Eppure dovrai metterti l’animo in pace – replicò Woland, e un sorriso beffardo storse la sua bocca – . Non hai fatto in tempo ad apparire sul tetto che hai già detto una sciocchezza, e ti dirò io in che cosa consiste: nel tuo tono.
Hai pronunciato le tue parole come se tu non riconoscessi l’esistenza delle ombre, e neppure del male. Non vorresti avere la bontà di riflettere sulla questione: che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne scomparissero le ombre? Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Vuoi forse scorticare tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c’è di vivo per il tuo capriccio di goderti la luce nuda? Sei sciocco.
Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita
Qui e là in questo saggio si ritrova traccia dell’atteggiamento più diffuso nella rete. È riassumibile sotto l’etichetta “l’urlo”. Si tratta della tendenza propria dell’utente neofita che, una volta resosi conto di avere tra le mani uno strumento di espressione, lo usa girando la manopola del volume al massimo.
Il neofita quasi sempre evolve nell’utente predicatore. In quello che ti insegna cos’è il web e, pochi post dopo, cosa sono i giornali, i media e il mondo. Questo aspetto – che chiameremo dell’illusione di onnipotenza dell’utente telematico, per cui il mezzo riempie ogni lacuna personale e rende culturalmente onnipotenti – andrebbe ben studiato, e studiato senza quei pregiudizi per cui la rete è luogo di alienazione, è gorgo del nulla, è dannazione moderna.
Psicologi e antropologi hanno ancora un atteggiamento di rifiuto snobistico verso questo mezzo, che talvolta viene abbandonato in favore dell’utilizzo del web in forma di leva, per arrivare ad altri media più “importanti” e, di certo, di più rapido incasso. Un peccato: la rete è un campo di studio fertile. È insieme oggetto e soggetto, luogo di osservazione e di partecipazione. Luogo di dinamiche umane, sociali, “culturali”, che si esprimono al loro meglio e al loro “vero”. Una di queste dinamiche è l’annientamento della notizia. Della nozione di notizia.
La possibile obiezione: alla cancellazione della realtà provvede il racconto dei media, che sono “al servizio del potere”, e segnatamente vi provvede il racconto televisivo. Ma non c’è alcuna contraddizione tra la nostra affermazione e questa affermazione, rozza ma aderente ai fatti. Come detto più volte qui e come ogni ricerca in merito conferma, il web riecheggia del “discorso” degli altri media quasi in modo ecolalico. Le parole del mainstream si incontrano con la rete e danno vita alla costellazione dello Zeitgeist, nello spirito delle masse (e del tempo) che forma un pensiero collettivo che sta a cavallo di ogni piattaforma.
Di fatto l’opinione pubblica che si esprime attraverso internet porta con sé dentro la rete umori e atteggiamenti contrastanti: da un lato questa istanza “alta” di rappresentanza e critica verso media, potere, poteri. Dall’altra il furore come modalità. Che quindi è furore della notizia e dell’antinotizia, della politica e dell’antipolitica. Furore come posizione. Come pensiero unico.
Magari questa fetta di opinione pubblica si esprime “male” ma, come abbiamo detto in altra parte del saggio, non è il contenuto di questa presenza nuova a fare la novità e a sgretolare il castello di carte degli old media. La sua semplice presenza, che a volte crea grandi e positivi fenomeni, in altri casi produce un’“atmosfera” informativa vuota, dove ogni voce esplode come il tuono, senza contraddittorio.
Dove dovrebbero esserci più voci a discutere, c’è spesso la Voce del tribuno. E dove dovrebbe esserci il massimo di verifica, detonano le certezze della propaganda.
Al quadro va aggiunta l’assenza di memoria a lungo termine della mobilitazione di rete. Può capitare, a un giornalista che da trenta anni segue la cronaca giudiziaria o a una persona che ha una onesta storia professionale nel campo della rete, di sentirsi dire: e tu chi accidenti sei? Sei un incompetente o un disonesto, a seconda dei casi. Questo accade perché l’esperienza della rete viene vissuta come unico ambiente di conoscenza e tutto ciò che non ne fa immediatamente parte perde valore, concretezza, consistenza. È questa perdita di senso di realtà l’aspetto più cospicuo del fenomeno. Vediamo un caso.
Nel febbraio del 2009 è stato approvato al Senato – se n’è già parlato – il famoso “emendamento D’Alia”. Poco tempo dopo, alla fine di aprile dello stesso anno, il testo è stato cancellato e non inserito nel “decreto sicurezza” del governo. Ma l’esistenza dell’emendamento è stata “prolungata” dalla rete – e soprattutto su Facebook, dove ancora più labile è l’elemento di realtà e ancora più istantanea l’adesione a certe campagne – sia da parte di gruppi di estrema sinistra che da parte di alcuni “grillini”. Ogni smentita è stata di fatto ignorata, e se proprio non era possibile evitarla, allora veniva ribattuto che altre norme più gravi e più repressive erano allo studio e che comunque bisognava restare all’erta[132].
È insomma successo che la data di quell’evento, la sua coordinata temporale è andata smarrita e la convinzione dell’attacco censorio è diventata un tornado di “al lupo al lupo” che si autoalimentava nel vuoto.
Perché avviene ciò? Perché un pubblico composto di individui ipercritici verso il potere, spietato con l’errore di un apostrofo commesso da un giornalista in un articolo, dà invece per vera la segnalazione che sulla rete gli proviene da un suo pari o dal suo sito o blog di riferimento? Me lo dice Quello di cui mi fido: è vero.
L’entrata a pieno titolo nel gioco politico italiano di Beppe Grillo dovrebbe consigliare di non trattare l’argomento in un saggio che si occupa della rete[133]. Ma è nella rete che tutto nasce. Dicevamo, dunque, che c’è una dimensione dell’aggregazione telematica che è quella dell’infiammazione immediata, della petizione online, di ciò che Howard Rheingold ha descritto come flashmob, le mobilitazioni lampo[134]. La visione del sociologo californiano ha trovato realizzazione, e piena maturazione in Italia, con la mobilitazione permanente che circonda le attività online di Beppe Grillo[135]. Si è parlato di “tribuno”, ma a noi che ci stiamo occupando delle forme della vita digitale e delle sue dinamiche questa figura della cultura classica non dice nulla. Perché non parlare di “allucinazione di verità”? Come fenomeno, non come esclusivo appannaggio di Grillo – magari, sarebbe mal di poco.
Le forme della partecipazione dei flashmob, il corteo telematico, la petizione, il meetup, l’uso dell’arma della reputazione e del rating dei testi e commentatori per annegare il dissenso. Tutti questi aspetti sono stati messi in luce da chi ha analizzato il blog di Grillo e ognuno di essi, se preso da solo, si manifesta come il mattoncino Lego di un partito politico elettronico. Esperienza molto più avanzata degli altri tentativi di “partito telematico”, perché ha creato una virtualità totale dell’esperienza informativa su cui si basa la politica. La polis e l’informazione essendo costitutive l’una dell’altra.
Altri, negli anni passati, hanno usato la rete al servizio della politica. I radicali, negli anni dell’elezione diretta dei loro organismi dirigenti, scoprirono il talento e la straordinaria leadership di Luca Coscioni, che semplicemente un giorno si manifestò attraverso la rete al partito preesistente. Che però stava fuori da internet. La rete qui era canale, non forma. Con Beppe Grillo la distinzione scompare.
La predicazione carismatica – nel senso che non ammette verifiche: chiunque, su altri blog, accenni a una critica viene stroncato da forme di squadrismo telematico a volte odiose – si trasforma qui in “informazione” e quindi in realtà-verità. Grillo e i suoi collaboratori e amici giornalisti sostituiscono il “pepe” della rivelazione all’onere della prova, che anche per chi fa cronaca esiste.
L’avversario è comunque un imbecille, “narcolettico” o “psiconano” a seconda dei casi. La necessità della comprensione viene sublimata nella liberazione dell’insulto. L’obbligo di ricerca della realtà, che è sempre complessa, sostituito dal dito indice che convoglia l’indignazione.
Ma tutte queste non sono forme della rete, queste sono le forme della retorica carismatica e – perdonate l’eccesso – totalitaria. È appena il caso di dire che questo è l’approccio di altre leadership: il Bossi dei primi anni della Lega e delle campagne elettorali, il Berlusconi degli scontri nei giorni di fuoco. Internet non è qui: qui c’è da sempre la propaganda che si sostituisce alla realtà. L’odio che prende il posto della conoscenza. Per Grillo non è niente di diverso rispetto a quanto avveniva nei suoi spettacoli.
Il punto è nell’aggiunta – di merchandising e di mobilitazione politica – che Grillo realizza attraverso il suo blog, nella continuità di uno show che è quotidiano proprio come l’abusato esempio del Truman Show. Dove un solo dossier, un solo tecnico, una sola accusa bastano per mettere in croce chiunque o per provare una teoria politica. Che si parli di indulto o di treni ad alta velocità, di intercettazioni o di loggia P2, il blog di Grillo serve a tenere viva la fiamma della relazione attraverso un continuo doping delle opinioni: non c’è scampo per chi è criticato da lui, perché non c’è spazio nella mente collettiva dei suoi sostenitori per il dolore della complessità, per i pensieri contraddittori, per i contenuti non in sintonia. Se fossero solo i sostenitori di Grillo a ragionare così, faremmo male a spendere tanto spazio per parlarne.
Le blogstar della rete hanno molto detestato il tema: ma bisogna ribadirlo. Gli strumenti pensati per la democrazia, per l’espressione della “saggezza delle masse”, per la collaborazione tra pari hanno dato vita qui al loro opposto: alla deflagrazione di una comunicazione carismatica che tende al totalitarismo. Se vogliamo dirlo, questo è il maggior contributo italiano alla storia del web.
Peraltro, con la vittoria di Barack Obama nelle primarie americane e poi nella campagna elettorale, e perfino adesso con l’uso geniale del web da parte dei siti della Casa Bianca, abbiamo assistito alla realizzazione più piena del sogno del cittadino del web 2.0. Alla capacità di una somma di individui (non di una “massa”) di imporre i temi della campagna nell’agenda dei media mainstream. Peccato che dietro quei temi vi fosse una strategia di comunicazione che etero-dirigeva quelle opinioni. Che alla maggioranza di noi sia piaciuta quella etero-direzione non ci esime dall’obbligo di indicare anche in quelle forme il ghigno del carisma.
Se guardiamo alle forme dell’espressione del consenso di massa – nel movimento “grillino” e perfino in certe manifestazioni pro-Barack – notiamo che attraverso il web è avvenuta la stessa disintermediazione che Silvio Berlusconi è riuscito a ottenere in Italia senza usare la rete. Non si tratta della disintermediazione dei media – anche di quella certo, visto che i media sono ridotti a megafono, pena l’insulto e l’incitazione a farli morire di inedia. Si tratta piuttosto della disintermediazione più grave avvenuta qui: quella delle forme e dei canali della cultura critica (ma c’è mai stata in Italia una cultura critica?).
Siamo l’unico paese nel quale il giornalismo investigativo viene attaccato da due lati: da chi lo accusa di insozzare il potere e le sue icone (al servizio di chi è?) e da chi lo ritiene non valido, non all’altezza, perché l’unica “cultura critica” che conosce è quella delle certezze della propaganda e dell’insulto. Che la realtà sia opaca, grigia, contraddittoria e piena di colpevoli non è possibile per la visione dell’occhio manicheo.
Quanto manca alla scoperta da parte di poteri più forti e più “seri” di quello di Beppe Grillo perché il web e il “mobile” vengano usati come prova che il “popolo” è con noi, e magari anche Dio? E quanto manca al fatto che gli innocenti wiki siano usati per costruire leggi che il potere esecutivo si fa preparare dal “popolo” e in nome del quale verranno approvate con voto di fiducia saltando l’esame dell’“inutile” Parlamento e dei “venduti” dei giornali? (ahi, la simmetria di certi odi apparentemente contrapposti).
Quando odio per i media e per le istituzioni fanno il deserto di ogni mediazione democratica, quando restano solo “psiconani”, “comunisti” e popolo, quando l’informazione si è fatta popolo di fantasmi che agitano ossessioni (“il parlamento degli inquisiti”), la rete non è anche un canale della nuova pratica del totalitarismo?
È una bestemmia. La pronunciamo in piena coscienza.
[132] A tenere in piedi questa vera e propria allucinazione collettiva, è anche la sciatteria da parte dei curatori del sito del Senato della Repubblica Italiana, che si limitano a pubblicare gli atti così come sono, senza spiegare nulla di ciò che è veramente accaduto e dando per scontata la conoscenza dei tecnicismi dei lavori – una conoscenza che, nel momento in cui il sito è pubblico e accessibile a tutti, non può più essere data per acquisita. Non dovrebbero essere solo i giornalisti a essere investiti del compito di imparare a scrivere secondo le regole della rete, ma anche i cosiddetti comunicatori pubblici.
[133] Durante un convegno tenutosi a Milano il 4 ottobre 2009, Beppe Grillo ha presentato il suo movimento politico “Cinque stelle” con liste civiche che si candideranno alle elezioni regionali in programma per la primavera 2010. http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE5930C220091004.
[134] Nel suo libro Smart mobs. Tecnologie senza fili, la rivoluzione sociale prossima ventura, Raffaello Cortina, Milano 2003.


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