordo sulla ricerca per tentare di contrastare lo strapotere di Google[48]. Secondo l’intesa Yahoo! rinuncerà alla propria tecnologia di ricerca per adottare quella di Microsoft, Bing. L’accordo, sia tecnologico che pubblicitario, sarà operativo verso la metà del 2010 per la parte riguardante il motore, e l’anno successivo per quanto attiene alle inserzioni pubblicitarie. Ma anche con le due quote di mercato sommate, negli Stati Uniti MicroHoo, come è stata chiamata l’alleanza, raggiungerà meno del 30% di tutte le ricerche. Ovvero nemmeno la metà di quelle di Google. In Europa la situazione è anche più impari: Microsoft e Yahoo! sommati nel Regno Unito non raggiungono nemmeno il 9% di tutte le ricerche e della pubblicità correlata, con Google all’83%[49].

La posizione dominante di Google è facilmente desumibile anche analizzando le statistiche di traffico di un qualsiasi sito web. Guardando alla colonna dei referrer, ovvero dei siti dai quali provengono i visitatori, il motore risulta invariabilmente il primo portatore di traffico. Con una quota che per le destinazioni più note del web, come i giornali online, si aggira sul 40%, e che può arrivare al 70% per le destinazioni meno conosciute. Per un piccolo sito, dunque, comparire nell’indice di Google in una buona posizione può fare la differenza tra la vita e la morte. Chi è nella prima pagina in risposta alle parole chiave più cercate da parte degli utenti gode di una rendita di posizione pari a quella di chi dispone di un esercizio commerciale nella piazza più importante della città. Esserci significa esistere, non comparire significa affondare nella massa delle miliardi di possibili destinazioni online.

La ricetta della visibilità

È comprensibile dunque che le tecniche di marketing per far salire i siti nelle classifiche di Google muovano centinaia di milioni di euro, siano diventate il pane di molte aziende e abbiano dato vita a un corpus di conoscenze racchiuso sotto il termine di Seo (Search engine optimization), ovvero ottimizzazione per i motori di ricerca.

Una branca del web che somiglia alla cabala più che alla scienza: se i principi generali, i criteri con i quali Google stila le classifiche sono infatti noti, la differenza si gioca tutta sui dettagli, molto oscuri e in continuo mutamento. Di certo si sa che il ranking, la visibilità e la posizione in classifica di un sito rispetto a una parola chiave cercata da un utente, viene determinato da Google soprattutto rispetto a un principio: il link. Che diviene così una vera e propria valuta di scambio per il web. Più sono i collegamenti in entrata a un sito, maggiore sarà la sua autorevolezza. Ciò è determinato attraverso due parametri:

  • numero di siti che linkano al sito in questione in corrispondenza al termine cercato (più è alto il numero di link in entrata verso un certo sito rispetto ai termini “rigatoni all’amatriciana”, più è facile che la ricetta ospitata da quel sito sia il punto di riferimento della rete sul tema);
  • autorevolezza dei link in entrata (il link di un sito importante vale più di quello del blog della vicina della porta accanto).

Ma oltre a questi principi generali, esistono numerosi altri parametri che possono influenzare la posizione di un sito, quali, per esempio:

  • il modo in cui sono costruiti gli indirizzi delle pagine web che lo compongono (se vi ricorrono le parole cercate è più facile che il vostro sito abbia un buon posizionamento);
  • la presenza delle parole chiave nel title (la fascia in testa alla finestra del browser);
  • la presenza delle parole chiave nel titolo, nel sommario e nei paragrafi del testo;
  • la presenza delle parole chiave nei metatag, nelle etichette invisibili all’occhio ma visibili ai motori, che accompagnano il codice della pagina e che ne fanno una descrizione sintetica.

Per quanto numerosi possano essere questi parametri, posto che siano un numero finito, dovrebbe essere possibile con fortuna e abilità ricostruire il cocktail, la formula segreta della visibilità, quasi una magia inversa a quella di un libro di Harry Potter. E invece no. Per due motivi:

  • la ricetta del cocktail è in continuo mutamento;
  • qua e là subisce “aggiustatine”, messe a punto che non rispondono a criteri tecnologici ma alla necessità, secondo Google, di migliorare il servizio e di prevenire tentativi di truffa da parte di spammer, siti-immondizia che cercano di approfittare della visibilità derivante dai motori per riempire le proprie pagine di annunci pubblicitari e farci cliccare utenti in buona fede, in cerca di servizi e informazioni.

I tempi e i modi di questi interventi nei criteri di visibilità sono del tutto discrezionali e circondati dalla più totale segretezza. Soltanto di quando in quando se ne viene a conoscere qualcuno, di solito perché un utente si accorge dell’improvvisa sparizione (o al contrario della comparsa) di un sito da una posizione di preminenza nelle pagine dei risultati. È quel che è accaduto, per esempio, un paio di anni fa con la vicenda dei contenuti duplicati. Di punto in bianco alcuni siti hanno visto sparire le proprie pagine dai risultati di Google. Ciò perché il motore ha deciso, a parità di contenuti di due pagine, di privilegiare quella ritenuta originale e di eliminare l’altra facendola finire in fondo ai propri indici. Il punto è: chi e come decide quale sia il contenuto originale e quale quello duplicato? Malgrado in diverse occasioni Google abbia cercato di chiarire come il tutto avvenga a esclusivo fin di bene (ovvero con l’obiettivo di migliorare il servizio agli utenti), in realtà la pratica della penalizzazione legata ai contenuti duplicati continua a sollevare inquietudini per la mancanza di chiarezza con la quale la “sanzione” viene unilateralmente irrogata dal motore[50]. Google è giudice di primo grado, corte d’appello e cassazione. Non c’è modo, per il sito che ritenga di essere stato penalizzato a torto, di far sentire le proprie ragioni davanti a un soggetto terzo. L’unica possibilità è rimettersi alla clemenza della corte, fare autocritica (ricorda qualcosa, vero?) e sottoporre una richiesta di revisione attraverso gli strumenti messi a disposizione dei webmaster da Google stesso, nella speranza di un positivo accoglimento della supplica.

Google e la censura

In alcuni casi è stato dimostrato come Google filtri i risultati dell’algoritmo per renderli più o meno conformi ai propri fini. È accaduto in Cina, dove per compiacere il regime i risultati di alcune ricerche vengono addomesticati. Su Blogoscoped[51] è possibile trovare ancora alcune immagini, realizzate a partire dal 2006, che paragonano i risultati che si ottengono attraverso la versione americana e quella cinese di Google. Cercando il nome del movimento filosofico religioso Falun Gong, posto fuorilegge dalle autorità, si ottengono le versioni di regime sui rischi che l’aderire alla setta comporta, mentre solo l’anno scorso, in occasione delle Olimpiadi a Pechino, è terminato l’oscuramento nei confronti dell’organizzazione Human rights watch, che si batte per il rispetto dei diritti umani. Malgrado Sergey Brin, uno dei fondatori del motore, abbia riconosciuto due anni fa[52] che l’autocensura in Cina messa in atto dalla società sia stata negativa, la pratica continua. Sulla possibilità di chiedere alle autorità cinesi di rimuovere i blocchi imposti alla società per operare nel paese, l’amministratore delegato di Google Eric Schmidt ha dichiarato: «Sarebbe arrogante per noi entrare in un paese in cui abbiamo appena iniziato a lavorare e spiegare a quel paese come bisogna comportarsi»

[53]. Tuttavia oggi, nella maggior parte dei casi, quando una fetta dei risultati è censurata, a fondo pagina appare un avviso in corsivo che almeno lo notifica all’utente: «In adempimento a quanto previsto da leggi e regolamenti locali» si legge, «alcuni risultati della ricerca non appaiono».

Esistono diversi sistemi per censurare i risultati di una ricerca online. A volte alcuni url sono rimossi completamente dall’indice. È il caso, per esempio, delle 2,5 milioni di pagine dei notiziari della Bbc: se si testa la ricerca su Google.cn si ottengono zero risultati. Altre volte Google agisce sul ranking, ovvero sul posizionamento in classifica, oppure rimuove tutti i risultati legati a una specifica parola chiave, come accade per una ricerca con i termini “massacri di piazza Tien an men”[54]. Spesso i risultati sono oscurati solo su Google.cn, e dunque sarebbero raggiungibili qualora ricercati attraverso la versione internazionale del motore, Google.com. Ma in questo caso sono le zelanti autorità del paese a completare l’opera, rendendo Google.com irraggiungibile ai 180 milioni di compatrioti che navigano il web[55]. C’è da dire che non è solo Google a comportarsi così: malgrado le reiterate promesse di cambiare registro, anche Yahoo! e Microsoft filtrano i propri risultati per compiacere le autorità.

Abbiamo visto dunque che, su richiesta di un governo non democratico, Google accetta di modificare i risultati naturali del proprio algoritmo. Ma questo non accade solo in Cina. Avviene anche in Europa, per adempiere alle richieste di poteri esecutivi democraticamente eletti come quello francese e quello tedesco[56]. Sia in Francia che in Germania, infatti, esistono prove di siti oscurati da Google su richiesta delle autorità locali. Nella maggior parte dei casi si tratta di siti classificati come neonazisti o pedo-pornografici. Ma quel che interessa qui non è la correttezza o meno della scelta di censurarli, quanto il fatto stesso che ciò possa accadere. In effetti, secondo alcuni osservatori indipendenti, le pagine oscurate da Google in diverse zone geografiche e per diverse motivazioni, ammontano ad alcune centinaia di milioni[57]. Il punto è che la censura digitale è silenziosa, pulita, educata, e scandalizza meno di quella fisica. Come nota Philipp Lenssen, non vedremo nessuno accendere fiammiferi o bruciare libri per le strade. La parcellizzazione del lavoro e le tecnologie rendono possibile – attraverso una combinazione di atti che singolarmente presi non sarebbero disdicevoli – arrivare al risultato di rimuovere dalla memoria di un paese documenti, testi, foto, video, che in alcuni casi possono essere costati il carcere o l’esilio a chi li ha realizzati. E, per la prima volta nella storia, ciò può avvenire senza che vi sia un responsabile fisicamente raggiungibile dalle popolazioni colpite dalla sua condotta, e senza che il suo comportamento sia scrutinabile o comunque posto sotto la giurisdizione di un potere che abbia ottenuto la delega popolare a tutelare leggi e libertà. Basta girare un quarto di vite a Mountain View per far sparire la realtà a Roma o a Singapore. E, ancora più sottilmente, spesso questa condotta non è nemmeno identificabile con certezza.

L’arbitro invisibile, il grande re-intermediatore

In sostanza è come se il miliardo di cittadini digitali avesse accettato di giocare una partita in cui l’arbitro può far sparire e riapparire pezzi di realtà a suo esclusivo piacimento, con regole che mutano durante il gioco e senza che chi sta in campo se ne possa accorgere. La principale obiezione è che, se così fosse, Google metterebbe a rischio proprio la prima ragione del suo successo, ovvero l’efficacia delle sue risposte, la qualità del servizio. «Ricordate che siamo a un solo click dall’estinzione», dice spesso Schmidt ai propri dipendenti, per sottolineare come sul web sia facile trovare un’alternativa in caso non si sia soddisfatti di un servizio. Ma, a parte il fatto che nei prossimi capitoli dimostreremo come per Google questo non sia più vero da tempo, nel senso che il vantaggio competitivo accumulato rende difficile pensare che nel breve periodo qualcuno possa scalfire il suo predominio, il punto centrale è che gli utenti dovrebbero essere in grado di accorgersene. E abbiamo visto che non sempre questo è facile, soprattutto quando si parla di un ambiente con miliardi di possibili indirizzi/pagine, nel quale la sparizione o il repentino cambio di posizione in classifica possono avvenire secondo una miriade di parametri tutti più o meno oscuri.

Siamo in presenza di un paradosso. Da una parte la rete e il digitale si presentano come una straordinaria occasione di disintermediazione, di maggiore efficienza dei mercati, delle transazioni, delle relazioni, della conoscenza. Dall’altra, il paradigma principe della conoscenza della dimensione digitale è in realtà un grande reintermediatore che segue regole imperscrutabili e non sindacabili per la maggior parte degli utenti. Un ruolo che gli apologeti della rete faticano a vedere. Per averne una dimostrazione basta leggere quanto scrive Jeff Jarvis in What Would Google Do?, libro che analizza l’approccio di Google al business, alla cultura, alla società, e giunge alla conclusione che più che un insieme di pratiche aziendali, il motore ha introdotto un modo di pensare che – se esteso ad altri ambiti – può rivoluzionare il modo in cui viviamo.

Uno degli assunti della Googlenomics, l’economia di Google, è che, come scrive Jarvis, gli intermediari sono condannati[58]. Spieghiamolo con le sue parole. «A nessuno», afferma Jarvis, «piacciono gli intermediari». E ancora:

Per tutti gli intermediari l’orologio ticchetta e la questione dell’effettivo valore [che essi portano alle transazioni] è impellente. Ogni volta che Google riesce a realizzare una connessione diretta, il valore di un intermediario cala. Sei un intermediario? Se il web sta danneggiando la tua attività invece di aiutarla, probabilmente sì. Se riesci a rendere il mercato più efficiente, se risolvi i problemi dell’abbondanza, del “rumore” e porti valore, tutto bene. Ma anche in questo caso chiunque può utilizzare internet per tagliarti fuori dal processo (…) Se ti guadagni da vivere dicendo alle persone cosa non possono fare perché tu controlli risorse o relazioni, se operi in un mercato chiuso in cui l’informazione e la scelta sono controllate e il valore è oscuro, allora i tuoi giorni sono contati. Sto parlando a voi venditori di auto, agenzie di pubblicità, burocrati governativi, agenzie assicurative, cacciatori di teste, agenti di viaggio (oh, scusate, sono già quasi estinti), agenti immobiliari.

L’economista Umair Haque, prosegue ancora Jarvis, «sulla Harvard Business Review vede uno spostamento da un’economia basata su mercati inefficienti, dove proprietà e controllo sono centralizzati, a un’economia costruita sull’efficienza, dove l’informazione è aperta e il potere risiede vicino alle periferie». Tutto vero, in teoria. Il problema è che questa nuova economia in realtà non è disintermediata, ma per funzionare su internet ha bisogno di nuovi intermediatori, che racchiudono in sé un potere enorme: Amazon, Google, eBay, le piattaforme che consentono il funzionamento quotidiano della rete. Nulla di male, se non fosse che allora non si tratta di una rivoluzione, ma di una semplice sostituzione: pensionare i vecchi intermediari e rimpiazzarli con intermediari un po’ più efficienti. E a peggiorare la situazione per il cittadino-consumatore c’è il fatto che prima la ricchezza di intermediari consentiva la scelta, oggi la situazione di oligopolio di fatto delle grandi piattaforme non lascia spazio per altre scelte. Google in effetti è un grande reintermediatore di visibilità, che non fa che applicare, in un modo tecnologicamente molto più efficiente di quanto non avvenisse in passato, gli stessi paradigmi di protezione e intermediazione che la rete teoricamente avrebbe dovuto abbattere. Ma questo gli acuti e profetici apologeti sembrano non riuscire a vederlo. Questa semplice e macroscopica constatazione sembra essere al di fuori dello spettro Doppler della loro capacità di analisi.

Né, per l’asimmetria dei rapporti di potere tra consumatori e piattaforme, i primi possono dire di essere in condizione di scegliere (qualora ci fosse un’altra opzione) in modo informato. Vediamo perché.

Predica la trasparenza, pratica l’opacità

Siamo a un altro snodo chiave: la mitopoiesi della rete come luogo diverso dalla vita reale esige che, mentre nel mondo opacità e controllo sono la regola, su internet fiducia, collaborazione, apertura e trasparenza siano elementi fondanti di ogni business model vincente. Dal Cluetrain Manifesto[59] in giù, negli ultimi anni lo stereotipo un po’ stucchevole della contrapposizione tra tradizione e innovazione vuole che per definizione i modelli economici vincenti su internet non possano che basarsi sulla fiducia, sulla condivisione delle conoscenze tra soggetti diversi, sul politicamente corretto (il già citato Don’t Be Evil, “Non essere maligno”, è il motto originario di Google). Quasi che la virtualità della rete, la scarsa materialità dei bit, la purezza del codice come pensiero magico, la fiducia nelle sorti progressive del web, proteggessero da potere, sopraffazione, sangue e polvere. Insomma dalle pratiche tradizionali del mondo reale.

Questa mistificazione ha origine dall’attribuire una connotazione valoriale positiva a tutto quel che discende dall’incontro tra Open Source, filosofia del codice aperto, e internet. Per comprenderlo è bene fare un passo indietro, e spiegare brevemente cos’è l’Open Source e la sua realizzazione più celebre, Linux. Si tratta di un sistema operativo che equipaggia decine di milioni di computer nel mondo. Un software realizzato per hobby da uno studente universitario finlandese di 22 anni. Un codice basato su una legge che, come tutte le cose geniali, sembra un’ovvietà: «Dato un numero sufficiente di occhi, tutti i bachi sono semplici da trovare». Il padre di quella legge, Linus Torvalds, oggi di anni ne ha 40 e, diversamente da quel che si potrebbe pensare, non passa le giornate nuotando nei dollari provenienti dai diritti d’autore della sua invenzione. Perché Linux, il suo programma, è il più celebre esempio di open source, sorgente aperto: è disponibile liberamente, può essere modificato, redistribuito e rivenduto da uno qualunque dei suoi utilizzatori. E a questo deve la sua fortuna, oltre che le indiscutibili doti di stabilità, affidabilità, sicurezza, che ne hanno fatto un concorrente temibile per Windows di Microsoft.

Nata nei centri di calcolo delle università americane e figlia della più pura etica hacker, dei programmatori capaci di passare settimane insonni per inventare una soluzione elegante a un problema difficile, la filosofia open source ha vissuto la sua definitiva consacrazione grazie a internet: proprio la rete ha fornito in modo rapido ed economico le migliaia e migliaia di occhi necessari in tutto il mondo per adottare su larga scala quest’approccio collaborativo. Obiettivo, migliorare il software ripulendolo dagli errori e aggiungendo nuove funzionalità, per poi rimetterlo in circolazione. Semplici volontari e società commerciali contribuiscono ogni giorno a sviluppare questo processo. Così, in numerosi settori, come le applicazioni dedicate ai server che gestiscono siti web, il codice aperto è oggi spesso superiore ai programmi proprietari. Tanto da essere divenuto un affare anche per colossi dell’informatica come Ibm, Hp, Novell. Il programma base è gratis; installazione, assistenza e servizi aggiuntivi sono a pagamento. Ma il cliente sa di aver scelto una soluzione che garantisce miglioramenti nel tempo, vista la vasta comunità di programmatori che vi lavora, e che non è quell’automobile con il motore sigillato a cui molti assimilano il software venduto sotto copyright.

È dall’idea opposta di copyleft che Richard Stallman, ultimo degli hacker del laboratorio di Intelligenza artificiale del Mit, era partito per proteggere i diritti di modificare e redistribuire il free software. Stallman, che lasciò il Mit prima di completare il dottorato (ne riceverà in seguito quattro lauree honoris causa) perché non accettava l’obbligo di mantenere segreto il proprio codice, dal 1984 cominciò a lavorare al progetto Gnu (dalla sigla Gnu’s not Unix), un sistema operativo Unix compatibile che avrebbe dovuto essere libero. Di lì a poco fondò la Free Software Foundation (Fsf), per assumere sviluppatori ed elaborare un quadro di riferimento legale, che arriverà in seguito con la licenza Gpl. Dal progetto Gnu negli anni nacque una serie di programmi. E fu proprio utilizzando questi strumenti che Torvalds nel ’91 riuscì a creare la tessera mancante per realizzare un vero e proprio sistema operativo, il kernel (nucleo) di Linux.

Di quel che oggi conosciamo come Linux, il finlandese – votato in un sondaggio della rivista Time come il 17° personaggio più influente del secolo scorso – è autore per solo il due per cento. Linus oggi vive nell’Oregon con la moglie, tre figlie e un gatto, e lavora per un consorzio open source. È il guru incontrastato della comunità del codice aperto, e padre di Tux, il pinguino simbolo di quel sistema operativo nato 18 anni fa. Ma nella vita quotidiana è schivo, e di norma preferisce non essere coinvolto nelle periodiche querelle legali e ideologiche tra software libero e proprietario. Nel frattempo Linux ha avuto una diffusione globale, ed è stato adottato in numerosi paesi come sistema operativo standard per la pubblica amministrazione, in Europa dalle municipalità di Vienna e Monaco di Baviera, nonché da alcuni ministeri di Danimarca e Francia. La sua diffusione cresce a un ritmo del 46% anno su anno.

Ma non c’è solo Linux: le applicazioni open source sono centinaia[60], e come sappiamo la filosofia aperta è ormai un movimento di opinione che chiede di ridefinire il diritto d’autore in altri settori, come la musica e il cinema. Da parte sua, Torvalds non ha perso il talento per le ovvietà di genio, e sornione afferma: Software is like sex; it’s better when it’s free
[61].

Da open source, approccio collaborativo e capacità di sfruttare la conoscenza diffusa degli utenti della rete discendono alcune delle esperienze più importanti e positive di internet, da Wikipedia[62], l’enciclopedia aperta, alle licenze Creative Commons per le opere d’ingegno[63], oltre ad alcuni straordinari modelli economici di successo. L’errore, o meglio la mistificazione, è attribuire a tutte le aziende che utilizzano open source la medesima connotazione valoriale che muoveva i padri del movimento informatico del Free software. Meglio ancora, come spiega con efficacia Ippolita nel citato Luci e ombre di Google,

Free Software (Sofware Libero) e Open Source (Sorgente Aperto) sono sintagmi usati spesso come sinonimi per indicare codici o porzioni di codici informatici; tuttavia, per quanto descrivano oggetti spesso identici, rispecchiano prospettive radicalmente differenti. Free Software è un termine nato agli inizi degli anni Ottanta per iniziativa di Richard Stallman: si riferisce alla libertà dell’utente di usare e migliorare il software (…). L’espressione Open Source, invece, nasce alla fine degli anni Novanta, per iniziativa in particolare di Bruce Perens e Eric S. Raymond, che nel 1998 fondano la Open Source Initiative (OSI); si riferisce alla Open Source Definition, a sua volta derivata dalle Debian Free Software Guidelines, ovvero una serie di 10 punti pratici che definiscono quali criteri legali debba soddisfare una licenza per essere considerata effettivamente libera: o meglio, con il nuovo termine, Open Source.

Google utilizza codice open source, ma le sue applicazioni sono spesso tutt’altro che aperte e trasparenti. Un paradosso di cui si rende conto lo stesso Jarvis, che in un impeto di resipiscenza e con una nota di imbarazzo scrive: «Devo riconoscere l’ironia di richiamare alla trasparenza in un libro su Google, che per molti aspetti è più opaca e riservata di Dick Cheney». Come riconosce lo scrittore, e come più volte hanno potuto provare su di sé anche gli estensori di questo libro,

non si può entrare in un ufficio di Google senza firmare un accordo di riservatezza. Google non rivela i dettagli sulla spartizione dei ricavi con i siti che ospitano la sua pubblicità. Rifiuta di elencare pubblicamente tutte le fonti di Google News. Non ci dice di quanti server dispone. Ha scelto di non utilizzare software open source per alcune funzioni, come per la gestione delle proprie macchine, così da mantenere un vantaggio proprietario.

Al contrario la società è molto aperta quando si tratta di giovarsi della conoscenza diffusa dei propri utenti, o di far svolgere loro le funzioni di beta tester. Ancora Jarvis:

Google sviluppa la maggior parte dei propri prodotti in pubblico rilasciando versioni non complete e richiedendo l’aiuto dei propri utenti. In questo senso è insolitamente trasparente, disposta a lavorare alla luce del giorno e a coinvolgere gli utenti nello sviluppo.

Come risolvere questa dicotomia? Per Jarvis non ci sono problemi. «Vi suggerisco», afferma con disarmante semplicità, «di seguire l’esempio di Google nello sviluppo dei propri prodotti e di ignorare i suoi silenzi e le sue opacità altrove»
[64].

Il “free” come modello di business

Un altro dei luoghi comuni che circolano riguardo alla rete e che vanno demistificati è l’idea che il modello di business tutto-gratis, o free, sia figlio dell’epoca di internet. In realtà si tratta di un modello che esiste almeno da quando ci sono i media di massa e che basa i propri ricavi sull’attenzione: la televisione generalista offre programmi e servizi gratuiti in cambio dell’interesse degli spettatori, che poi “affitta” agli inserzionisti pubblicitari. Lo stesso fanno giornali e riviste, che con il prezzo di copertina (quando non si tratta di free press) coprono solo una parte della propria struttura di costi.

Il modello free dunque funziona solo se riesci a detenere una parte significativa dell’attenzione dei tuoi utenti, o del tuo mercato. E mentre viviamo in un mondo digitale, per definizione multi-tasking e stracolmo di messaggi, l’attenzione dei nostri occhi e del nostro cervello è rimasta analogica. Google in questo esplica al meglio la propria funzione di filtro nei confronti dell’economia dell’abbondanza, bombardamento di stimoli e rumore: richiede la nostra attenzione, ma svolge per noi la funzione di setacciare il grano dal loglio, disturbo da messaggi utili, anche se lo fa in modo non trasparente.

Con maggior efficienza rispetto agli operatori del ventesimo secolo, Google è inoltre esso stesso piattaforma pubblicitaria, e dunque monetizza istantaneamente e con grande efficacia, come vedremo meglio nel prossimo capitolo, il modello free.

Da una parte raccoglie l’attenzione e indirizza nove utenti del web su dieci nella loro navigazione, mostra loro cosa è interessante e cosa no; dall’altra ha realizzato una delle più efficaci infrastrutture pubblicitarie siano mai esistite per monetizzare questa attenzione.

Monopolio e posizione dominante

Non c’è dubbio dunque che Google abbia una posizione dominante tra i motori di ricerca e che detenga l’assoluto monopolio della pubblicità cosiddetta a performance o a pagamento per click, tema che approfondiremo tra poco. Il fatto che esista una posizione di monopolio non è tuttavia di per sé sufficiente a determinare una violazione delle normative antitrust. Perché ciò avvenga è necessario che il soggetto dominante abusi della propria posizione, blocchi l’accesso al mercato ad altri concorrenti, sia di fatto un freno all’innovazione del settore.

Di certo da alcuni mesi il dipartimento di Giustizia, cui spetta negli Stati Uniti il compito di far rispettare la legislazione sulla concorrenza, ha cominciato a osservare con attenzione la galassia Google. Come spiega Eric Clemons[65], economista, esperto di tecnologia e docente alla Wharton School dell’università della Pennsylvania, gli aspetti sotto monitoraggio sono soprattutto tre:

  • la posizione dominante nel mercato dei link sponsorizzati. Si tratta degli annunci pubblicitari testuali che appaiono nella pagina dei risultati a fianco delle altre risposte quando, per esempio, inseriamo nel motore una parola chiave come “hotel”. Google ha chiuso il 2008 con oltre l’80% del mercato della ricerca a pagamento. Yahoo è ormai sotto il 15%, Microsoft veleggia attorno al 5%[66]. Google l’anno scorso è stata a un passo dallo stringere un accordo con Yahoo per rilevare anche le ricerche a pagamento del portale. Ma vi ha rinunciato dopo che il dipartimento di Giustizia ha fatto intendere in via informale che il raggiungimento del controllo del 95% del mercato avrebbe fatto scattare un’indagine immediata. L’annuncio che Mountain View gettava la spugna è arrivato da un post di uno dei vicepresidenti, David Drummond, sul blog della società: «Naturalmente siamo contrariati dal fatto che quest’accordo non potrà procedere», ha scritto Drummond il 5 novembre 2008. «Ma non lasceremo che la prospettiva di una lunga battaglia legale ci distolga dalla nostra missione principale. Sarebbe come cercare di guidare sulla strada dell’innovazione con il freno a mano tirato»[67];
  • il meccanismo di formazione del prezzo nelle aste per la pubblicità. Qualora il prezzo fosse troppo alto per gli investitori, il danno potrebbe tradursi in un aggravio del costo dei servizi per i consumatori;
  • le barriere all’entrata di nuovi concorrenti non solo nel mercato della ricerca o della pubblicità, ma anche in altri settori.

A questo riguardo, un parametro chiave per dimostrare la violazione di norme antitrust riguarda la cosiddetta “assenza di contestabilità”. Il concetto, elaborato dall’economista William Baumol, richiede che il vantaggio competitivo accumulato nel settore in cui l’impresa è dominante venga utilizzato per sussidiare altre aree in cui la società è presente. Il prezzo in questi settori potrebbe essere tenuto artificialmente basso così da estromettere altri potenziali concorrenti. In questo senso il free, ovvero la gratuità, è la barriera all’entrata più efficace che esista. Quale altra azienda è in grado di competere con un prezzo uguale a zero?

Da Gmail a Docs, da Blogger a Latitude, da Gtalk a Picasa, non esiste oggi servizio gratuito di Google che abbia un conto economico positivo e non sia dunque in qualche modo sussidiato dai ricavi pubblicitari realizzati nelle aree trainanti per la società.

L’apertura formale della partita “Google vs. antitrust” è avvenuta nella primavera di quest’anno con un uno-due su altrettanti fronti apparentemente minori.

Il 29 aprile 2009 il Dipartimento di Giustizia ha deciso di verificare se non ci sia abuso di posizione dominante nel progetto della cosiddetta biblioteca universale. Google Books prevede le realizzazione di un archivio digitale e consultabile online di tutti i libri custoditi nelle maggiori biblioteche americane. L’idea aveva scatenato una querelle legale con gli editori e con i detentori dei diritti, verso i quali all’inizio di quest’anno Google aveva proposto una transazione del valore di 125 milioni di dollari. Una cifra irrisoria per divenire di fatto l’unico detentore dei diritti digitali su quei titoli. Il progetto è famoso non tanto per il volume di denaro messo in movimento ma per la valenza simbolica: l’idea di mettere su supporto digitale e rendere disponibile online i libri di tutte le grandi biblioteche americane e oltre. Ma “disponibile” è qui la parola chiave.

Nel merito il compromesso di ottobre 2008 prevedeva che Google avesse il diritto di mettere online i testi e di ricavarne un guadagno facendo pagare gli utenti per l’accesso a una singola opera oppure attraverso abbonamenti all’intera raccolta o a parti di questa. I ricavi sarebbero stati suddivisi tra autori, editori e motore di ricerca (il 37% era la quota spettante a Google).

Gli oppositori dell’accordo sostengono che Google di fatto realizza un monopolio sugli esauriti e gli orphaned books, i libri di cui non è più possibile trovare gli autori o i cui diritti non sono chiaramente normati. E ravvisano in tutto l’accordo il pericolo di una posizione dominante che di fatto chiude il mercato[68]. Il sogno della biblioteca di Alessandria a portata di click con una semplice connessione a internet da qualsiasi angolo del mondo ha una valenza evocativa enorme. Ma di fronte a tale promessa e all’importanza che essa riveste sembra anche corretto chiedersi, come ha fatto Robert Darnton sulla New York Review of Books, se questo dovesse per forza avvenire a prezzo della costituzione di un monopolio di fatto da parte di una società privata. Scrive Darnton[69]:

Google disporrà di quel che può essere chiamato solo con il termine di monopolio. Un monopolio di nuovo genere, non sulle ferrovie o sull’acciaio, ma sull’accesso all’informazione. Google non ha seri concorrenti. Microsoft ha abbandonato il proprio programma di digitalizzazione dei libri alcuni mesi fa e altre imprese come la Open Knowledge Commons (già nota come Open Content Alliance) o l’Internet Archive sono piccole e inefficaci al confronto. Solo Google dispone della ricchezza per digitalizzare su larga scala. E, avendo raggiunto un compromesso con autori ed editori, potrebbe essere in grado di sfruttare il proprio potere finanziario con la protezione di una barriera legale; perché la transazione copre tutti gli autori e gli editori. Nessun altro imprenditore potrà in futuro digitalizzare libri in quel territorio recintato, anche se se lo potesse permettere, perché dovrebbe riaprire le controversie legali sul copyright da capo. Se l’accordo andrà a buon fine, solo Google sarà protetto dall’obbligo del copyright.

Il 4 maggio 2009 è arrivato il secondo segnale. La commissione federale per il Commercio del governo americano ha aperto un’inchiesta sui legami tra Apple e Google[70]. Sotto osservazione le presenze incrociate nei consigli di amministrazione delle società. Le due aziende condividono infatti altrettanti consiglieri: Eric Schmidt, amministratore delegato di Google, siede anche nel board di Apple, come pure Arthur Levinson.

La legge antitrust americana vieta presenze incrociate nel caso di società che competano negli stessi settori, per evitare il rischio di cartelli e di riduzione della concorrenza. Google e Apple operano gomito a gomito in due aree chiave: quella dei telefoni cellulari (iPhone e Android) e quella dei sistemi operativi.

Prima della pronuncia definitiva sulla vicenda, Schmidt ha annunciato ai primi d’agosto 2009 la sua decisione di lasciare il consiglio di amministrazione di Apple, risolvendo dunque la questione a priori[71].

L’estate 2009 ha aggiunto anche un capitolo tutto italiano alla saga dei rapporti tra Google e le autorità antitrust. L’authority del nostro paese, infatti, nella riunione del 26 agosto ha avviato una istruttoria nei confronti di Google Italia con l’ipotesi di abuso di posizione dominante. L’iniziativa giunge a seguito di un esposto della Fieg, la federazione degli editori di giornali. L’autorità garante della concorrenza e del mercato intende

verificare se i comportamenti della società, in considerazione della sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca online, siano idonei a incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria online e a consolidare la sua posizione nella intermediazione di spazi pubblicitari[72].

Almeno nella prima fase delle indagini, l’attenzione dell’authority presieduta da Antonio Catricalà sembra essersi concentrata soprattutto su Google News, ipotizzando che le testate che vi sono incluse non possano uscirne a meno di non rinunciare alla propria presenza nel motore Google tout court. In realtà, come la stessa società si è premurata di spiegare pubblicamente, il meccanismo di esclusione non funziona in questo modo[73]. Si può cessare di far parte di Google News, l’aggregatore che secondo gli editori approfitterebbe dei loro contenuti in modo indebito, senza per questo rinunciare alla visibilità web garantita da Google. Si ha l’impressione, tuttavia, che Google News sia solo il punto di attacco di un’iniziativa che nei prossimi mesi vedrà diversi aspetti dell’attività di Google in Italia finire sotto la lente di ingrandimento dell’authority. La notifica del procedimento negli uffici della Srl italiana che fa capo al marchio globale è stata infatti accompagnata da un’ispezione condotta dalle unità speciali della Guardia di Finanza, che avrebbero acquisito numerosi documenti. Fieg da parte propria non ha finora resa pubblica la versione integrale della denuncia che, secondo alcune indiscrezioni, non si limiterebbe solo a Google News, ma avrebbe in altre presunte violazioni i propri punti di maggior rilievo. La conclusione del procedimento è prevista per la fine del 2010, ed è ragionevole pensare che per allora il dossier si arricchirà di nuovi capitoli.

Comunque vadano a finire questa e le altre iniziative in corso, sembra tuttavia essersi interrotta, almeno in una parte dell’opinione pubblica, delle istituzioni e dei soggetti protagonisti del mercato, la luna di miele che aveva accompagnato i primi dieci anni di vita di Google. Un mutamento di tendenza ritenuto da John Battelle, uno dei massimi esperti di motori di ricerca, un segno del declino della percezione di Google quale leader dell’innovazione, come accadde a Microsoft dieci anni fa: «Se c’è una lezione – forse prematura – da trarre da tutto ciò», afferma Battelle, «è che non c’è impresa o coppia di imprese che possa guidare una cultura per più di mezza generazione. Dopo questo lasso di tempo la cultura inizia a non aver più fiducia nelle ragioni delle società, che siano bene o male intenzionate»
[74].

Segui il denaro, dicevamo in apertura di capitolo. Ed è proprio al cuore della questione che ci porterà la prossima tesi. L’ossigeno finanziario del mercato dell’attenzione è la pubblicità. E se c’è chi se ne accaparra troppa, gli altri rischiano di morire per asfissia.


[35] Giuseppe Granieri, Umanità accresciuta, op. cit.

[36] Questa parte del capitolo riprende tesi già pubblicate su Cablogrammi nel feb-braio 2009 http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/02/20/alcune-domande-a-de-biase-e-non-solo-su-simbiosi-e-attenzione/.

[37] Luca De Biase, “Ecologia dell’attenzione”, Link, Febbraio 2009, ripubblicato an-che all’indirizzo http://blog.debiase.com/2009/02/strategia-della-disattenzione.html.

[38] Per gli appassionati di analisi matematica, il punto di inflessione nell’adozione di una tecnologia, di una piattaforma o di un’applicazione è il luogo, nella curva che rappresenta il numero degli utenti nel tempo, in cui assistiamo a un repentino aumento positivo della derivata prima. Il fenomeno è particolarmente comune nella diffusione dei servizi del web 2.0 e nei social network: da YouTube a Flickr, da Twitter a Facebook.

[39] Il termine è qui usato non nella sua accezione marxista di alienazione ma in quel-la assegnatagli dalla teoria economica della concorrenza, secondo la definizione di Douglas Rushkoff: «process by which goods that have economic value and are distinguishable in terms of attributes (uniqueness or brand) end up becoming simple commodities in the eyes of the market or consumers».

[40] Si veda a solo titolo di esempio la causa Sourcetool contro Google (http://uk.reuters.com/article/americasRegulatoryNes/idUKN1738748920090217) di cui si parlerà in maggiore dettaglio in riferimento alla quinta tesi.

[41] Questo, in riferimento ai giornali, è un elemento a favore della loro trasforma-zione da prodotti a piattaforme. Un tema che verrà approfondito in riferimento alla nona tesi.

[44] Il libro che avete tra le mani è disponibile con una licenza Creative Commons 2.5 all’indirizzo http://www.ereticidigitali.it.

[45] Esemplare in questo caso la vicenda che a livello europeo ha contrapposto Goo-gle agli editori di quotidiani per l’adozione del protocollo Acap per l’indicizzazione delle notizie. Se ne può trovare traccia su Journalism.co.uk all’indirizzo http://www.journalism.co.uk/2/articles/531181.php.

[46] Dati Nielsen MegaView Search, mese di marzo 2009, riportati da Search engine watch http://blog.searchenginewatch.com/090515-151839.

[48] Una buona sintesi dei termini dell’intesa sotto forma di domande e risposte è sta-ta scritta da Danny Sullivan (http://searchengineland.com/microsoft-yahoo-search-deal-simplified-23299).

[49] Tutti i numeri sono stati pubblicati da Paid Content e si possono trovare a quest’indirizzo: http://paidcontent.org/article/419-microhoo-euro-view-still-miles-behind-google/.

[56] Vedi ad esempio quanto dimostrato da Ippolita.net in Luci e ombre di Google, http://ippolita.net/google.

[58] “Middlemen are doomed” in What Would Google Do?, op. cit., pag. 73 e seguenti.

[59] Le celeberrime tesi di Chris Locke, Doc Searls e David Weinberger risalgono al 1999 e iniziano con l’affermazione “I mercati sono conversazioni” (ma non è sta-to così fin dai Fenici?). Il manifesto si propone di ridefinire le regole del business in un mercato aperto e partecipativo. Se ne può trovare una traduzione in italiano a questo indirizzo. http://www.mestierediscrivere.com/testi/Tesi.htm. A questo indirizzo invece il sito originale: http://www.cluetrain.com/.

[60] Tra di esse anche OpenOffice.org (http://it.openoffice.org/) la suite di programmi per l’ufficio che comprende videoscrittura, fogli di calcolo, database, strumenti per presentazioni, con la quale è stato scritto anche buona parte del libro che ave-te tra le mani.

[61] “Il software è come il sesso, è meglio quando è libero”.

[64] Op. cit., pag. 97 e seguenti.

[67] Come abbiamo visto qualche paragrafo addietro, otto mesi dopo è giunto l’accordo Yahoo!-Microsoft.

[68] Per approfondire: qui si può trovare la proposta di transazione http://www.googlebooksettlement.com/. Qui invece il ricorso che ha portato all’apertura dell’indagine antitrust http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1387582. Qui infine la posizione ufficiale di Google: http://googlepublicpolicy.blogspot.com/2009/04/google-book-search-settlement-will.html.

[69] Robert Darnton, “Google and the Future of Books,” in The New York Review of Books, Volume 56, numero 2 – 12 febbraio 2009 http://www.nybooks.com/articles/22281.

[73] “Come funziona davvero l’esclusione delle notizie da Google News?”, http://googleitalia.blogspot.com/2009/08/traduciamo-e-ripubblichiamo-qui-un-post.html.

Questo articolo è stato pubblicato in Capitoli, il libro e ha i tag . Aggiungi ai preferiti: link permanente. Scrivi un commento o lascia un trackback: Trackback URL.

3 Trackbacks

  1. Scritto da Quinto capitolo Le piattaforme pubblicitarie sono opache il gennaio 11, 2010 alle 2:17 pm

    [...] Indietro [...]

  2. [...] ne stia in qualche modo abusando.  Il mio parere, espresso anche in quanto ho scritto nei capitoli quattro e cinque di Eretici digitali, è che gli indizi in questo senso siano molteplici, univoci e [...]

  3. [...] due punti, sui quali ho dei rilievi critici, peraltro quasi gli stessi che io e Massimo Russo gli abbiamo fatto in Eretici Digitali. E do per scontato che su tutto il resto siamo sostanzialmente d’accordo. A cominciare dalla [...]

Scrivi un Commento

Il tuo indirizzo Email non verra' mai pubblicato e/o condiviso. I Campi obbligatori sono contrassegnati con *

*
*

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>