I nuovi gabellieri
Un biglietto dell’autobus può aiutare a capire meglio di tante teorie come cambia la realtà.
Può essere la cartina di tornasole di come il digitale consenta di introdurre nella vita quotidiana modalità molto più efficienti di gestione delle transazioni economiche, con l’indiscutibile vantaggio di semplificare la vita dei cittadini. Ma d’altra parte può anche mettere in luce come la smaterializzazione permessa dai bit digitali riconsegni a nuovi gabellieri un potere enorme, il trovarsi al posto di controllo da cui passano economia, relazioni, emozioni, comunicazione, cultura, in questo nuovo universo. Doganieri che controllano merci in entrata e in uscita e trattengono una parte del valore per sé. “Chi siete? Cosa portate? Un fiorino![110]”, come parodiavano Massimo Troisi e Roberto Benigni in Non ci resta che piangere raccontando l’Italia del ’400. Nella migliore delle ipotesi. Perché a volte questi soggetti agiscono in modo del tutto arbitrario praticando tariffe diverse per lo stesso tipo di beni solo perché differenti sono i produttori. E cercano sempre di sostituire i produttori di beni e servizi nel rapporto con i clienti, gli utenti, così da essere gli unici depositari delle conoscenze necessarie a completare le transazioni.
I bus dunque. Nel settembre di quattro anni fa Atac, l’Agenzia per la mobilità del comune di Roma, annuncia una novità significativa: la possibilità di pagare il biglietto per rete urbana e metropolitana, nella capitale chiamato anche Bit (Biglietto integrato a tempo), con un semplice sms. Fine della ricerca affannosa di un’edicola o di una tabaccheria aperta, a volte di domenica o di notte, per gli utilizzatori occasionali del trasporto pubblico, privi di abbonamento. È una prima in Italia, ma l’idea di usare il telefonino come borsellino elettronico è già radicata in Estremo Oriente, dove con il cellulare si possono comprare anche le bibite ai distributori automatici. Pare l’uovo di Colombo. Tutti abbiamo in tasca un oggetto che ci identifica in modo univoco, che al suo interno custodisce del credito (a scalare in caso di schede, da saldare in bolletta per gli abbonati). Poterlo usare per comprare beni e servizi e non solo per telefonare è quasi un passaggio scontato. Ma il diavolo si nasconde nei dettagli. Sorvoliamo su tutte le difficoltà tipicamente italiane di inquadrare un nuovo sistema di pagamento nelle leggi esistenti[111], e fermiamoci al prezzo. Nel mondo analogico del biglietto di carta i Bit vanno stampati, qualcuno li deve distribuire ai punti vendita, i quali a loro volta vanno retribuiti per il servizio che prestano quando un cittadino entra e ne acquista un blocchetto. A bordo dei mezzi poi servono le obliteratrici per annullare i biglietti. Nel mondo digitale dei Bit via sms tutto questo è rimpiazzato dalle infrastrutture di rete: dopo essersi registrato al servizio (e per alcuni operatori aver acquistato una scheda prepagata da adibire esclusivamente ai micropagamenti, oppure per altri aver associato la propria carta di credito al numero del telefonino[112]), l’utente deve inviare un sms a un numero speciale con la scritta BIT nel corpo del messaggio.
Le infrastrutture di rete utilizzate sono già tutte esistenti (e ammortizzate nei costi di investimento), il sistema è anche pulito. Non si tagliano alberi, non si usa inchiostro per stampare i biglietti, non serve gasolio o benzina per distribuire i Bit ai punti vendita. I tagliandi utilizzati non sporcano le strade e non sono rifiuti da smaltire o da riciclare.
Il vecchio biglietto di carta costa a Roma un euro. A lume di naso il nuovo sistema, con le efficienze e l’abbattimento di costi che consente dovrebbe avere lo stesso prezzo, con un miglioramento dei margini per l’agenzia di trasporto. E invece, quando va bene costa un euro e 15 centesimi. La differenza viene incassata dagli operatori telefonici per il servizio sms.
A volte il cittadino deve inoltre pagare la commissione sulla scheda prepagata per un fantomatico costo di conversione in moneta. Dunque riassumiamo: io compro 10 euro di credito per pagarci il bus. Il mio operatore – almeno nel caso di Wind – se ne tiene subito 2, il credito attribuito dunque è pari a 8 euro. A questo punto ogni biglietto lo pago 1,12 / 1,15 euro (a seconda dell’operatore). Nel vecchio mondo, quello dei biglietti su carta, con 10 euro viaggio 10 volte sull’autobus. Nel nuovo mondo, quello digitale, ammesso che arrivi in fondo alla difficile procedura iniziale di configurazione, la stessa cifra serve solo a 8 viaggi. Dove sta la convenienza?
I cittadini, che non sono grulli, l’hanno capito, e per la maggior parte si sono tenuti alla larga dal sistema[113].
Avere l’esclusiva di accesso al tubo, si tratti di telefoni cellulari o di pagamenti elettronici via altre piattaforme, consente dunque ai gabellieri di costruire nuove rendite di posizione. Se poi anche nel vecchio mondo si gestiva una situazione di monopolio, nel nuovo a rendita si aggiunge rendita. È il caso ad esempio di Poste Italiane, che al pagamento dei bollettini premarcati applica sul proprio sito[114], oltre alla commissione normale che si paga allo sportello, anche una commissione ulteriore che cresce all’aumentare dell’importo pagato, e in alcuni casi può portare il costo per la transazione a 4 o 5 volte la cifra che si verserebbe allo sportello. E, ovviamente, non esiste altro modo su internet per pagare i bollettini postali premarcati (quelli liberi invece si possono saldare anche attraverso i sistemi di home banking) se non attraverso il sito di Poste. Non solo. L’unico modo per avere il servizio digitale allo stesso prezzo di quello fisico è acquistare una carta Postepay. Eppure, anche qui, il digitale sposta in effetti una parte importante del lavoro sull’utente e dunque dovrebbe costare meno del servizio tradizionale, che comporta l’impiego di uno sportellista.
La promessa di efficienza, di semplificazione e di disintermediazione (pago io, quando mi pare, mi basta solo una connessione a internet) del digitale si scontra dunque con la reintermediazione introdotta nel sistema dei servizi, si tratti di bus o di bollettini postali, dai proprietari delle piattaforme. Per capire quanto questo principio sia generale dobbiamo introdurre il concetto di catena del valore. Riferita a un’impresa o al processo di produzione di un bene o di un servizio, la possiamo definire come l’insieme di operazioni messe in atto da un’organizzazione per giungere al prodotto[115]. Avremo così le attività primarie di logistica, produzione, distribuzione, marketing, servizi postvendita e così via. A fianco a questi ci sarà un insieme di attività di supporto, costituito da tutto quel che consente all’impresa di stare in piedi, da chi fa i conti alla gestione del personale, agli affari generali.
Con l’affermarsi di internet come piattaforma di distribuzione e con l’avanzare della tecnologia, sempre più la catena del valore di un qualsiasi bene tende a essere distribuita tra diverse società. Esistono sempre meno imprese che gestiscono produzione di beni e servizi dal principio alla fine. Ognuno tende a concentrarsi su alcune parti del processo, lasciando alcuni tratti della catena ad altri soggetti, che possono specializzarsi raggiungendo così livelli più alti di produttività ed efficienza.
Un ciclo teoricamente virtuoso per il sistema, visto che il risultato dovrebbero essere servizi migliori a prezzi più bassi. Ad esempio, se sono un musicista e voglio vendere la mia musica online, non ha senso che io realizzi da me la piattaforma per farlo. Meglio che mi concentri sulla scrittura e la produzione dei miei brani. Per la distribuzione potrò utilizzare le piattaforme già esistenti.
Nello stesso modo, se sono un editore, mentre nel mondo fisico la catena del valore della produzione di un quotidiano è spesso tutta interna alla mia impresa (dalla raccolta di informazioni alla redazione del giornale, fino alla stampa e alla distribuzione), nel digitale io controllo il mio prodotto fino alla sua messa online. In genere per l’hosting del mio sito mi affiderò a società esterne, e saranno soprattutto i provider di connettività, sia essa mobile o fissa, a consentire ai miei lettori di venirmi a leggere. Nulla di male se questo consentisse una maggiore efficienza generale. In pratica però accade che i rapporti di forza tra i diversi soggetti della catena del valore non siano paritari. Ad esempio, gli editori sono molti, i provider pochi. Se poi pensiamo alle piattaforme di distribuzione di musica, sono ancora meno. Ecco che l’abbattimento di costi all’entrata permesso dal digitale, che in teoria dovrebbe disintermediare questi processi produttivi e consentire una maggior concorrenza, si traduce in una reintermediazione da parte dei gabellieri, i signori delle piattaforme. Parliamo di motori di ricerca, provider di connettività o oligopolisti del sistema di vendita di quel bene, in grado dunque di fissare da soli il prezzo e/o di appropriarsi della maggior parte del valore generato dalla catena del processo di produzione. In sostanza siamo di fronte ai doganieri della rete, che solo per il fatto di sedere in un posto chiave della catena del valore e di disporre della rendita di posizione derivante dall’essere oligopolisti di questo nuovo mercato (se non spesso, come avviene nelle telecomunicazioni, ex monopolisti) dettano le regole e stabiliscono prezzi e margini per sé e per gli altri. Ciò si può tradurre in un danno per i consumatori, in una lesione della concorrenza o – come spesso accade – in entrambe le cose. Nel ventesimo secolo, nell’epoca dell’industria pesante, esistevano barriere fisiche che impedivano di entrare nella produzione editoriale o musicale senza grandi investimenti iniziali. Oggi, nella postmodernità della rete, ciò è invece possibile al costo di poche centinaia di euro per chiunque, con il vantaggio di poter accedere a un mercato che non ha né vincoli geografici né temporali (una volta pubblicato in rete, un giornale o una canzone vi resta per sempre).
Ma chi controlla piattaforme di transazione e accesso ha il coltello dalla parte del manico nello stabilire ricavi e visibilità per tutti i produttori. Ripetiamo l’esempio fatto prima per il biglietto del bus per una copia del giornale. Se l’acquistate in edicola, la pagate 1 euro. Nella versione elettronica, comprata online, nel caso più caro la pagherete 70 centesimi. Ma se provate ad acquistare attraverso il telefono fisso una copia singola da fruire poi online, dovrete sborsare 1,8 euro. Se poi chiamate con un telefonino, non vi basteranno in alcuni casi 2,5 euro. Oltre il doppio di una copia fisica. Dove va a finire la maggior parte di questo sovrapprezzo? Nelle tasche dei proprietari delle piattaforme di transazione (i gestori delle numerazioni premium) e degli operatori telefonici.
L’Italia non brilla per diffusione della banda larga. Secondo il rapporto realizzato da Francesco Caio per conto del governo e presentato nel marzo scorso al ministero dello Sviluppo economico[116], 12 italiani su 100 non sono ancora raggiunti dal servizio. E dove internet arriva, dieci milioni di famiglie hanno deciso di sottoscrivere un abbonamento. La posizione dell’Italia rispetto agli altri paesi europei è inoltre destinata a peggiorare, visto il rallentamento degli investimenti in fibra. Oltre al deficit infrastrutturale, il mercato della banda larga soffre per lo strapotere dell’ex monopolista. Telecom, hanno denunciato infatti più volte i provider indipendenti[117], tende a praticare prezzi per la rivendita all’ingrosso della banda troppo alti, e non orientati al costo della piattaforma[118].
Se il rapporto tra ex monopolista e provider indipendenti è asimmetrico, quello tra detentori del tubo e produttori di contenuti è ancora più squilibrato. Malgrado una delle ragioni principali di connessione da parte degli utenti sia l’informazione, nulla dei ricavi che i provider realizzano con la vendita delle Adsl viene girato a quanti contribuiscono con la loro presenza a motivare la sottoscrizione di nuovi abbonamenti. Nel dibattito degli ultimi mesi, come vedremo in riferimento alla nona tesi, molti hanno sottolineato la necessità di far pagare gli utenti per l’informazione fruita in rete. In realtà discutere di tutto-gratis o micropagamenti è limitante.
Si dovrebbero anche riequilibrare le evidenti incoerenze che si sono venute a creare nella catena del valore. Proviamo ad aiutarci con l’analogia della televisione satellitare. Lì il proprietario della piattaforma ospita all’interno della propria offerta anche numerosi canali di produttori di contenuti esterni. A essi riconosce un fee, una somma, perché la loro presenza nel bouquet lo rende più allettante per quanti dovranno decidere se abbonarsi o meno. Se una delle attività principali alla base dell’uso della rete è l’informazione, perché le società che forniscono connettività non dovrebbero riconoscere una parte di questo valore a chi produce giornalismo?
Nel settembre 2009 una proposta di questo genere è stata formalizzata da Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Editoriale L’Espresso[119], in un commento pubblicato sul Sole 24Ore. Secondo De Benedetti,
il meccanismo potrebbe essere simile a quello utilizzato per le politiche di sostegno alle energie rinnovabili. In quel caso l’interesse generale giustifica un prelievo proporzionale erga omnes sulla bolletta energetica. Qui il prelievo potrebbe avvenire sulla bolletta della connettività, a prescindere dall’utilizzo, da parte del singolo, di contenuti informativi durante la propria navigazione. Non si tratterebbe di un contributo perenne, ma di un finanziamento alla transizione da regolamentare a livello di singolo paese[120].
Facciamo due conti al volo. Secondo la relazione 2008 dell’Autorità per la garanzia delle comunicazioni (Agcom), per la banda larga gli utenti nel 2007 in Italia hanno pagato una cifra pari a 3,36 miliardi. In media, una adsl nel mercato famiglia costa circa 20 euro al mese. Supponiamo che un euro di questi 20 venga messo a disposizione dei produttori di contenuti. Un euro è pari al 5 % della cifra pagata ogni mese. Il 5% di 3,36 miliardi significa circa 170 milioni l’anno. A valori 2008 Fcp[121] è come se la torta pubblicitaria, al momento unica entrata dei produttori di informazione, fosse aumentata improvvisamente del 50%.
In sostanza, con un contributo pari a un euro al mese dei 20 pagati in bolletta, lo scenario economico per i produttori di giornalismo in Italia cambierebbe totalmente. Certo è difficile pensare che spontaneamente all’improvviso i fornitori di connettività decidano di condividere graziosamente i loro ricavi, ma esistono casi in cui questo accade, soprattutto qualora venga riconosciuto un diritto generale, che qui potrebbe essere quello della libertà di informazione e della necessità di una pluralità di fonti.
Del resto già agli albori del web, nella seconda metà degli anni ’90, quando la connessione alla rete era in dial up, ovvero si svolgeva sulla normale rete telefonica urbana con la tariffazione a tempo, gli operatori telefonici riconoscevano ai fornitori di accesso di “free internet” una quota per ogni ora di traffico sviluppata attraverso i propri utenti sulla rete telefonica. Si tratterebbe ora di applicare lo stesso meccanismo alla banda larga e ai contenuti. Non è vero che in rete soldi non ce ne sono. Il punto è che, visto lo squilibrio dei rapporti di forza tra produttori di contenuti e signori della connettività, finiscono tutti nelle tasche di questi ultimi. Ma non è detto che debba continuare a essere così.
Quel che abbiamo visto finora si applica in modo anche più evidente alla telefonia mobile, dove per anni il traffico è rimasto sostanzialmente congelato a causa delle tariffe proibitive per connettersi a consumo alla rete via cellulare. Come se non bastasse, la tariffazione del traffico dati è stata per molto tempo opaca e di difficile decrittazione per gli utenti. Nel dubbio che scaricare un singolo messaggio di posta elettronica o inviare un mms potesse arrivare a costare anche più di un euro, molti utenti hanno preferito rinunciarvi del tutto. Abbiamo dunque assistito al paradosso di avere reti già adatte al traffico dati di terza generazione (Umts/3g), con dispositivi aggiornati venduti in milioni di esemplari, ma utilizzati da alcune decine di migliaia di persone. A fine 2007 in Italia Eurisko stimava che tutto il traffico su internet senza fili, derivante cioè sia dai telefonini sia dalle chiavette-modem da collegare al computer, riguardasse circa 200mila persone. Con le tariffe flat – che permettono cioè di collegarsi a internet con il cellulare a cifra fissa, pur con alcune limitazioni – le cose hanno iniziato a cambiare, e oggi i naviganti in mobilità sono circa 2 milioni.
La proposta di De Benedetti ha sollevato numerose reazioni, alcune negative, altre di apertura inattesa, ad esempio da parte del quotidiano il Foglio di Giuliano Ferrara. Come ha osservato Maurizio Boscarol, docente all’università di Trieste,
La proposta si fonda su un assunto: dalla nascita della rete a oggi, non sono i produttori di contenuti ad aver guadagnato, come si immaginava fin dal 1996, anno dell’articolo di Bill Gates ‘Content is King’, ma i fornitori di connettività. E con guadagni consistenti. Sarebbe del tutto legittimo stimare quanta parte di questi guadagni dipenda dai contenuti messi liberamente online. E riconoscerne agli autori una parte.
Certo, la strada per l’applicazione di un’idea del genere non è in discesa. Ancora Boscarol:
Bisognerebbe evitare che i ricavi andassero solo ai grandi gruppi, anzitutto, escludendo i contenuti generati dagli utenti, dai non professionisti o dai non appartenenti a gruppi mediatici. Bisognerebbe poi bilanciare la prevedibile prevalenza dei contenuti d’intrattenimento su quelli socialmente più utili. Inoltre, come molti hanno notato, è facilmente intuibile come una simile proposta finirebbe per spingere i fornitori di connettività a ricaricare sul costo dell’abbonamento il ricavo da stornare. Dunque alla fine pagheremmo sempre noi. Ma non è forse proprio un modo per “socializzare la produzione” di contenuti utili? Certo, le contraddizioni sono dietro l’angolo. Ma il giornalismo di pubblica utilità sembra messo talmente male che forse vale la pena di pensarci[122].
Una volta accettato il principio della necessità di un parziale e temporaneo riequilibrio dei ricavi generati dalla connettività mobile e fissa, sorgeranno altri problemi. Quali produttori di giornalismo potranno accedere a queste risorse? E con quale criterio andranno ripartite? Questioni da affrontare in modo pragmatico e senza steccati mentali o corporativi. I principi guida potrebbero essere la produzione originale (non la semplice aggregazione automatica) e il superamento di una certa soglia di traffico. In nessun caso automatismi derivanti dall’appartenenza a gilde o ordini. Altri due punti su cui essere molto chiari: non si tratta di una tassa sull’uso di internet, dunque il costo non dovrebbe essere ribaltato sugli utenti; la disponibilità di questi fondi potrebbe essere una boccata d’ossigeno per la transizione del giornalismo al digitale (e certo è assai più motivata, ad esempio, degli aiuti di Stato agli organi di informazione di partito) ma non può essere un alibi per non innovare. Senza reboot, ripensamento complessivo del prodotto giornalistico, senza superamento del criterio della copia non creativa, non ci sono riequilibri che tengano. Delle strade da percorrere in questo senso parleremo al capitolo 9.
Per il momento dobbiamo ancora ragionare di piattaforme e intermediari. Perché il panorama offre anche altri motivi di inquietudine.
Sul mobile, oltre al potere degli operatori, si esercita anche quello dei produttori di dispositivi, soprattutto per quanto riguarda l’iPhone di Apple. Il mercato degli smart phone è tutt’altro che monopolistico. I produttori di dispositivi sono diversi e anche i sistemi operativi utilizzati sono almeno quattro: symbian per i Nokia, Windows Mobile, Android, e OsX per iPhone. Tuttavia anche qui rischiano di consolidarsi delle rendite di posizione che vanno monitorate con attenzione.
Lanciato in Italia nell’estate del 2008 nella versione 3g, dopo che la versione 2g aveva fatto il suo debutto negli Usa qualche mese prima, iPhone si è imposto all’attenzione per gli oltre 25 milioni di apparecchi venduti, con più di un miliardo di applicazioni scaricate dagli utilizzatori. Non particolarmente brillante se usato come telefono, il cellulare di Apple, per le sue caratteristiche di semplicità d’uso, ha invece cambiato totalmente il paradigma della navigazione della rete in mobilità.
Ad agosto 2008, pochi mesi dopo la sua introduzione, l’iPhone già rappresentava per quantità il 10% del traffico dati in mobilità negli Usa. Una quota salita al 50% a marzo di quest’anno[123]. Sul mercato italiano la curva di crescita non è molto diversa. Possiamo dunque dire che la visione di una pagina web su due effettuata attraverso un cellulare oggi avviene attraverso l’iPhone. Ecco perché vale la pena occuparsene qui.
Quanto la rete è per sua natura disintermediata, tanto l’iPhone reintermedia. Si tratta infatti di un mondo chiuso che gestisce solo applicazioni software approvate da Apple. Spieghiamoci meglio. Per sfruttare a pieno le potenzialità dello strumento, dalla fruizione di contenuti ai giochi, dalle quotazioni di borsa all’informazione, è necessario sviluppare applicazioni software specifiche. Nulla di male se non fosse che gli acquirenti dell’apparecchio hanno accesso all’installazione di nuove applicazioni solo attraverso un negozio di Apple chiamato App Store. Se un’applicazione non è su quegli scaffali virtuali, è impossibile inserirla nel proprio telefono, a meno di non craccarlo, di manomettere cioè il sistema operativo con un’operazione che invalida la garanzia.
In sostanza l’iPhone è un computer sul quale un acquirente non è in grado di installare nulla che non sia di gradimento del fabbricante. Diciamolo meglio: Apple si frappone come intermediario imprescindibile tra utenti e sviluppatori di qualsiasi applicazione. In parte per guadagnarci, visto che su ogni software venduto attraverso App Store Apple ha una commissione. Ma soprattutto per evitare che una qualsiasi applicazione sgradita sfrutti le potenzialità del telefono/computer in una direzione ad Apple non gradita. Come si può vedere, torna il tema del potere arbitrario delle piattaforme. In teoria Apple asserisce di agire per il bene dei propri consumatori, garantendo che nei propri telefoni non finisca nulla che non sia all’altezza delle aspettative degli utilizzatori. In realtà, come è stato più volte dimostrato, la procedura di approvazione delle nuove applicazioni per l’App Store è tutt’altro che limpida. Anzi, le regole draconiane stilate da Apple per concedere a un programma di approdare all’App Store valgono per alcuni, ma per altri sono facilmente messe da parte.
Lo ha verificato C|net, forse il più autorevole sito di informazione tecnologica degli Stati Uniti, quando ha pubblicato una ricerca secondo la quale, stando ai principi di Apple, la stessa applicazione mobile creata da Google non avrebbe dovuto avere il permesso di accedere all’App Store, cosa che invece è avvenuta.
Quali conclusioni se ne possono trarre, si domanda C|net?
Primo, come già si sapeva, il processo di approvazione dell’App Store è insensato: applicazioni che non violano alcuna delle linee guida sono respinte per ragioni fumose, mentre applicazioni che le violano ottengono il via libera. (…) Secondo, chi sta alle regole del programma per gli sviluppatori realizzerà applicazioni non in grado di competere contro quelle sviluppate da chi viola le regole ma se la cava, vuoi perché Apple non se ne accorge, vuoi perché sono colossi dell’industria politicamente connessi[124].
Vedi ad esempio il caso di Google, il cui amministratore delegato Eric Schmidt, sedeva, fino all’agosto del 2009, anche nel consiglio di amministrazione di Apple. E come abbiamo visto negli scorsi capitoli, sugli incroci di nomine tra i consigli delle due società era stata aperta anche un’inchiesta dell’Antitrust americano[125]. Affari loro, si potrebbe dire, in fondo si tratta di aziende private. Ma nel momento in cui l’iPhone rappresenta una parte significativa del traffico internet in mobilità, esiste anche un interesse generale dei consumatori e dei concorrenti alla trasparenza da tutelare.
La questione è rilevante anche perché la vendita delle applicazioni per la fruizione di contenuti e servizi dalla rete in mobilità al momento è uno dei pochi business model alternativi alla pubblicità che mostrano qualche segnale di praticabilità per i produttori di contenuti, come un’indagine condotta da Flurry, società di analisi del settore della telefonia mobile, ha dimostrato la scorsa primavera[126]. L’ultima versione del sistema operativo per iPhone, il 3.0, consente tra l’altro la fatturazione ripetuta per l’acquisto di un bene, come ad esempio il pagamento a cadenza mensile per l’abbonamento al download di un contenuto. Una potenzialità che potrebbe trasformare facilmente l’App Store in una vera e propria edicola mobile.
Il tipo di controllo di cui Apple dispone rispetto all’App Store è una questione significativa. Anche perché la possibilità di intervento della società non si limita al negozio online delle applicazioni, ma si estende fino alla possibilità di controllare a distanza i terminali. In altre parole Apple, anche dopo l’acquisto ha la possibilità di disabilitare, qualora lo ritenga opportuno, applicazioni e software installati sui terminali degli utenti. È stato lo stesso amministratore delegato Steve Jobs ad ammetterlo nell’estate del 2008 a margine di un colloquio con il Wall Street Journal[127] sull’andamento lusinghiero delle vendite delle applicazioni per il gadget tecnologico più desiderato del momento.
La possibilità per Apple di rimuovere software in remoto dai propri telefoni esiste, ha affermato Jobs, giustificandola come un estremo rimedio all’eventuale distribuzione di un programma dannoso attraverso l’Apple App Store, il negozio online al quale è necessario ricorrere per scaricare e installare programmi sul telefono: «Speriamo di non aver mai bisogno di tirare quella leva», ha aggiunto, «ma sarebbe irresponsabile non avere una maniglia come quella da tirare in caso di necessità».
Al momento dell’ammissione di Jobs, la discussione sull’esistenza del kill switch, l’interruttore killer, era iniziata già da alcuni giorni sui forum degli appassionati in rete e nei siti specializzati in software e telefonia. Ad accenderla era stato Jonathan Zdziarski, uno sviluppatore di codice indipendente che, esaminando i file all’interno del telefono, si era reso conto che l’apparecchio di tanto in tanto scarica dalla casa madre un file di “applicazioni non autorizzate” inserite in una lista nera, che potrebbero poi essere eliminate in automatico dalla memoria del terminale. Il fatto, precisava lo stesso Zdziarski, non significa che Apple abbia la capacità di spiare i telefoni per sapere cosa contengano, ma vuol dire che potrebbe invece cancellare dai terminali – se presente – software inserito in una lista nera e ritenuto indesiderato.
L’esistenza di una tale facoltà solleva comunque una serie di dubbi sulla possibile violazione di diritti dei consumatori. Innanzitutto per la mancata trasparenza, considerato che si tratta di una informazione che un acquirente potrebbe voler conoscere prima di acquistare il telefono. In secondo luogo per la possibile falla alla sicurezza: che accadrebbe se qualcuno utilizzasse tale funzionalità per danneggiare i terminali degli utenti? Infine, e soprattutto, per la discrezionalità lasciata ad Apple: chi decide quali sono le applicazioni potenzialmente dannose? Mentre la cosa è ovvia per un software che ad esempio ruba i dati personali degli utenti, la questione non è altrettanto chiara per programmi ritenuti da Apple illegittimi per ragioni commerciali o di politica industriale. O magari per contenuti ritenuti, a insindacabile giudizio di Apple, da censurare. È facile immaginare, ad esempio, il fuoco di indignazione che sarebbe divampato se una cosa analoga l’avesse fatta Bill Gates su tutti i pc equipaggiati con il sistema operativo Microsoft.
Più in generale, si aprono quesiti su quali siano i limiti ai diritti dei fabbricanti su ciò che acquistiamo.
In tutti i casi descritti finora abbiamo visto come, nell’economia distribuita della rete, il controllo di una parte chiave della catena del valore, solitamente legata alla distribuzione o all’accesso, consenta ad alcuni attori di avere una rendita di posizione, e quindi un potere contrattuale, superiore agli altri. Imponendo così condizioni che le altre società non possono far altro che accettare.
Una delle ultime dimostrazioni in ordine di tempo viene da Kindle, il lettore elettronico di libri e giornali lanciato da Amazon, la libreria online divenuta la maggiore piattaforma di e-commerce del pianeta. Kindle, giunto già alla seconda versione, è un reader che, grazie all’inchiostro elettronico, consente la lettura di testi senza alcuni dei difetti che caratterizzano di solito la lettura su schermo retroilluminato: dai problemi legati alla scarsa leggibilità in piena luce, alla durata della batteria. Kindle negli Stati Uniti dispone di una connessione wireless via cellulare alla rete, attraverso la quale è possibile scaricare da Amazon libri o giornali, sulla falsariga di quanto avviene con App Store di Apple per le applicazioni o con iTunes per la musica. Qui non interessa indagare a fondo sul funzionamento dello strumento, che – detto per inciso – soprattutto per giornali e riviste è ancora lontano, come del resto gli altri suoi emuli in commercio, dal garantire un’esperienza d’uso comparabile con quella della carta.
Quel che preme sottolineare sono invece le condizioni che Kindle pratica agli editori che vogliano inserire i propri contenuti sul dispositivo. Che si tratti di blogger o di editori di testate internazionali, il patto proposto è egualmente leonino: fatta 100 la cifra pagata dagli utenti per abbonarsi al giornale o al blog, ai produttori del contenuto resta il 30%. Il resto va ad Amazon, che detiene la piattaforma. I signori delle piattaforme esercitano con linearità implacabile il loro diritto di passo. Alla faccia della teoria della libera concorrenza, ovvero di rendere aperto l’accesso alle tecnologie infrastrutturali con un prezzo orientato al costo.
È per questo motivo che Rupert Murdoch, presidente di News Corp e primo editore al mondo (da Sky a Fox, dal Times di Londra al Wall Street Journal, passando per il New York Post, per citare solo alcuni titoli nel suo portafoglio), ha annunciato di voler portare le proprie testate su tutti i dispositivi, ma di essere comunque intenzionato a realizzare anche un proprio Kindle. Come ha spiegato Staci Kramer su Paid Content[128], sito di riferimento per l’economia dei contenuti digitali, l’azienda vuole conservare nelle sue mani la relazione diretta con i clienti (lettori Ndr), e controllare la relazione con loro. E vuole essere in grado di fissare un prezzo. Tutte facoltà che le verrebbero negate se cedesse al patto leonino.
Un incidente, poi rientrato, ha reso plastico nel luglio 2009 quanto sia discrezionale il potere di chi detiene i dispositivi elettronici dominanti del mercato. Di punto in bianco dai Kindle di numerosi utenti sono sparite, in remoto e senza chiedere alcun consenso, le copie di 1984 di George Orwell già acquistate (ha fatto seguito un educato rimborso della cifra spesa per l’acquisto). La cosa è avvenuta quando ogni utente si è collegato per scaricare nuovi acquisti, fossero un giornale o un altro libro. È un’ironia della sorte che sia avvenuto proprio con l’autore che ci ha insegnato l’idea che l’informazione sia manipolabile. Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, si è poi reso conto dell’enormità simbolica dell’accaduto, e qualche giorno dopo ha chiesto scusa. Si è trattato, ha detto, di un’operazione «autolesionistica e stupida, un atto che mi addolora e che resta al di fuori dei nostri principi (…) Meritiamo tutte le critiche che ci sono state rivolte».
Ma le cose sono un po’ più complicate di come le mette Bezos. È il potere di dogana che gli intermediari dei vari servizi di ebook nelle loro diverse proposte commerciali si arrogano, che genera le “azioni stupide”. Il guaio non è l’errore umano. È nel fondamento stesso del servizio così com’è concepito.
Uno dei principi cardine dello sviluppo della rete fin dalla sua nascita, nonché del web negli ultimi 15 anni, è stato la neutralità della rete: i fornitori di connettività non possono dare la precedenza a un pacchetto di dati o contenuti che viaggia sulle proprie reti a scapito di un altro. Un’idea ereditata negli Usa dalla disciplina per la tutela della concorrenza tra compagnie telefoniche, ed estesa poi al web. Significa che ogni fornitore di connettività non può filtrare i pacchetti di dati che viaggiano sulla propria rete sulla base di quel che contengono bloccandone alcuni, o anche solo dando priorità a quelli che ritiene più importanti.
Vista dalla parte dei consumatori, la neutralità richiede che essi non siano discriminati nell’accesso a un servizio né limitati dai provider nell’accesso a un qualsiasi contenuto. Per dirlo come la intende l’authority Usa per le comunicazioni, Federal communication commission:
- i consumatori hanno diritto di accesso a tutti i contenuti leciti su Internet sulla base della propria scelta;
- i consumatori hanno il diritto di utilizzare applicazioni e servizi a propria scelta, nel rispetto delle leggi;
- i consumatori hanno il diritto di connettere i propri apparati purché non provochino danni alla rete;
- i consumatori hanno il diritto alla concorrenza tra operatori di rete, applicazioni e fornitori di servizi e di contenuti.
La questione sta diventando di particolare importanza, perché con l’aumentare dei contenuti multimediali che viaggiano in rete, e il crescere degli utenti connessi, alcuni operatori in Canada e negli Usa cominciano a parlare apertamente di dare una priorità diversa ai pacchetti per scongiurare il rischio di congestioni[129]. I primi a essere discriminati – già sta accadendo in alcuni paesi – sarebbero quelli legati alle piattaforme di peer to peer, che permettono di distribuire tra utenti contenuti come film e musica senza passare per un server centrale. E ciò a prescindere dal fatto che si tratti o meno di contenuti coperti da diritti.
La vicenda riguarda anche l’Europa, visto che nella direttiva Telecoms package, che il parlamento europeo rinnovato lo scorso giugno si ritroverà sul tavolo dalla precedente legislatura, sono inseriti alcuni emendamenti che consentirebbero ai provider di discriminare alcuni servizi. Come ha scritto l’Opennet coalition, un’associazione che raccoglie provider e studiosi europei tra i quali il giurista italiano Guido Scorza e Giovanbattista Frontera di Assoprovider, «Ogni operatore di mercato non potrà avere la certezza di raggiungere tutti i navigatori europei. Dall’altra parte, ogni utente di Internet vedrà soltanto la porzione di Web a cui il provider permetterà di accedere»
[130].
Si tratta di una questione molto concreta, visto che le iniziative unilaterali di filtraggio di contenuti e servizi da parte di provider europei sono già in corso: ad esempio T-mobile, il più grande operatore telefonico tedesco, lo scorso aprile ha annunciato la decisione di bloccare l’accesso per i propri abbonati a Skype, un’applicazione che consente agli utenti di telefonare gratis con il trasporto della voce su protocollo internet (VoIP).
Esistono molte altre possibili lesioni della neutralità della rete, come ad esempio la realizzazione di una rete a più livelli, quello tradizionale su cui viaggiano i convogli di dati alla velocità ordinaria, e un livello “Eurostar”, che costerebbe di più e nel quale viaggerebbero pacchetti di dati per applicazioni video e audio. Si tratta del cosiddetto tiered service. Fino a ora le società telefoniche non sono riuscite a far passare questa impostazione, e negli Usa la nuova amministrazione americana non ha dato segnali di voler cambiare strada. Anzi: il presidente Barack Obama, prima di essere eletto, ha sottolineato più volte di non voler essere secondo a nessuno nell’impegno per una rete neutrale. Ma nei prossimi mesi la normativa sulla network neutrality e i principi stabiliti dalla Fcc dovranno essere rivisti dal legislatore americano, perché scadrà una moratoria sull’argomento.
È prevedibile che in tale occasione i signori delle piattaforme cercheranno di mettere a frutto il loro diritto di passo.
[110] Il frammento si può rivedere su YouTube qui: http://www.youtube.com/watch?v=oODisCdWnf8.
[111] Una normativa europea per l’utilizzo di un sistema uniforme nei 27 paesi dell’Unione dovrebbe arrivare a breve: http://www.pubblicaamministrazione.net/connettivita/news/1039/pay-buy-mobile-il-conto-si-paga-col-cellulare.html.
[112] Istruzioni per utilizzare il sistema, farraginose e complesse, si possono trovare alla pagina http://www.atac.roma.it/index.asp?p=1&i=644&o=3&a=3&tpg=2.
[113] Dopo il rifacimento del sito Atac, molte pagine sono state eliminate dal web. Del Bit via sms si trova traccia solo nella memoria di Google o cercando “Bit sms” nella home page del portale dell’azienda.
[115] Il modello è stato teorizzato dall’economista Michael Porter nel saggio Competitive advantage: creating and sustaining superior performance, Free Press, New York 1985.
[116] Copia integrale del documento si può scaricare a quest’indirizzo: http://wikileaks.org/wiki/SCHEDA_-_Rapporto_Caio_su_sviluppo_banda_larga_in_Italia. Il documento consiglia un intervento statale per la realizzazione dell’infrastruttura di base, scorporando la rete dalla Telecom.
[117] Le imprese si riconoscono nell’Associazione italiana internet provider (Aiip) http://www.aiip.it/.
[118] Per una documentazione precisa sul tema si rimanda al blog di Stefano Quintarelli http://blog.quintarelli.it/.
[119] Per la trasparenza dovuta al lettore ricordiamo anche qui che entrambi gli autori di questo libro lavorano in testate del Gruppo L’Espresso.
[120] L’articolo sul Sole è stata pubblicato nell’edizione del 24 settembre 2009 con il titolo “Ai giornali il valore di internet”. Lo si può trovare in rete: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/24-settembre-2009/internet-giornali-valore.shtml.
[121] Si tratta dell’osservatorio della Federazione concessionarie di pubblicità.
[122] La riflessione di Boscarol è apparsa in un articolo su Apogeonline http://www.apogeonline.com/webzine/2009/09/30/il-futuro-dei-giornali-va-cercato-altrove.
[123] Il dato è contenuto in un rapporto di AdMobile Metrics citato da Jonathan Dube, giornalista ed esperto di contenuti digitali: http://www.cyberjournalist.net/iphone-makes-up-50-percent-of-smartphone-web-traffic-in-us/.
[124] Per chi volesse approfondire il caso, l’articolo di C|net si può trovare qui: http://news.cnet.com/8301-13579_3-10104204-37.html.
[125] Ulteriori ragguagli sull’indagine in corso sono rinvenibili all’indirizzo http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/05/05/indagine-antitrust-sui-rapporti-tra-apple-e-google/.
[126] Secondo lo studio, le notizie e l’informazione sono il secondo motivo di interesse in quanti sono disposti a pagare per un’applicazione in mobilità. Le più scaricate hanno già fatto raggiungere fatturati di 10/15 milioni di dollari in pochi mesi agli sviluppatori che le hanno realizzate http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/04/20/iphone-guadagnare-con-applicazioni-per-leditoria/.
[127] L’articolo del Wall Street Journal si può leggere qui: http://online.wsj.com/article/SB121842341491928977.html.
[128] L’articolo si può trovare ripubblicato dal Washington Post: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/05/11/AR2009051100123.html.
[129] Il tema della congestione della rete al crescere del suo utilizzo e dei rischi che ciò in prospettiva può comportare è l’argomento del rapporto dell’Economist “Internet overload – Surviving the Exaflood”, che cerca di affrontare la questione senza allarmismi: www.economist.com/research/articlesBySubject/displaystory.cfm?
[130] Qui il testo integrale: www.assoprovider.it/index.php?option=com_content&task=view&id=213&Itemid=46.


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