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	<title>Eretici digitali &#187; Capitoli</title>
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	<description>Dieci tesi. Una proposta di conversazione. Un progetto aperto.</description>
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		<title>Le conclusioni di Eretici digitali</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 17:23:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[il libro]]></category>
		<category><![CDATA[Conclusioni]]></category>
		<category><![CDATA[Eretici digitali il libro]]></category>

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		<description><![CDATA[Proviamo a riassumere in una sola frase il contenuto di questo libro:

il tempo è maturo perché ogni figura sociale dell’ambiente web tradisca i suoi statuti professionali per salvare la rete da nuovi intermediari e dalla perdita del giornalismo come funzione democratica. Magari non va molto bene, ma dà un’idea di un testo complesso, come complessi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Proviamo a riassumere in una sola frase il contenuto di questo libro:<br />
<span id="more-536"></span><br />
il tempo è maturo perché ogni figura sociale dell’ambiente web tradisca i suoi statuti professionali per salvare la rete da nuovi intermediari e dalla perdita del giornalismo come funzione democratica. Magari non va molto bene, ma dà un’idea di un testo complesso, come complessi erano i nostri pensieri prima di cominciare a scriverlo, e come difficile e intessuta di tante ragioni e fenomeni pensiamo sia la realtà.</p>
<p>I mesi passati tra la concezione del libro, la sua scrittura e la sua pubblicazione ci hanno confermato nelle tesi centrali del libro e hanno aggravato il clima nel quale viene distribuito. Vediamo un paio di esempi.</p>
<p>Il primo: abbiamo scritto mentre un lavoro di <span class="emphasis"><em>investigative reporting</em></span> chiamava il potere a rispondere di fatti che nel senso comune di tutte le democrazie sono gravi infrazioni dell’etica pubblica<sup>[<a id="id428386" class="footnote" href="#ftn.id428386">223</a>]</sup> . Ci ritroviamo al centro di una guerra civile di veleni in cui si lavora sull’assunto del mitridatismo. Bruciare ogni ghiandola sensibile dell’organismo sociale, far prevalere l’idea che tutti sono sporchi e nessuno ha il diritto di denunciare i vizi degli altri. A essere ottimisti, una buona scuola per le ingenuità dell’opinione pubblica che si esprime in rete, che invece non sembra averne tratto tutte le conseguenze. Il “racconto” non è mai neutro e neutrale, l’informazione è potere, esercizio del potere, anche quando a farla sono un gruppo di cittadini: e se non si capisce qual è il sangue e la merda che ci sono dentro il sistema, si è condannati a non capirne il reale funzionamento.</p>
<p>Il secondo fatto: con la denuncia della Federazione editori giornali contro Google sul caso Google News, e sullo scontro, di livello internazionale, con gli editori di libri è stata annullato quell’effetto di lontananza, di cannocchiale rovesciato, che si prova sempre quando si tratta di cose che avvengono in America. Ora il ruolo che Google ha dentro il business delle nostre aziende riguarda direttamente noi. È tutto sotto i nostri occhi. Si tratta di un ben regolato conflitto sociale che supera la coppia retorica che ha riassunto tutte le questioni di questo genere negli ultimi quindici anni: Google è il cambiamento, chi si oppone è un retrogrado. Oggi abbiamo sul tavolo il caso concreto di una grande azienda, che rappresenta il grande innovatore di questi lustri, ma della quale la società e i soggetti economici desiderano discutere le “male pratiche” davanti a una autorità fornita di un potere sanzionatorio. La carta bollata è sempre odiosa, ma è pur vero che nulla sarebbe accaduto senza l’intervento dell’Antitrust. Vedremo come andrà a finire.</p>
<p>È come se la realtà si fosse incaricata di dimostrare vere, e forse meno visionarie, alcune tesi di questo libro. Noi con ottimismo vediamo in questi avvenimenti il maturare della condizione “politica” presente in questo saggio. In questi mesi – e sarebbe la terza conferma di ciò che abbiamo detto – sono partiti i piani di ristrutturazione all’interno delle grandi aziende giornalistiche e editoriali – e sappiamo sulla nostra pelle di cosa si tratta. Sul mercato stanno arrivando molti professionisti desiderosi di rigenerare e mettere ancora una volta alla prova la propria professionalità dentro il web. Allo stesso tempo, si moltiplicano le iniziative di giornalismo “dal basso” (che brutta dizione), gruppi per lo più di giovani giornalisti che vogliono cominciare a fare sul serio servendosi del web. Le iniziative sono numerose: molte falliranno, qualcuna riuscirà, altre già cercano appoggio e integrazione nel sistema dei media tradizionali.</p>
<p>Troppo poco e forse troppo tardi. Innovazione con il freno a mano nelle aziende editoriali, che per il momento pensano a tagliare e rinviano a un momento successivo la fase di riorganizzazione digitale, che forse alcune di loro pensano proprio di <span class="emphasis"><em>bypassare</em></span>, ritenendo che il dibattito sui contenuti a pagamento ne abbia mitigato l’urgenza. I nuovi sono timidi, non hanno un percorso di riferimento, e stentano a trovare un modello economicamente valido. I “reduci”, stavamo per scrivere le “vittime” del pogrom generazionale in corso nei giornali italiani, pensano che basti avviare il computer per ritrovare la giovinezza professionale, come se non si trattasse di sposare una mentalità e abitudini professionali abissalmente diverse, come se non si trattasse di cambiare cultura, paese, lingua, di rinnegare madri e padri e affidarsi al nuovo.</p>
<p>Noi abbiamo detto “eresia” perché pensiamo che la rete abbia molto da dare. La rete fragile, coinvolta in questi mesi nella battaglia a tutto campo della politica italiana senza nemmeno capire di che cosa si parli, la rete normata con l’accetta della riduzione al vecchio quadro della responsabilità, come e forse nei peggiori paesi autoritari, la rete, questa larva di libertà economica che ci è rimasta, è ancora il terreno possibile di un grande processo di consapevolezza culturale.</p>
<p>Se sentissimo il bisogno di riepilogarne i punti, significherebbe che questo saggio non funziona, per chi vuole soppesare le tesi una a una c’è l’appendice. Ma i fondamenti dell’eresia sono tutti qui: una rete libera contro la politica normalizzatrice, una cultura che cambia il giornalismo dal di dentro (e crederci ancora dimostra che la fede è davvero temprata nell’acciaio), la rete che fa crescere soggetti nuovi che sparigliano il tavolo e cambiano i termini del discorso. Per il momento l’Italia ha nuovi quotidiani di carta, creature deboli. Ma noi ci speriamo ancora. Rubiamo un buon concetto: <span class="quote">«<span class="quote">Nulla è più forte di una idea il cui tempo sia venuto</span>»</span></p>
<p><sup>[<a id="id428441" class="footnote" href="#ftn.id428441">224</a>]</sup>.</p>
<div class="footnotes">
<hr />
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id428386" class="para" href="#id428386">223</a>] </sup> Ci riferiamo all’inchiesta della Repubblica “Dieci domande a Silvio Berlusconi”, sul metodo della quale abbiamo scritto al capitolo 9.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id428441" class="para" href="#id428441">224</a>] </sup> La frase è di Victor Hugo.</div>
</div>
<div class="navfooter">
<hr />
<table border="0" width="100%" summary="Navigation footer">
<tbody>
<tr>
<td align="left"><a accesskey="p" href="http://www.ereticidigitali.it/2010/03/04/nono-capitolo-il-reboot-del-giornalismo/">Indietro</a></td>
<td align="center"></td>
<td align="right"></td>
</tr>
<tr>
<td align="left" valign="top">Nono capitolo. Il reboot del giornalismo</td>
<td align="center"><a accesskey="h" href="http://www.ereticidigitali.it/2009/11/28/primo-capitolo-dogmi-da-demolire-e-media-in-crisi/">Inizio</a> | <a accesskey="t" href="http://www.ereticidigitali.it/lindice-di-eretici-digitali/">Sommario</a></td>
<td align="right" valign="top"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Nono capitolo. Il reboot del giornalismo</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 16:24:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[il libro]]></category>
		<category><![CDATA[Eretici digitali il libro]]></category>
		<category><![CDATA[Il reboot del giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[nono capitolo]]></category>

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		<description><![CDATA[
Abbiamo visto fin dal primo capitolo come alla rete e al giornalismo siano necessarie tre eresie. 
Come abbiamo raccontato spiegando il progetto alla base di questo volume, da una parte c’è un establishment dell’informazione che fa grande fatica a capire che deve cambiare registro, strumenti e metodo nel fare il suo lavoro. Dall’altra c’è la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="chapter" title="Il reboot del giornalismo">
<p>Abbiamo visto fin dal primo capitolo come alla rete e al giornalismo siano necessarie tre eresie. <span id="more-508"></span></p>
<p>Come abbiamo raccontato spiegando il progetto alla base di questo volume, da una parte c’è un establishment dell’informazione che fa grande fatica a capire che deve cambiare registro, strumenti e metodo nel fare il suo lavoro. Dall’altra c’è la difficoltà di chi invece è nativo della rete nel comprendere i conflitti e le asimmetrie che si stanno formando dentro la rete, con rendite nuove e già molto forti. Sullo sfondo c’è la politica, che non capisce o fa finta di non capire, e che quando interviene sui temi della rete o dell’informazione lo fa in modo censorio e comunque poco tutelante della pluralità e delle libertà. Oppure si appropria dei meccanismo della rete in favore della demagogia e dell’ascesa di nuovi tribuni. Su tutto ci sono le piattaforme, ovvero i nuovi mediatori del potere economico in rete.</p>
<p>Se queste parallele continuano a non intersecarsi è difficile produrre cambiamento. Il loro incontro, secondo noi, è possibile soltanto attraverso l’eresia<sup>[<a id="id417815" class="footnote" href="#ftn.id417815">136</a>]</sup>. In primo luogo dei giornalisti, chiamati a rimettersi in gioco e ad abbandonare rassicuranti e morenti rendite di posizione. Il contenuto, il giornalismo come insieme di criteri del mestiere e di rigore professionale, di capacità di racconto dei meccanismi del potere, va rimesso al centro di un universo digitale del quale non ha più esclusiva di rappresentazione.</p>
<p>Si tratta di realizzare un modello aperto, dove il valore della testata – la credibilità e il rapporto di fiducia con i lettori che essa rappresenta – sia recuperato e presente in ogni frammento dell’informazione. È un mondo che non fa più sconti, che costringe all’eccellenza, che rimette al centro la notizia, che permette di riscoprire il valore del locale, dove i fatti sono più vicini a chi li racconta e a chi li vive, il confronto più serrato. Una realtà in cui i vari atomi digitali di una narrazione – un testo, il video, l’audio, i link – vanno ricomposti in una molecola di senso chiamata storia, che vive nella rete e si confronta dialetticamente con altre voci.</p>
<p>Ciò sta già comportando la nascita di nuove professionalità, come il <span class="emphasis"><em>social media editor</em></span> (figura presente sia al New York Times sia al Telegraph), incaricate di promuovere i contenuti del giornale all’interno dei grandi social network e di monitorare ciò che vi accade per cogliere i temi che possano diventare occasione di notizia o di campagna da parte del giornale. O di programmatori, sviluppatori di codice che in squadre miste siedono a fianco di giornalisti, quando non lo siano essi stessi, per realizzare prodotti informativi che siano anche vere e proprie applicazioni da far girare in rete.</p>
<p>Di tutto ciò parleremo in questo capitolo, che ha al centro la rifondazione del giornalismo. Ma prima è necessario capire come siamo arrivati fin qui. Come la crisi del settore editoriale – strutturale e non solo congiunturale – abbia cambiato per sempre lo scenario in cui esercitare il mestiere.</p>
<div class="sect1" title="Il digitale accelera la crisi: il New York Times è spazzatura">
<div class="titlepage">
<div>
<div>
<h2 class="title"><a id="id417848"></a>Il digitale accelera la crisi: il New York Times è spazzatura</h2>
</div>
</div>
</div>
<p>Ripensandoci tra qualche anno, è facile profetizzare che nella fine 2008 verrà individuato uno spartiacque. Il passaggio chiave tra un prima e un dopo. Il momento in cui la crisi dei quotidiani americani ha raggiunto il punto di non ritorno. Il malato più illustre, il più emblematico, è il più autorevole quotidiano del pianeta. Il New York Times ha chiuso i propri conti al 31 dicembre con una perdita di 57 milioni di dollari, contro un profitto di 208 l’anno precedente<sup>[<a id="id417860" class="footnote" href="#ftn.id417860">137</a>]</sup>. Non si tratta di uno scivolone inatteso. La recessione generale dell’economia ha funzionato da catalizzatore di una reazione già avviata dalla crisi strutturale dell’editoria quotidiana. Così, prima Standard&amp;Poor’s a ottobre 2008<sup>[<a id="id417885" class="footnote" href="#ftn.id417885">138</a>]</sup>, poi Moody’s a gennaio 2009 hanno dichiarato le obbligazioni della New York Times Company, società che edita il quotidiano, <span class="emphasis"><em>junk</em></span>. Spazzatura.</p>
<p>È il termine finanziario utilizzato dalle agenzie di rating quando il debito di un’azienda viene classificato <span class="emphasis"><em>below investment grade</em></span>, letteralmente al di sotto del livello di investibilità. Significa che siamo davanti a un debitore ad alto rischio, che da un momento all’altro potrebbe rivelarsi insolvente. Due i riflessi immediati:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">per trovare qualcuno disposto a prestargli denaro, un soggetto in questa situazione deve pagare tassi di interesse molto più alti della media del mercato;</li>
<li class="listitem">i risparmiatori istituzionali (fondi pensione, assicurazioni, fondi di risparmio con bassa propensione al rischio) di solito per statuto hanno il divieto di investire in titoli “spazzatura”.</li>
</ul>
</div>
<p>Eppure, dal punto di vista del prodotto, il New York Times viene universalmente ritenuto un modello di rigore giornalistico. Gli standard professionali adottati dal quotidiano sono un punto di riferimento globale per la stampa di qualità. Non solo. Il giornale fa parte della ristretta pattuglia dei “pionieri” della transizione al digitale. Delle testate che tra le prime hanno intrapreso il cammino da <span class="emphasis"><em>newspaper</em></span> a <span class="emphasis"><em>news brand</em></span>, da giornali con un ciclo produttivo focalizzato sulla stampa, a marchi informativi che declinano la propria autorevolezza informativa nel ciclo delle 24 ore attraverso più modalità espressive (testo, video, audio, fotografia, animazioni) e su più piattaforme (web, cellulari, lettori di ebook, radio, tv). Un quadro in cui la carta è solo uno dei possibili supporti per veicolare giornalismo ai propri lettori, e la scadenza serale della chiusura delle pagine solo una delle innumerevoli <span class="emphasis"><em>deadline</em></span> che si susseguono nel corso della giornata.</p>
<p>Il pubblico ha mostrato di premiare questa strategia. A giugno 2009 la signora in grigio, come viene chiamato il giornale per la sua tradizionale e austera livrea, risultava in testa tra i quotidiani e al quinto posto assoluto nella classifica Nielsen Netview<sup>[<a id="id417977" class="footnote" href="#ftn.id417977">139</a>]</sup> dell’audience su web per i primi 30 siti di informazione degli Usa, con 17,4 milioni di utenti unici, come si vede dalla tabella che segue.</p>
<div class="informaltable">
<table border="1">
<colgroup>
<col></col>
<col></col>
<col></col>
</colgroup>
<thead>
<tr>
<th>Sito</th>
<th>Utenti unici mensili</th>
<th>Variazione % &#8216;09 su &#8216;08</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr>
<td>Yahoo! News</td>
<td>45,638,000</td>
<td>30</td>
</tr>
<tr>
<td>CNN Digital Network</td>
<td>38,792,000</td>
<td>14</td>
</tr>
<tr>
<td>MSNBC Digital Network</td>
<td>36,262,000</td>
<td>-4</td>
</tr>
<tr>
<td>AOL News</td>
<td>24,716,000</td>
<td>12</td>
</tr>
<tr>
<td>NYTimes.com</td>
<td>17,423,000</td>
<td>-1</td>
</tr>
<tr>
<td>Tribune Newspapers</td>
<td>17,044,000</td>
<td>13</td>
</tr>
<tr>
<td>Fox News Digital Network</td>
<td>16,808,000</td>
<td>61</td>
</tr>
<tr>
<td>ABCNews Digital Network</td>
<td>13,408,000</td>
<td>16</td>
</tr>
<tr>
<td>Google News</td>
<td>12,831,000</td>
<td>22</td>
</tr>
<tr>
<td>McClatchy Newspaper Network</td>
<td>12,681,000</td>
<td>29</td>
</tr>
<tr>
<td>Gannett</td>
<td>12,261,000</td>
<td>-1</td>
</tr>
<tr>
<td>USATODAY.com</td>
<td>9,597,000</td>
<td>0</td>
</tr>
<tr>
<td>Washingtonpost.com</td>
<td>9,584,000</td>
<td>6</td>
</tr>
<tr>
<td>NBC Local Media</td>
<td>9,542,000</td>
<td>–</td>
</tr>
<tr>
<td>CBS News Digital Network</td>
<td>9,306,000</td>
<td>9</td>
</tr>
<tr>
<td>Advance Internet</td>
<td>9,270,000</td>
<td>30</td>
</tr>
<tr>
<td>TheHuffingtonPost.com</td>
<td>7,461,000</td>
<td>85</td>
</tr>
<tr>
<td>HearstNewspapers Digital</td>
<td>7,404,000</td>
<td>0</td>
</tr>
<tr>
<td>WorldNow</td>
<td>7,164,000</td>
<td>-10</td>
</tr>
<tr>
<td>BBC</td>
<td>7,163,000</td>
<td>21</td>
</tr>
<tr>
<td>Daily News Online Edition</td>
<td>6,994,000</td>
<td>84</td>
</tr>
<tr>
<td>MediaNews Group Newspapers</td>
<td>6,943,000</td>
<td>-7</td>
</tr>
<tr>
<td>Topix</td>
<td>5,873,000</td>
<td>-1</td>
</tr>
<tr>
<td>The Slate Group Websites</td>
<td>5,457,000</td>
<td>-19</td>
</tr>
<tr>
<td>MailOnline</td>
<td>5,261,000</td>
<td>43</td>
</tr>
<tr>
<td>Examiner.com</td>
<td>4,771,000</td>
<td>97</td>
</tr>
<tr>
<td>Cox Newspapers</td>
<td>4,603,000</td>
<td>-10</td>
</tr>
<tr>
<td>Telegraph</td>
<td>4,347,000</td>
<td>18</td>
</tr>
<tr>
<td>Gannett Broadcasting</td>
<td>4,149,000</td>
<td>-14</td>
</tr>
<tr>
<td>Associated Press</td>
<td>4,063,000</td>
<td>15</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div class="caption">
<p>Tabella 1 &#8211; I primi 30 siti Usa di informazione su web, dati Nielsen NetView giugno &#8216;09, panel casa e ufficio.</p></div>
</div>
<p>Dai dati emerge come quasi un lettore su due di quotidiani su web consulti il New York Times, il cui sito è seguito a grande distanza da UsaToday e da Washington Post.</p>
<p>Tuttavia, il direttore Bill Keller a febbraio 2009 si è trovato a dover rassicurare i lettori preoccupati per le sorti del loro giornale affermando, in un filo diretto online, di essere <span class="quote">«<span class="quote">un inguaribile ottimista sulle sorti del buon giornalismo, e del New York Times in particolare</span>»</span>. Un’affermazione di principio resa necessaria da un paradosso: mentre i lettori crescono, la società editrice, come tutti gli editori di quotidiani, è in grave difficoltà. Tra febbraio 2008 e febbraio 2009 il titolo della NytCo., quotato alla borsa di New York, è calato del 70,8%<sup>[<a id="id418758" class="footnote" href="#ftn.id418758">140</a>]</sup>. Più del doppio della diminuzione registrata nello stesso periodo dall’indice Dow Jones (-35%).</p>
<p>A fine 2008 la New York Times Co. aveva un debito di 1,1 miliardi di dollari, contratto in tempi in cui i ricavi sembrava permettessero di gestirne l’oneroso servizio. Il rapidissimo deterioramento della raccolta pubblicitaria sulla carta, a partire dall’evaporazione degli annunci economici, migrati in gran parte online su siti gratuiti<sup>[<a id="id418788" class="footnote" href="#ftn.id418788">141</a>]</sup>, e il collasso degli investimenti dovuto alla crisi dell’economia hanno cambiato radicalmente il quadro. A settembre 2008 è emerso come, dalla gestione caratteristica, ormai il gruppo che pubblica il New York Times brucia più cassa di quanta non ne produca<sup>[<a id="id418803" class="footnote" href="#ftn.id418803">142</a>]</sup>. Sottratti al margine operativo lordo tasse, spese per interessi e accantonamenti per i trattamenti di fine rapporto, ogni giorno la società perde più di quanto non guadagni.</p>
<p>Nel tentativo di raddrizzare la situazione, il gruppo editoriale, che oltre al Nyt pubblica anche il Boston Globe, 16 quotidiani regionali, dispone di otto stazioni televisive e 40 siti web<sup>[<a id="id418833" class="footnote" href="#ftn.id418833">143</a>]</sup>, ha messo in campo una strategia di contenimento radicale dei costi e vendita dei gioielli di famiglia. Alcune sezioni dell’edizione locale e di quella nazionale sono state accorpate, è stata razionalizzata la distribuzione e nel corso del 2008 sono stati tagliati 650 posti, 100 dei quali in redazione<sup>[<a id="id418818" class="footnote" href="#ftn.id418818">144</a>]</sup>. Troppo poco. A fine anno è stata annunciata la vendita parziale del palazzo realizzato da Renzo Piano appena due anni fa nel cuore di New York, dove il quotidiano-bandiera del gruppo ha la propria sede. La società ha inoltre dato mandato alla banca d’affari Goldman Sachs di trovare un acquirente per la propria quota dei Red Sox, la storica squadra di baseball di Boston<sup>[<a id="id418856" class="footnote" href="#ftn.id418856">145</a>]</sup>. Più o meno negli stessi giorni la famiglia Sulzberger, che da oltre un secolo controlla la quota più importante del gruppo (19%), ha fatto ricorso al miliardario messicano Carlos Slim, il terzo uomo più ricco del mondo secondo Forbes<sup>[<a id="id418883" class="footnote" href="#ftn.id418883">146</a>]</sup>, per ottenere un prestito di 250 milioni di dollari. L’iniezione di contante serve per avere un po’ d’ossigeno e tamponare un debito di 398 milioni che sarebbe giunto a scadenza a maggio 2009.</p>
<p>Ma si tratta di un aiuto a prezzo salato. Sia per il tasso d’interesse, pari al 14%, sia per la figura discussa del creditore. Slim deve la propria fortuna alla gentile concessione del governo messicano, che anni fa lo rese di fatto monopolista del mercato telefonico. Una scalata che lo stesso New York Times in altri tempi ricostruì in modo assai critico. Slim, che già deteneva il 6,4% di azioni del gruppo, se convertirà il prestito in quote della società ne diverrà il primo azionista, anche se con un diritto di voto ridotto rispetto ai Sulzberger.</p>
<p>Il New York Times è solo il paziente più celebre di un’industria che conta molti malati gravi e già nel 2008 ha fatto registrare i primi caduti. In dodici mesi i giornali americani hanno visto sfumare oltre 15mila posti di lavoro, e la crisi accelera. Nel solo mese di gennaio 2009 sono stati tagliati oltre 2mila posti, mentre gli annunci si susseguono ogni giorno<sup>[<a id="id418905" class="footnote" href="#ftn.id418905">147</a>]</sup>:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">Gannett, la più grande catena di giornali del paese, che tra gli altri pubblica UsaToday, ha reso nota l’intenzione di lasciare a casa 3mila persone, il 10% del proprio staff;</li>
<li class="listitem">il gruppo Tribune, che edita tra gli altri Chicago Tribune e Los Angeles Times, a dicembre 2008 si è dichiarato insolvente per accedere alla procedura di amministrazione controllata;</li>
<li class="listitem">il Los Angeles Times, dopo due round di tagli a febbraio e a luglio, ha annunciato altri 300 licenziamenti, 70 dei quali in redazione (15% del totale dei giornalisti);</li>
<li class="listitem">Associated Press ha fatto sapere che nel corso del 2009 il proprio organico calerà del 10%;</li>
<li class="listitem">il secolare Christian Science Monitor ha deciso, primo tra i giornali nazionali, di interrompere la pubblicazione quotidiana su carta per migrare online.</li>
</ul>
</div>
<p>Nel 2008 i ricavi pubblicitari complessivi del settore sono calati del 16,4% e hanno totalizzato in valore assoluto 37,9 miliardi di dollari. Secondo le stime più prudenti questa cifra diminuirà di un altro 15,9% quest’anno per arrivare, calo dopo calo, a restringersi a 28,4 miliardi nel 2012. Diciassette miliardi in meno, o se si preferisce un abbattimento del 59%, rispetto al 2007<sup>[<a id="id418958" class="footnote" href="#ftn.id418958">148</a>]</sup>. A quel punto il mercato pubblicitario dei quotidiani americani avrà perso oltre metà del proprio valore in soli cinque anni.</div>
<div class="sect1" title="La crisi di un modello di business">
<div class="titlepage">
<div>
<div>
<h2 class="title"><a id="id418976"></a>La crisi di un modello di business</h2>
</div>
</div>
</div>
<p>L’idea della transizione al digitale come un rischio per la sopravvivenza stessa del giornalismo ha già qualche anno e risale al 2005, a margine di un seminario del Poynter Institute<sup>[<a id="id418986" class="footnote" href="#ftn.id418986">149</a>]</sup>, <span class="emphasis"><em>think tank</em></span> del settore tenutosi in Florida. Kinsey Wilson, allora responsabile dell’edizione online di UsaToday, di cui di lì a poco sarebbe diventato direttore, tra una sessione ufficiale e l’altra prese un pennarello e cominciò a disegnare un semplice grafico sulla lavagna.</p>
<p>I ricavi derivanti dalla carta, iniziò ad argomentare Wilson, sono strutturalmente in calo sia per l’erosione delle copie vendute e dunque della pubblicità, sia per la diminuzione della credibilità dei giornali. Si tratta di una curva che scende in modo stabile da anni, come Philip Meyer ha dimostrato nel suo libro <span class="emphasis"><em>The Vanishing Newspaper</em></span></p>
<p><sup>[<a id="id419030" class="footnote" href="#ftn.id419030">150</a>]</sup> e come vedremo tra poco. In questo contesto i ricavi digitali crescono, ma ancora troppo lentamente. Erano il 35% del fatturato complessivo dei quotidiani Usa nel 2004, sono arrivati al 7% – pari a 3,1 miliardi di dollari – nel 2007, si stima siano stati circa il 10% a fine 2008.</p>
<p>Se le cose proseguono secondo la tendenza attuale, spiegò allora Wilson (Figura 1), la curva A dei ricavi cartacei calanti e quella B dei ricavi digitali crescenti si incontreranno in un punto che renderà impossibile sostenere i costi delle imprese giornalistiche di qualità. L’unica speranza è rallentare il gradiente di discesa della curva A su un sentiero di discesa che chiameremo A1, e nel frattempo lavorare per migliorare la derivata con cui crescono i ricavi digitali (B). In questo modo le due curve si incontreranno, come evidenziato in quesa figura, in un punto compatibile con la profittabilità del giornalismo.</p>
<div class="mediaobject"><img src="immagini/grafico.jpg" alt="" /></p>
<div class="caption">
<p>Figura 1 &#8211; La speranza, per Kinsey Wilson, è rallentare la discesa nei ricavi &#8220;cartacei&#8221; rappresentati dalla curva A su un sentiero alternativo A1.</p></div>
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<p>La speranza, per Kinsey Wilson, è rallentare la discesa dei ricavi “cartacei” rappresentati dalla curva A su un sentiero alternativo A1.</p>
<p>Questo tentativo a oggi è fallito. I lettori della carta continuano a diminuire e, malgrado quelli del web crescano rapidamente, sono molto meno redditizi per le aziende editoriali. Si calcola che siano necessari dai 10 ai 15 lettori online (a seconda dei mercati), per rimpiazzare ogni lettore perso sulla carta. Un’evidenza empirica valida negli Usa come in Italia. Anzi, la crisi economica generale ha reso più rapido il deterioramento dei ricavi tradizionali, congelando la salita di quelli provenienti dai nuovi media.</p>
<p>Per capire quanto l’avvitamento sia rapido, basta un dato. Tom Corbett, analista dell’istituto finanziario Morningstar, ha calcolato che nei primi nove mesi del 2008 gli editori americani, per ogni dollaro perso dalla pubblicità su carta hanno ottenuto 1,7 centesimi in più dai ricavi digitali. Come nota Alan Mutter, citato in nota a pié pagina poco fa: <span class="quote">«<span class="quote">In altre parole, l’anno scorso gli editori hanno fatto 100 passi indietro e solo 1,7 in avanti</span>»</span>.</p>
<p>I giornali americani in media traggono il 10% dei loro ricavi dalle edizioni digitali. Ciò significa che, sia pur in calo, la stampa al momento fornisce ancora il 90% del fatturato pubblicitario delle imprese. Se un editore decidesse di smettere del tutto di stampare risparmierebbe i costi industriali, la carta e la distribuzione, che di solito pesano sui conti per un 60% del totale. Ma le minori entrate pubblicitarie – ammesso che l’online continuasse a produrre i ricavi precedenti – sarebbero del 30% maggiori dei risparmi. Ecco perché, finora, chi ha potuto permetterselo, e già non era in perdita, si è guardato bene dal fermare le rotative. Ma com’è possibile che i lettori si spostino online e i ricavi invece no?</p>
<p>Come ogni transizione, anche quella verso il digitale non avviene in maniera fluida, ma procede per scosse successive. Se guardiamo il processo che stiamo attraversando con un’ottica storica, in fondo stiamo vivendo il capitolo di un racconto iniziato appena quindici anni fa, e dunque è evidente che i processi di adattamento in corso alla nuova epoca richiedano tempo. D’altra parte, per i motivi che abbiamo visto nel trattare le tesi quattro, cinque e sei, questo è un mondo in cui i giornali e i mass media tradizionali non solo non hanno più l’esclusiva del racconto, ma nemmeno del modello economico che ne discende, ovvero del mercato dell’attenzione/pubblicità. E quando anche venissero riequilibrate le distorsioni derivanti dall’arrivo sulla scena dei nuovi intermediari, con un potere sproporzionato rispetto a tutti gli altri attori, essere un astro in cielo stellato, dopo essere stati il perno di un sistema tolemaico, obbliga a rivedere totalmente prodotti, organizzazione del lavoro e compatibilità economiche. I media tradizionali che sapranno adattarsi al nuovo scenario saranno anche in grado di coglierne le opportunità. Ma il “dopo” sarà molto diverso dal mondo precedente. Lo è già.</p></div>
<div class="sect1" title="L’esaurimento del modello di influenza sociale">
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<h2 class="title"><a id="id419098"></a>L’esaurimento del modello di influenza sociale</h2>
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<p>La drammatizzazione della crisi di questi ultimi mesi affonda le proprie radici negli ultimi trent’anni del secolo scorso. Molto prima dell’equilibrio economico è andato in frantumi il modello di influenza sociale, come abbiamo già visto nel trattare la prima tesi e come ha dimostrato per primo con chiarezza Philip Meyer<sup>[<a id="id419113" class="footnote" href="#ftn.id419113">151</a>]</sup>. Dal 1970 i quotidiani nordamericani sono nella maggior parte dei casi alle prese con una diminuzione della diffusione dovuta al cambiamento delle abitudini di lettura e alla mancanza di tempo da parte del lettore medio.</p>
<p>È una tendenza più marcata per i giornali locali, ma investe anche le testate nazionali: il Washington Post, per esempio, tra 2000 e 2005 ha visto la propria diffusione quotidiana calare da 779.898 a 709.500 copie. Si tratta in primo luogo di un problema generazionale: mentre fino a qualche tempo fa i lettori più anziani venivano sostituiti dai nuovi trentenni, ora la classe d’età tra i 18 e i 35 anni non porta ai giornali nuovi lettori. In questa fascia solo poco più del 20% di soggetti è un lettore abituale di un quotidiano.</p>
<p>Qualcosa di simile, a un ritmo molto meno sostenuto, sta accadendo per la tv generalista, il cui pubblico è sempre più spesso formato da anziani con bassa capacità d’acquisto, come dimostra l’andamento delle ultime stagioni televisive per i grandi network, sia sul versante delle news che per quanto riguarda la programmazione di intrattenimento. Insomma, la concorrenza di un sempre maggior numero di mezzi di comunicazione e di intrattenimento per aggiudicarsi la scarsa e frammentata attenzione dei lettori – chi avrebbe mai detto, ad esempio, che un giornale sarebbe venuto a trovarsi in competizione con le piattaforme di videogiochi o con l’homevideo – risulta in questa fase negli Usa particolarmente penalizzante per la stampa. La diminuzione delle vendite è dovuta alla difficoltà di reinventare un prodotto maturo di fronte alla frammentazione dei gruppi di lettura, e all’affermarsi di nuove modalità dì fruizione del tempo libero.</p>
<p>La diminuzione delle copie è preoccupante in termini di aumento dei costicontatto pubblicitari, visto che il prezzo di vendita contribuisce solo per circa il 20% al fatturato di una testata media. Ma si avverte anche una profonda crisi di un modello di influenza sociale il cui rischio di approdo finale è l’irrilevanza nella comunità di riferimento. Come spiega Meyer, il mercato dei quotidiani mostra una chiara curva discendente della diffusione. Interessante notare che l’andamento è perfettamente analogo se invece della diffusione si cerca di misurare la fiducia. La curva descritta da Meyer, se proiettata nel tempo, porta all’estinzione della carta stampata attorno al 2040<sup>[<a id="id419111" class="footnote" href="#ftn.id419111">152</a>]</sup>. È evidente che questo non accadrà, perché arriverà un momento in cui il tasso di discesa si assesterà sullo zero. Ma ben prima dell’estinzione, i giornali in calo di copie rischiano di varcare la soglia dell’irrilevanza.</p>
<p>Un intervento che per recuperare redditività agisca solo sulla leva della compressione dei costi non è di per sé risolutivo. Anzi, oltre un certo livello (eliminazione delle inefficienze) rischia solo di impoverire la qualità del prodotto e dunque di accelerare la spirale: diminuzione credibilità  perdita copie  calo dei ricavi.</p></div>
<div class="sect1" title="E da noi?">
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<h2 class="title"><a id="id419431"></a>E da noi?</h2>
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<p>Se dagli Usa ci spostiamo in Europa la diminuzione della credibilità della stampa è una tendenza confermata. Come scrive Roy Greenslade<sup>[<a id="id419444" class="footnote" href="#ftn.id419444">153</a>]</sup> sul sito del Guardian citando una ricerca dell’istituto Edelman, nel 2008 la fiducia degli inglesi nei giornali è caduta di 10 punti, dal 29 al 19 per cento. Meno brusco, ma dello stesso segno, è il fenomeno in Italia. Una ricerca condotta nel Nord Est dall’istituto Demos diretto da Ilvo Diamanti e pubblicata nell’aprile del 2008<sup>[<a id="id419455" class="footnote" href="#ftn.id419455">154</a>]</sup> mostra come in 10 anni la fiducia nei quotidiani sia diminuita di 8 punti, dal 43 al 35%. Sfiducia ancora maggiore nell’autorevolezza della televisione. Alla domanda “In generale lei quanto si fida dell’informazione televisiva?”, mentre nel ’98 oltre la metà del campione aveva risposto molto o abbastanza (50,9%), nel 2008 questa percentuale si è quasi dimezzata, arrivando appena al 28,5%. Non c’è da meravigliarsi se molto spesso gli italiani preferiscono affidarsi al Gabibbo o alle Iene piuttosto che alle testate tradizionali per le denunce che dovrebbero sollecitare il giornalismo d’inchiesta.</p>
<p>Eppure, invece di mettere questo tema in testa alle proprie preoccupazioni, molti direttori ed editori sembrano più in ansia per il tramonto della carta, in fondo nient’altro che uno dei supporti sul quale far viaggiare idee e giornalismo. È singolare che a richiamare tutti all’ordine debba essere un uomo di 77 anni, che l’anagrafe vorrebbe più di ogni altro legato al passato dell’industria editoriale e al quale le cronache economiche hanno affibbiato il soprannome di “squalo” per sottolinearne la disinvoltura imprenditoriale. Rupert Murdoch, presidente di News Corporation, il più importante gruppo editoriale del mondo per capitalizzazione, a fine 2008 ha tenuto una conferenza<sup>[<a id="id419476" class="footnote" href="#ftn.id419476">155</a>]</sup> per molti versi illuminante sul futuro dei giornali. A contare, ha detto in sostanza Murdoch, sono fiducia e notizie, non gli alberi morti su cui il giornale è stampato. Sono tre i passi più significativi del suo ragionamento.</p>
<div class="sect2" title="Il digitale non è solo una minaccia, ma soprattutto un’opportunità">
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<h3 class="title"><a id="id419502"></a>Il digitale non è solo una minaccia, ma soprattutto un’opportunità</h3>
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<p>Troppi giornalisti sembrano provare un piacere perverso nel rimuginare sulla loro fine imminente. Conosco industrie che oggi stanno fronteggiando una concorrenza spietata da parte della rete: le banche, il commercio al dettaglio, le società telefoniche, e così via. Ma questi settori vedono anche la rete come una straordinaria occasione. Tra i nostri amici giornalisti ci sono alcuni stralunati cinici che sono troppo occupati a scrivere il proprio necrologio per entusiasmarsi davanti all’opportunità.</p></div>
<div class="sect2" title=" La carta è solo un supporto">
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<h3 class="title"><a id="id419513"></a> La carta è solo un supporto</h3>
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<blockquote class="blockquote"><p>Il nostro vero business non è stampare su alberi morti. È dare ai nostri lettori grande giornalismo e grande capacità di giudizio.</p></blockquote>
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<div class="sect2" title="Nel passaggio da giornale a testata, da newspaper a news brand, il tesoro da custodire con maggior cura è il rapporto con i lettori">
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<h3 class="title"><a id="id419510"></a>Nel passaggio da giornale a testata, da newspaper a news brand, il tesoro da custodire con maggior cura è il rapporto con i lettori</h3>
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<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>In breve, ci stiamo muovendo da [un mondo di] giornali a [un mondo in cui contano] i marchi delle testate (…). Il mio riassunto del modo in cui alcuni rispettabili mezzi di comunicazione hanno risposto a internet è questo: non sono i giornali che potrebbero diventare obsoleti. Sono alcuni dei loro direttori, cronisti ed editori, che stanno dimenticando il capitale più prezioso per un giornale: il legame con i propri lettori.</p></blockquote>
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<p>La tendenza alla disaffezione appare chiara anche nel nostro paese, che storicamente ha sempre presentato indici di lettura più bassi rispetto alle altre nazioni europee. La Federazione italiana editori giornali (Fieg) ad aprile 2009 ha presentato un’analisi<sup>[<a id="id419527" class="footnote" href="#ftn.id419527">156</a>]</sup> sull’andamento economico delle imprese editrici di giornali quotidiani e periodici che fornisce una fotografia univoca. A partire dal 2000, quando si vendevano 6 milioni 73mila copie di quotidiani ogni giorno (free press esclusi), è iniziata una discesa nelle vendite che ha portato a 5 milioni 291mila copie nel 2008. Un calo del 13% in otto anni.</p>
<div class="mediaobject"><img src="immagini/quotidiani.jpg" alt="" /></p>
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<p>Figura 2 &#8211; Le vendite di quotidiani in Italia, 1995-2008. Fonte: Fieg.</p></div>
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<p>Il fenomeno è di segno opposto a quel che parallelamente succede ai siti dei giornali online: Repubblica.it, il primo sito di informazione in rete, viaggia a 1,4 milioni di utenti unici e 26,7 milioni di pagine viste al giorno. Corriere.it, al secondo posto rispettivamente a 1,2 e 17,9<sup>[<a id="id419582" class="footnote" href="#ftn.id419582">157</a>]</sup>. Le crescite percentuali anno su anno sono in doppia cifra, ma anche da noi come negli Usa i ricavi digitali, pur crescenti, non rimpiazzano il calo di quelli derivanti dalle piattaforme tradizionali.</p>
<p>Se a questo aggiungiamo la diminuzione della pubblicità dovuta alla crisi generale dell’economia, ne emerge un quadro che preoccupa gli editori. Si legge nel rapporto:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>La crescente divaricazione tra ricavi e costi solleva forti preoccupazioni sulla capacità delle imprese editrici di produrre un ammontare di profitti adeguato a supporto delle strategie di investimento, oggi ancor più necessarie e urgenti in un mercato dei media dove le spinte competitive impongono processi di riconversione della propria offerta verso aree di business e politiche di distribuzione innovative che riguardano internet, televisione digitale, telefonia mobile.</p></blockquote>
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<p>Il riflesso sui bilanci degli editori è stato immediato. Il margine operativo lordo (Ebitda, o utile prima delle svalutazioni, degli oneri finanziari, della tassazione e degli ammortamenti) dei gruppi editoriali italiani quotati in Borsa nel 2008 è calato del 48% rispetto all’anno precedente. L’Ebit, o utile prima delle tasse e degli oneri finanziari, addirittura del 51,9%. Se si allarga il fuoco ai gruppi non quotati, la situazione resta difficile.</p>
<p>Afferma il rapporto degli editori:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Dai bilanci aggregati delle 57 imprese editrici oggetto di analisi emergono indicazioni significative sulla vastità e la gravità della crisi che ha colpito nell’ultimo biennio l’industria dei quotidiani. La preoccupante caduta delle vendite e, soprattutto, della pubblicità, ha prodotto crescenti squilibri gestionali che si sono risolti non solo in contrazioni considerevoli del Mol (margine operativo lordo, o Ebitda) nel 2007 (-7,7%) e ancor più nel 2008 (-61,3%), ma anche in un sostanziale ridimensionamento degli utili aggregati passati da 349,9 milioni di euro del 2006 a 233,5 nel 2007. Vale a dire il 33,6% in meno in termini relativi e più di 116 milioni di euro in meno in valori assoluti.</p>
<p>Nel 2008, tenendo conto del calo dei ricavi da vendita e da pubblicità (-5%) e della relativa stabilità dei costi operativi (-0,5%), si può stimare una contrazione degli utili dell’ordine del 30% ed un contemporaneo raddoppio delle perdite, in quanto la crisi di mercato dovrebbe colpire in misura più accentuata le imprese già in sofferenza. L’utile aggregato dovrebbe pertanto attestarsi intorno a 95-100 milioni di euro, ammontare che rappresenta meno della metà del risultato netto dopo le imposte del 2007 (232,4 milioni di euro).</p></blockquote>
</div>
<p>Se in Italia l’impatto della migrazione degli annunci economici su web è stato meno devastante per i bilanci degli editori di quanto non sia avvenuto negli Usa, nel 2008 si è tuttavia ridotta in modo significativo un’altra voce di redditività aziendale, i cosiddetti collaterali. Negli ultimi anni si era sviluppata in modo significativo l’idea di sfruttare il sistema italiano delle edicole, altro <span class="emphasis"><em>unicum</em></span> rispetto ad altri paesi in cui è molto più diffusa l’abitudine dei lettori all’abbonamento, per distribuire in allegato alle testate libri, cd, collane, con un’operazione di marketing chiamata <span class="emphasis"><em>brand extension</em></span>, o allargamento dell’autorevolezza del brand a prodotti affini a quello originario.</p>
<p>Osserva la Fieg:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>La contrazione dei ricavi da vendite e da pubblicità è stata accompagnata dal ridimensionamento del fenomeno dei prodotti collaterali venduti in abbinamento ai quotidiani che, nel biennio 2007 e 2008, hanno subito flessioni in termini di ricavi del 23,3% e del 42,9%. Particolarmente accentuata è stata poi nel 2008 la flessione delle vendite di libri abbinati ai quotidiani (-59,4%).</p></blockquote>
</div>
<p>In questa situazione gli editori hanno dato via a drastiche operazioni di riduzione strutturale dei costi. Riduzione delle foliazioni, accorpamento dei centri stampa, chiusura di uffici di corrispondenza sono state le prime azioni, in alcuni casi seguite dalla dichiarazione dello stato di crisi e dall’annuncio di prepensionamenti ed esodi incentivati. Il sindacato dei giornalisti a giugno ha lanciato l’allarme: <span class="quote">«<span class="quote">Ci sono ipotesi di taglio dei giornalisti anche del 35% rispetto alle redazioni attuali</span>»</span></p>
<p><sup>[<a id="id419665" class="footnote" href="#ftn.id419665">158</a>]</sup>, e gli annunci dei grandi gruppi non si sono fatti attendere: Rizzoli Corriere della Sera prevede un taglio di 91 redattori per risparmiare 200 milioni in due anni, i periodici Rcs di 90, Mondadori 90, Espresso-Repubblica 94 (84 a Repubblica e una decina a L’espresso), 60 alla Stampa, con la richiesta di uno stato di crisi per due anni, 48 al Messaggero, 33 al Mattino di Napoli, 21 all’Agi, 17 al Gazzettino.</p>
<p>Stando a una ricerca di Franco Abruzzo<sup>[<a id="id419676" class="footnote" href="#ftn.id419676">159</a>]</sup>, storico presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, i giornalisti prepensionabili nel solo 2009 dovrebbero essere 516.</p>
<p>È evidente che nei prossimi 24 mesi si completerà un processo di profonda ristrutturazione delle redazioni dei giornali italiani come siamo stati abituati a conoscerle in questi anni.</p>
<p>A questo adattamento darwiniano dovrà tuttavia accompagnarsi anche una ridefinizione complessiva del prodotto, senza la quale i tagli produrranno solo nuove perdite dei lettori. Una generazione di giornalisti lascerà le proprie seggiole in redazione. E ciò in molti casi comporterà una perdita significativa di competenze e memoria. Se l’operazione consisterà solo nel sostituire chi se ne va, facendo sedere su quelle stesse seggiole colleghi un po’ più giovani, si tratterà di un’occasione persa. Se invece inizierà un percorso di ripensamento complessivo del prodotto, la crisi può trasformarsi in opportunità. In una possibilità per i giornalisti per dire la propria su quale sarà il tipo di informazione che emergerà dopo la crisi. Finora la corporazione ha brillato più per la difesa di rendite di posizione e di piccoli interessi particolari che per capacità di anticipare il nuovo. Vedremo se lo stato di necessità saprà tradursi in una maggiore lungimiranza.</p></div>
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<div class="sect1" title="Provare a cambiare: il reboot">
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<h2 class="title"><a id="id419705"></a>Provare a cambiare: il reboot</h2>
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<p>Un buon modo per riavviare la riflessione sul giornalismo, operare questo <span class="emphasis"><em>reboot</em></span><br />
<sup>[<a id="id419717" class="footnote" href="#ftn.id419717">160</a>]</sup> digitale, è interrogarsi su quale debba essere il prodotto informativo nell’epoca digitale. Prima ancora di ragionare su processi e organizzazione del lavoro, va definito il prodotto che segna la transizione da <span class="emphasis"><em>newspaper</em></span> a <span class="emphasis"><em>news brand</em></span>, da testata legata a una qualche piattaforma di distribuzione, a marchio giornalistico che declina la propria autorevolezza su qualsiasi strumento, presente e futuro. Questo significa soprattutto quattro cose<sup>[<a id="id419752" class="footnote" href="#ftn.id419752">161</a>]</sup>:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">non esiste più un giornale, ma un marchio giornalistico che identifica i contenuti specifici di una testata nel suo universo/pubblico di riferimento;</li>
<li class="listitem">il prodotto connotato da un marchio (la testata) consolidato deve essere frutto di un unico processo produttivo nelle scelte, nelle responsabilità e quindi nell’organizzazione del lavoro. A prescindere dagli strumenti di diffusione;</li>
<li class="listitem"><span class="emphasis"><em>digital first</em></span>: tutto il lavoro e la sua organizzazione devono essere focalizzati sull’universo digitale H24/multicanale. La mente (direzione/ufficio centrale) della nuova organizzazione giornalistica deve ideare e realizzare il prodotto nel suo complesso, deve cioè “pensare digitale”. Fa parte delle scelte editoriali non <span class="emphasis"><em>se</em></span> bensì <span class="emphasis"><em>dove e quando</em></span> pubblicare un determinato materiale nel ciclo H24 rispetto a diverse piattaforme e differenti <span class="emphasis"><em>primetime</em></span> per più target di pubblico;</li>
<li class="listitem"><span class="emphasis"><em>dal giornalismo prodotto al giornalismo piattaforma</em></span>: nel digitale una fonte di informazione non può più pensare di essere sola, né di avere l’esclusività del racconto. Ciò significa che viviamo e ci informiamo in un ambiente per sua natura policentrico, in cui ogni nodo della rete può portare una propria tessera al racconto della realtà. Chi realizza una testata deve essere dunque pronto a riconoscere per ogni tema trattato questi punti di eccellenza esterni a sé, accreditarli dell’autorevolezza che online si esprime attraverso la valuta del web, ovvero il link, e d’altra parte concentrarsi sulla parte del racconto nella quale può esprimere il proprio valore aggiunto, ricostruendo il senso complessivo della storia attraverso le connessioni tra tutti i punti che portano un fatto, un plus di conoscenza, analisi e critica, aumentando l’informazione complessiva su un dato argomento. È la trasposizione della logica open source, del codice aperto che abbiamo visto al capitolo 4, al giornalismo. Il nostro giudizio complessivo su Jeff Jarvis è assai critico, soprattutto nella sua analisi delle piattaforme, come abbiamo visto parlando di Google. Ma nelle sue riflessioni sulla professione appare molto più lucido. Riferendosi al nuovo giornalismo, Jarvis afferma un principio importante: “Fai quel sai fare meglio e linka tutto il resto”. Si tratta di riconoscere uguale dignità a qualsiasi possibile fonte del racconto, sia essa professionale o amatoriale, a patto che applichi con rigore le regole di base del mestiere nella raccolta, nella verifica, nella pubblicazione e nella correzione – se necessario – delle informazioni divulgate.</li>
</ul>
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<div class="sect1" title="Le domande">
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<h2 class="title"><a id="id419826"></a>Le domande</h2>
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</div>
<p>Affrontare le transizioni con strutture già esistenti vincola in qualche modo il pensiero, ed è un processo più complesso che non cominciare da zero. Può dunque essere utile provare a immaginare come si strutturerebbe una organizzazione giornalistica se dovesse partire oggi. Cosa faremmo se dovessimo realizzare un organismo nativo dell’era digitale? Abbiamo provato a rivolgere il quesito a Josh Cohen, responsabile di Google News, il più importante aggregatore di siti di informazione sul web, secondo Nielsen Netview al quarto posto in Italia tra le fonti di informazione più frequentate dagli utenti online<sup>[<a id="id419833" class="footnote" href="#ftn.id419833">162</a>]</sup> Google News è oggi pubblicato in 26 lingue diverse, indicizza 25mila fonti (250 in Italia), delle quali Google si rifiuta di pubblicare una lista completa. L’aggregatore ne ripubblica titoli, sommari e link, o – come ha affermato l’editore del Wall Street Journal Les Hinton – nei loro confronti si comporta come un “vampiro digitale”, succhiando il sangue dell’industria dei giornali<sup>[<a id="id419842" class="footnote" href="#ftn.id419842">163</a>]</sup>. Da paradigma del mondo digitale e al tempo stesso ruminatore (virtuoso o satanico, a seconda dei punti di vista) di informazione prodotta dagli old media, Google News può essere un buon punto di osservazione dal quale cominciare la nostra analisi. Afferma Cohen:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>La domanda da porsi è: se noi dessimo vita a un grande giornale di informazione oggi, con gli stessi obiettivi informativi che avremmo potuto avere 30 o 40 anni fa, lo rifaremmo uguale? Ne faremmo una versione cartacea? E ancora, quel che mettiamo online sarebbe simile a quel che ci finisce ora? Credo che molti dei contenuti su web siano oggi comunque un riflesso dell’idea stessa del giornale su carta. Il concetto di spazio, di colonne, il fatto di concepire una storia come un articolo il cui processo di realizzazione si conclude a una certa ora per poi essere pubblicato online e ripensarci il giorno dopo, sono paradigmi ancora efficaci? Queste sono domande che non hanno avuto una risposta soddisfacente.</p></blockquote>
</div>
<p>Individuato l’obiettivo di questo riavvio, la ridefinizione del giornalismo nel nuovo universo passa attraverso la formulazione di alcune domande di base.</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">Come dovranno ripensare le modalità con cui operano le organizzazioni tradizionali che producono informazione?</li>
<li class="listitem">Quali sono i sistemi organizzativi e i processi redazionali da rivedere?</li>
<li class="listitem">Quali sono i nuovi concorrenti delle aziende editoriali?</li>
<li class="listitem">Cosa c’è di nuovo e di importante da capire a proposito dei lettori, trasformati dal digitale in coautori?</li>
<li class="listitem">Quali forme e funzioni assumerà il contenuto nei prossimi anni? Che importanza avranno testo, audio, video, e quale sarà l’unità minima della narrazione? Quali saranno le nuove forme della narrazione digitale?</li>
<li class="listitem">Qual è la definizione di comunità? Come si costruisce una comunità nel nuovo universo digitale e come può un’impresa giornalistica essere parte della comunità in cui opera?</li>
<li class="listitem">Cosa succede quando la storia diventa più importante del brand e può essere spezzata, distribuita, riproposta in diversi ambiti?</li>
<li class="listitem">Qual è il ciclo di vita del contenuto in questo nuovo universo? La rete è ritenuta il luogo dell’immediatezza, della diretta, del tempo reale. Ma a fianco di questa dimensione, c’è anche quella, per alcuni versi più importante e il cui rilievo è comunque destinato crescere nei prossimi anni, della permanenza. Del luogo in cui presente e passato sono egualmente accessibili. E questo, per il giornalismo che faccia leva sulla riscoperta dei fatti, per la ridefinizione del processo di agenda setting, è fattore di grande importanza.</li>
<li class="listitem">Come potrà il giornalismo recuperare, mantenere e accrescere il valore chiave della credibilità?</li>
<li class="listitem">Quali dovranno essere le competenze e le abilità professionali del giornalista digitale?</li>
<li class="listitem">E, infine, quali potranno essere i modelli di business per il futuro, posto che quelli vecchi sembrano non reggere più?</li>
</ul>
</div>
<p>Ad alcuni di questi quesiti cercheremo di dar risposta nelle pagine successive. Altri sono domande aperte, alla base della svolta eretica che riteniamo il giornalismo debba intraprendere. Domande che si riempiranno di senso e troveranno risposte solo cammin facendo.</p></div>
<div class="sect1" title="La notizia predigerita">
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<h2 class="title"><a id="id419995"></a>La notizia predigerita</h2>
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<p>A rendere il quadro della transizione più complicato, c’è il fatto che il digitale, oltre al luogo delle nuove opportunità per l’informazione, in questa sua fase adolescenziale (in fondo il web è solo un brufoloso quindicenne) è ancora troppo spesso il luogo delle notizie fast food, sminuzzate, ruminate, riaggregate, predigerite e risputate a utenti pigri e distratti che tarano la propria dieta mediatica, online, come attraverso la tv, sul cibo fast food e sulle scatolette di spam<sup>[<a id="id419979" class="footnote" href="#ftn.id419979">164</a>]</sup>. Un prodotto informativo che a prima vista sazia con testi brevi, fattoidi e aneddoti “strano ma vero”, ma che a lungo andare rischia di avere sulle coscienze e sullo spirito critico dei suoi consumatori effetti altrettanto perniciosi del suo equivalente alimentare su fegati e colesterolo.</p>
<p>A questo proposito risulta interessante riportare i risultati di una ricerca francese<sup>[<a id="id420013" class="footnote" href="#ftn.id420013">165</a>]</sup> citata dal sito Lsdi (Libertà di stampa e Diritto d’informazione)<sup>[<a id="id420034" class="footnote" href="#ftn.id420034">166</a>]</sup> e dal blog Novovision.</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>La varietà dell’offerta di informazione sui siti web è molto lontana dall’essere abbondante quanto ci si poteva immaginare. E, peggio ancora, questa offerta è massicciamente ‘ridondante’ e ‘stereotipata’: i siti di informazione diffondono la stessa notizia nello stesso momento, con una concentrazione estrema della produzione su un piccolo numero di argomenti che dominano completamente la scena.</p></blockquote>
</div>
<p>Il risultato della ricerca condotta attraverso strumenti di analisi linguistica del testo su alcuni siti web francesi prendendo in esame un arco temporale a campione di cinque giorni, presenta</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>un risultato senza appello: l’informazione online è massicciamente ridondante e stereotipata. In altre parole i siti di informazione trattano gli stessi argomenti, nello stesso tempo, allo stesso modo e la varietà di quegli argomenti è estremamente ridotta.</p></blockquote>
</div>
<p>È il fenomeno della copia non creativa, che abbiamo già analizzato nel secondo capitolo. Scrivono ancora Lsdi e Novovision:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Questa tendenza è dovuta alla politica dei portali che pubblicano notizie a getto continuo, privilegiando la reattività piuttosto che la creatività. Da un punto di vista quantitativo questi soggetti occupano una posizione centrale nel settore dell’ informazione online francofona, perché diffondono grossi volumi di informazione e aggregano una vasta audience.</p></blockquote>
</div>
<p>Tra le spiegazioni addotte da Lsdi per questa scarsa varietà e profondità dell’informazione online, c’è una ragione economica:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Il giornalismo online mostra una tendenza a privilegiare la riscrittura e la ripubblicazione di contenuti esistenti a scapito del lavoro di cronaca originale. Un elemento dello studio che stiamo analizzando che conferma questa tendenza è il fatto che le fonti più ridondanti di questo campione sono i portali che non hanno nessun giornalista in redazione, i quotidiani gratuiti con piccole redazioni o le radio e le tv, che hanno una produzione limitata di contenuti testuali. Possiamo dedurne che le condizioni particolari di ciascun sito di informazione online hanno un impatto maggiore sulla varietà dei loro contenuti.</p></blockquote>
</div>
<p>In altre parole, conclude il sito:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>La varietà e la diversità dell’informazione proposta sono proporzionali al numero di giornalisti che vengono impiegati. Anche se quello che resta determinante è il rapporto fra la varietà dell’offerta e la realtà del consumo di informazione da parte degli internauti. I dati di cui disponiamo in questo campo non sono del tutto incoraggianti: l’audience dei siti ‘senza giornalisti’, dei puri ‘notizie di agenzia sparate a raffica’, domina largamente quella dei siti di testate che dispongono di giornalisti e offrono una informazione più originale e più diversificata.</p></blockquote>
</div>
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<div class="sect1" title="Le condizioni del cambiamento">
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<h2 class="title"><a id="id420096"></a>Le condizioni del cambiamento</h2>
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<p>Nonostante le condizioni economiche avverse e le difficoltà oggettive a far percepire ai consumatori di informazione del nuovo universo il valore aggiunto della qualità, c’è chi ci prova. Si tratta da una parte di testate (soprattutto straniere) che già da alcuni anni hanno intrapreso con convinzione la strada della riconversione del prodotto al digitale e, dall’altra, di organismi nativi del nuovo universo. Quale che sia il prodotto, il modello economico, l’audience di riferimento, il modello organizzativo, esistono alcune condizioni necessarie ma non sufficienti per il giornalismo per sopravvivere nell’epoca digitale. Un minimo comune denominatore che pur nelle diverse geometrie produttive accomuna tutti i soggetti che ci stanno provando:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">integrazione delle redazioni;</li>
<li class="listitem">apertura di visibilità ai lettori del processo di raccolta, editing e pubblicazione delle notizie, inserendo anche una fase di post editing a cura delle redazioni su segnalazione dei lettori;</li>
<li class="listitem">capacità di rendere il prodotto multipiattaforma: secondo la ricerca Trend in Newsrooms 2009<sup>[<a id="id420144" class="footnote" href="#ftn.id420144">167</a>]</sup>, nel mondo esistono 3,3 miliardi di telefoni cellulari contro 1,1 miliardo di navigatori del web da pc fisso;</li>
<li class="listitem">presenza nei luoghi di aggregazione dei nativi digitali, nei social network, sia per la raccolta di informazioni che per la promozione dei propri contenuti (da Facebook a Twitter, da Flickr a YouTube, esistono nuove straordinarie possibilità di entrare in connessione con le piattaforme del web 2.0 sia per acquisire lettori sia per sfruttare la leva delle conoscenze che in questi servizi vengono quotidianamente inserite dagli utenti);</li>
<li class="listitem">dato un qualsiasi argomento, esiste almeno un lettore là fuori che ne sa più di noi. Trovarlo (o fare in modo di farsi trovare) e metterlo in condizione di partecipare al processo collaborativo di costruzione delle notizie, comunemente chiamato “conversazione”;</li>
<li class="listitem">apprendere le regole dell’informazione liquida.</li>
</ul>
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<div class="sect1" title="Dalla carta al digitale">
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<h2 class="title"><a id="id420185"></a>Dalla carta al digitale</h2>
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<p>Tra 2006 e 2009 si è fatta strada, prima nei giornali inglesi e americani, poi nella maggior parte dei più importanti quotidiani internazionali, la necessità di arrivare a una qualche forma di integrazione multimediale della produzione giornalistica. Non si tratta di abbattere le specializzazioni, di appiattire i diversi prodotti o di far scrivere tutti per tutte le piattaforme. Ma di intraprendere la transizione da testate monopiattaforma a prodotti digitali, pensati per informare nel ciclo delle 24 ore su tutte le rotative disponibili. Anche in giornali che formalmente mantengono una separazione tra le diverse piattaforme, come il norvegese VG, questi principi sono tuttavia condivisi. Non esiste dunque una ricetta univoca, ma è possibile – seguendo Trends in the Newsrooms 2009 – evidenziare alcuni modelli.</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem"><span class="emphasis"><em>Integrazione stretta</em></span>: un solo caporedattore centrale supervisiona sia il prodotto online che quello su carta e le altre piattaforme disponibili (tv, dispositivi wireless e mobili, reader, alert sms o su pc);</li>
<li class="listitem"><span class="emphasis"><em>Integrazione a doppia guida</em></span>: i settori e i capisettore producono per tutte le diverse piattaforme (pur mantenendo all’interno di ogni settore alcune specializzazioni). La sintesi viene effettuata da un ufficio centrale a doppia guida. Un caporedattore segue l’online, un altro la carta. Di solito siedono fianco a fianco con i rispettivi collaboratori in un hub centrale;</li>
<li class="listitem"><span class="emphasis"><em>Integrazione organica</em></span>: Nelle fasi iniziali della transizione numerose testate istituiscono alcune figure professionali a cavallo di più piattaforme, spesso in alcuni settori specifici (Sport, Economia), che iniziano a fondere in un unico prodotto i contributi delle redazioni online e cartacea.</li>
</ul>
</div>
<p>È possibile rendere l’integrazione più semplice attraverso alcuni passaggi:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">far coincidere il nuovo prodotto e la nuova organizzazione del lavoro con un diverso layout fisico della redazione. Per il New York Times, per il Guardian e per il Daily Telegraph l’avvio della fase di integrazione è coinciso con un trasloco in una nuova sede;</li>
<li class="listitem">stabilire a tavolino un programma e i tempi del processo, coinvolgendo le redazioni sia nella fase ideativa che in alcuni casi pilota che possono coincidere con la copertura di particolari eventi (elezioni, Olimpiadi ecc);</li>
<li class="listitem">dare il via a una fase di addestramento della redazione con periodici aggiornamenti sul giornalismo multimediale;</li>
<li class="listitem">assicurare una costante comunicazione tra i settori, l’ufficio centrale e la direzione del giornale attraverso brevi riunioni nel corso della giornata, anche per mezzo di strumenti digitali (proiezione televisiva delle riunioni, agende condivise su web dei diversi settori, messenger).</li>
</ul>
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<div class="sect2" title="Il New York Times, un unico prodotto">
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<h3 class="title"><a id="id420244"></a>Il New York Times, un unico prodotto</h3>
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<p>Il punto di partenza dell’organizzazione del lavoro al Nyt è la visione di un unico prodotto integrato. Non c’è sostanziale differenza tra l’edizione del giornale di carta e quel che viene pubblicato sul sito. Quando un pezzo è pronto, è pubblicato sulla prima rotativa disponibile.</p>
<p>Se fino a qualche tempo fa sul web finiva in modo integrale il giornale “del giorno prima”, ora si costruisce in modo coordinato tra online e carta il giornale del giorno dopo.</p>
<p>Come spiega Fiona Spruill, responsabile del sito, i pezzi che non richiedono particolari aggiornamenti rimangono pressoché immutati tra la loro pubblicazione online e la versione che si può leggere su carta il giorno successivo:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Se un articolo non riguarda notizie in corso di sviluppo con aggiornamenti battenti, è difficile che cambi profondamente tra la versione pubblicata sul NYTimes.com e la chiusura dell’edizione per la stampa, a mezzanotte e mezza ora di New York. Ci possono essere alcuni cambiamenti minori legati ai differenti spazi sulla carta, ma in generale la prima versione online sarà sostanzialmente analoga a quella stampata.</p></blockquote>
</div>
<p>Il Nyt è arrivato a questo grado di integrazione seguendo un processo articolato. A metà degli anni ’90, quando nacque il sito, esso era totalmente separato dalla redazione del giornale. Poi, nel 2000, venne creato il <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span>, incardinato nella redazione cartacea e incaricato – a partire dal giornale – di riscrivere le <span class="emphasis"><em>evolving stories</em></span> per il sito. Si è creato così un ponte tra l’attività per la carta e quella dell’online, in questa fase ancora separate. La redazione del <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span> in un primo tempo monitorava le agenzie e contattava direttamente i reporter sul terreno in caso di breaking news. Dal 2005, quando il direttore Bill Keller ha varato l’integrazione completa tra carta e digitale – che con il trasloco nella nuova sede l’anno successivo ha portato le due redazioni a sedersi fianco a fianco – i desk dei settori lavorano in stretta sinergia e hanno la responsabilità di chiedere ai propri cronisti e inviati anche informative, lanci e pezzi per il sito. Il tutto viene poi gestito, filtrato e riscritto dal <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span>.</p>
<p>Come racconta Keller a Ojr, l’integrazione ha una geometria variabile:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Quel che abbiamo cercato di fare sin dall’avvio dell’esperienza su web è stato cercare di evitare di far fare il doppio lavoro ai cronisti. Costruire il <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span> rispondeva proprio a questa necessità. In esso non vi sono solo capiredattori ma anche redattori incaricati della riscrittura.</p></blockquote>
</div>
<p>Sono loro la camera di compensazione che chiede ai cronisti sul campo integrazioni, contributi, dove è possibile testi, immagini o audio.</p>
<p>Sulle breaking news, <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span> e sito di tutti i principali giornali americani procedono già da anni con automatismi che prescindono dalla macchina e dai tempi del giornale cartaceo, come spiega la Columbia Journalism Review:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Il New York Times, il Washington Post, il Los Angeles Times hanno <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span> quasi autonomi (al Los Angeles la struttura è chiamata <span class="emphasis"><em>extended newsdesk</em></span>) con capiredattori e redattori incaricati di gestire la copertura minuto per minuto del sito. I capiredattori iniziano il loro turno identificando le storie più importanti del giorni e contattando i cronisti del giornale assegnati a i vari servizi.</p></blockquote>
</div>
<p>Idealmente saranno loro a scrivere. Robert McCartney, vicecaporedattore per il desk del Washington Post spiega che questa è <span class="quote">«<span class="quote">la prima scelta</span>»</span> dove possibile, per dare al sito <span class="quote">«<span class="quote">credibilità, autorevolezza, contesto e fonti in cui il lettore ha fiducia</span>»</span>.</p>
<p>Di solito il primo lancio sul sito proviene dalle agenzie, ma nel più breve tempo possibile è rimpiazzato da un pezzo scritto nella migliore delle ipotesi dal cronista del giornale che copre l’evento o – in subordine – dai redattori del <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span> integrando fonti del giornale e agenzie. Il New York Times ha 14 giornalisti dedicati a questo desk. Con l’integrazione tra le redazioni di online e carta, e la responsabilizzazione dei capisettore, la struttura ha visto aumentare esponenzialmente il proprio lavoro.</p>
<p>Il sito vero e proprio invece dispone di 60 persone. Come dice lo stesso giornale si tratta di <span class="quote">«<span class="quote">producer</span>»</span> (il termine inglese si riferisce a giornalisti a pieno titolo) <span class="quote">«<span class="quote">e capiredattori responsabili per la pubblicazione del sito 24 ore su 24</span>»</span>.</p>
<p>La redazione del sito si occupa soprattutto di:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">desk;</li>
<li class="listitem">gestione delle homepage, sia di quella principale, sia di quelle di sezione;</li>
<li class="listitem">trattamento delle breaking news di giornata secondo lo specifico del web (un pezzo di un redattore del giornale o del <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span> può essere corredato di documentazione in download, commenti, sondaggi, forum, fotogallerie, multimedia, database strutturati, directory di link per approfondimenti, informazioni di servizio ecc);</li>
<li class="listitem">interazione con i lettori, community e web 2.0 (crowdsourcing, blog ecc);</li>
<li class="listitem">realizzazione di progetti multimediali di più ampio respiro.</li>
</ul>
</div>
<p>Quest’ultima parte del lavoro ha avuto un grande sviluppo soprattutto con l’assunzione al Nyt di Andrew DeVigal, fondatore del sito Interactive Narratives. Finora abbiamo parlato solo di breaking news, ma con la fusione tra carta e digitale, un’area fondamentale di sinergia è divenuta la copertura degli appuntamenti in agenda, con la creazione di storie multimediali profonde, ricche di contenuti, apporti, strumenti. La programmazione di tutti gli eventi in calendario nasce già integrata tra carta e digitale. Ed è in quest’area che, durante le riunioni tra direzione, capisettore e responsabili del <span class="emphasis"><em>digital storytelling</em></span>, viene anche decisa la realizzazione di pacchetti interattivi e multimediali ad hoc, che possono richiedere l’impegno di qualche giorno di reporter, videografi, fotografi, sviluppatori di database, oppure diventare veri e propri progetti di lunga durata.</div>
<div class="sect2" title="Il Washington Post: l’integrazione dopo una lunga separazione">
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<h3 class="title"><a id="id420514"></a>Il Washington Post: l’integrazione dopo una lunga separazione</h3>
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<p>Il Washington Post è giunto alla decisione di integrare le redazioni dopo una lunga tradizione di separatezza. La redazione online per molti ani è stata al di là del fiume Potomac, addirittura in un altro Stato, la Virginia, rispetto al distretto di Columbia in cui si trova la capitale degli Stati Uniti. <span class="quote">«<span class="quote">Penso sia stata una buona idea fino a quando l’online era una novità e spaventava un po’</span>»</span>, ha dichiarato l’anno scorso al Financial Times Katharine Weymouth, publisher del Post.</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Volevamo creare un ambiente in cui [il sito] potesse crescere libero dai vincoli di un’organizzazione come il Washington Post. Ma ora non c’è alcun dubbio che il web sarà una parte significativa del nostro futuro. Il varo dell’integrazione si è accompagnato a una complessiva riorganizzazione dei processi di costruzione del Post, che è stata pianificata a partire dal marzo del 2008 e si è concretizzata con un memo interno della direzione un anno dopo, nell’aprile del 2009. Un anno di studio in cui non è mancata una visita dei dirigenti del Post al New York Times, il principale concorrente, per vedere come fosse stato avviato lì il medesimo processo. Una mossa che sarebbe difficile immaginare in Europa o in Italia tra testate concorrenti. Come spiega Mario Tedeschini Lalli<sup>[<a id="id420539" class="footnote" href="#ftn.id420539">168</a>]</sup>: (…) Tutto il <span class="emphasis"><em>coverage</em></span> del giornale sarà riorganizzato in due grandi divisioni: ‘Nazionale’ e ‘Locale’, cui faranno capo settori rinnovati; i diversi settori saranno editorialmente responsabilizzati dei contenuti su tutte le piattaforme; un ‘news desk’ si occuperà dell’aggiornamento del sito in quanto tale; inoltre sarà costituito un cosiddetto universal desk incaricato dell’editing della maggior parte dei servizi per tutte le piattaforme, che siano destinati alla carta o al web.</p></blockquote>
</div>
<p>La rivoluzione, che ha comportato anche significative modifiche alle procedure di editing e ha portato a un’anticipazione nella scansione della chiusura delle pagine è coincisa con l’arrivo di un nuovo direttore, Marcus Brauchli, al Post dalla primavera del 2008 dopo un’esperienza al Wall Street Journal.</p>
<p>La riorganizzazione, si legge nell’edizione 2009 di Trends in the Newsrooms, ruota attorno al principio che</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>per vincere nel mondo digitale i giornali devono riuscire a pianificare tutti i componenti di una storia prima che una sola parola sia scritta. Quindi devono decidere quali dimensioni della storia sia meglio raccontare con video, grafica, foto, testo, titoli, liste, link e infine quale forma editoriale si adatti meglio al tema: uno stile narrativo, testo, una cronologia online, il blog, o una sezione speciale.</p></blockquote>
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<p>Il giornalismo nell’epoca digitale non è più definito dal mezzo o dalla piattaforma, ma dal contenuto.</p></div>
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<div class="sect1" title="Il Guardian e l’integrazione tripolare">
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<h2 class="title"><a id="id420582"></a>Il Guardian e l’integrazione tripolare</h2>
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<p>In utile dal 2006, la versione digitale del Guardian è al primo posto per l’informazione online tra i quotidiani del Regno Unito. Il sito può contare su un centinaio di persone ed è il luogo in cui la testata è in diretta competizione non solo con gli altri giornali inglesi, ma anche con testate come la Bbc o il New York Times. Già da alcuni anni al Guardian era stata introdotta la politica del <span class="emphasis"><em>digital first</em></span>, ovvero – tranne poche eccezioni – di pubblicare le notizie sulla prima rotativa disponibile, in genere dunque l’online e poi la carta. Con il dicembre 2008 e il trasferimento in una nuova sede, la redazione digitale, quella cartacea e quella del domenicale, l’Observer, sono state integrate, anche attraverso l’adozione di un unico sistema editoriale unificato.</p>
<p>Un passo che ha cercato comunque di tutelare le diverse voci delle testate: <span class="quote">«<span class="quote">Riconosciamo che un tratto distintivo è necessario</span>»</span>, nota Paul Johnson, vicedirettore che sovrintende all’attualità, all’economia e allo sport<sup>[<a id="id420607" class="footnote" href="#ftn.id420607">169</a>]</sup>, <span class="quote">«<span class="quote">non vogliamo spianare e appiattire tutto</span>»</span>.</p>
<p>Il cuore dell’integrazione è il desk dell’attualità, composto da 19 persone che lavorano per online e giornale, tra i quali i responsabili del settore Interni, Esteri e dell’Economia. Sono soprattutto loro a essere “agnostici rispetto alla piattaforma”, a stabilire cioè minuto per minuto quale debba essere il trattamento dei vari argomenti. Tono e peculiarità delle diverse specializzazioni dei singoli redattori sono comunque rispettati, anche se i settori sono stati raggruppati in modo misto e tematico, i <span class="emphasis"><em>pods</em></span>. Gli Interni, ad esempio, ospitano sia i giornalisti dedicati alla carta sia quelli specializzati nel web, con un capo che sovrintende a entrambi, e hanno facoltà autonoma di pubblicare le notizie online. L’integrazione passa dunque anche attraverso una forte responsabilizzazione, una devoluzione dei poteri ai capi dei settori.</p>
<p>Grande attenzione viene riservata a video e audio, totalmente integrati nella narrazione testuale. La nuova sede del Guardian dispone di sette studi di registrazione e 24 postazioni di editing audio/video. Nel 2008 la testata si è aggiudicata il Royal television society award, uno dei più prestigiosi riconoscimenti inglesi per l’informazione televisiva. È la prima volta che il premio viene vinto da un quotidiano. E ci ostiniamo a chiamarla stampa.</p></div>
<div class="sect1" title="Il Wall Street Journal, un ciclo produttivo articolato sulle 24 ore">
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<h2 class="title"><a id="id420633"></a>Il Wall Street Journal, un ciclo produttivo articolato sulle 24 ore</h2>
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<p>Il Wall Street Journal è stata una delle prime testate al mondo a istituire un <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span>, ormai oltre dieci anni fa. Una spinta ulteriore verso l’integrazione è giunta dal 2008 con la nomina del nuovo direttore Robert Thomson, già direttore di numerose pubblicazioni di Rupert Murdoch, nuovo editore del Journal. Il passaggio più importante in corso al Wsj è la transizione da un’organizzazione del lavoro basata sul ciclo della stampa a una articolata sulle 24 ore, come ha spiegato il caporedattore centrale Almar Latour<sup>[<a id="id420644" class="footnote" href="#ftn.id420644">170</a>]</sup>.</p>
<p>Il cambio di paradigma è evidente fin dalla riunione del mattino, che inizia con un punto sulla situazione fatto dai responsabili del sito e di Market Watch, la testata online del gruppo Dow Jones specializzata nell’informazione finanziaria. Dal giugno del 2009 è stato realizzato un ufficio centrale che raccoglie i responsabili di Interni, Esteri ed Economia. I desk sono ora divisi per tema e non per piattaforma, ed è stato creato anche un ufficio centrale attualità del gruppo Dow Jones, incaricato di mettere a fattor comune le energie del Wsj, dell’agenzia Dow Jones e delle altre testate della famiglia editoriale di cui fa parte il Wsj. A fine 2008 il sito è stato completamente ridisegnato (con il record di 10 milioni di utenti unici nel giorno del lancio), e dalla fine del 2009 un trasloco in una nuova sede sancirà la nuova organizzazione del lavoro funzionale al ripensamento complessivo del prodotto.</p>
<div class="sect2" title="Il Daily Telegraph, l’integrazione plastica">
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<h3 class="title"><a id="id420654"></a>Il Daily Telegraph, l’integrazione plastica</h3>
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<p>Il quotidiano conservatore inglese Telegraph negli ultimi anni è stato al centro di una delle trasformazioni più profonde per riorientarsi al digitale. Un cambiamento in grado di produrre nuovi format giornalistici come l’inchiesta sui rimborsi dei parlamentari su cui ci soffermeremo tra qualche pagina. Prima ancora che sul giornale o sul sito, gli effetti della riorganizzazione si sono visti sulla disposizione fisica della redazione, ristrutturata in un open space con un grande desk centrale dal quale, come petali, si dipartono i settori. Il sito, ridisegnato nel luglio 2008, ha avuto una crescita di audience significativa, giungendo in alcuni mesi a insidiare e superare il Guardian. Il direttore Will Lewis non solo sta cercando di fondere video e testo per creare nuovi formati di narrazione, ma ha abbattuto anche il tradizionale muro che divide tecnici da giornalisti. Alcuni sviluppatori ora siedono in redazione e scrivono codice per creare database o applicazioni che sono parte integrante delle iniziative giornalistiche della testata. Sono state inoltre create alcune nuove figure professionali, accorpando settori diversi. Il caporedattore della pagina delle opinioni è diventato responsabile anche della community digitale del Telegraph, il capo degli esteri è anche responsabile della disseminazione del lavoro dei corrispondenti su tutte le piattaforme interne ed esterne al giornale (social network, aggregatori, e così via). È stato inoltre creato un laboratorio di sviluppo che mette assieme per progetti specifici da otto a dieci persone del giornale provenienti dai settori più diversi. Le squadre, pool interdisciplinari di cui fanno parte tecnici, giornalisti, risorse di marketing, hanno il compito di portare a termine un’iniziativa, generalmente online, dopo la quale tornano ai settori di pertinenza. Velocità, sperimentazione, iterazione in più cicli, rilasci successivi e progressivi di prodotti in perenne affinamento. È l’applicazione della filosofia della perpetual beta e dell’open source al giornalismo. Fai velocemente, sbaglia, riparti e migliora.</p></div>
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<div class="sect1" title="Crescono testate digitali">
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<h2 class="title"><a id="id420662"></a>Crescono testate digitali</h2>
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<p>Accanto al processo di trasformazione in corso nelle testate tradizionali, si sono affermate, soprattutto negli Stati Uniti, alcune testate giornalistiche che non provengono da un retroterra cartaceo ma sono nate direttamente online. Dopo i prototipi della bolla a cavallo del secolo, come Slate, il modello prevalente è stato il sito di gossip politico-mondano. In realtà la parola gossip non descrive in alcun modo i contenuti e il ruolo di questi siti. Ben presto, si è passati dal pettegolezzo al reporting vero e proprio. Questo giudizio non è unanimemente condiviso nel mondo dei giornali americani: molti fanno notare che nei siti di cui qui si parla la quota di “spazzatura non verificata” è molto alta. Sta di fatto che nelle classifiche dell’audience dei siti di informazione, questo genere di iniziative ha preso un posto significativo: lo Huffington Post, nel settembre del 2008, era ottavo e sopravanzava molti importanti giornali nel traffico online.</p>
<p>Per alcune di queste iniziative il 2009 si avvia a essere l’anno del punto di pareggio economico e di ulteriore acquisizione di preminenza nel panorama dei media statunitensi proprio mentre prosegue la crisi dei quotidiani. La chiave del successo sta in alcuni elementi portanti del modello:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">mix di contenuti nel quale alla parte proprietaria (un terzo, tipicamente) si affiancano grandi quantità di materiali prelevati o linkati da altre fonti, cioè resi disponibili attraverso collegamenti al lettore del proprio sito;</li>
<li class="listitem">aggressività e corrosività nel registro espositivo: sia che si tratti di inchieste che di rivelazioni di singoli fatti, il registro usato da questi siti è aggressivo, intonato con un certo modo di comportarsi e di pensare degli utenti;</li>
<li class="listitem">redazioni fisse estremamente ridotte, grande uso di collaboratori e di volontari;</li>
<li class="listitem">investimenti tecnologici ugualmente leggeri, anche se questo aspetto si “appesantisce” rapidamente al crescere del successo;</li>
<li class="listitem">uso di tutti gli accorgimenti tecnici<sup>[<a id="id420729" class="footnote" href="#ftn.id420729">171</a>]</sup> per favorire la personalizzazione e la diffusione dei contenuti;</li>
<li class="listitem">la crisi dei giornali aiuta questi siti “leggeri” a prosperare: si veda il caso di Politico.com che ricava parte dei suoi incassi dal fatto di essere ormai l’agenzia di stampa specializzata sui fatti di Washington per quei giornali che hanno dovuto tagliare le redazioni nella capitale.</li>
</ul>
</div>
<p>Le tipologie: si parte dal gossip per arrivare alla politica di Washington. I siti cui ci si riferisce si differenziano per orientamento politico, per organizzazione dei contenuti, per modo di organizzare l’esperienza del lettore. C’è chi di fatto tende a porsi come il nuovo giornale quotidiano (Huffington Post<sup>[<a id="id420751" class="footnote" href="#ftn.id420751">172</a>]</sup>); chi rimane legato al modello di sito di indiscrezioni e denuncia (Drudge Report<sup>[<a id="id420762" class="footnote" href="#ftn.id420762">173</a>]</sup>). Chi valorizza molto i propri contenuti e chi, come RealClearPolitics<sup>[<a id="id420778" class="footnote" href="#ftn.id420778">174</a>]</sup>, punta ad aggregare notizie provenienti da tutto il mondo dei media in una sorta di rassegna stampa politicamente intenzionata.</p>
<p>Non è privo di significato notare come non vi sia che pochissimo contenuto televisivo in questi modelli. I promotori di queste esperienze non sono eversori tecnologici del giornale, ma innamorati e cultori del ruolo di critica e vigilanza democratica del giornalismo oltre che della libertà di espressione. Sotto questo aspetto è profondamente significativa l’ultima decisione di Arianna Huffington, che ha stanziato un fondo per la realizzazione e lo sviluppo dell’<span class="emphasis"><em>investigative reporting</em></span>.</p>
<p>Vi è un aspetto psicologico del successo di questi nuovi media. Il punto di passaggio in cui il normale mestiere di informare dà luogo a un’esperienza internet e innesca il successo di queste iniziative, non riproponibile su carta, è in due aspetti: “l’informalità” di internet e l’uso degli strumenti che qualche riga sopra sono stati elencati in linguaggio più tecnologico. L’atteggiamento aggressivo è <span class="emphasis"><em>secretive</em></span> (una sorta di “ti svelo io”) e stimola il lettore a riporre qui e subito una fiducia assoluta in quanto legge.</p>
<p>La disseminazione ha i suoi strumenti: poter citare con un collegamento sul proprio sito, mettere a disposizione di tutti un articolo nei siti che svolgono una sorta di funzione di YouTube dei testi (e la stessa YouTube per il video: i siti si chiamano di <span class="emphasis"><em>social bookmarking</em></span>) conferisce alle persone un senso di onnipotenza, di potere di informare, che di fatto fonda l’adesione quasi fideistica presso i lettori di questi siti.</p>
<div class="sect2" title="Drudge Report">
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<h3 class="title"><a id="id420831"></a>Drudge Report</h3>
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<p>È la punta di lancia della “internet dei conservatori”. Fondato nel 1994 da Matt Drudge, assume la sua veste definitiva nel 1997. Di Drudge è una creatura quasi esclusiva. La sua fama è legata soprattutto all’anticipazione del caso Lewinsky-Clinton.</p>
<p>La composizione dei contenuti è stata imitata da Dagospia: una grande quantità di collegamenti (link) – con acquisizione di una parte del testo – alle opinioni di columnist autorevoli, sia giornalisti che blogger. Questa parte è quantificabile in almeno il 50% dei circa 50-70 aggiornamenti quotidiani di Drudge Report.</p>
<p>Un terzo dei materiali è invece occupato dai testi prodotti specificatamente dagli autori del sito, sulla base di suggerimenti e delle segnalazioni o delle vere e proprie produzioni anonime esterne. Infine, un altro terzo proviene dai collegamenti semplici a contenuti esterni: giornali online, agenzie, fonti varie (blog, siti, fonti di documentazione).</p>
<p>L’organizzazione professionale è volta a selezionare, tra i link e le segnalazioni che si ricevono quelle destinate alla pubblicazione e a fare la titolazione. Il disegno è semplice, reso familiare ai nostri occhi dall’imitazione di Dagospia, ma accorto: non c’è confusione tra “storie” concluse e fatti che si stanno svolgendo. Per questi ultimi si creano pagine interne, dove vengono poi aggiunti gli aggiornamenti, anche sotto forma di foto. In un primo momento lo spazio e il ruolo delle fotografie era assai limitato. Con gli anni è venuto crescendo ed ora Drudge ospita vere e proprie gallerie fotografiche. I risultati: Drudge aveva 2,5 milioni di utenti unici su base mensile nel settembre del 2008.</p></div>
<div class="sect2" title="Huffington Post">
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<h3 class="title"><a id="id420851"></a>Huffington Post</h3>
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<p>È “l’anti Drudge” per eccellenza, nelle posizioni politiche ma non nell’organizzazione professionale. Fondato nel 2005 da Arianna Huffington, si è distinto fin dall’inizio dell’ultima campagna presidenziale Usa per il suo schieramento pro Obama. La caratteristica di <span class="emphasis"><em>HuffPo</em></span>, come viene chiamato,  è che non si limita a puro commento e alla “battaglia delle idee”, ma cura in prima persona una vera e propria attività di reporting professionale. Come tutti i siti di questo genere, ha una parte di link e di contenuti che vengono forniti da blogger e partner fornitori.</p>
<p>L’organizzazione professionale: anche se per HuffPo si spende la parola blog, questo è in realtà un giornale: ha 48 redattori, una struttura di direzione e un’altra di verifica delle notizie e di <span class="emphasis"><em>accuracy desk</em></span>: le sue pagine sono il frutto di scelte editoriali completamente “pensate”. Attorno al nucleo dei fondatori, ruota un gruppo di collaboratori grandi firme. I risultati: secondo i dati Comscore di settembre 2008, il sito ha 4,5 milioni di utenti unici su base mensile.</p>
<p>Per quanto riguarda i ricavi pubblicitari la stima è che la pubblicità nel 2008 abbia reso fra i 6 e 10 milioni di dollari. Da tener presente che la previsione dell’editore è che il punto di pareggio verrà raggiunto al traguardo degli 8 milioni di ricavi annui da pubblicità.</p>
<p>La valutazione da parte degli analisti di Huffington Post è di 110 milioni di dollari a fronte di finanziamenti privati complessivi (ci sono stati due round di ricerca capitali) di 25 milioni di dollari. Un finanziamento che prevede anche acquisizioni mirate di altri blog e siti omologhi alla propria strategia.</p>
<p>Come accennato poco fa, di recente la fondatrice ha lanciato un fondo per la sopravvivenza e la crescita dell’<span class="emphasis"><em>investigative reporting</em></span>, basato sul finanziamento di progetti di inchieste, anche a lungo termine. Nell’avvio di questa attività è stato coinvolto Jay Rosen, il giornalista più noto negli Usa per gli esperimenti di “reporting dei cittadini”.</div>
<div class="sect2" title="Politico.com">
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<h3 class="title"><a id="id420889"></a>Politico.com</h3>
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<p>Politico.com è il sito di un giornale che esce in edicola e vende 25mila copie. È specializzato e focalizzato sulla politica nazionale. Grazie all’accordo con Reuters, concluso alla fine del 2008, Politico è il fornitore del notiziario da Washington (completato da un servizio fotografico) per 60 giornali locali di una certa importanza che hanno di recente tagliato i loro staff nella capitale. L’accordo non si limita all’aspetto di agenzia, ma lo staff per la vendita pubblicitaria di Politico ha la possibilità di vendere inserzioni (banner) sulle pagine che Reuters e Politico vendono ai quotidiani, con una divisione dei ricavi fra i due soggetti (giornali da una parte e Politico/Reuters dall’altra).</p>
<p>L’audience al settembre 2008 è 2,32 milioni di utenti unici. Secondo i responsabili aziendali la raccolta pubblicitaria 2009 è in vantaggio sulle stime fatte nel budget e il sito dovrebbe avere per il 2009 utili <span class="quote">«<span class="quote">per alcuni milioni di dollari</span>»</span>.</div>
<div class="sect2" title="Real Clear Politics">
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<h3 class="title"><a id="id420926"></a>Real Clear Politics</h3>
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<p>Rcp ha sede a Chicago ed è stato fondato nel 2000 da due personaggi (Tom Bevan e John McIntyre) che con il giornalismo non hanno nulla in comune ma che definiscono la loro creatura come destinata a <span class="quote">«<span class="quote">gente come noi, che vive e respira politica e gli argomenti chiave della giornata</span>»</span>. È una pagina dove vengono aggregate, attraverso un’operazione guidata da mano umana (e non da software), i migliori editoriali e <span class="emphasis"><em>news analysis</em></span> del paese. A questa massa critica di contenuti aggregati si aggiunge un piccolo numero di blogger – tra questi uno dei fondatori – che fornisce contenuto originale. Nel 2007 Forbes ha acquistato il 51% della società.</div>
<div class="sect2" title="FreeRepublic">
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<h3 class="title"><a id="id420961"></a>FreeRepublic</h3>
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<p>Da quasi 15 anni FreeRepubblic realizza la conversazione di base (<span class="emphasis"><em>grassroots</em></span>) della politica conservatrice. Più volte sotto accusa per aver organizzato forum di discussione su temi razzisti, è di fatto quanto di più simile a Beppe Grillo – anche se manca il personaggioguida.</div>
<div class="sect2" title="Gawker: le celebrities come forma di lobbying">
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<h3 class="title"><a id="id420952"></a>Gawker: le celebrities come forma di lobbying</h3>
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<p>Gawker Media è una federazione di blog tematici. Più che un blog o un sito di gossip siamo di fronte a un vero e proprio piccolo gruppo editoriale su internet. Il blog principale, Gawker.com, nasce nel 2005 dall’unificazione di diversi blog che si occupavano di <span class="emphasis"><em>celebrities</em></span>.</p>
<p>Gawker presenta se stesso come <span class="quote">«<span class="quote">La fonte delle notizie e del gossip per i media di Manhattan</span>»</span>. Fino all’autunno 2008. Da allora, in previsione della crisi il fondatore e capo Nick Denton ha fatto alcuni licenziamenti in quattro delle sue testate, mantenendo però il sito principale di gossip e quello di politica. Gawker pubblica oltre 50 pezzi al giorno, opera di collaboratori e blogger-collaboratori.</p>
<p>Dopo la vendita di tre blog federati (di cui uno dedicato alla politica e l’altro ai diritti dei consumatori), la società si è dotata di una forza vendita propria per la pubblicità e i dati 2009 indicano una tendenza dei ricavi superiore del 34% rispetto all’anno precedente, nel quadro di una tendenza generale che vede i siti e i blog far meglio dei giornali, anche online.</p>
<p>Il suo fatturato pubblicitario non è noto; la sua audience, pur inferiore a quella di altri siti come Huffington, ha toccato, in termini di pagine, i 300 milioni al mese. Il suo pubblico è composto – secondo uno studio interno – al 74% da donne istruite e impegnate nel mondo del lavoro e prevalentemente al di sotto dei 35 anni.</p></div>
<div class="sect2" title="The Daily Beast">
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<h3 class="title"><a id="id420999"></a>The Daily Beast</h3>
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<p>The Daily Beast è un sito di informazione fondato da Tina Brown, già editor di Vanity Fair. Circa un terzo del suo contenuto è originale, mentre il resto viene dall’aggregazione di diverse fonti e da fornitori esterni. Lanciato nell’ottobre del 2008, ha una redazione di 6 persone e una rosa di 15 collaboratori di eccellenza – tra questi George Clooney, Steve Jobs, Dan Rather.</p>
<p>In Italia questo modello è replicabile? Di fatto viene già replicato, anche se in un modo che lascia intravvedere più difetti che pregi. Da Dagospia a Blitz quotidiano. Una replica di successo è possibile se il modello viene portato alle sue estreme conseguenze, puntando a occupare gli spazi che i media italiani non riempiono.</p>
<p>Se guardiamo alle diverse tipologie americane e le confrontiamo con quanto esiste in Italia, notiamo che nel nostro paese la rete ha esaltato l’aspetto della litigiosità e dell’approssimazione. Mentre mancano, tranne rare eccezioni, siti-blog che approfondiscano con competenza singoli aspetti della politica<sup>[<a id="id421019" class="footnote" href="#ftn.id421019">175</a>]</sup> e dei <span class="emphasis"><em>key issues</em></span> del paese. Il successo de lavoce.info sotto questo aspetto è assai significativo e rappresenta una buona indicazione di ciò che è necessario fare. La pratica di Dagospia, che consiste nel copiare e incollare all’interno delle sue pagine, articoli e commenti prelevati dai giornali, senza alcuna autorizzazione da parte di questi, va distinta da altre “usanze” in vigore tra gli utenti internet. Ciò che fa Dagospia non è sua esclusiva: sono in molti a tagliare e incollare i pezzi dei giornali – per esempio piccoli siti o blog che si occupano di sport sono tra i più attivi in questo senso. O anche appassionati di singole questioni, che magari copiano il fondo del direttore o un pezzo di Sofri nella loro pagina Facebook proprio perché – è il caso più frequente – lo condividono. È una pratica diffusa. Ma Dagospia si distingue per due tratti specifici: il grande numero di pezzi copiati e la presenza di pubblicità sulle sue pagine.</p>
<p>Quello di D’Agostino è un sito che, con il prelievo selvaggio dai giornali, ha costruito la parte più significativa e maggioritaria del proprio prodotto. La percentuale di scoop proprietari e di materiali da altre fonti è minima, al contrario di quanto avviene nei siti/blog americani che lo stesso Dagospia prende a modello. Discorso diverso per le fotografie, che sono quasi tutte proprie. Se si tolgono i pezzi dei giornali, a Dagospia rimane davvero poco.</p>
<p>In questo modo – ed è il secondo dato caratterizzante – il sito realizza grandi numeri di audience e su questo risultato ha costruito la propria autorevolezza e fonda la propria raccolta pubblicitaria, affidata alla concessionaria del gruppo Tiscali. Si tratta cioè di un’impresa, una Srl che nel 2008 ha fatturato (dati Camera commercio di Roma) 620mila euro con un utile netto di 156mila.</p></div>
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<div class="sect1" title="Gli esperimenti di giornalismo partecipativo e iperlocale">
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<h2 class="title"><a id="id421041"></a>Gli esperimenti di giornalismo partecipativo e iperlocale</h2>
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<p>Quando morì papa Woityla, nell’aprile del 2005, Roma fu presa d’assalto da una folla enorme. In quel serpente in fila che percorreva San Pietro, via della Conciliazione e perfino le strade vicine foto e videocamere uguagliavano il numero delle teste. La folla voleva passare davanti alla bara e strappare la più facile delle immagini, la più comune, quella che la tv trasmetteva quasi di continuo come immagine-simbolo della giornata. Eppure tutti filmavano e fotografavano per avere la <span class="emphasis"><em>loro</em></span> immagine, e molti la condividevano inviandola, anche se i social network non erano ancora l’ossessione del momento. C’era un rapporto fisico tra quella gente e l’oggetto del loro interesse, in quelle mani alzate a cercare un varco per il proprio obiettivo c’era il desiderio di portare con sé la propria esperienza di un evento assoluto per emozioni, simbolicità, ripetibilità. Fossimo stati in un contesto meno sorvegliato, qualcuno avrebbe portato via pezzi del feretro, sarebbe cominciata una spoliazione.</p>
<p>Quel comportamento era il racconto a se stessi dell’esperienza vissuta in piazza. Possibile da sempre, fin dai diari di viaggio dei secoli passati, ma con la variante digitale della distribuzione (via blog, via posta, per invio a un giornale, pubblicazione in una pagina web parrocchiale) ora anche esperienza socializzabile. La ricerca privata del racconto del vissuto si fa pubblica col digitale. Nasce il giornalismo dell’esperienza.</p>
<p>Oggi ci sembra del tutto scontato che sia così. Da allora, i grandi eventi sono stati tutti accompagnati dal giornalismo degli utenti. Dapprima come un coro, che poi nel caso della rivoluzione iraniana del 2009 si è sostituito ai protagonisti della narrazione, tutti espulsi o incarcerati.</p>
<p>Non si tratta di un’astruseria difficile da capire, e nemmeno di uno scandalo della credibilità e verificabilità delle notizie come ogni volta, regolarmente e noiosamente, ci ripetono quei giornalisti che vogliono a tutti i costi difendersi dalla novità. Il giornalismo dell’esperienza ci riporta alla causa più profonda della sua nascita: al bisogno di sperimentare il mondo, di conoscerlo, di interiorizzarlo. Se questa operazione è possibile in modo diretto, senza intermediari, qualsiasi essere umano ne è più felice. Veniamo tuttavia da un mondo di barriere e distanze incolmabili, di divari sociali e culturali, di alfabetizzati e analfabeti, e, non ultima causa, di divisione sociale del lavoro. Tutto questo produce il giornalismo come professione. Ma il nostro lavoro resta una missione civile, non ci ha investito né un’autorità superiore né siamo lì a fare ciò che facciamo perché esprimiamo per definizione una più acuta consapevolezza dei fatti e delle cose (a volte è davvero così, ma ci verrà chiesto, con pedanteria e ostilità, di documentarlo e provarlo). Siamo gli inviati dell’esperienza. E purtroppo per noi, molte barriere e analfabetismi sono caduti. Oggi siamo gli inviati sui fatti e sui problemi della società. Lavoriamo come i cuochi in certi ristoranti americani di sushi, sotto gli occhi del cliente, che crede di saper tagliare il pesce come e forse meglio di noi. Ed è un cliente che ha la lingua lunga.</p>
<p>In questo clima del giornalismo dell’esperienza il digitale sta favorendo, anche in Italia, la nascita e la crescita di una serie di iniziative di tipo partecipativo e di siti che offrono informazione locale. A livello cittadino esistono esperimenti che dal punto di vista del pubblico hanno raggiunto un certo successo, come ad esempio Varese News<sup>[<a id="id421065" class="footnote" href="#ftn.id421065">176</a>]</sup> – testata degli industriali e delle associazioni di categoria del territorio – e realtà regionali che sono ormai consolidate, come GoMarche<sup>[<a id="id421084" class="footnote" href="#ftn.id421084">177</a>]</sup>. Molti di questi siti sono associati in un organismo, l’Anso (Associazione nazionale stampa online)<sup>[<a id="id421097" class="footnote" href="#ftn.id421097">178</a>]</sup>, che raccoglie una cinquantina di testate e cerca di fungere da punto di riferimento per un network che raggiunge i 3,5 milioni di utenti unici al mese. Si tratta di voci che spesso hanno assunto un certo rilievo ma che spesso, tolti alcuni casi, faticano sia dal punto di vista del modello economico che da quello dell’applicazione di criteri rigorosi del mestiere.</p>
<p>Per quanto riguarda il giornalismo partecipativo, in ritardo rispetto ad altri paesi, qualcosa si muove. Per i video va senz’altro menzionata l’esperienza di YouReporter<sup>[<a id="id421126" class="footnote" href="#ftn.id421126">179</a>]</sup>, piattaforma per la pubblicazione di video e audio che sta riscuotendo una certa fortuna. Per il momento da noi non c’è nulla di paragonabile a Rue 89, lanciato in Francia due anni fa da alcuni giornalisti di Libération e guidato da Pierre Haski. Il sito, ha spiegato il suo direttore durante una tavola rotonda tenutasi nella primavera del 2009 durante il Festival del giornalismo di Perugia, ha tre voci: quella dei giornalisti professionisti, quella degli “esperti” e quella dei cittadini, che si compongono in una comunità di interessi informativi<sup>[<a id="id421140" class="footnote" href="#ftn.id421140">180</a>]</sup>. Rue 89 per ora riesce a far quadrare i conti, sia pure con qualche difficoltà. Il sito è partito</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>con capitale iniziale di 100mila euro messo insieme con le liquidazioni e i risparmi personali, cui si sono aggiunti 300mila euro di amici e sostenitori. Un anno più tardi è stato venduto il 22 per cento del capitale a diversi investitori<sup>[<a id="id421156" class="footnote" href="#ftn.id421156">181</a>]</sup>.</p></blockquote>
</div>
<p>Nata in Francia, è da poco giunta in Italia anche l’esperienza di AgoraVox<sup>[<a id="id421166" class="footnote" href="#ftn.id421166">182</a>]</sup>, guidata da Francesco Piccinini. Il sito raccoglie nel nostro paese i contributi di 1.200 cittadini reporter e, come ha raccontato Piccinini durante una giornata sui media partecipativi tenutasi a Roma nel giugno 2009, ha raggiunto i 300mila lettori mensili<sup>[<a id="id421205" class="footnote" href="#ftn.id421205">183</a>]</sup>.</p>
<p>La notizie inviate dai cittadini finiscono in un backoffice in cui circa 600 moderatori (ovvero le persone che hanno scritto più di 5 articoli con valutazione positiva) possono votarle.</p>
<p>Questo per verificare che non ci siano eventuali errori o mancanze. Una volta che la notizia è approvata va online e qui sale e scende sulla home page in base a un algoritmo che tiene conto delle visite/voti/commenti. Le persone scrivono, e per farlo devono essere registrate. Una volta che il loro pezzo (ma può essere anche una foto o un video) è inserito un altro utente, ma più anziano e più “noto” al sistema, lo “passa”. A quel punto, dopo l’ultima approvazione a cura della redazione centrale, va in pagina, dove la sua collocazione è decisa da criteri di popolarità. Il sito pubblica una trentina di contributi ogni giorno.</p>
<p>AgoraVox, partito dalla rete, potrebbe presto approdare alla carta sotto forma di settimanale, con il meglio di quanto raccolto online. Conferma Piccinini:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Per ora lavoriamo su due piste una di un’edizione free press e l’altra come supplemento di un quotidiano. Siamo già stati avvicinati da varie persone per entrambe le opportunità.</p></blockquote>
</div>
<p>Il modello basato sulla pubblicità online per ora non basta ad assicurare la sopravvivenza economica della testata. Per questo è necessario attivare nuove forme di ricavo.</p>
<p>A questo proposito, una delle strade che si stanno testando negli Usa è quella delle fondazioni senza scopo di lucro. Un modello economico che preveda lo stanziamento di un fondo iniziale con la capacità economica, da parte della testata, di vivere reinvestendo gli utili nell’autofinanziamento. L’esempio più illustre è quello del trust che già da tempo pubblica il St. Petersburg Times e tiene in vita Poynter, il centro di studio americano più vitale sul giornalismo. Dalla fine del 2007, con l’acuirsi della crisi dei giornali, molti altri tentativi sono stati intrapresi. Sia a livello locale con il MinnPost.com<sup>[<a id="id421268" class="footnote" href="#ftn.id421268">184</a>]</sup> nel Minnesota e The Voice of San Diego<sup>[<a id="id421281" class="footnote" href="#ftn.id421281">185</a>]</sup> in California come esempi più importanti, sia a livello nazionale. Qui il tentativo da seguire con più attenzione, sia pure tra molte difficoltà, è quello dell’ex direttore del Wall Street Journal Paul Steiger, che dirige ProPublica<sup>[<a id="id421303" class="footnote" href="#ftn.id421303">186</a>]</sup>, progetto non-profit focalizzato sul giornalismo investigativo.</p>
<p>Ugualmente interessanti sono i tentativi di <span class="emphasis"><em>crowdfunding</em></span>, ovvero di raccolta di finanziamenti dai lettori per progetti specifici. Tra questi va menzionato negli Stati Uniti New Assignment<sup>[<a id="id421328" class="footnote" href="#ftn.id421328">187</a>]</sup>.</div>
<div class="sect1" title="L’inchiesta opensource">
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<h2 class="title"><a id="id421352"></a>L’inchiesta opensource</h2>
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<p>Il digitale, pur tra le difficoltà della crisi di modello business e della necessità – per i media tradizionali – di adattarsi a un nuovo ecosistema, offre tuttavia straordinarie opportunità al giornalismo, a patto di tornare ai fondamentali del mestiere, alla ricerca delle notizie. Come abbiamo già affermato nel primo capitolo, erroneamente molti continuano a pensare alla rete come luogo del flusso di notizie a getto continuo, in ciò opposta al giornale, luogo invece di costruzione del senso. Ma la rete offre strumenti eccellenti per ricostruire senso, per comprendere a fondo fatti e fenomeni. Non stiamo parlando della Verità, che gli autori di questo libro sono troppo anziani per credere ancora che esista in quanto tale, ma del reale, dei fatti che spesso nel racconto dei media-spettacolo diventano solo una quinta per la rappresentazione del racconto del potere.</p>
<p>La rete invece, attraverso i meccanismi di permanenza dei documenti, ricercabilità, possibilità di link, iterazione di un’inchiesta in cicli successivi di approfondimento, di definizione degli strumenti narrativi sulla base della necessità del racconto, consente di ricostruire il puzzle dei fatti e di mantenere su di essi l’agenda dell’opinione pubblica. Si tratta di un processo alla base del quale è necessario condividere con i propri lettori un metodo (il rigore del mestiere), e il senso critico di continuare a farsi delle domande, di ammettere con trasparenza cosa sappiamo, cosa hanno saputo altre fonti e cosa ci piacerebbe ancora scoprire.</p>
<p>Due esempi. In primo luogo l’inchiesta condotta da Repubblica, a partire dalla scorsa primavera, sulle modalità di reclutamento del personale politico e sulle commistioni tra rapporti privati e cosa pubblica da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Non interessa qui ripercorrere i fatti, quanto piuttosto mettere in luce il metodo utilizzato da Repubblica, a partire dalla ricostruzione dei rapporti tra il presidente Berlusconi e Noemi Letizia, la 18enne napoletana dalla cui festa di compleanno a Casoria, alla presenza del premier, è partito il caso.</p>
<p>Repubblica ha accompagnato il tradizionale lavoro di ricerca dei propri cronisti, con la regia di Giuseppe D’Avanzo, alla realizzazione di uno speciale online sulla vicenda<sup>[<a id="id421378" class="footnote" href="#ftn.id421378">188</a>]</sup>. Nel dossier è stato pubblicato:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">un elenco di tutte le domande alle quali Berlusconi aveva rifiutato di rispondere;</li>
<li class="listitem">i link a tutte le versioni dei fatti emerse dai diversi giornali, mettendo in luce fatti acclarati e contraddizioni tra la realtà e le versioni ufficiali fornite da palazzo Chigi;</li>
<li class="listitem">le contraddizioni tra le diverse versioni dei personaggi coinvolti nella vicenda oltre alle notizie scovate dai cronisti di Repubblica.</li>
</ul>
</div>
<p>Insomma, punto per punto, ciò che Repubblica sapeva, ciò che era controverso, ciò su cui Berlusconi era stato opaco o contraddittorio, e su tutto i quesiti aperti cui i cronisti avrebbero cercato di dare risposta. Riportando quanto emerso da altri e ritenuto attendibile (il giornale come piattaforma e non come prodotto finito).</p>
<p>Una vera e propria <span class="emphasis"><em>running story</em></span> multimediale, arricchita per settimane con i video delle dichiarazioni dei protagonisti, aggiornata di ora in ora con le novità, i progressi, e la riformulazione martellante delle domande ancora senza risposta al premier. Il tutto anche in inglese, facendo così in modo che l’eco delle notizie travalicasse i confini linguistici nazionali e divenisse informazione corrente anche per i grandi media stranieri, dal New York Times al Guardian, dal Pais alla Suddeutsche Zeitung, dal Times a Le Monde.</p>
<p>L’inchiesta è stata anche una straordinaria occasione per dimostrare che il <span class="emphasis"><em>crowdsourcing</em></span> (la raccolta di notizie attraverso le segnalazioni dei lettori) può essere uno strumento assai efficace del giornalismo digitale. A riconferma del fatto che ogni lettore/fonte può avere un pezzetto del racconto, due elementi essenziali della vicenda sono venuti proprio dai contributi degli utenti, ai quali Repubblica aveva fatto appello chiedendo di rivelare fatti e circostanze utili all’inchiesta. È stato un cittadino a segnalare via e-mail la partecipazione di Noemi, ancora minorenne e senza i genitori, alla festa degli imprenditori organizzata a Villa Madama nel novembre 2008. La circostanza, verificata attraverso fonti indipendenti, è divenuta poi il tema di un articolo del giornale<sup>[<a id="id421446" class="footnote" href="#ftn.id421446">189</a>]</sup>. E ancora a un lettore si deve la scoperta su YouTube del video<sup>[<a id="id421464" class="footnote" href="#ftn.id421464">190</a>]</sup> in cui Noemi e la madre partecipavano alla cena di Natale del Milan sedute al tavolo d’onore con il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri.</p>
<p>Sul metodo giornalistico con il quale Repubblica ha affrontato la vicenda, ha scritto Giuseppe Granieri:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Peppe D’Avanzo potrebbe essere ricordato come l’uomo che ha guidato l’assedio al berlusconismo. Al di là del tema e del merito, lo ha fatto nel metodo, che pure non dovrebbe essere una cosa rara nel giornalismo (ma in Italia lo è): ha fatto domande su questioni irrisolte e ha insistito (ben supportato dalla sua testata e dai media stranieri prima che si accodassero anche gli altri italiani) per avere risposte. Sembra una cosa banale, ma è un modello che inchioda la logica comunicativa del berlusconismo, fatta di verità costruite sul qui ed ora e sulla irrilevanza del raccordo con i fatti<sup>[<a id="id421480" class="footnote" href="#ftn.id421480">191</a>]</sup>.</p></blockquote>
</div>
<p>Più o meno negli stessi giorni in cui Repubblica lanciava la propria inchiesta, in Inghilterra il quotidiano conservatore Daily Telegraph avviava un’inchiesta multimediale a puntate sulle note spese dei parlamentari<sup>[<a id="id421533" class="footnote" href="#ftn.id421533">192</a>]</sup> che di lì a poco avrebbe portato alle dimissioni dello speaker della Camera (le prime in 300 anni) e che è divenuta uno degli argomenti centrali nel dibattito dell’opinione pubblica inglese nella primavera/estate del 2009.</p>
<p>L’inchiesta, che raccontava di rimborsi per migliaia di sterline richiesti dai parlamentari per mutui inesistenti, per il giardinaggio, per la manutenzione della piscina, per le decorazioni natalizie, è uscita a puntate sul quotidiano, esaurito nelle edicole già alle 11 del mattino. Sul sito, dove nel corso della giornata venivano anticipate le notizie più interessanti, era stato realizzato uno speciale con le schede dei parlamentari oggetto di indagine e con la raccolta di tutto il materiale, sondaggi, interattivi. I flash più interessanti venivano anche inviati via sms e poi diffusi su Facebook. Ai parlamentari è stata inoltre offerta la possibilità di replicare attraverso un <span class="emphasis"><em>videobooth</em></span></p>
<p><sup>[<a id="id421562" class="footnote" href="#ftn.id421562">193</a>]</sup>, una cabina dotata di una telecamera, dove poter registrare il proprio messaggio, trasmesso poi in versione integrale dal giornale. L’operazione ha coinvolto un pool di decine di persone (da un paio d’anni la redazione del Telegraph è totalmente integrata e produce su tutte le piattaforme disponibili). Commentando il lavoro dei concorrenti, Simon Jenkins sul Guardian<sup>[<a id="id421581" class="footnote" href="#ftn.id421581">194</a>]</sup> ha osservato come questa sia stata la rivincita dei giornali:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Quanti declamano il necrologio dei mainstream media, dovrebbero preoccuparsi di citare una qualsiasi testata solo online in grado di realizzare un’inchiesta simile (…) Crudo, sleale, radicale, il giornale vecchio stile è ancora disperatamente necessario per tenere in piedi la democrazia. Dio faccia in modo che possa sopravvivere.</p></blockquote>
</div>
<p>E proprio il Guardian il mese successivo ha lanciato sullo stesso argomento un’operazione di <span class="emphasis"><em>crowdsourcing</em></span><br />
<sup>[<a id="id421614" class="footnote" href="#ftn.id421614">195</a>]</sup> arruolando i lettori del proprio sito come collaboratori. L’iniziativa è scattata quando il parlamento inglese ha reso disponibili al pubblico 700mila documenti relativi ai rimborsi<sup>[<a id="id421627" class="footnote" href="#ftn.id421627">196</a>]</sup> richiesti dai rappresentanti della camera dei Comuni. Un mare di file pdf difficilmente ricercabile in forma elettronica. Per questo, un team di programmatori del giornale, guidati da Simon Willison, ha realizzato un database. Ogni lettore ha potuto arruolarsi all’inchiesta, prendere in carico un certo numero di documenti relativi ai parlamentari più vicini al proprio collegio, spulciare le ricevute e segnalare dati che riteneva meritassero una valutazione più approfondita da parte dei redattori del giornale. Man mano che il materiale veniva analizzato, era reso ricercabile per nome dei parlamentari e per partito politico. Il giornale ha anche attivato una diretta per seguire l’inchiesta minuto per minuto. Centinaia di migliaia di documenti, migliaia di occhi su web ad analizzarli, una redazione a verificare e coordinare le segnalazioni ricevute online dai propri lettori: ecco l’inchiesta open source condotta attraverso un giornale che, da prodotto finito, diventa piattaforma.</div>
<div class="sect1" title="Il dibattito sulle notizie a pagamento">
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<h2 class="title"><a id="id421648"></a>Il dibattito sulle notizie a pagamento</h2>
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<p>Se la pubblicità da sola non basta a tenere in piedi le redazioni tradizionali, anche i tentativi di iniziative <span class="emphasis"><em>online-only</em></span> faticano a prosperare. Come dimostra il caso di Seattle, dove un sito creato dopo che uno dei due giornali cittadini era stato chiuso, è resistito solo pochi mesi, non essendo riuscito a mettere insieme nemmeno i 500mila dollari annui che sarebbero stati necessari a coprire i costi vivi. Mentre da diverse parti si studiano nuovi possibili modelli business<sup>[<a id="id421665" class="footnote" href="#ftn.id421665">197</a>]</sup>, si è dunque tornati a discutere di far pagare i lettori per le notizie online.</p>
<p>Il primo a ragionarne a fine gennaio è stato il direttore del New York Times Bill Keller in un filo diretto con i propri lettori<sup>[<a id="id421690" class="footnote" href="#ftn.id421690">198</a>]</sup>. Il pensiero di Keller è stato successivamente chiarito da Martin Nisenholtz, responsabile dell’area digitale della New York Times Company, la società editrice del giornale, il quale ha confermato che la questione è sul tavolo. Micropagamenti, accessi a più livelli differenziati, abbonamenti – ha affermato Nisenholtz<sup>[<a id="id421705" class="footnote" href="#ftn.id421705">199</a>]</sup> – potranno incrementare il core-business pubblicitario. Il tema è come trarre valore dagli utenti senza cannibalizzare gli introiti pubblicitari, che restano il cuore della strategia sui ricavi.</p>
<p>Sull’argomento è intervenuto anche Walter Isaacson, presidente dell’Aspen Institute e in passato amministratore delegato di Cnn nonché direttore di Time. Proprio sul settimanale ha scritto un articolo<sup>[<a id="id421740" class="footnote" href="#ftn.id421740">200</a>]</sup> in cui si ipotizza l’adozione di micropagamenti e di un modello iTunes per le notizie. Come per il negozio di musica online di Apple, i lettori dovrebbero essere messi in grado di acquistare il singolo articolo con una spesa di frazioni di dollaro e una procedura immediata, che non comporti il riempimento di moduli o l’inserimento reiterato dei dati della carta di credito.</p>
<p>Anche altri tre gruppi editoriali Usa hanno annunciato di avere piani di monetizzazione dei contenuti che prevedono pagamenti per l’utente. Newsday<sup>[<a id="id421766" class="footnote" href="#ftn.id421766">201</a>]</sup>, quotidiano di New York di proprietà della società televisiva Cablevision, destinerà parte del proprio sito a sezione riservata agli abbonati della stazione televisiva. L’addebito agli utenti verrà fatto direttamente nella bolletta mensile con cui pagano i servizi tv.</p>
<p>Hearst<sup>[<a id="id421783" class="footnote" href="#ftn.id421783">202</a>]</sup> invece ha annunciato un progetto secondo il quale parte dei contenuti delle testate del gruppo verrà posto online a pagamento. Saranno inoltre realizzate edizioni per dispositivi digitali simili a Kindle.</p>
<p>Infine Time ha comunicato<sup>[<a id="id421811" class="footnote" href="#ftn.id421811">203</a>]</sup> che nei prossimi mesi condurrà esperimenti sui propri siti (<a class="link" href="http://SI.com">SI.com</a>, <a class="link" href="http://Time.com">Time.com</a>, <a class="link" href="http://CNNMoney.com">CNNMoney.com</a> ed <a class="link" href="http://EW.com">EW.com</a>) per valutare la disponibilità dei propri utenti a pagare per alcuni contenuti.</p>
<p>Fino a oggi gli esperimenti di contenuti digitali di informazione a pagamento che hanno avuto qualche efficacia si sono basati su uno solo o su una combinazione di questi fattori:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">qualità, valore d’uso ed esclusività del contenuto (Wall Street Journal<sup>[<a id="id421877" class="footnote" href="#ftn.id421877">204</a>]</sup>);</li>
<li class="listitem">riproduzione fedele online della versione cartacea (Newsstand<sup>[<a id="id421898" class="footnote" href="#ftn.id421898">205</a>]</sup>, Extra del Gruppo L’Espresso<sup>[<a id="id421914" class="footnote" href="#ftn.id421914">206</a>]</sup>);</li>
<li class="listitem">semplicità o modalità innovativa di fruizione (lettori come Kindle di Amazon<sup>[<a id="id421937" class="footnote" href="#ftn.id421937">207</a>]</sup>);</li>
<li class="listitem">utilizzo in mobilità (ancora Kindle, iRex<sup>[<a id="id421961" class="footnote" href="#ftn.id421961">208</a>]</sup>, i prototipi di Plastic Logic<sup>[<a id="id421976" class="footnote" href="#ftn.id421976">209</a>]</sup> e i primi esperimenti di librofonino).</li>
</ul>
</div>
<p>Analizziamo con più attenzione il primo, ovvero il pagamento di una parte dei contenuti del giornale per la fruizione via web. Il caso di maggior successo è senza dubbio il Wall Street Journal. Si tratta tuttavia di un giornale particolare, visto che l’informazione finanziaria, che per per sua natura ha un alto valore d’uso (spesso è pagata direttamente dalle società o è acquistata per motivi professionali), si accompagna a servizi di fornitura di dati finanziari esclusivi e poco fungibili (Dow Jones, come Bloomberg o Thomson Reuters, è anche un fornitore di quotazioni).</p>
<p>Il Wall Street Journal sostiene di avere circa un milione di abbonati alla propria edizione online, il cui costo annuale è di 89 dollari. Ma il ricavo non è di 89 milioni. Una buona parte degli abbonamenti online, infatti, deriva dall’estensione digitale dell’abbonamento su carta, abbinamento che – a chi è già abbonato al quotidiano – costa 10 dollari l’anno. Fonti interne alla società fissano i ricavi online per il 2007 in circa 60 milioni di dollari<sup>[<a id="id422002" class="footnote" href="#ftn.id422002">210</a>]</sup>. Secondo le stime del direttore di Wired, Chris Anderson<sup>[<a id="id422017" class="footnote" href="#ftn.id422017">211</a>]</sup>, i valori potrebbero essere largamente inferiori. Dopo aver valutato se fornire libero accesso al sito e puntare a un aumento del traffico e dei ricavi pubblicitari, o tenere una parte dei contenuti sotto chiave, la società a gennaio 2008 ha deciso di mantenere parte del giornale a pagamento. I contenuti disponibili gratuitamente sono però aumentati in modo significativo e oggi sono oltre il 50% di tutti gli articoli di rilievo del quotidiano (tra i quali buona parte degli editoriali). Per aumentare l’accesso dai motori di ricerca, inoltre, tutti gli articoli indicizzati da Google News sono gratuiti. Gratis è stata a lungo anche l’edizione del Wsj per l’iPhone, e il passaggio a pagamento è iniziato in modo graduale da ottobre 2009.</p>
<p>Anche il New York Times fino all’agosto 2007 aveva una propria offerta di contenuti web a pagamento, Times Select, acquistabile con carta di credito al costo di 49 dollari l’anno. Il pacchetto riguardava editoriali e commenti, aveva 200mila abbonati e produceva ricavi pari a 10 milioni di dollari l’anno. Per fornire un termine di paragone, i ricavi da pubblicità internet del Nyt nel 2007 sono stati pari a 282,5 milioni di dollari, e nel 2008 308,8 (+9,3%). Il che significa che i ricavi da contenuti online a pagamento erano circa un trentesimo della pubblicità digitale.</p>
<p>L’abbandono del pagamento ha avuto un effetto immediato sull’audience del New York Times. L’aumento di traffico è stato pari al 64% degli utenti unici<sup>[<a id="id422045" class="footnote" href="#ftn.id422045">212</a>]</sup> nei primi mesi dalla chiusura di Times Select. Anche con una monetizzazione pubblicitaria parziale, questo delta aggiuntivo dovrebbe aver più che compensato i mancati introiti di Select.</p>
<p>In precedenza il Nyt aveva provato a monetizzare i propri archivi facendo pagare l’accesso al singolo articolo attraverso una piattaforma di transazioni fornita da Qpass<sup>[<a id="id422061" class="footnote" href="#ftn.id422061">213</a>]</sup>, azienda che – dopo lo scoppio della bolla del 2000/2001 – passò ad altre attività. L’esperimento così terminò.</p>
<p>La fase successiva alla bolla delle dot.com, con la contrazione della pubblicità, ha visto molti editori tentare la strada dei contenuti a pagamento online, nella maggior parte dei casi con scarso successo. Negli Stati Uniti va ricordato il tentativo di Slate, oggi di proprietà del gruppo del Washington Post. In Europa quello di El Pais, che due anni fa decise di tornare al tutto-gratis, dopo aver compromesso la possibilità di raggiungere la leadership di traffico, saldamente nelle mani del concorrente El Mundo. Tra le esperienze di successo invece va ricordata tra i quotidiani regionali quella dell’Arkansas Democrat Gazette<sup>[<a id="id422101" class="footnote" href="#ftn.id422101">214</a>]</sup>. L’accesso al sito è gratuito per gli abbonati al giornale, costa 4,95 dollari al mese per tutti gli altri. Il segreto del funzionamento della formula sta nell’esclusività del contenuto: in uno stato arretrato come l’Arkansas il giornale è monopolista di mercato, e dunque non esiste altro modo per avere le notizie locali.</p>
<p>I metodi di pagamento diffusi in rete rientrano in alcune grandi categorie:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">sistemi legati a uno specifico dispositivo, basati su un conto personale alimentato con carta di credito (iTunes, Kindle, iLiad);</li>
<li class="listitem">sistemi di micropagamento basati su un conto personale alimentato da carta di credito o da bonifico (PayPal, MoneyBookers);</li>
<li class="listitem">abbonamenti con carte di credito, prepagate, bonifici o c/c postali;</li>
<li class="listitem">addebiti nella bolletta dei provider di connettività (Alice Pay);</li>
<li class="listitem">acquisti da telefono fisso o mobile con numerazione premium (899 e simili);</li>
<li class="listitem">acquisti via sms premium;</li>
<li class="listitem">acquisto fisico di una card (tabaccai, edicole) prepagata o in bundle con un giornale, con un codice da inserire in rete.</li>
</ul>
</div>
<p>Ognuno di essi pone problemi diversi. Le card hanno un costo di distribuzione; gli sms, le numerazioni premium e gli addebiti in bolletta comportano un alto costo di intermediazione da parte delle società telefoniche; gli abbonamenti richiedono registrazione, esborso anticipato e devono vincere la perdurante diffidenza da parte di molti utenti all’uso della carta su web; i micropagamenti sono legati alla registrazione su una piattaforma di terzi. Per l’informazione online, soprattutto di recente, molti hanno fatto riferimento all’uso di un “modello iTunes”. In realtà, come ha sottolineato Clay Shirky<sup>[<a id="id422185" class="footnote" href="#ftn.id422185">215</a>]</sup>, docente alla New York University ed esperto degli aspetti socio-economici delle tecnologie internet, notizie e musica hanno dinamiche economiche diverse:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">un brano, per definizione, si presta alla fruizione ripetuta, un articolo no;</li>
<li class="listitem">il mercato musicale è in mano a quattro soggetti (Sony, Emi, Universal, Warner) e dunque facilmente incanalabile in un modello di distribuzione prevalente. Il mercato dell’informazione è frammentato, fortemente concorrenziale e in larga parte composto da beni con un’alta fungibilità e disponibili in abbondanza. Per converso, è l’attenzione dei lettori, sul lato della domanda, a essere scarsa.</li>
</ul>
</div>
<p>Più promettente, in questa tipologia di piattaforme di transazione, potrebbe essere il nuovo sistema operativo dell’iPhone<sup>[<a id="id422226" class="footnote" href="#ftn.id422226">216</a>]</sup>, il 3.0, arrivato con l’estate 2009. Il software consentirà la tariffazione ripetuta per gli acquisti via App Store, il negozio virtuale di programmi di Apple. Sarà possibile con un solo click decidere di abbonarsi a un periodico o a un giornale da fruire attraverso un’applicazione ottimizzata per il terminale mobile, e ricevere mensilmente gli addebiti sulla propria carta di credito.</p>
<p>Nella primavera/estate del 2009 negli Usa sono state lanciate due start-up specializzate nei micropagamenti di contenuti. La prima si chiama Journalism Online<sup>[<a id="id422247" class="footnote" href="#ftn.id422247">217</a>]</sup>, ed è una società che promette di fungere da edicola elettronica per i pagamenti online dei contenuti dei giornali americani. Tra i fondatori, l’avvocato e scrittore Steven Brill e il manager Gordon Crovitz, in passato stratega del modello a pagamento del Wall Street Journal. La società è già al lavoro da alcuni mesi. Stando a quanto afferma il Nieman Journalism Lab<sup>[<a id="id422261" class="footnote" href="#ftn.id422261">218</a>]</sup>, Journalism online avrebbe già siglato accordi con tre o quattro grandi gruppi editoriali Usa. Le intese dovrebbero essere operative entro fine 2009. Brill e i suoi offrono ai giornali quattro tipologie di servizi:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">una tecnologia con un unico login e password che consentirà ai lettori online di acquistare diverse tipologie di prodotti editoriali. Dall’abbonamento alla copia, fino al singolo articolo;</li>
<li class="listitem">possibilità per i lettori di stipulare abbonamenti multi-testata;</li>
<li class="listitem">un servizio di consulenza per gli editori sui modelli di business che funzionano di più;</li>
<li class="listitem">la possibilità di negoziare come rappresentante di più editori, e quindi con un miglior rapporto di forza, la distribuzione, l’indicizzazione e la monetizzazione dei contenuti degli editori con i motori di ricerca e i grandi aggregatori.</li>
</ul>
</div>
<p>Il modello di business proposto da Journalism Online agli editori è di tipo misto: dalla presentazione<sup>[<a id="id422345" class="footnote" href="#ftn.id422345">219</a>]</sup> della società si ricava anche qualche numero. Una strategia di monetizzazione parziale dei propri contenuti, mantenendone una buona parte gratis, consentirebbe ad esempio a un giornale – stando alle cifre di Brill e soci – di conservare l’88 per cento del traffico online e il 91% del ricavo pubblicitario precedente, con un saldo positivo derivante dalla vendita dei contenuti, per un quotidiano da 660mila copie, di 15,6 milioni di dollari il primo anno. Va detto che sono stime e che si tratta di numeri basati sul mercato Usa, con l’assunzione che il 10 per cento degli utenti attuali sia disposto a pagare una parte dei contenuti a cui accede. È presto per dire se funzionerà, ma il tentativo merita di essere seguito con attenzione.</p>
<p>L’altra società che sta lavorando a un modello simile si chiama ViewPass. Fondata dagli imprenditori Alan Mutter<sup>[<a id="id422357" class="footnote" href="#ftn.id422357">220</a>]</sup> e Ridgley Evers, sta realizzando il proprio sistema in collaborazione con l’agenzia Usa Associated Press, come ha confermato Business Week<sup>[<a id="id422376" class="footnote" href="#ftn.id422376">221</a>]</sup>.</p>
<p>Ultimo in ordine di tempo, alla fine dell’estate 2009, è giunto l’annuncio di Google. In risposta ha una richiesta dell’associazione americana dei quotidiani (Newspaper association of America, Naa), la società ha presentato un documento in cui propone di adattare Checkout, il proprio strumento per le transazioni finanziare online, per consentire agli editori di far pagare alcuni loro contenuti. La nuova piattaforma dovrebbe essere pronta entro il 2010 e sarà utilizzabile non solo via web ma anche via telefonino. A Google, che oltre a broker della conoscenza e della pubblicità diverrebbe così a tutti gli effetti un intermediario finanziario, gli editori dovrebbero riconoscere una commissione, nello stesso modo in cui le case discografiche la garantiscono ad Apple per iTunes<sup>[<a id="id422395" class="footnote" href="#ftn.id422395">222</a>]</sup>.</p>
<p>Per il momento non esiste un <span class="emphasis"><em>silver bullet</em></span>, una soluzione univoca all’ipotesi del pagamento dell’informazione online. Tuttavia, posto che qualsiasi strategia si adotti essa dovrà essere basata su un mix di strumenti, dall’osservazione delle esperienze in corso è possibile fissare alcuni punti fermi rispetto a formato del prodotto, canali distributivi e dispositivi di fruizione:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">prerequisito per porre i contenuti a pagamento è la piena disponibilità digitale degli stessi in una forma ottimizzata e standard (Xml);</li>
<li class="listitem">i contenuti a pagamento possono costituire una risorsa incrementale e integrativa rispetto alla pubblicità, ma non una fonte di ricavo sostitutiva;</li>
<li class="listitem">perché gli utenti siano disposti a pagare, i contenuti devono essere:
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">esclusivi;</li>
<li class="listitem">ad alto valore d’uso;</li>
<li class="listitem">percepiti come non fungibili;</li>
<li class="listitem">offerti in modalità di fruizione particolare (reader, mobilità) o in un pacchetto che giustifichi l’esborso.</li>
</ul>
</div>
</li>
</ul>
</div>
<p>Qualsiasi ipotesi di pagamento non può dunque prescindere dall’individuazione di un pacchetto informativo che abbia queste caratteristiche, oggi più facilmente rinvenibili nei giornali locali (esclusività e scarsa fungibilità delle notizie di uno specifico territorio) piuttosto che – fatte poche eccezioni – in quelli generalisti nazionali. Bisogna inoltre tenere conto dei seguenti fattori:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">la semplicità della piattaforma di transazione è un elemento chiave del successo;</li>
<li class="listitem">la realizzazione di un’offerta a pagamento dovrebbe accompagnarsi a una migliorata disponibilità “organica” dei contenuti gratuiti (gli articoli negli archivi a libera consultazione vanno pienamente integrati nelle sezioni del giornale online, così da far crescere il traffico proveniente dai motori di ricerca e la navigazione naturale degli utenti);</li>
<li class="listitem">il prodotto a pagamento va distribuito con diverse piattaforme di transazione e su più dispositivi (pc, reader, terminali mobili);</li>
<li class="listitem">vista la particolarità del mercato distributivo italiano, va valutata con attenzione anche la possibilità di utilizzare la rete delle edicole;</li>
<li class="listitem">a fianco alla monetizzazione dei contenuti già esistenti, va esplorata anche la possibilità di realizzare prodotti di nicchia altamente personalizzati per i quali potrebbe esistere una domanda e una disponibilità al pagamento;</li>
<li class="listitem">oltre alla monetizzazione nei confronti dell’utente finale, i produttori di informazione dovrebbero anche valutare l’opportunità di avviare azioni di monetizzazione nei confronti di chi – reintermediando la catena della distribuzione (provider di connettività e società telefoniche) o quella della visibilità e dell’attenzione (motori di ricerca basati su piattaforme di pubblicità pay per click) – già oggi realizza i propri ricavi sulle spalle dei produttori di informazione.</li>
</ul>
</div>
<p>Ne abbiamo parlato al capitolo 6. Ma va detto con chiarezza che qualsiasi riequilibrio dei ricavi tra piattaforme e giornalismo, in favore di quest’ultimo, non può essere in alcun modo inteso come un alibi per non innovare, per rimandare il <span class="emphasis"><em>reboot</em></span>. Come si diceva all’inizio del libro, il tempo è poco, ed è brutto tempo.</p>
<p>Alla fine di giugno 2009, i maggiori gruppi editoriali del mondo, da Springer alla News Corporation di Rupert Murdoch, con la presenza degli italiani Rizzoli ed Espresso, hanno firmato la dichiarazione di Berlino. Nel documento si chiedono maggiori tutele nella protezione dei diritti intellettuali in rete. <span class="quote">«<span class="quote">Il principio fondamentale che non c’è democrazia che possa prosperare senza il giornalismo indipendente</span>»</span>, si legge nella dichiarazione, <span class="quote">«<span class="quote">deve applicarsi anche al World wide web</span>»</span>.</p>
<p>Come sostenere i costi del giornalismo di qualità senza togliere senso alla rete, senza tornare indietro ai tempi dei <span class="emphasis"><em>walled garden</em></span> dei recinti chiusi di inizio anni Novanta, è un tema centrale che ancora non ha trovato una risposta o una serie di risposte esaustive.</p>
<p><span class="emphasis"><em>Reboot</em></span> e ricerca di nuove strade di valorizzazione dovranno procedere appaiati. Senza valore, senza buon giornalismo, non c’è né ci sarà nulla per cui valga la pena di pagare.</div>
<div class="footnotes">
<hr />
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id417815" class="para" href="#id417815">136</a>] </sup> “Al racconto della rete ora servono eresie”, intervista firmata da Sergio Maistrello su Apogeonline, maggio 2009. <a class="link" href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/07/eretici-digitali">http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/07/eretici-digitali</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id417860" class="para" href="#id417860">137</a>] </sup> Per i dettagli dei dati di bilancio, <a class="link" href="http://www.paidcontent.org/entry/419-earnings-nytco-swung-to-loss-in-08-q4-profit-drops-47-percent/">http://www.paidcontent.org/entry/419-earnings-nytco-swung-to-loss-in-08-q4-profit-drops-47-percent/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id417885" class="para" href="#id417885">138</a>] </sup> <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2008/10/24/il-new-york-times-e-spazzatura">massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2008/10/24/il-new-york-times-e-spazzatura</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id417977" class="para" href="#id417977">139</a>] </sup> La classifica si può ritrovare a questa pagina web: <a class="link" href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/news/article_display.jsp?vnu_content_id=1003997543">http://www.editorandpublisher.com/eandp/news/article_display.jsp?vnu_content_id=1003997543</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418758" class="para" href="#id418758">140</a>] </sup> Il grafico dell’andamento annuale del titolo comparato all’indice Dow Jones è visibile a questa pagina <a class="link" href="http://finance.google.com/finance?chdnp=1&amp;chdd=1&amp;chds=1&amp;chdv=1&amp;chvs=maximized&amp;chdeh=0&amp;chdet=1234106760000&amp;chddm=100878&amp;cmpto=INDEXDJX:.DJI&amp;cmptzos=-18000&amp;q=NYSE:NYT&amp;ntsp=0">http://finance.google.com/finance?chdnp=1&amp;chdd=1&amp;chds=1&amp;chdv=1&amp;chvs=maximized&amp;chdeh=0&amp;chdet=1234106760000&amp;chddm=100878&amp;cmpto=INDEXDJX:.DJI&amp;cmptzos=-18000&amp;q=NYSE:NYT&amp;ntsp=0</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418788" class="para" href="#id418788">141</a>] </sup> Non sembri un’affermazione apodittica. Come spiega Alan Mutter (<a class="link" href="http://newsosaur.blogspot.com/2009/02/can-newspapers-transition-to-digital.html">http://newsosaur.blogspot.com/2009/02/can-newspapers-transition-to-digital.html</a>), giornalista e imprenditore nonché esperto dell’industria editoriale americana, la pubblicità classificata nel 2000 produceva il 40% dei ricavi totali del settore e più del 40% dei margini. Nei primi nove mesi del 2008 questa quota si è ridotta al 23% (dati Newspaper Association of America). In Europa e soprat-tutto in Italia la dipendenza degli editori dalla pubblicità classificata è più ridotta.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418803" class="para" href="#id418803">142</a>] </sup> Per i dettagli, si veda l’analisi di Silicon Alley Insider: <a class="link" href="http://www.alleyinsider.com/2008/10/new-york-times-nyt-running-on-fumes">http://www.alleyinsider.com/2008/10/new-york-times-nyt-running-on-fumes</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418833" class="para" href="#id418833">143</a>] </sup> Due stazioni radiofoniche che facevano parte del gruppo sono state vendute nella primavera del 2009 per fare cassa.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418818" class="para" href="#id418818">144</a>] </sup> Il “licenziometro” dei giornali Usa è pubblicato e aggiornato qui: <a class="link" href="http://graphicdesignr.net/papercuts/?page_id=1088">http://graphicdesignr.net/papercuts/?page_id=1088</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418856" class="para" href="#id418856">145</a>] </sup> NytCo. possiede il 17,75% di New England Sports Venture, asset valutato tra i 150 e i 200 milioni di dollari e acquistato nel 2002 <a class="link" href="http://www.paidcontent.org/entry/419-nytco-hires-goldman-sachs-to-sell-interest-in-new-england-sports-ventur/">http://www.paidcontent.org/entry/419-nytco-hires-goldman-sachs-to-sell-interest-in-new-england-sports-ventur/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418883" class="para" href="#id418883">146</a>] </sup> Secondo la rivista Forbes, la sua fortuna ammonta a 49 miliardi di dollari, ed è seconda solo a quelle di Bill Gates e Warren Buffett.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418905" class="para" href="#id418905">147</a>] </sup> I dati seguenti sono tratti dal rapporto eMarketer “Newspapers in Crisis, Migra-ting Online”, gennaio 2009.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418958" class="para" href="#id418958">148</a>] </sup> La stima include pubblicità classificata, nazionale, locale e online. Fonte eMarketer, dicembre 2008.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418986" class="para" href="#id418986">149</a>] </sup> Il titolo del seminario, tenutosi a gennaio 2005, era “Web+10 The Future of On-line Journalism”. Scopo dell’assise fare un bilancio dei primi 10 anni di giornali-smo digitale e ipotizzarne lo sviluppo per i dieci anni successivi. Per maggiori in-formazioni si veda <a class="link" href="http://www.poynter.org/content/content_view.asp?id=71870">http://www.poynter.org/content/content_view.asp?id=71870</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419030" class="para" href="#id419030">150</a>] </sup> Philip Meyer, <span class="emphasis"><em>The Vanishing Newspaper. Saving Journalism in the Information Age</em></span>, University of Missouri Press 2004.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419113" class="para" href="#id419113">151</a>] </sup> Op. cit.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419111" class="para" href="#id419111">152</a>] </sup> Questa affermazione di Meyer, estrapolata dal contesto, è stata presa a pretesto sia per profezie millenaristiche che per analisi al contrario falsamente rassicuranti. È inoltre alla base del titolo di un libro del vicedirettore de La Stampa Vittorio Sabadin, <span class="emphasis"><em>L’ultima copia del “New York Times”. Il futuro dei giornali di carta</em></span> (Donzelli, Roma 2007).</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419444" class="para" href="#id419444">153</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.guardian.co.uk/media/greenslade/2009/jan/27/2">http://www.guardian.co.uk/media/greenslade/2009/jan/27/2</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419455" class="para" href="#id419455">154</a>] </sup> È possibile scaricare il pdf dei risultati della ricerca a questo indirizzo: <a class="link" href="http://www.demos.it/2008/pdf/osservatorio_nord_est_22_04_08.pdf">http://www.demos.it/2008/pdf/osservatorio_nord_est_22_04_08.pdf</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419476" class="para" href="#id419476">155</a>] </sup> Il discorso è stato pronunciato il 16 novembre 2008 nell’ambito delle Boyer Lec-tures. Qui l’audio e la trascrizione completa: <a class="link" href="http://www.abc.net.au/rn/boyerlectures/stories/2008/2397940.htm">http://www.abc.net.au/rn/boyerlectures/stories/2008/2397940.htm</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419527" class="para" href="#id419527">156</a>] </sup> “La stampa in Italia (2006-2008)”: rapporto completo, sintesi e slide scaricabili al sito <a class="link" href="http://www.fieg.it">www.fieg.it</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419582" class="para" href="#id419582">157</a>] </sup> Elaborazione dati su Report Censuario Audiweb giugno 2009. Il giorno medio include feriali e festivi.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419665" class="para" href="#id419665">158</a>] </sup> Il Riformista, 23 giugno 2009.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419676" class="para" href="#id419676">159</a>] </sup> La ricerca si può ritrovare sul sito <a class="link" href="http://www.francoabruzzo.it/">http://www.francoabruzzo.it/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419717" class="para" href="#id419717">160</a>] </sup> Il <span class="emphasis"><em>reboot</em></span>, nel linguaggio informatico, è il riavvio di una macchina, spesso dopo aver aggiornato o reinstallato il sistema operativo, ovvero gli schemi logici e pro-cessi attraverso i quali il computer “ragiona”.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419752" class="para" href="#id419752">161</a>] </sup> Per alcuni dei concetti di queste pagine gli autori sono debitori all’analisi e allo studio di Mario Tedeschini Lalli, giornalista, con il quale in questi anni si è svi-luppato un lavoro comune. Mario è stato tra i fondatori di Repubblica.it, ed è docente e osservatore dei media digitali.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419833" class="para" href="#id419833">162</a>] </sup> Dati Nielsen Netview di maggio 2009: al primo posto Repubblica.it, quindi Corriere.it, il canale News di Libero e Google.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419842" class="para" href="#id419842">163</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.crainsnewyork.com/article/20090624/FREE/906249985">http://www.crainsnewyork.com/article/20090624/FREE/906249985</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419979" class="para" href="#id419979">164</a>] </sup> Originariamente una marca di carne in scatola a poco prezzo, termine poi divenuto negli Usa e a livello globale il sinonimo di “e-mail spazzatura”.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420013" class="para" href="#id420013">165</a>] </sup> Lo studio “Internet, pluralismo e ridondanza dell’informazione” è stato presentato a un convegno, “New Media and Information”, che si è svolto ad Atene dal 6 al 9 maggio 2009 ed è disponibile (formato .pdf, in inglese) all’indirizzo <a class="link" href="http://nikos.smyrnaios.free.fr/francais/communications.html">http://nikos.smyrnaios.free.fr/francais/communications.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420034" class="para" href="#id420034">166</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.lsdi.it/2009/06/02/la-coda-corta-dell-informazione-online/">http://www.lsdi.it/2009/06/02/la-coda-corta-dell-informazione-online/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420144" class="para" href="#id420144">167</a>] </sup> La ricerca è realizzata a cura del World Editors Forum, ed è disponibile a paga-mento a questo indirizzo: <a class="link" href="http://www.trends-in-newsrooms.org/home.php">http://www.trends-in-newsrooms.org/home.php</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420539" class="para" href="#id420539">168</a>] </sup> Mario Tedeschini Lalli in Giornalismo d’altri: “Rivoluzione al Washington Post, arriva lo universal desk” <a class="link" href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/04/17/rivoluzione-al-washington-post-arriva-lo-universal-desk/">http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/04/17/rivoluzione-al-washington-post-arriva-lo-universal-desk/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420607" class="para" href="#id420607">169</a>] </sup> Trends in the Newsrooms 2009, op. cit.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420644" class="para" href="#id420644">170</a>] </sup> Trends in the Newsrooms 2009, op. cit.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420729" class="para" href="#id420729">171</a>] </sup> Gli accorgimenti tecnici sono parte del modello: il sito-tipo registra i suoi utenti in modo da poterli conoscere e meglio vendere alla pubblicità; aggrega contenuti da altre fonti in modo automatico, diffonde il proprio prodotto con tecnologie internet che ne permettono la disseminazione in centinaia e migliaia di piccoli siti nonché la citazione sui maggiori portali e la visibilità nei risultati dei motori di ri-cerca; si conquista consenso presso i blog offrendo e scambiando collegamenti, quindi dando e ottenendo visibilità dei contenuti propri e altrui.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420751" class="para" href="#id420751">172</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.huffingtonpost.com/">http://www.huffingtonpost.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420762" class="para" href="#id420762">173</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.drudgereport.com/">http://www.drudgereport.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420778" class="para" href="#id420778">174</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.realclearpolitics.com/">http://www.realclearpolitics.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421019" class="para" href="#id421019">175</a>] </sup> Una delle rare eccezioni è Webgol di Antonio Sofi, <a class="link" href="http://www.webgol.it/">http://www.webgol.it/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421065" class="para" href="#id421065">176</a>] </sup> <a class="link" href="http://www3.varesenews.it/">http://www3.varesenews.it/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421084" class="para" href="#id421084">177</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.gomarche.it/">http://www.gomarche.it/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421097" class="para" href="#id421097">178</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.anso.it">http://www.anso.it</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421126" class="para" href="#id421126">179</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.youreporter.it">http://www.youreporter.it</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421140" class="para" href="#id421140">180</a>] </sup> Un resoconto della tavola rotonda può essere letto sul blog di Mario Tedeschini Lalli, Giornalismo d’altri <a class="link" href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/04/page/2/">http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/04/page/2/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421156" class="para" href="#id421156">181</a>] </sup> Ibidem.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421166" class="para" href="#id421166">182</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.agoravox.it">http://www.agoravox.it</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421205" class="para" href="#id421205">183</a>] </sup> Per un resoconto della giornata organizzata da Lsdi si può vedere quanto ha scritto Bernardo Parrella di Global Voices <a class="link" href="http://www.citizenmedia.it/?p=731">http://www.citizenmedia.it/?p=731</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421268" class="para" href="#id421268">184</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.minnpost.com/">http://www.minnpost.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421281" class="para" href="#id421281">185</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.voiceofsandiego.org/">http://www.voiceofsandiego.org/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421303" class="para" href="#id421303">186</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.propublica.org/">http://www.propublica.org/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421328" class="para" href="#id421328">187</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.newassignment.net/">http://www.newassignment.net/</a>. È interessante notare come su questo piano si sia assistito anche a fenomeni di finanziamento spontaneo nati in rete, come la mezza pagina di pubblicità comprata su Repubblica con l’autotassazione da parte di un gruppo nato su Facebook, con un appello per la libertà di stampa. Ne ha parlato Alessandro Gilioli sul blog Piovono Rane: <a class="link" href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/07/07/da-facebook-a-repubblica-contro-il-premier/">http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/07/07/da-facebook-a-repubblica-contro-il-premier/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421378" class="para" href="#id421378">188</a>] </sup> Lo speciale si può trovare a quest’indirizzo <a class="link" href="http://temi.repubblica.it/repubblicaspeciale-dieci-domande-a-berlusconi/">http://temi.repubblica.it/repubblicaspeciale-dieci-domande-a-berlusconi/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421446" class="para" href="#id421446">189</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-2/festa-villa-madama/festa-villa-madama.html?ref=search">http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-2/festa-villa-madama/festa-villa-madama.html?ref=search</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421464" class="para" href="#id421464">190</a>] </sup> <a class="link" href="http://tv.repubblica.it/copertina/noemi-al-tavolo-con-confalonieri/33065?video">http://tv.repubblica.it/copertina/noemi-al-tavolo-con-confalonieri/33065?video</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421480" class="para" href="#id421480">191</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1024">http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1024</a>. Sulla metodologia giornalistica seguita da Repubblica, Granieri è tornato anche in un altro post: <a class="link" href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1028">http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1028</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421533" class="para" href="#id421533">192</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.telegraph.co.uk/news/newstopics/mps-expenses/">http://www.telegraph.co.uk/news/newstopics/mps-expenses/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421562" class="para" href="#id421562">193</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.telegraph.co.uk/news/newstopics/mps-expenses/mps-expenses-right-to-reply/">http://www.telegraph.co.uk/news/newstopics/mps-expenses/mps-expenses-right-to-reply/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421581" class="para" href="#id421581">194</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2009/may/12/mps-expenses-parliament">http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2009/may/12/mps-expenses-parliament</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421614" class="para" href="#id421614">195</a>] </sup> <a class="link" href="http://mps-expenses.guardian.co.uk/">http://mps-expenses.guardian.co.uk/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421627" class="para" href="#id421627">196</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.journalism.co.uk/2/articles/534820.php">http://www.journalism.co.uk/2/articles/534820.php</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421665" class="para" href="#id421665">197</a>] </sup> Tra gli altri va menzionato il tentativo di Jeff Jarvis con la City University di New York (Cuny) <a class="link" href="http://newsinnovation.com/">http://newsinnovation.com/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421690" class="para" href="#id421690">198</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.nytimes.com/2009/01/30/business/media/02askthetimes.html?_r=1">http://www.nytimes.com/2009/01/30/business/media/02askthetimes.html?_r=1</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421705" class="para" href="#id421705">199</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.nytimes.com/2009/03/08/business/media/09askthetimes.html?_r=1&amp;src=tp">http://www.nytimes.com/2009/03/08/business/media/09askthetimes.html?_r=1&amp;src=tp</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421740" class="para" href="#id421740">200</a>] </sup> “How to save your newspaper”, <a class="link" href="http://www.time.com/time/business/article/0,8599,1877191-1,00.html">http://www.time.com/time/business/article/0,8599,1877191-1,00.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421766" class="para" href="#id421766">201</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.newsday.com/business/ny-bzcabl276051263feb27,0,6207340.story">http://www.newsday.com/business/ny-bzcabl276051263feb27,0,6207340.story</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421783" class="para" href="#id421783">202</a>] </sup> <a class="link" href="http://blogs.wsj.com/digits/2009/02/27/hearst-to-begin-charging-for-digital-news/">http://blogs.wsj.com/digits/2009/02/27/hearst-to-begin-charging-for-digital-news/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421811" class="para" href="#id421811">203</a>] </sup> <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/03/19/time-iniziera-a-testare-contenuti-online-a-pagamento/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/03/19/time-iniziera-a-testare-contenuti-online-a-pagamento/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421877" class="para" href="#id421877">204</a>] </sup> <a class="link" href="http://order.wsj.com/sub/f2">http://order.wsj.com/sub/f2</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421898" class="para" href="#id421898">205</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.newsstand.com/">http://www.newsstand.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421914" class="para" href="#id421914">206</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.extra.kataweb.it">http://www.extra.kataweb.it</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421937" class="para" href="#id421937">207</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.amazon.com/Kindle-Amazons-Wireless-Reading-Device/dp/B000FI73MA">http://www.amazon.com/Kindle-Amazons-Wireless-Reading-Device/dp/B000FI73MA</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421961" class="para" href="#id421961">208</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.irextechnologies.com/">http://www.irextechnologies.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421976" class="para" href="#id421976">209</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.plasticlogic.com/">http://www.plasticlogic.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422002" class="para" href="#id422002">210</a>] </sup> <a class="link" href="http://online.wsj.com/article/SB120119406286813757.html?mod=mm_media_marketing_hs_left">http://online.wsj.com/article/SB120119406286813757.html?mod=mm_media_marketing_hs_left</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422017" class="para" href="#id422017">211</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.longtail.com/the_long_tail/2008/07/how-long-will-t.html">http://www.longtail.com/the_long_tail/2008/07/how-long-will-t.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422045" class="para" href="#id422045">212</a>] </sup> <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2007/12/11/il-nyt-apre-il-sito-e-cresce-del-64-litalia-non-sfigura-anzi/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2007/12/11/il-nyt-apre-il-sito-e-cresce-del-64-litalia-non-sfigura-anzi/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422061" class="para" href="#id422061">213</a>] </sup> <a class="link" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Qpass">http://en.wikipedia.org/wiki/Qpass</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422101" class="para" href="#id422101">214</a>] </sup> <a class="link" href="http://www2.arkansasonline.com/">http://www2.arkansasonline.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422185" class="para" href="#id422185">215</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/why-itunes-is-not-a-workable-model-for-the-news-business/">http://www.shirky.com/weblog/2009/03/why-itunes-is-not-a-workable-model-for-the-news-business/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422226" class="para" href="#id422226">216</a>] </sup> <a class="link" href="http://events.apple.com.edgesuite.net/0903lajkszg/event/index.html">http://events.apple.com.edgesuite.net/0903lajkszg/event/index.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422247" class="para" href="#id422247">217</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.journalismonline.com/home.php">http://www.journalismonline.com/home.php</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422261" class="para" href="#id422261">218</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.niemanlab.org/2009/06/how-steve-brill-pitched-newspaper-executives-on-charging-for-online-content-and-why-theyre-buying-it/">http://www.niemanlab.org/2009/06/how-steve-brill-pitched-newspaper-executives-on-charging-for-online-content-and-why-theyre-buying-it/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422345" class="para" href="#id422345">219</a>] </sup> Ibidem.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422357" class="para" href="#id422357">220</a>] </sup> <a class="link" href="http://newsosaur.blogspot.com/">http://newsosaur.blogspot.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422376" class="para" href="#id422376">221</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.businessweek.com/magazine/content/09_27/b4138063231553.htm">http://www.businessweek.com/magazine/content/09_27/b4138063231553.htm</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422395" class="para" href="#id422395">222</a>] </sup> Qui è possibile leggere il documento inviato da Google alla Naa: <a class="link" href="http://www.niemanlab.org/pdfs/Google.pdf">http://www.niemanlab.org/pdfs/Google.pdf</a></div>
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<tr>
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<td align="left" valign="top">L’urlo, il tribuno e l’illusione di un racconto alternativo</td>
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<td align="right" valign="top">Conclusioni</td>
</tr>
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		<title>Ottavo capitolo. L&#8217;urlo, il tribuno e l&#8217;illusione di un racconto alternativo</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 19:43:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
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		<category><![CDATA[L'urlo del tribuno]]></category>
		<category><![CDATA[Otavo Capitolo]]></category>

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		<description><![CDATA[Eppure dovrai metterti l’animo in pace – replicò Woland, e un sorriso beffardo storse la sua bocca – . Non hai fatto in tempo ad apparire sul tetto che hai già detto una sciocchezza, e ti dirò io in che cosa consiste: nel tuo tono.


 Hai pronunciato le tue parole come se tu non riconoscessi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Eppure dovrai metterti l’animo in pace – replicò Woland, e un sorriso beffardo storse la sua bocca – . Non hai fatto in tempo ad apparire sul tetto che hai già detto una sciocchezza, e ti dirò io in che cosa consiste: nel tuo tono.</em></p>
<p><em><span id="more-467"></span><br />
</em></p>
<p><em> Hai pronunciato le tue parole come se tu non riconoscessi l’esistenza delle ombre, e neppure del male. Non vorresti avere la bontà di riflettere sulla questione: che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne scomparissero le ombre? Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Vuoi forse scorticare tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c’è di vivo per il tuo capriccio di goderti la luce nuda? Sei sciocco.</em></p>
<p>Michail Bulgakov, <span class="emphasis"><em>Il Maestro e Margherita</em></span></p>
<div class="sect1" title="L’urlo">
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<h2 class="title"><a id="id417305"></a>L’urlo</h2>
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<p>Qui e là in questo saggio si ritrova traccia dell’atteggiamento più diffuso nella rete. È riassumibile sotto l’etichetta “l’urlo”. Si tratta della tendenza propria dell’utente neofita che, una volta resosi conto di avere tra le mani uno strumento di espressione, lo usa girando la manopola del volume al massimo.</p>
<p>Il neofita quasi sempre evolve nell’utente predicatore. In quello che ti insegna cos’è il web e, pochi post dopo, cosa sono i giornali, i media e il mondo. Questo aspetto – che chiameremo dell’illusione di onnipotenza dell’utente telematico, per cui il mezzo riempie ogni lacuna personale e rende culturalmente onnipotenti – andrebbe ben studiato, e studiato senza quei pregiudizi per cui la rete è luogo di alienazione, è gorgo del nulla, è dannazione moderna.</p>
<p>Psicologi e antropologi hanno ancora un atteggiamento di rifiuto snobistico verso questo mezzo, che talvolta viene abbandonato in favore dell’utilizzo del web in forma di leva, per arrivare ad altri media più “importanti” e, di certo, di più rapido incasso. Un peccato: la rete è un campo di studio fertile. È insieme oggetto e soggetto, luogo di osservazione e di partecipazione. Luogo di dinamiche umane, sociali, “culturali”, che si esprimono al loro meglio e al loro “vero”. Una di queste dinamiche è l’annientamento della notizia. Della nozione di notizia.</p>
<p>La possibile obiezione: alla cancellazione della realtà provvede il racconto dei media, che sono “al servizio del potere”, e segnatamente vi provvede il racconto televisivo. Ma non c’è alcuna contraddizione tra la nostra affermazione e questa affermazione, rozza ma aderente ai fatti. Come detto più volte qui e come ogni ricerca in merito conferma, il web riecheggia del “discorso” degli altri media quasi in modo ecolalico. Le parole del mainstream si incontrano con la rete e danno vita alla costellazione dello Zeitgeist, nello spirito delle masse (e del tempo) che forma un pensiero collettivo che sta a cavallo di ogni piattaforma.</p>
<p>Di fatto l’opinione pubblica che si esprime attraverso internet porta con sé dentro la rete umori e atteggiamenti contrastanti: da un lato questa istanza “alta” di rappresentanza e critica verso media, potere, poteri. Dall’altra il furore come modalità. Che quindi è furore della notizia e dell’antinotizia, della politica e dell’antipolitica. Furore come posizione. Come pensiero unico.</p>
<p>Magari questa fetta di opinione pubblica si esprime “male” ma, come abbiamo detto in altra parte del saggio, non è il contenuto di questa presenza nuova a fare la novità e a sgretolare il castello di carte degli old media. La sua semplice presenza, che a volte crea grandi e positivi fenomeni, in altri casi produce un’“atmosfera” informativa vuota, dove ogni voce esplode come il tuono, senza contraddittorio.</p>
<p>Dove dovrebbero esserci più voci a discutere, c’è spesso la Voce del tribuno. E dove dovrebbe esserci il massimo di verifica, detonano le certezze della propaganda.</p>
<p>Al quadro va aggiunta l’assenza di memoria a lungo termine della mobilitazione di rete. Può capitare, a un giornalista che da trenta anni segue la cronaca giudiziaria o a una persona che ha una onesta storia professionale nel campo della rete, di sentirsi dire: e tu chi accidenti sei? Sei un incompetente o un disonesto, a seconda dei casi. Questo accade perché l’esperienza della rete viene vissuta come unico ambiente di conoscenza e tutto ciò che non ne fa immediatamente parte perde valore, concretezza, consistenza. È questa perdita di senso di realtà l’aspetto più cospicuo del fenomeno. Vediamo un caso.</p>
<p>Nel febbraio del 2009 è stato approvato al Senato – se n’è già parlato – il famoso “emendamento D’Alia”. Poco tempo dopo, alla fine di aprile dello stesso anno, il testo è stato cancellato e non inserito nel “decreto sicurezza” del governo. Ma l’esistenza dell’emendamento è stata “prolungata” dalla rete – e soprattutto su Facebook, dove ancora più labile è l’elemento di realtà e ancora più istantanea l’adesione a certe campagne – sia da parte di gruppi di estrema sinistra che da parte di alcuni “grillini”. Ogni smentita è stata di fatto ignorata, e se proprio non era possibile evitarla, allora veniva ribattuto che altre norme più gravi e più repressive erano allo studio e che comunque bisognava restare all’erta<sup>[<a id="id417344" class="footnote" href="#ftn.id417344">132</a>]</sup>.</p>
<p>È insomma successo che la data di quell’evento, la sua coordinata temporale è andata smarrita e la convinzione dell’attacco censorio è diventata un tornado di “al lupo al lupo” che si autoalimentava nel vuoto.</p>
<p>Perché avviene ciò? Perché un pubblico composto di individui ipercritici verso il potere, spietato con l’errore di un apostrofo commesso da un giornalista in un articolo, dà invece per vera la segnalazione che sulla rete gli proviene da un suo pari o dal suo sito o blog di riferimento? Me lo dice Quello di cui mi fido: è vero.</p></div>
<div class="sect1" title="Il “tribuno”: la comunicazione autoritaria di Beppe Grillo">
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<h2 class="title"><a id="id417361"></a>Il “tribuno”: la comunicazione autoritaria di Beppe Grillo</h2>
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<p>L’entrata a pieno titolo nel gioco politico italiano di Beppe Grillo dovrebbe consigliare di non trattare l’argomento in un saggio che si occupa della rete<sup>[<a id="id417375" class="footnote" href="#ftn.id417375">133</a>]</sup>. Ma è nella rete che tutto nasce. Dicevamo, dunque, che c’è una dimensione dell’aggregazione telematica che è quella dell’infiammazione immediata, della petizione online, di ciò che Howard Rheingold ha descritto come <span class="emphasis"><em>flashmob</em></span>, le mobilitazioni lampo<sup>[<a id="id417404" class="footnote" href="#ftn.id417404">134</a>]</sup>. La visione del sociologo californiano ha trovato realizzazione, e piena maturazione in Italia, con la mobilitazione permanente che circonda le attività online di Beppe Grillo<sup>[<a id="id417425" class="footnote" href="#ftn.id417425">135</a>]</sup>. Si è parlato di “tribuno”, ma a noi che ci stiamo occupando delle forme della vita digitale e delle sue dinamiche questa figura della cultura classica non dice nulla. Perché non parlare di “allucinazione di verità”? Come fenomeno, non come esclusivo appannaggio di Grillo – magari, sarebbe mal di poco.</p>
<p>Le forme della partecipazione dei flashmob, il corteo telematico, la petizione, il meetup, l’uso dell’arma della reputazione e del rating dei testi e commentatori per annegare il dissenso. Tutti questi aspetti sono stati messi in luce da chi ha analizzato il blog di Grillo e ognuno di essi, se preso da solo, si manifesta come il mattoncino Lego di un partito politico elettronico. Esperienza molto più avanzata degli altri tentativi di “partito telematico”, perché ha creato una virtualità totale dell’esperienza informativa su cui si basa la politica. La polis e l’informazione essendo costitutive l’una dell’altra.</p>
<p>Altri, negli anni passati, hanno usato la rete al servizio della politica. I radicali, negli anni dell’elezione diretta dei loro organismi dirigenti, scoprirono il talento e la straordinaria leadership di Luca Coscioni, che semplicemente un giorno si manifestò attraverso la rete al partito preesistente. Che però stava fuori da internet. La rete qui era canale, non forma. Con Beppe Grillo la distinzione scompare.</p></div>
<div class="sect1" title="L’illusione del racconto alternativo o allucinazione di realtà">
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<h2 class="title"><a id="id417440"></a>L’illusione del racconto alternativo o allucinazione di realtà</h2>
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<p>La predicazione carismatica – nel senso che non ammette verifiche: chiunque, su altri blog, accenni a una critica viene stroncato da forme di squadrismo telematico a volte odiose – si trasforma qui in “informazione” e quindi in realtà-verità. Grillo e i suoi collaboratori e amici giornalisti sostituiscono il “pepe” della rivelazione all’onere della prova, che anche per chi fa cronaca esiste.</p>
<p>L’avversario è comunque un imbecille, “narcolettico” o “psiconano” a seconda dei casi. La necessità della comprensione viene sublimata nella liberazione dell’insulto. L’obbligo di ricerca della realtà, che è sempre complessa, sostituito dal dito indice che convoglia l’indignazione.</p>
<p>Ma tutte queste non sono forme della rete, queste sono le forme della retorica carismatica e – perdonate l’eccesso – totalitaria. È appena il caso di dire che questo è l’approccio di altre leadership: il Bossi dei primi anni della Lega e delle campagne elettorali, il Berlusconi degli scontri nei giorni di fuoco. Internet non è qui: qui c’è da sempre la propaganda che si sostituisce alla realtà. L’odio che prende il posto della conoscenza. Per Grillo non è niente di diverso rispetto a quanto avveniva nei suoi spettacoli.</p></div>
<div class="sect1" title="E allora, dov’è il punto?">
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<h2 class="title"><a id="id417461"></a>E allora, dov’è il punto?</h2>
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<p>Il punto è nell’aggiunta – di merchandising e di mobilitazione politica – che Grillo realizza attraverso il suo blog, nella continuità di uno show che è quotidiano proprio come l’abusato esempio del Truman Show. Dove un solo dossier, un solo tecnico, una sola accusa bastano per mettere in croce chiunque o per provare una teoria politica. Che si parli di indulto o di treni ad alta velocità, di intercettazioni o di loggia P2, il blog di Grillo serve a tenere viva la fiamma della relazione attraverso un continuo doping delle opinioni: non c’è scampo per chi è criticato da lui, perché non c’è spazio nella mente collettiva dei suoi sostenitori per il dolore della complessità, per i pensieri contraddittori, per i contenuti non in sintonia. Se fossero solo i sostenitori di Grillo a ragionare così, faremmo male a spendere tanto spazio per parlarne.</p>
<p>Le blogstar della rete hanno molto detestato il tema: ma bisogna ribadirlo. Gli strumenti pensati per la democrazia, per l’espressione della “saggezza delle masse”, per la collaborazione tra pari hanno dato vita qui al loro opposto: alla deflagrazione di una comunicazione carismatica che tende al totalitarismo. Se vogliamo dirlo, questo è il maggior contributo italiano alla storia del web.</p></div>
<div class="sect1" title="Il ghigno del carisma">
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<h2 class="title"><a id="id417473"></a>Il ghigno del carisma</h2>
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<p>Peraltro, con la vittoria di Barack Obama nelle primarie americane e poi nella campagna elettorale, e perfino adesso con l’uso geniale del web da parte dei siti della Casa Bianca, abbiamo assistito alla realizzazione più piena del sogno del cittadino del web 2.0. Alla capacità di una somma di individui (non di una “massa”) di imporre i temi della campagna nell’agenda dei media mainstream. Peccato che dietro quei temi vi fosse una strategia di comunicazione che etero-dirigeva quelle opinioni. Che alla maggioranza di noi sia piaciuta quella etero-direzione non ci esime dall’obbligo di indicare anche in quelle forme il ghigno del carisma.</p>
<p>Se guardiamo alle forme dell’espressione del consenso di massa – nel movimento “grillino” e perfino in certe manifestazioni pro-Barack – notiamo che attraverso il web è avvenuta la stessa disintermediazione che Silvio Berlusconi è riuscito a ottenere in Italia <span class="emphasis"><em>senza usare la rete</em></span>. Non si tratta della disintermediazione dei media – anche di quella certo, visto che i media sono ridotti a megafono, pena l’insulto e l’incitazione a farli morire di inedia. Si tratta piuttosto della disintermediazione più grave avvenuta qui: quella delle forme e dei canali della cultura critica (ma c’è mai stata in Italia una cultura critica?).</p>
<p>Siamo l’unico paese nel quale il giornalismo investigativo viene attaccato da due lati: da chi lo accusa di insozzare il potere e le sue icone (al servizio di chi è?) e da chi lo ritiene non valido, non all’altezza, perché l’unica “cultura critica” che conosce è quella delle certezze della propaganda e dell’insulto. Che la realtà sia opaca, grigia, contraddittoria e piena di colpevoli non è possibile per la visione dell’occhio manicheo.</p>
<p>Quanto manca alla scoperta da parte di poteri più forti e più “seri” di quello di Beppe Grillo perché il web e il “mobile” vengano usati come prova che il “popolo” è con noi, e magari anche Dio? E quanto manca al fatto che gli innocenti wiki siano usati per costruire leggi che il potere esecutivo si fa preparare dal “popolo” e in nome del quale verranno approvate con voto di fiducia saltando l’esame dell’“inutile” Parlamento e dei “venduti” dei giornali? (ahi, la simmetria di certi odi apparentemente contrapposti).</p>
<p>Quando odio per i media e per le istituzioni fanno il deserto di ogni mediazione democratica, quando restano solo “psiconani”, “comunisti” e popolo, quando l’informazione si è fatta popolo di fantasmi che agitano ossessioni (“il parlamento degli inquisiti”), la rete non è anche un canale della nuova pratica del totalitarismo?</p>
<p>È una bestemmia. La pronunciamo in piena coscienza.</p></div>
<div class="footnotes">
<hr />
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id417344" class="para" href="#id417344">132</a>] </sup> A tenere in piedi questa vera e propria allucinazione collettiva, è anche la sciatteria da parte dei curatori del sito del Senato della Repubblica Italiana, che si limitano a pubblicare gli atti così come sono, senza spiegare nulla di ciò che è veramente accaduto e dando per scontata la conoscenza dei tecnicismi dei lavori – una conoscenza che, nel momento in cui il sito è pubblico e accessibile a tutti, non può più essere data per acquisita. Non dovrebbero essere solo i giornalisti a essere investiti del compito di imparare a scrivere secondo le regole della rete, ma anche i cosiddetti comunicatori pubblici.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id417375" class="para" href="#id417375">133</a>] </sup> Durante un convegno tenutosi a Milano il 4 ottobre 2009, Beppe Grillo ha presentato il suo movimento politico “Cinque stelle” con liste civiche che si candideranno alle elezioni regionali in programma per la primavera 2010. <a class="link" href="http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE5930C220091004">http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE5930C220091004</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id417404" class="para" href="#id417404">134</a>] </sup> Nel suo libro <span class="emphasis"><em>Smart mobs. Tecnologie senza fili, la rivoluzione sociale prossima ventura</em></span>, Raffaello Cortina, Milano 2003.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id417425" class="para" href="#id417425">135</a>] </sup>. <a class="link" href="http://www.beppegrillo.it/">http://www.beppegrillo.it/</a></div>
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		<title>Settimo capitolo. Privacy: l’habeas data è il nuovo habeas corpus</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 13:23:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Settimo capitolo]]></category>

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		<description><![CDATA[



Fuori dal cono di luce



È come quando ti svaligiano l’appartamento.

La stessa sensazione di essere violati, di perdita di qualcosa che ti appartiene. Ti svegli una mattina, accendi il computer, vai su Facebook… e non esisti più. Non entri. Chi ti aveva tra i suoi “amici” vede la cifra che ne indica il numero diminuita di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="sect1" title="Fuori dal cono di luce">
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<h2 class="title"><a id="id416418"></a>Fuori dal cono di luce</h2>
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<p>È come quando ti svaligiano l’appartamento.<br />
<span id="more-453"></span><br />
La stessa sensazione di essere violati, di perdita di qualcosa che ti appartiene. Ti svegli una mattina, accendi il computer, vai su Facebook… e non esisti più. Non entri. Chi ti aveva tra i suoi “amici” vede la cifra che ne indica il numero diminuita di una unità. Se qualcun altro prova a scriverti, semplicemente non ti trova.</p>
<p>Quel circolo di amici sempre online, quel salotto che non chiude mai, quel junk food della telematica, chiamatelo come volete. Sarà tutto il male che vuoi, ma dopo mesi che ne fai uso lì dentro ci sono migliaia di contatti e non tutti inutili. Centinaia di foto, molte frutto di curiosità effimere, ma poi chi lo stabilisce il valore di una foto, se non chi l’ha fatta o chi la possiede? Potrebbero perfino esserci dei testi che hai scritto e che non hai messo da nessuna altra parte, per non dire dei commenti che le persone hanno fatto alle tue uscite: insomma è vita, vita online, ma sempre vita. Anzi, vita aumentata.</p>
<p>Ma sai bene che quella vita, per te ormai inaccessibile, sta da qualche parte a disposizione dei loro database, dei loro data miner, dei loro profilatori e uomini marketing. Non te lo dicono nemmeno, il motivo per cui ti hanno buttato fuori. Inserisci login e password e non succede nulla. Poi alla fine riesci a ottenere un messaggio, in inglese (ma è proprio obbligatorio che tutti gli utenti di Facebook conoscano l’inglese?): hai violato i termini d’uso e sono stati costretti a disabilitarti.</p>
<p>Tu non te ne fai una ragione: leggi i termini di uso, ti hanno detto. Lo fai e la prima cosa che noti è che quel contratto è steso in parte in italiano, poi il traduttore dev’essersi stancato e il testo prosegue in inglese. Non sarà illegale, ma è un pasticcio. E a prescindere dalla conoscenza della lingua inglese, la domanda non può non essere: ma questa cosa, qui, sarà corretta? Sarà giusta? E che modo è di trattare gli utenti? Ovviamente, letti i termini d’uso, sei pulito, non hai fatto niente di ciò che ti vale l’espulsione. E allora perché?</p>
<p>Domande ingenue, ben altro avresti visto nell’evolvere della tua vicenda. Tu, utente sospeso, non sei certo un vip ma hai dei contatti che potresti far valere per ottenere la riabilitazione. Decidi però di non farlo, vuoi sperimentare che cosa succede alla persona normale che non ha il <span class="emphasis"><em>clout</em></span> di relazioni che sblocca ogni cosa, soluzione troppo italiana per piacerti. E nella tua vita da “normale”, non succede nulla. Il messaggio al Facebook team sortisce solo una gelida risposta in inglese: sei stato disabilitato “per qualche motivo”, e faranno delle indagini. Poi, niente per giorni.</p>
<p>Alla scadenza del terzo giorno dalla cancellazione ritieni di aver aspettato abbastanza e il giorno successivo pubblichi un articolo in cui racconti la vicenda e, chiamando in causa le autorità italiane – Privacy e Comunicazioni –, ti poni domande sulla legittimità di tutto questo. Perché “legittimità?”</p>
<p>Perché in questo rapporto con un’azienda che non ha nemmeno una sede italiana e che quindi non può essere credibilmente raggiunta in modo trasparente (i messaggi ricevono risposte su cui pesano ore di fuso orario e un chiaro caos interpretativo nel passaggio fra le due lingue e le reticenze di chi risponde) non c’è alcuna chiarezza sulla destinazione dei tuoi dati. Fosse solo questo: in realtà, tutta la nostra “esistenza” su Facebook è affidata a fattori perlomeno sconosciuti e – sulla base dell’esperienza successiva all’aneddoto dal quale stiamo muovendo – apparentemente casuali.</p>
<p>A seguito dell’interventodenuncia pubblicato, decine di persone hanno raccontato la stessa storia. Disabilitati in tutto, in parte, dalla sola scrittura, sospesi e poi riabilitati, avvertiti e non avvertiti, ammoniti e non ammoniti.</p>
<p>La vicenda da cui muoviamo – quella della disabilitazione di uno degli autori di questo saggio – si conclude solo perché la pubblicazione dell’articolo smuove qualcosa tra i contatti italiani di Facebook. Il <span class="emphasis"><em>clout</em></span>, appunto. Altrimenti nulla sarebbe avvenuto, perché la forma di punizione toccata sarebbe una delle più dure. Motivo? Nulla di ufficiale o di spiegato. Il comico messaggio di riabilitazione recita: “La tua sospensione è avvenuta perché hai usato un software per ricaricare le pagine (falso <span class="emphasis"><em>Ndr</em></span>) ma forse non hai commesso questa infrazione. In ogni caso io (l’autore del messaggio <span class="emphasis"><em>Ndr</em></span>) non sono in grado (<span class="emphasis"><em>I’m not able</em></span><br />
<span class="emphasis"><em>Ndr</em></span>) di rivelartene le ragioni”.</p>
<p>Ci prendono in giro? Ma no, nascondono la realtà dei fatti dietro una finzione tecnologica della realtà che pretende di risolvere problemi politici per via di software. Una finzione che si accompagna a una pericolosa illusione politica: Facebook non vi dirà nulla nel merito delle vostre pretese infrazioni e di come queste siano state accertate. Certo non c’è mano umana, perché vi dicono di non avere un team per ogni paese e quindi viene escluso un intervento umano che tenti una sorta di post moderazione di quanto scritto e pubblicato dagli utenti – una attività per la quali servirebbero decine di migliaia di persone su scala planetaria. Ma attenzione: l’utente si sente spesso contestare di essere stato <span class="emphasis"><em>reported</em></span>, e quindi denunciato, se dobbiamo dirlo in accettabile italiano, da qualcun altro.</p>
<p>In questo caso siamo di fronte ai concetti del web 2.0 che si ribaltano nel loro opposto concettuale. In molti siti e blog, e soprattutto nei social network, ci si affida ai meccanismi della reputazione (il voto assegnato a un certo testo, il parere di inappropriatezza, la segnalazione di un contenuto offensivo). Se però, oltre che regolare la reputazione di una persona e la sua popolarità – due fattori che comunque influenzano la visibilità di una persona sulla base del gradimento altrui – si assume come “vera”, magari perché affidata ad un software che riceva e processa la denuncia di qualcuno, una “denuncia” o delazione, a che cosa ci troviamo di fronte?</p></div>
<div class="sect1" title="Un software neutrale per le idee?">
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<h2 class="title"><a id="id416504"></a>Un software neutrale per le idee?</h2>
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<p>Abbiamo di fronte un mostriciattolo che tenta di gestire “valori” in forma automatica. Noi pensiamo – in altra parte del saggio è detto – che l’umanista che si fa tecnologo, il giornalista che capisce di tecnologia, compia un movimento positivo, perché è l’umano che si impadronisce di una cultura e la fa sua per il beneficio proprio e degli altri umani. Ma nel caso di Facebook – e in tutti i casi in cui i meccanismi della popolarità sono applicati in modo rigoroso – siamo di fronte agli abusi di un software sul quale è già deciso che si interverrà manualmente per correggerne gli errori. Manualmente, cioè da parte di umani.</p>
<p>Ed è ovvio che l’assurdità del sistema cresca in modo proporzionale con la crescita degli utenti. Uno dei commentatori all’articolo di denuncia della disabilitazione, pose nei commenti un tema serio e fondamentale: tu che ti lamenti di essere stato disabilitato, sai dirci come si governa una conversazione sui social media quando a partecipare sono milioni di persone?</p>
<p>Non lo sappiamo. Ma anche la pretesa di risolvere il problema per via di database e di flag non aiuterà molto.</p></div>
<div class="sect1" title="Terra di nessuno o terra di una nuova problematicità? Pasdaran e Basij della rete...">
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<h2 class="title"><a id="id416522"></a>Terra di nessuno o terra di una nuova problematicità? Pasdaran e Basij della rete&#8230;</h2>
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<p>Quando si sollevano questo tipo di temi, quando cioè si contrappone un argomento problematico che mette in dubbio la validità dei nuovi meccanismi che le aziende propongono per il web 2.0, magari avanzando questioni di carattere politico e legale, l’ira dei pasdaran, cioè fanatici e ideologi della rete, non tarda a colpire. È successo anche in questo caso. Argomento principe: una volta che l’utente abbia accettato i termini d’uso deve ubbidire a quelle regole. Il social network in casa propria fa quello che vuole. La pretesa di applicare “leggi locali” (nel caso specifico si parlava della libertà di espressione&#8230;.) è assurda, perché la rete è senza confini.</p>
<p>È come se al gestore del social network fosse concessa, con l’inesistenza di un luogo fisico tipico della rete (anche se quelli il luogo ce l’hanno eccome, la California, dove sono redatti i loro cervellotici e incompleti, quindi ingannevoli, termini d’uso) uno stato di “scioglimento” dalle leggi fondamentali e dal diritto.</p>
<p>Ecco quindi che un ragazzino che rivede le “decisioni” (e i settaggi) di un software dovrebbe governare una conversazione in modo più o meno saggio o decidere se la sospensione di un utente, denunciato perché ha scritto una frase ironica verso il papa, sia corretta oppure no. E non è che si stia parlando del solo Facebook: nei primi mesi del 2009 una ragazza statunitense, utente della community di gioco collegata alla piattaforma Xbox di Microsoft, aveva inserito nel proprio profilo la parola “lesbica”. Dopo aver ricevuto degli insulti, è stata sospesa in seguito a una denuncia di inappropriatezza e legioni di commentatori, non solo italiani ma di ogni parte del mondo, hanno dato ragione al sistema.</p>
<p>È come se si dicesse che è sbagliato identificarsi attraverso tratti che possono essere troppo forti e quindi disturbare una pace sociale basata su un politicamente corretto che equivale a una censura generalizzata e potenzialmente onnipresente.</p>
<p>Eppure le stesse persone insorgerebbero denunciando l’odiosa censura se un loro intervento venisse cancellato dal forum di un giornale. Le stesse che invocano la libertà per se stessi e che riconoscono una sospensione dei diritti e della concretezza degli umani nel momento in cui si entra in rete.</p>
<p>Per completare il discorso, qualche domanda: non sarà il caso e il tempo di chiedere a un sistema con centinaia di milioni di utenti un po’ di trasparenza? Chiedere di dire con chiarezza quali sono i “comportamenti” di software proprietari di cui nessuno conosce con esattezza standard e regole di costruzione? Tutti i dati che le persone depositano nei quiz che risolvono, che vengono rastrellati dalla decine di piccole applicazioni idiote installate dagli utenti, dove vanno a finire? Chi li usa? Cosa ne fa?</p>
<p>Ma davvero le autorità nazionali sulla privacy e, per dirne una, l’Unione Europea, possono continuare a credere che si tratti solo e soltanto di un luna park online e che del luna park gente seria come loro non si occupa? In questo caso il luna park possiede i suoi visitatori: le condizioni per un intervento – una volta tanto non animato da un riflesso anti-tecnologico ma di ecologia dello sviluppo – ci sono tutte.</p></div>
<div class="sect1" title="L’impotenza delle nazioni">
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<h2 class="title"><a id="id416557"></a>L’impotenza delle nazioni</h2>
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<p>Il guaio è che le autorità nazionali competenti per la trasparenza e per la privacy poco hanno da dire in merito. In una intervista seguita al caso che abbiamo raccontato, il professor Francesco Pizzetti, Garante della Privacy, ha ribadito che l’unica misura concreta che un utente possa prendere per difendersi da questo riconosciuto caos digitale è lo studio accurato dei termini d’uso (e una piccola dose di rassegnazione all’ineluttabilità del potere dei grandi social network). Piuttosto metteva in guardia – ed è ora che ci si lasci Facebook alle spalle – dalla più generale distruzione del concetto tradizionale di privacy quale finora inteso.</p>
<p>Chiediamo scusa per la lunga citazione dall’intervista di Pizzetti<sup>[<a id="id416570" class="footnote" href="#ftn.id416570">131</a>]</sup>:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Partirei dal fatto che la rete ha introdotto una nuova realtà. Ha duplicato la nostra esistenza, creando una dimensione non locale e ‘virtuale’, che ha regole del tutto diverse da quelle che vigono nella realtà in cui siamo vissuti per migliaia di anni. È però una dimensione che influisce – lo vedremo – sulla ‘vita reale’. E la globalizzazione, che internet ha reso possibile e che con internet ha interagito, ha creato un vuoto di regole, di autorità regolatrici sovranazionali e soprattutto un vuoto di consapevolezza nelle persone. Se guardassimo sotto questo aspetto alla crisi economica mondiale, potremmo trarne indicazioni molto utili (…).</p>
<p>È una dimensione problematica interamente nuova, che coinvolge il diritto, l’etica, il costume. Ovvio che si esplichi in alcuni fenomeni come i social network che sono globali in modo costitutivo. Contratti in lingue che le persone non conoscono, azionabili solo presso tribunali lontanissimi, ma anche condotte molto nuove, nelle quali le generazioni si separano. Pensi che contraddizione: ci sono giovani che posseggono la tecnologia ma sono del tutto indifesi nell’esposizione di sé e della propria vita, e ‘immigranti digitali’ che per età potrebbero aiutarli ad essere più consapevoli, ma che non hanno le conoscenze per comunicare con loro in modo adeguato.</p></blockquote>
</div>
<p>E ancora:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Viviamo una novità assoluta. Una realtà che si dematerializza e si trasforma solo in dati e dove, quindi, il controllo di questi dati è fondamentale. Allo stesso tempo, ci troviamo a non avere alcuno strumento per esercitare questo controllo. Sono molto impressionato, ad esempio, dalla cancellazione della distinzione tra passato, presente e futuro. Nasce una nuova linea temporale, dove passato presente e perfino il futuro si mescolano senza distinzione. Dove informazioni passate possono essere presentate, e prese in considerazione, prima di altre più recenti e corrette. Dove l’ordinazione di questi dati ubbidisce a criteri che non sono quelli dell’esattezza e della fedeltà.</p>
<p>Questa è una dimensione nuovissima, l’umanità non l’ha mai vissuta. Pensi al concetto di ‘rifarsi una vita’ e a quello di auto-rappresentazione di sé. Una volta cambiavi paese, se ci riuscivi perfino l’identità, e avevi una ragionevole possibilità di rifarti una vita. Con internet è impossibile.</p>
<p>E ancora: io mando un curriculum al mio datore di lavoro, penso che questa mia presentazione basterà perché mi si valuti correttamente. Macché: il datore di lavoro cerca con i motori e può trovare cose, magari remote nel tempo, che mettono in discussione l’immagine che ho dato di me. Ci sono casi di giovani che si vedono negare il lavoro per aver scritto di aver bevuto un bicchiere di troppo alla festa di laurea. Non credo che questa consapevolezza sia diffusa.</p>
<p>È ‘terrificante’ e ‘entusiasmante’ allo stesso tempo, è una sfida incredibile. Oggi è il mondo del diritto, forse il mondo dell’etica da ripensare. Di certo il mondo delle relazioni individuali. Cosa vuol dire vivere in un mondo in cui io non sono più padrone di rifarmi una vita? Cosa vuol dire vivere in un mondo in cui passato presente e futuro sono su una linea temporale unica?</p>
<p>Di certo significa che stiamo perdendo la possibilità di essere padroni della nostra autorappresentazione. Con un certo uso del motore di ricerca, viene meno il principio di finalità del dato. Io consento all’uso dell’informazione su di me solo per certe finalità e in base alla rappresentazione che voglio dare di me nei diversi contesti. E invece rischio magari di vedermi rappresentato davanti a una comunità professionale attraverso un’informazione fornita ad altri o per un comportamento sbarazzino di dieci anni prima.</p>
<p>Ora, fino a questo punto della storia, noi abbiamo vissuto in una dimensione in cui era possibile nascondersi, selezionare le informazioni da far conoscere e quindi autorappresentarci. La perdita di questa dimensione non è ancora chiara a tutti noi: l’autorappresentazione non è più nelle nostre mani. Per citare Buñuel: che fine ha fatto il ‘fascino discreto della borghesia’ in internet?</p></blockquote>
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<p>Dunque il responsabile per la protezione dei dati personali di uno dei più grandi paesi d’Europa non vede alcuna possibilità di imporre ad aziende straniere e preferisce reimpostare un quadro teorico generale – condivisibilissimo – che però non riesce a indicare una prospettiva di intervento fattuale. Pizzetti ha dimostrato, in alcuni interventi successivi, di aver compreso alla perfezione anche il nesso tra la libertà di espressione degli utenti internet e il tema della privacy. Ma nelle sue parole è come se vi fosse l’assenza di uno sbocco, di una leva materiale. E non c’è niente di peggio che sentire fortemente l’esigenza di una riforma che arrivi fino all’etica ma che non trova uno sbocco politico: prima o poi qualcuno lo troverà per noi, lo sbocco. E non ci piacerà.</p></div>
<div class="sect1" title="Il mash up dei dati utente">
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<h2 class="title"><a id="id416619"></a>Il mash up dei dati utente</h2>
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<p>Eppure non è questione di solo Facebook. Ogni gioco, ogni singolo fiato degli utenti di “ogni” social network, il grafo sociale, l’insieme delle conoscenze e delle relazioni di ognuno di noi, viene immagazzinato perché possa poi essere utilizzato. Le applicazioni di social network si muovono verso la loro integrazione con i motori di ricerca. Se la tendenza inaugurata con l’annuncio di Google di voler trasformare il browser Chrome in un sistema operativo, vale a dire in un ambiente collocato online all’interno del quale svolgiamo le funzioni che finora erano collocate sui nostri computer, altri “pezzi” di noi andranno sempre più online.</p>
<p>E la tendenza non è arrestabile. Non c’è presidente del Consiglio europeo che possa seriamente porsi il problema di “regolamentare” internet. Le uniche regole che la politica riesce a inventarsi in materia sono divieti che angariano ancora di più gli utenti della rete e ne limitano i movimenti. Ma certo non ostacolano questa predazione senza sosta di ogni aspetto della nostra vita. Ecco l’errore più grave della paranoia securitaria di cui si è parlato. È una danza della pioggia che ci obbliga a riti oscuri mentre poco più in là diluvia fino alla catastrofe. Ed è della catastrofe che dobbiamo occuparci.</p></div>
<div class="sect1" title="Deriva securitaria e devastazione della privacy">
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<h2 class="title"><a id="id416634"></a>Deriva securitaria e devastazione della privacy</h2>
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<p>Ha scritto su La Repubblica del 15 gennaio 2009 Stefano Rodotà:</p>
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<blockquote class="blockquote"><p>Qui si coglie una contraddizione, che apre un problema ineludibile: si possono affidare i luoghi e i mezzi di una democrazia in trasformazione soltanto alle logiche imprenditoriali e alle volontà di governi non democratici? È vero che i grandi attori di Internet, Google in primo luogo, si mostrano consapevoli di questa realtà e propongono codici di autoregolamentazione per fornire qualche garanzia. Ma si sta pure avverando una facile previsione.</p>
<p>Sotto la pressione di richieste di sicurezza e di interessi economici, Internet perde progressivamente la sua natura di spazio libero, il maggiore che l’umanità abbia conosciuto, e si avvia ad essere uno spazio ‘normalizzato’, dove sia ridotto al minimo il rischio di imbattersi in opinioni dissenzienti, sgradite ai diversi poteri o ritenute dannose da chi è preoccupato soprattutto del fatturato pubblicitario e dell’incentivo ai consumi. È una partita ancora aperta. Anche qui è tempo di regole, e il vecchio slogan ‘giù le mani da internet’, in cui si manifestava la fiducia in una irriducibile natura libertaria della rete, oggi deve fare i conti con la realtà di un mondo globale di cui Internet è la grande metafora e dove è in atto un visibilissimo scontro di poteri. Servono regole ‘costituzionali’, dunque di garanzia della libertà, secondo lo schema di un Internet Bill of Rights, nato da una intuizione italiana che si è poi diffusa, ha avviato un processo al quale partecipano diversi soggetti, si svolge a diversi livelli, e può così valorizzare esperienze diverse, dalle ‘coalizioni’ di cittadini alle iniziative del Parlamento europeo e del Congresso americano, fino ad una attenzione dell’Onu che si spera sempre più intensa. Le prove di un governo democratico del mondo passano anche attraverso l’attenzione per questi problemi e queste esperienze, tutt’altro che settoriali.</p></blockquote>
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<p>Stefano Rodotà scriveva questo suo commento dopo aver partecipato alla conferenza di Hyderabad dello Internet Governance Forum, un organismo che si riunisce ogni due anni in un diverso paese del mondo. Nelle parole di Rodotà e nelle analisi dello Igf sembra emergere perfettamente a fuoco la relazione profonda che esiste tra protezione moderna dei dati, censura e libertà di espressione.</p>
<p>Di fatto il quadro concettuale di Igf sembra quello “teoricamente” più attrezzato a descrivere ciò di cui avremmo bisogno. A tracciare i vincoli e i principi che le legislazioni dovrebbero assumere. L’amara perplessità è che queste forme di collaborazione tra lupi e agnelli soffrono della diplomatizzazione dei tempi di lavoro, incidono con difficoltà e hanno poco potere per innescare fasi decisionali. È una questione di tempi: mentre il diritto emerge come esigenza generalizzata, la praticaccia quotidiana dei governi e delle burocrazie lo nega senza soste e precostituisce un quadro a dir poco fosco: cosa è della privacy a Teheran? E cosa è della privacy dell’utente internet in un paese occidentale?</p>
<p>Qui vediamo con chiarezza a cosa serva la deriva securitaria. A costituire la politica nazionale come boss locale delle grandi aziende internazionali. A delimitare un territorio che sarà poi segnato da sentenze, leggi, imposizioni. A questo proposito non è da dimenticare quanto, nello stesso articolo qui citato, scriveva Rodotà e a cui abbiamo accennato nel capitolo 3, dedicato al tema sicurezza. Qui ci appare chiaro perché il racconto dei media sulla rete venga modulato tra i due opposti dell’apologia e del terrore, dell’accettazione acritica e della normazione autoritaria. Dipende da qual è la sirena che sta cantando in quel momento.</p></div>
<div class="sect1" title="Un incubo illuminato">
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<h2 class="title"><a id="id416668"></a>Un incubo illuminato</h2>
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<p>Se partiamo da questo punto tutto è più illuminato: se partiamo dal convergere di repressione locale e grande impresa internet – ma all’elenco di Rodotà andrebbero aggiunte le grandi compagnie del software, delle telecomunicazioni e della produzione di telefonia mobile e fissa, le stesse che vendono soluzioni pacchettizzate agli Stati per controllare il traffico voce e dati, senza molto preoccuparsi della natura politica di quei paesi – ogni elemento del quadro assume un suo significato e le politiche securitarie ci appaiono come una politica protezionistica, il tentativo di élite nazionali di fermare uno sviluppo globale senza avversari.</p>
<p>Tifare per uno di loro? Come trovarsi di fronte a un questionario a risposte chiuse. Domanda: preferite essere “posseduti” da Google, dallo Stato, o da entrambi? Ci preparavamo a cercare la quarta casella “nessuno”, che non c’è nel modulo, quando ci siamo resi conto che la risposta “entrambi” era prestampata con la risposta.</p></div>
<div class="sect1" title="Oltre la privacy, il diritto all’esposizione">
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<h2 class="title"><a id="id416676"></a>Oltre la privacy, il diritto all’esposizione</h2>
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<p>È forse la stessa parola privacy che ha fatto il suo tempo. L’idea difensiva di qualsiasi concetto che si rifaccia alla tutela per sottrazione dei dati della persona. È il caso della tematica del “diritto all’oblio”. Pizzetti ha spiegato per tempo ai nostro governanti che quel diritto è ormai cancellato nella pratica. E che oggi semmai assistiamo a violazioni concrete in cui dovrebbe trovarsi una difesa per l’individuo.</p>
<p>Come evitare che l’ufficio del personale trovi una foto del candidato ubriaco in compagnia degli amici, era l’esempio fatto in precedenza. Ora il punto è che il Garante, di fronte alla palese impotenza di tutti noi a cambiare la situazione, ripiega sulla formazione dell’utente internet, consigliando di non pubblicare quella fotografia che potrebbe domani scottare tra le mani di un altro. Scommette sulla sua saggezza, sulla sua capacità di non scoprirsi, di non offrirsi nudo alla rappresaglia degli ignoti e dei malintenzionati. Possiamo dire? Non ci convince.</p>
<p>Intanto perché tutti, prima di imparare a guidare in modo decoroso l’automobile, abbiamo fatto almeno un tamponamento: la prudenza è virtù appresa attraverso l’errore. E l’errore qui fa parte del quadro.</p>
<p>Non è possibile correggere la situazione solo per via di esperienza e formazione. Perché ci sono intere parti di questo problema che non attengono a questioni di “auto esposizione”. Non è solo ciò che metti su Facebook che ti rovina: c’è un mondo di dati “inconsapevoli” che semplicemente sono la tua vita.</p>
<p>C’è chi ha parlato di <span class="emphasis"><em>habeas corpus</em></span> per i dati digitali. Bene, noi lo decliniamo ancora di più nella titolarità dell’individuo di cancellare in ogni momento tutti i propri dati. Come facoltà concreta: cancello i miei dati su un social network, operazione oggi non sempre possibile, non sempre facile e non sempre trasparente. Chiedo e ottengo da un motore di ricerca di eliminare, a patto che ciò non sia violazione dell’altrui libertà di espressione, il riferimento a quella mia imprudenza (la mia, non le critiche degli altri, e qui la forbice del problema si apre sempre più).</p>
<p>Ma facoltà da intendere anche nel senso di poter perseguire chiunque quei dati utilizzi.</p>
<p>Non abbiamo bisogno di silenzio. Il silenzio è il desiderio esclusivo del potere, in chi non ha visibilità, l’oblio è solo timore di ciò che potrebbe accaderci.</p>
<p>Guardami, sono ciò che sono</p>
<p>Noi abbiamo desiderio di esporci, “noi” rete, “noi” persone di ogni giorno, perché l’esposizione è piacere della comunicazione, è il piacere di dirci all’altro – e quanto si arrabbiano scrittori, artisti e giornalisti nel constatare che il loro privilegio è oggi di tutti&#8230;.</p>
<p>E tuttavia il sadismo può colpirci e trattare la foto della nostra festa di laurea come l’orgia del potere. Il funzionario di polizia scorretto può usare le nostre affermazioni di principio per includerci in una lista di persone sospette o mettere quella foto in un fascicolo di potenziali drogati.</p>
<p>Gli uffici del personale frugano ormai sistematicamente su Google e i social network alla ricerca di informazioni sui candidati. A parole sono tutti contro il pregiudizio, ma nelle stanze delle aziende si sente spesso dire “quello è frocio”. E allora quale difesa contro tutto questo?</p>
<p>L’auto-educazione al silenzio e al gontagocce di sé, come ci propone il professor Pizzetti?</p>
<p>Sì, per chi lo vuole. Ma deve essere possibile –  il Garante della Privacy parla egli stesso di rivoluzione dei valori – ottenere la svalutazione del potere di danneggiamento che deriva dalla divulgazione del dato personale.</p>
<p>È un principio da sancire in qualche legge, magari anche quelle che parlano di diritto all’oblio: se ti becco a usare una informazione che hai preso da un social network, da Google come dalla mia cartella sanitaria in rete, questo comportamento integra la fattispecie della discriminazione. Della discriminazione digitale.</p>
<p>La vera “formazione” è solo quella che schianti nelle menti delle persone il potere di danneggiamento dell’informazione personale rivelata. E questo dovrebbe valere per tutti, dal signor Rossi ai Primissimi cittadini: l’etica di “me in pubblico” (che per alcuni diventa etica pubblica) non consiste nel nascondermi ma nel dire: sono ciò che sono – prima, però, di essersi nascosti dietro la barriera del potere.</p>
<p>Voterei per il più grande mascalzone della terra, se mi dicesse di esserlo stato all’atto della sua candidatura. Il guaio non è votare un inquisito o un condannato, che magari è una persona anche capace. Il guaio è votare un onesto che nasconde i suoi vizi e l’unico vero reato “imperdonabile” dell’uomo pubblico e dell’uomo comune dovrebbe essere la pubblica menzogna e lo spergiuro.</p>
<p>È la finzione di onestà che va abbattuta per ognuno di noi: al funzionario aziendale che presenta la foto di te ubriaco alla festa di laurea, un serio capo delle risorse umane dovrebbe rispondere: “Ragazzo mio, mi preoccupa il fatto che tu non l’abbia mai fatto. Stasera ti offro due bottiglie di Nebbiolo”.</p>
<p>Ok, ci siamo svegliati. Ma continuiamo a pensarla allo stesso modo.</p></div>
<div class="footnotes">
<hr />
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id416570" class="para" href="#id416570">131</a>] </sup> <a class="link" href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/26/">http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/26/</a></div>
</div>
<div class="navfooter">
<hr />
<table border="0" width="100%" summary="Navigation footer">
<tbody>
<tr>
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		<title>Sesto capitolo Il tubo non è neutrale</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 20:31:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I nuovi gabellieri
Un biglietto dell’autobus può aiutare a capire meglio di tante teorie come cambia la realtà.
Può essere la cartina di tornasole di come il digitale consenta di introdurre nella vita quotidiana modalità molto più efficienti di gestione delle transazioni economiche, con l’indiscutibile vantaggio di semplificare la vita dei cittadini. Ma d’altra parte può anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I nuovi gabellieri</strong></p>
<p>Un biglietto dell’autobus può aiutare a capire meglio di tante teorie come cambia la realtà.</p>
<p><span id="more-434"></span>Può essere la cartina di tornasole di come il digitale consenta di introdurre nella vita quotidiana modalità molto più efficienti di gestione delle transazioni economiche, con l’indiscutibile vantaggio di semplificare la vita dei cittadini. Ma d’altra parte può anche mettere in luce come la smaterializzazione permessa dai bit digitali riconsegni a nuovi gabellieri un potere enorme, il trovarsi al posto di controllo da cui passano economia, relazioni, emozioni, comunicazione, cultura, in questo nuovo universo. Doganieri che controllano merci in entrata e in uscita e trattengono una parte del valore per sé. “Chi siete? Cosa portate? Un fiorino!<sup>[<a id="id414689" class="footnote" href="#ftn.id414689">110</a>]</sup>”, come parodiavano Massimo Troisi e Roberto Benigni in <span class="emphasis"><em>Non ci resta che piangere</em></span> raccontando l’Italia del ’400. Nella migliore delle ipotesi. Perché a volte questi soggetti agiscono in modo del tutto arbitrario praticando tariffe diverse per lo stesso tipo di beni solo perché differenti sono i produttori. E cercano sempre di sostituire i produttori di beni e servizi nel rapporto con i clienti, gli utenti, così da essere gli unici depositari delle conoscenze necessarie a completare le transazioni.</p>
<p>I bus dunque. Nel settembre di quattro anni fa Atac, l’Agenzia per la mobilità del comune di Roma, annuncia una novità significativa: la possibilità di pagare il biglietto per rete urbana e metropolitana, nella capitale chiamato anche Bit (Biglietto integrato a tempo), con un semplice sms. Fine della ricerca affannosa di un’edicola o di una tabaccheria aperta, a volte di domenica o di notte, per gli utilizzatori occasionali del trasporto pubblico, privi di abbonamento. È una prima in Italia, ma l’idea di usare il telefonino come borsellino elettronico è già radicata in Estremo Oriente, dove con il cellulare si possono comprare anche le bibite ai distributori automatici. Pare l’uovo di Colombo. Tutti abbiamo in tasca un oggetto che ci identifica in modo univoco, che al suo interno custodisce del credito (a scalare in caso di schede, da saldare in bolletta per gli abbonati). Poterlo usare per comprare beni e servizi e non solo per telefonare è quasi un passaggio scontato. Ma il diavolo si nasconde nei dettagli. Sorvoliamo su tutte le difficoltà tipicamente italiane di inquadrare un nuovo sistema di pagamento nelle leggi esistenti<sup>[<a id="id414712" class="footnote" href="#ftn.id414712">111</a>]</sup>, e fermiamoci al prezzo. Nel mondo analogico del biglietto di carta i Bit vanno stampati, qualcuno li deve distribuire ai punti vendita, i quali a loro volta vanno retribuiti per il servizio che prestano quando un cittadino entra e ne acquista un blocchetto. A bordo dei mezzi poi servono le obliteratrici per annullare i biglietti. Nel mondo digitale dei Bit via sms tutto questo è rimpiazzato dalle infrastrutture di rete: dopo essersi registrato al servizio (e per alcuni operatori aver acquistato una scheda prepagata da adibire esclusivamente ai micropagamenti, oppure per altri aver associato la propria carta di credito al numero del telefonino<sup>[<a id="id414733" class="footnote" href="#ftn.id414733">112</a>]</sup>), l’utente deve inviare un sms a un numero speciale con la scritta BIT nel corpo del messaggio.</p>
<p>Le infrastrutture di rete utilizzate sono già tutte esistenti (e ammortizzate nei costi di investimento), il sistema è anche pulito. Non si tagliano alberi, non si usa inchiostro per stampare i biglietti, non serve gasolio o benzina per distribuire i Bit ai punti vendita. I tagliandi utilizzati non sporcano le strade e non sono rifiuti da smaltire o da riciclare.</p>
<p>Il vecchio biglietto di carta costa a Roma un euro. A lume di naso il nuovo sistema, con le efficienze e l’abbattimento di costi che consente dovrebbe avere lo stesso prezzo, con un miglioramento dei margini per l’agenzia di trasporto. E invece, quando va bene costa un euro e 15 centesimi. La differenza viene incassata dagli operatori telefonici per il servizio sms.</p>
<p>A volte il cittadino deve inoltre pagare la commissione sulla scheda prepagata per un fantomatico costo di conversione in moneta. Dunque riassumiamo: io compro 10 euro di credito per pagarci il bus. Il mio operatore – almeno nel caso di Wind – se ne tiene subito 2, il credito attribuito dunque è pari a 8 euro. A questo punto ogni biglietto lo pago 1,12 / 1,15 euro (a seconda dell’operatore). Nel vecchio mondo, quello dei biglietti su carta, con 10 euro viaggio 10 volte sull’autobus. Nel nuovo mondo, quello digitale, ammesso che arrivi in fondo alla difficile procedura iniziale di configurazione, la stessa cifra serve solo a 8 viaggi. Dove sta la convenienza?</p>
<p>I cittadini, che non sono grulli, l’hanno capito, e per la maggior parte si sono tenuti alla larga dal sistema<sup>[<a id="id414766" class="footnote" href="#ftn.id414766">113</a>]</sup>.</p>
<p>Avere l’esclusiva di accesso al tubo, si tratti di telefoni cellulari o di pagamenti elettronici via altre piattaforme, consente dunque ai gabellieri di costruire nuove rendite di posizione. Se poi anche nel vecchio mondo si gestiva una situazione di monopolio, nel nuovo a rendita si aggiunge rendita. È il caso ad esempio di Poste Italiane, che al pagamento dei bollettini premarcati applica sul proprio sito<sup>[<a id="id414777" class="footnote" href="#ftn.id414777">114</a>]</sup>, oltre alla commissione normale che si paga allo sportello, anche una commissione ulteriore che cresce all’aumentare dell’importo pagato, e in alcuni casi può portare il costo per la transazione a 4 o 5 volte la cifra che si verserebbe allo sportello. E, ovviamente, non esiste altro modo su internet per pagare i bollettini postali premarcati (quelli liberi invece si possono saldare anche attraverso i sistemi di home banking) se non attraverso il sito di Poste. Non solo. L’unico modo per avere il servizio digitale allo stesso prezzo di quello fisico è acquistare una carta Postepay. Eppure, anche qui, il digitale sposta in effetti una parte importante del lavoro sull’utente e dunque dovrebbe costare meno del servizio tradizionale, che comporta l’impiego di uno sportellista.</p>
<div class="sect1" title="I padroni della catena del valore">
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<h2 class="title"><a id="id414803"></a>I padroni della catena del valore</h2>
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<p>La promessa di efficienza, di semplificazione e di disintermediazione (pago io, quando mi pare, mi basta solo una connessione a internet) del digitale si scontra dunque con la reintermediazione introdotta nel sistema dei servizi, si tratti di bus o di bollettini postali, dai proprietari delle piattaforme. Per capire quanto questo principio sia generale dobbiamo introdurre il concetto di catena del valore. Riferita a un’impresa o al processo di produzione di un bene o di un servizio, la possiamo definire come l’insieme di operazioni messe in atto da un’organizzazione per giungere al prodotto<sup>[<a id="id414810" class="footnote" href="#ftn.id414810">115</a>]</sup>. Avremo così le attività primarie di logistica, produzione, distribuzione, marketing, servizi postvendita e così via. A fianco a questi ci sarà un insieme di attività di supporto, costituito da tutto quel che consente all’impresa di stare in piedi, da chi fa i conti alla gestione del personale, agli affari generali.</p>
<p>Con l’affermarsi di internet come piattaforma di distribuzione e con l’avanzare della tecnologia, sempre più la catena del valore di un qualsiasi bene tende a essere distribuita tra diverse società. Esistono sempre meno imprese che gestiscono produzione di beni e servizi dal principio alla fine. Ognuno tende a concentrarsi su alcune parti del processo, lasciando alcuni tratti della catena ad altri soggetti, che possono specializzarsi raggiungendo così livelli più alti di produttività ed efficienza.</p>
<p>Un ciclo teoricamente virtuoso per il sistema, visto che il risultato dovrebbero essere servizi migliori a prezzi più bassi. Ad esempio, se sono un musicista e voglio vendere la mia musica online, non ha senso che io realizzi da me la piattaforma per farlo. Meglio che mi concentri sulla scrittura e la produzione dei miei brani. Per la distribuzione potrò utilizzare le piattaforme già esistenti.</p>
<p>Nello stesso modo, se sono un editore, mentre nel mondo fisico la catena del valore della produzione di un quotidiano è spesso tutta interna alla mia impresa (dalla raccolta di informazioni alla redazione del giornale, fino alla stampa e alla distribuzione), nel digitale io controllo il mio prodotto fino alla sua messa online. In genere per l’hosting del mio sito mi affiderò a società esterne, e saranno soprattutto i provider di connettività, sia essa mobile o fissa, a consentire ai miei lettori di venirmi a leggere. Nulla di male se questo consentisse una maggiore efficienza generale. In pratica però accade che i rapporti di forza tra i diversi soggetti della catena del valore non siano paritari. Ad esempio, gli editori sono molti, i provider pochi. Se poi pensiamo alle piattaforme di distribuzione di musica, sono ancora meno. Ecco che l’abbattimento di costi all’entrata permesso dal digitale, che in teoria dovrebbe disintermediare questi processi produttivi e consentire una maggior concorrenza, si traduce in una reintermediazione da parte dei gabellieri, i signori delle piattaforme. Parliamo di motori di ricerca, provider di connettività o oligopolisti del sistema di vendita di quel bene, in grado dunque di fissare da soli il prezzo e/o di appropriarsi della maggior parte del valore generato dalla catena del processo di produzione. In sostanza siamo di fronte ai doganieri della rete, che solo per il fatto di sedere in un posto chiave della catena del valore e di disporre della rendita di posizione derivante dall’essere oligopolisti di questo nuovo mercato (se non spesso, come avviene nelle telecomunicazioni, ex monopolisti) dettano le regole e stabiliscono prezzi e margini per sé e per gli altri. Ciò si può tradurre in un danno per i consumatori, in una lesione della concorrenza o – come spesso accade – in entrambe le cose. Nel ventesimo secolo, nell’epoca dell’industria pesante, esistevano barriere fisiche che impedivano di entrare nella produzione editoriale o musicale senza grandi investimenti iniziali. Oggi, nella postmodernità della rete, ciò è invece possibile al costo di poche centinaia di euro per chiunque, con il vantaggio di poter accedere a un mercato che non ha né vincoli geografici né temporali (una volta pubblicato in rete, un giornale o una canzone vi resta per sempre).</p>
<p>Ma chi controlla piattaforme di transazione e accesso ha il coltello dalla parte del manico nello stabilire ricavi e visibilità per tutti i produttori. Ripetiamo l’esempio fatto prima per il biglietto del bus per una copia del giornale. Se l’acquistate in edicola, la pagate 1 euro. Nella versione elettronica, comprata online, nel caso più caro la pagherete 70 centesimi. Ma se provate ad acquistare attraverso il telefono fisso una copia singola da fruire poi online, dovrete sborsare 1,8 euro.  Se poi chiamate con un telefonino, non vi basteranno in alcuni casi 2,5 euro. Oltre il doppio di una copia fisica. Dove va a finire la maggior parte di questo sovrapprezzo? Nelle tasche dei proprietari delle piattaforme di transazione (i gestori delle numerazioni premium) e degli operatori telefonici.</p></div>
<div class="sect1" title="Dalle piattaforme ai produttori di contenuti">
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<h2 class="title"><a id="id414838"></a>Dalle piattaforme ai produttori di contenuti</h2>
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<p>L’Italia non brilla per diffusione della banda larga. Secondo il rapporto realizzato da Francesco Caio per conto del governo e presentato nel marzo scorso al ministero dello Sviluppo economico<sup>[<a id="id414829" class="footnote" href="#ftn.id414829">116</a>]</sup>, 12 italiani su 100 non sono ancora raggiunti dal servizio. E dove internet arriva, dieci milioni di famiglie hanno deciso di sottoscrivere un abbonamento.  La posizione dell’Italia rispetto agli altri paesi europei è inoltre destinata a peggiorare, visto il rallentamento degli investimenti in fibra. Oltre al deficit infrastrutturale, il mercato della banda larga soffre per lo strapotere dell’ex monopolista. Telecom, hanno denunciato infatti più volte i provider indipendenti<sup>[<a id="id414866" class="footnote" href="#ftn.id414866">117</a>]</sup>, tende a praticare prezzi per la rivendita all’ingrosso della banda troppo alti, e non orientati al costo della piattaforma<sup>[<a id="id414894" class="footnote" href="#ftn.id414894">118</a>]</sup>.</p>
<p>Se il rapporto tra ex monopolista e provider indipendenti è asimmetrico, quello tra detentori del tubo e produttori di contenuti è ancora più squilibrato. Malgrado una delle ragioni principali di connessione da parte degli utenti sia l’informazione, nulla dei ricavi che i provider realizzano con la vendita delle Adsl viene girato a quanti contribuiscono con la loro presenza a motivare la sottoscrizione di nuovi abbonamenti. Nel dibattito degli ultimi mesi, come vedremo in riferimento alla nona tesi, molti hanno sottolineato la necessità di far pagare gli utenti per l’informazione fruita in rete. In realtà discutere di tutto-gratis o micropagamenti è limitante.</p>
<p>Si dovrebbero anche riequilibrare le evidenti incoerenze che si sono venute a creare nella catena del valore. Proviamo ad aiutarci con l’analogia della televisione satellitare. Lì il proprietario della piattaforma ospita all’interno della propria offerta anche numerosi canali di produttori di contenuti esterni. A essi riconosce un <span class="emphasis"><em>fee</em></span>, una somma, perché la loro presenza nel <span class="emphasis"><em>bouquet</em></span> lo rende più allettante per quanti dovranno decidere se abbonarsi o meno. Se una delle attività principali alla base dell’uso della rete è l’informazione, perché le società che forniscono connettività non dovrebbero riconoscere una parte di questo valore a chi produce giornalismo?</p>
<p>Nel settembre 2009 una proposta di questo genere è stata formalizzata da Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Editoriale L’Espresso<sup>[<a id="id414927" class="footnote" href="#ftn.id414927">119</a>]</sup>, in un commento pubblicato sul Sole 24Ore. Secondo De Benedetti,</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>il meccanismo potrebbe essere simile a quello utilizzato per le politiche di sostegno alle energie rinnovabili. In quel caso l’interesse generale giustifica un prelievo proporzionale <span class="emphasis"><em>erga omnes</em></span> sulla bolletta energetica. Qui il prelievo potrebbe avvenire sulla bolletta della connettività, a prescindere dall’utilizzo, da parte del singolo, di contenuti informativi durante la propria navigazione. Non si tratterebbe di un contributo perenne, ma di un <span class="strong"><strong>finanziamento alla transizione</strong></span> da regolamentare a livello di singolo paese<sup>[<a id="id414966" class="footnote" href="#ftn.id414966">120</a>]</sup>.</p></blockquote>
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<p>Facciamo due conti al volo. Secondo la relazione 2008 dell’Autorità per la garanzia delle comunicazioni (Agcom), per la banda larga gli utenti nel 2007 in Italia hanno pagato una cifra pari a 3,36 miliardi. In media, una adsl nel mercato famiglia costa circa 20 euro al mese. Supponiamo che un euro di questi 20 venga messo a disposizione dei produttori di contenuti. Un euro è pari al 5 % della cifra pagata ogni mese. Il 5% di 3,36 miliardi significa circa 170 milioni l’anno. A valori 2008 Fcp<sup>[<a id="id414993" class="footnote" href="#ftn.id414993">121</a>]</sup> è come se la torta pubblicitaria, al momento unica entrata dei produttori di informazione, fosse aumentata improvvisamente del 50%.</p>
<p>In sostanza, con un contributo pari a un euro al mese dei 20 pagati in bolletta, lo scenario economico per i produttori di giornalismo in Italia cambierebbe totalmente. Certo è difficile pensare che spontaneamente all’improvviso i fornitori di connettività decidano di condividere graziosamente i loro ricavi, ma esistono casi in cui questo accade, soprattutto qualora venga riconosciuto un diritto generale, che qui potrebbe essere quello della libertà di informazione e della necessità di una pluralità di fonti.</p>
<p>Del resto già agli albori del web, nella seconda metà degli anni ’90, quando la connessione alla rete era in <span class="emphasis"><em>dial up</em></span>, ovvero si svolgeva sulla normale rete telefonica urbana con la tariffazione a tempo, gli operatori telefonici riconoscevano ai fornitori di accesso di “free internet” una quota per ogni ora di traffico sviluppata attraverso i propri utenti sulla rete telefonica. Si tratterebbe ora di applicare lo stesso meccanismo alla banda larga e ai contenuti. Non è vero che in rete soldi non ce ne sono. Il punto è che, visto lo squilibrio dei rapporti di forza tra produttori di contenuti e signori della connettività, finiscono tutti nelle tasche di questi ultimi. Ma non è detto che debba continuare a essere così.</p>
<p>Quel che abbiamo visto finora si applica in modo anche più evidente alla telefonia mobile, dove per anni il traffico è rimasto sostanzialmente congelato a causa delle tariffe proibitive per connettersi a consumo alla rete via cellulare. Come se non bastasse, la tariffazione del traffico dati è stata per molto tempo opaca e di difficile decrittazione per gli utenti. Nel dubbio che scaricare un singolo messaggio di posta elettronica o inviare un mms potesse arrivare a costare anche più di un euro, molti utenti hanno preferito rinunciarvi del tutto. Abbiamo dunque assistito al paradosso di avere reti già adatte al traffico dati di terza generazione (Umts/3g), con dispositivi aggiornati venduti in milioni di esemplari, ma utilizzati da alcune decine di migliaia di persone. A fine 2007 in Italia Eurisko stimava che tutto il traffico su internet senza fili, derivante cioè sia dai telefonini sia dalle chiavette-modem da collegare al computer, riguardasse circa 200mila persone. Con le tariffe flat – che permettono cioè di collegarsi a internet con il cellulare a cifra fissa, pur con alcune limitazioni – le cose hanno iniziato a cambiare, e oggi i naviganti in mobilità sono circa 2 milioni.</p>
<p>La proposta di De Benedetti ha sollevato numerose reazioni, alcune negative, altre di apertura inattesa, ad esempio da parte del quotidiano il Foglio di Giuliano Ferrara. Come ha osservato Maurizio Boscarol, docente all’università di Trieste,</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>La proposta si fonda su un assunto: dalla nascita della rete a oggi, non sono i produttori di contenuti ad aver guadagnato, come si immaginava fin dal 1996, anno dell’articolo di Bill Gates ‘Content is King’, ma i fornitori di connettività. E con guadagni consistenti. Sarebbe del tutto legittimo stimare quanta parte di questi guadagni dipenda dai contenuti messi liberamente online. E riconoscerne agli autori una parte.</p></blockquote>
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<p>Certo, la strada per l’applicazione di un’idea del genere non è in discesa. Ancora Boscarol:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Bisognerebbe evitare che i ricavi andassero solo ai grandi gruppi, anzitutto, escludendo i contenuti generati dagli utenti, dai non professionisti o dai non appartenenti a gruppi mediatici. Bisognerebbe poi bilanciare la prevedibile prevalenza dei contenuti d’intrattenimento su quelli socialmente più utili. Inoltre, come molti hanno notato, è facilmente intuibile come una simile proposta finirebbe per spingere i fornitori di connettività a ricaricare sul costo dell’abbonamento il ricavo da stornare. Dunque alla fine pagheremmo sempre noi. Ma non è forse proprio un modo per “socializzare la produzione” di contenuti utili? Certo, le contraddizioni sono dietro l’angolo. Ma il giornalismo di pubblica utilità sembra messo talmente male che forse vale la pena di pensarci<sup>[<a id="id415056" class="footnote" href="#ftn.id415056">122</a>]</sup>.</p></blockquote>
</div>
<p>Una volta accettato il principio della necessità di un parziale e temporaneo riequilibrio dei ricavi generati dalla connettività mobile e fissa, sorgeranno altri problemi. Quali produttori di giornalismo potranno accedere a queste risorse? E con quale criterio andranno ripartite? Questioni da affrontare in modo pragmatico e senza steccati mentali o corporativi. I principi guida potrebbero essere la produzione originale (non la semplice aggregazione automatica) e il superamento di una certa soglia di traffico. In nessun caso automatismi derivanti dall’appartenenza a gilde o ordini. Altri due punti su cui essere molto chiari: non si tratta di una tassa sull’uso di internet, dunque il costo non dovrebbe essere ribaltato sugli utenti; la disponibilità di questi fondi potrebbe essere una boccata d’ossigeno per la transizione del giornalismo al digitale (e certo è assai più motivata, ad esempio, degli aiuti di Stato agli organi di informazione di partito) ma non può essere un alibi per non innovare. Senza <span class="emphasis"><em>reboot</em></span>, ripensamento complessivo del prodotto giornalistico, senza superamento del criterio della copia non creativa, non ci sono riequilibri che tengano. Delle strade da percorrere in questo senso parleremo al capitolo 9.</p>
<p>Per il momento dobbiamo ancora ragionare di piattaforme e intermediari. Perché il panorama offre anche altri motivi di inquietudine.</p></div>
<div class="sect1" title="Il controllo dei dispositivi: il caso iPhone">
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<h2 class="title"><a id="id415092"></a>Il controllo dei dispositivi: il caso iPhone</h2>
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<p>Sul mobile, oltre al potere degli operatori, si esercita anche quello dei produttori di dispositivi, soprattutto per quanto riguarda l’iPhone di Apple. Il mercato degli smart phone è tutt’altro che monopolistico. I produttori di dispositivi sono diversi e anche i sistemi operativi utilizzati sono almeno quattro: symbian per i Nokia, Windows Mobile, Android, e OsX per iPhone. Tuttavia anche qui rischiano di consolidarsi delle rendite di posizione che vanno monitorate con attenzione.</p>
<p>Lanciato in Italia nell’estate del 2008 nella versione 3g, dopo che la versione 2g aveva fatto il suo debutto negli Usa qualche mese prima, iPhone si è imposto all’attenzione per gli oltre 25 milioni di apparecchi venduti, con più di un miliardo di applicazioni scaricate dagli utilizzatori. Non particolarmente brillante se usato come telefono, il cellulare di Apple, per le sue caratteristiche di semplicità d’uso, ha invece cambiato totalmente il paradigma della navigazione della rete in mobilità.</p>
<p>Ad agosto 2008, pochi mesi dopo la sua introduzione, l’iPhone già rappresentava per quantità il 10% del traffico dati in mobilità negli Usa. Una quota salita al 50% a marzo di quest’anno<sup>[<a id="id415105" class="footnote" href="#ftn.id415105">123</a>]</sup>. Sul mercato italiano la curva di crescita non è molto diversa. Possiamo dunque dire che la visione di una pagina web su due effettuata attraverso un cellulare oggi avviene attraverso l’iPhone. Ecco perché vale la pena occuparsene qui.</p>
<p>Quanto la rete è per sua natura disintermediata, tanto l’iPhone reintermedia. Si tratta infatti di un mondo chiuso che gestisce solo applicazioni software approvate da Apple. Spieghiamoci meglio. Per sfruttare a pieno le potenzialità dello strumento, dalla fruizione di contenuti ai giochi, dalle quotazioni di borsa all’informazione, è necessario sviluppare applicazioni software specifiche. Nulla di male se non fosse che gli acquirenti dell’apparecchio hanno accesso all’installazione di nuove applicazioni solo attraverso un negozio di Apple chiamato App Store. Se un’applicazione non è su quegli scaffali virtuali, è impossibile inserirla nel proprio telefono, a meno di non <span class="emphasis"><em>craccarlo</em></span>, di manomettere cioè il sistema operativo con un’operazione che invalida la garanzia.</p>
<p>In sostanza l’iPhone è un computer sul quale un acquirente non è in grado di installare nulla che non sia di gradimento del fabbricante. Diciamolo meglio: Apple si frappone come intermediario imprescindibile tra utenti e sviluppatori di qualsiasi applicazione. In parte per guadagnarci, visto che su ogni software venduto attraverso App Store Apple ha una commissione. Ma soprattutto per evitare che una qualsiasi applicazione sgradita sfrutti le potenzialità del telefono/computer in una direzione ad Apple non gradita. Come si può vedere, torna il tema del potere arbitrario delle piattaforme. In teoria Apple asserisce di agire per il bene dei propri consumatori, garantendo che nei propri telefoni non finisca nulla che non sia all’altezza delle aspettative degli utilizzatori. In realtà, come è stato più volte dimostrato, la procedura di approvazione delle nuove applicazioni per l’App Store è tutt’altro che limpida. Anzi, le regole draconiane stilate da Apple per concedere a un programma di approdare all’App Store valgono per alcuni, ma per altri sono facilmente messe da parte.</p>
<p>Lo ha verificato C|net, forse il più autorevole sito di informazione tecnologica degli Stati Uniti, quando ha pubblicato una ricerca secondo la quale, stando ai principi di Apple, la stessa applicazione mobile creata da Google non avrebbe dovuto avere il permesso di accedere all’App Store, cosa che invece è avvenuta.</p>
<p>Quali conclusioni se ne possono trarre, si domanda C|net?</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Primo, come già si sapeva, il processo di approvazione dell’App Store è insensato: applicazioni che non violano alcuna delle linee guida sono respinte per ragioni fumose, mentre applicazioni che le violano ottengono il via libera. (…) Secondo, chi sta alle regole del programma per gli sviluppatori realizzerà applicazioni non in grado di competere contro quelle sviluppate da chi viola le regole ma se la cava, vuoi perché Apple non se ne accorge, vuoi perché sono colossi dell’industria politicamente connessi<sup>[<a id="id415166" class="footnote" href="#ftn.id415166">124</a>]</sup>.</p></blockquote>
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<p>Vedi ad esempio il caso di Google, il cui amministratore delegato Eric Schmidt, sedeva, fino all’agosto del 2009, anche nel consiglio di amministrazione di Apple. E come abbiamo visto negli scorsi capitoli, sugli incroci di nomine tra i consigli delle due società era stata aperta anche un’inchiesta dell’Antitrust americano<sup>[<a id="id415189" class="footnote" href="#ftn.id415189">125</a>]</sup>. Affari loro, si potrebbe dire, in fondo si tratta di aziende private. Ma nel momento in cui l’iPhone rappresenta una parte significativa del traffico internet in mobilità, esiste anche un interesse generale dei consumatori e dei concorrenti alla trasparenza da tutelare.</p>
<p>La questione è rilevante anche perché la vendita delle applicazioni per la fruizione di contenuti e servizi dalla rete in mobilità al momento è uno dei pochi business model alternativi alla pubblicità che mostrano qualche segnale di praticabilità per i produttori di contenuti, come un’indagine condotta da Flurry, società di analisi del settore della telefonia mobile, ha dimostrato la scorsa primavera<sup>[<a id="id415206" class="footnote" href="#ftn.id415206">126</a>]</sup>. L’ultima versione del sistema operativo per iPhone, il 3.0, consente tra l’altro la fatturazione ripetuta per l’acquisto di un bene, come ad esempio il pagamento a cadenza mensile per l’abbonamento al download di un contenuto. Una potenzialità che potrebbe trasformare facilmente l’App Store in una vera e propria edicola mobile.</p>
<p>Il tipo di controllo di cui Apple dispone rispetto all’App Store è una questione significativa. Anche perché la possibilità di intervento della società non si limita al negozio online delle applicazioni, ma si estende fino alla possibilità di controllare a distanza i terminali. In altre parole Apple, anche dopo l’acquisto ha la possibilità di disabilitare, qualora lo ritenga opportuno, applicazioni e software installati sui terminali degli utenti. È stato lo stesso amministratore delegato Steve Jobs ad ammetterlo nell’estate del 2008 a margine di un colloquio con il Wall Street Journal<sup>[<a id="id415228" class="footnote" href="#ftn.id415228">127</a>]</sup> sull’andamento lusinghiero delle vendite delle applicazioni per il gadget tecnologico più desiderato del momento.</p>
<p>La possibilità per Apple di rimuovere software in remoto dai propri telefoni esiste, ha affermato Jobs, giustificandola come un estremo rimedio all’eventuale distribuzione di un programma dannoso attraverso l’Apple App Store, il negozio online al quale è necessario ricorrere per scaricare e installare programmi sul telefono: <span class="quote">«<span class="quote">Speriamo di non aver mai bisogno di tirare quella leva</span>»</span>, ha aggiunto, <span class="quote">«<span class="quote">ma sarebbe irresponsabile non avere una maniglia come quella da tirare in caso di necessità</span>»</span>.</p>
<p>Al momento dell’ammissione di Jobs, la discussione sull’esistenza del <span class="emphasis"><em>kill switch</em></span>, l’interruttore killer, era iniziata già da alcuni giorni sui forum degli appassionati in rete e nei siti specializzati in software e telefonia. Ad accenderla era stato Jonathan Zdziarski, uno sviluppatore di codice indipendente che, esaminando i file all’interno del telefono, si era reso conto che l’apparecchio di tanto in tanto scarica dalla casa madre un file di “applicazioni non autorizzate” inserite in una lista nera, che potrebbero poi essere eliminate in automatico dalla memoria del terminale. Il fatto, precisava lo stesso Zdziarski, non significa che Apple abbia la capacità di spiare i telefoni per sapere cosa contengano, ma vuol dire che potrebbe invece cancellare dai terminali – se presente – software inserito in una lista nera e ritenuto indesiderato.</p>
<p>L’esistenza di una tale facoltà solleva comunque una serie di dubbi sulla possibile violazione di diritti dei consumatori. Innanzitutto per la mancata trasparenza, considerato che si tratta di una informazione che un acquirente potrebbe voler conoscere prima di acquistare il telefono. In secondo luogo per la possibile falla alla sicurezza: che accadrebbe se qualcuno utilizzasse tale funzionalità per danneggiare i terminali degli utenti? Infine, e soprattutto, per la discrezionalità lasciata ad Apple: chi decide quali sono le applicazioni potenzialmente dannose? Mentre la cosa è ovvia per un software che ad esempio ruba i dati personali degli utenti, la questione non è altrettanto chiara per programmi ritenuti da Apple illegittimi per ragioni commerciali o di politica industriale. O magari per contenuti ritenuti, a insindacabile giudizio di Apple, da censurare. È facile immaginare, ad esempio, il fuoco di indignazione che sarebbe divampato se una cosa analoga l’avesse fatta Bill Gates su tutti i pc equipaggiati con il sistema operativo Microsoft.</p>
<p>Più in generale, si aprono quesiti su quali siano i limiti ai diritti dei fabbricanti su ciò che acquistiamo.</p></div>
<div class="sect1" title="L’edicola digitale: Amazon e il Kindle">
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<h2 class="title"><a id="id415283"></a>L’edicola digitale: Amazon e il Kindle</h2>
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<p>In tutti i casi descritti finora abbiamo visto come, nell’economia distribuita della rete, il controllo di una parte chiave della catena del valore, solitamente legata alla distribuzione o all’accesso, consenta ad alcuni attori di avere una rendita di posizione, e quindi un potere contrattuale, superiore agli altri. Imponendo così condizioni che le altre società non possono far altro che accettare.</p>
<p>Una delle ultime dimostrazioni in ordine di tempo viene da Kindle, il lettore elettronico di libri e giornali lanciato da Amazon, la libreria online divenuta la maggiore piattaforma di e-commerce del pianeta. Kindle, giunto già alla seconda versione, è un reader che, grazie all’inchiostro elettronico, consente la lettura di testi senza alcuni dei difetti che caratterizzano di solito la lettura su schermo retroilluminato: dai problemi legati alla scarsa leggibilità in piena luce, alla durata della batteria. Kindle negli Stati Uniti dispone di una connessione wireless via cellulare alla rete, attraverso la quale è possibile scaricare da Amazon libri o giornali, sulla falsariga di quanto avviene con App Store di Apple per le applicazioni o con iTunes per la musica. Qui non interessa indagare a fondo sul funzionamento dello strumento, che – detto per inciso – soprattutto per giornali e riviste è ancora lontano, come del resto gli altri suoi emuli in commercio, dal garantire un’esperienza d’uso comparabile con quella della carta.</p>
<p>Quel che preme sottolineare sono invece le condizioni che Kindle pratica agli editori che vogliano inserire i propri contenuti sul dispositivo. Che si tratti di blogger o di editori di testate internazionali, il patto proposto è egualmente leonino: fatta 100 la cifra pagata dagli utenti per abbonarsi al giornale o al blog, ai produttori del contenuto resta il 30%. Il resto va ad Amazon, che detiene la piattaforma. I signori delle piattaforme esercitano con linearità implacabile il loro diritto di passo. Alla faccia della teoria della libera concorrenza, ovvero di rendere aperto l’accesso alle tecnologie infrastrutturali con un prezzo orientato al costo.</p>
<p>È per questo motivo che Rupert Murdoch, presidente di News Corp e primo editore al mondo (da Sky a Fox, dal Times di Londra al Wall Street Journal, passando per il New York Post, per citare solo alcuni titoli nel suo portafoglio), ha annunciato di voler portare le proprie testate su tutti i dispositivi, ma di essere comunque intenzionato a realizzare anche un proprio Kindle. Come ha spiegato Staci Kramer su Paid Content<sup>[<a id="id415304" class="footnote" href="#ftn.id415304">128</a>]</sup>, sito di riferimento per l’economia dei contenuti digitali, l’azienda vuole conservare nelle sue mani la relazione diretta con i clienti (lettori <span class="emphasis"><em>Ndr</em></span>), e controllare la relazione con loro. E vuole essere in grado di fissare un prezzo. Tutte facoltà che le verrebbero negate se cedesse al patto leonino.</p>
<p>Un incidente, poi rientrato, ha reso plastico nel luglio 2009 quanto sia discrezionale il potere di chi detiene i dispositivi elettronici dominanti del mercato. Di punto in bianco dai Kindle di numerosi utenti sono sparite, in remoto e senza chiedere alcun consenso, le copie di 1984 di George Orwell <span class="emphasis"><em>già acquistate</em></span> (ha fatto seguito un educato rimborso della cifra spesa per l’acquisto). La cosa è avvenuta quando ogni utente si è collegato per scaricare nuovi acquisti, fossero un giornale o un altro libro. È un’ironia della sorte che sia avvenuto proprio con l’autore che ci ha insegnato l’idea che l’informazione sia manipolabile. Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, si è poi reso conto dell’enormità simbolica dell’accaduto, e qualche giorno dopo ha chiesto scusa. Si è trattato, ha detto, di un’operazione <span class="quote">«<span class="quote">autolesionistica e stupida, un atto che mi addolora e che resta al di fuori dei nostri principi (…) Meritiamo tutte le critiche che ci sono state rivolte</span>»</span>.</p>
<p>Ma le cose sono un po’ più complicate di come le mette Bezos. È il potere di dogana che gli intermediari dei vari servizi di ebook nelle loro diverse proposte commerciali si arrogano, che genera le “azioni stupide”. Il guaio non è l’errore umano. È nel fondamento stesso del servizio così com’è concepito.</p></div>
<div class="sect1" title="La neutralità della rete">
<div class="titlepage">
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<div>
<h2 class="title"><a id="id415346"></a>La neutralità della rete</h2>
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<p>Uno dei principi cardine dello sviluppo della rete fin dalla sua nascita, nonché del web negli ultimi 15 anni, è stato la neutralità della rete: i fornitori di connettività non possono dare la precedenza a un pacchetto di dati o contenuti che viaggia sulle proprie reti a scapito di un altro. Un’idea ereditata negli Usa dalla disciplina per la tutela della concorrenza tra compagnie telefoniche, ed estesa poi al web. Significa che ogni fornitore di connettività non può filtrare i pacchetti di dati che viaggiano sulla propria rete sulla base di quel che contengono bloccandone alcuni, o anche solo dando priorità a quelli che ritiene più importanti.</p>
<p>Vista dalla parte dei consumatori, la neutralità richiede che essi non siano discriminati nell’accesso a un servizio né limitati dai provider nell’accesso a un qualsiasi contenuto. Per dirlo come la intende l’authority Usa per le comunicazioni, Federal communication commission:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">i consumatori hanno diritto di accesso a tutti i contenuti leciti su Internet sulla base della propria scelta;</li>
<li class="listitem">i consumatori hanno il diritto di utilizzare applicazioni e servizi a propria scelta, nel rispetto delle leggi;</li>
<li class="listitem">i consumatori hanno il diritto di connettere i propri apparati purché non provochino danni alla rete;</li>
<li class="listitem">i consumatori hanno il diritto alla concorrenza tra operatori di rete, applicazioni e fornitori di servizi e di contenuti.</li>
</ul>
</div>
<p>La questione sta diventando di particolare importanza, perché con l’aumentare dei contenuti multimediali che viaggiano in rete, e il crescere degli utenti connessi, alcuni operatori in Canada e negli Usa cominciano a parlare apertamente di dare una priorità diversa ai pacchetti per scongiurare il rischio di congestioni<sup>[<a id="id415410" class="footnote" href="#ftn.id415410">129</a>]</sup>. I primi a essere discriminati – già sta accadendo in alcuni paesi – sarebbero quelli legati alle piattaforme di peer to peer, che permettono di distribuire tra utenti contenuti come film e musica senza passare per un server centrale. E ciò a prescindere dal fatto che si tratti o meno di contenuti coperti da diritti.</p>
<p>La vicenda riguarda anche l’Europa, visto che nella direttiva Telecoms package, che il parlamento europeo rinnovato lo scorso giugno si ritroverà sul tavolo dalla precedente legislatura, sono inseriti alcuni emendamenti che consentirebbero ai provider di discriminare alcuni servizi. Come ha scritto l’Opennet coalition, un’associazione che raccoglie provider e studiosi europei tra i quali il giurista italiano Guido Scorza e Giovanbattista Frontera di Assoprovider, <span class="quote">«<span class="quote">Ogni operatore di mercato non potrà avere la certezza di raggiungere tutti i navigatori europei. Dall’altra parte, ogni utente di Internet vedrà soltanto la porzione di Web a cui il provider permetterà di accedere</span>»</span></p>
<p><sup>[<a id="id415449" class="footnote" href="#ftn.id415449">130</a>]</sup>.</p>
<p>Si tratta di una questione molto concreta, visto che le iniziative unilaterali di filtraggio di contenuti e servizi da parte di provider europei sono già in corso: ad esempio T-mobile, il più grande operatore telefonico tedesco, lo scorso aprile ha annunciato la decisione di bloccare l’accesso per i propri abbonati a Skype, un’applicazione che consente agli utenti di telefonare gratis con il trasporto della voce su protocollo internet (VoIP).</p>
<p>Esistono molte altre possibili lesioni della neutralità della rete, come ad esempio la realizzazione di una rete a più livelli, quello tradizionale su cui viaggiano i convogli di dati alla velocità ordinaria, e un livello “Eurostar”, che costerebbe di più e nel quale viaggerebbero pacchetti di dati per applicazioni video e audio. Si tratta del cosiddetto tiered service. Fino a ora le società telefoniche non sono riuscite a far passare questa impostazione, e negli Usa la nuova amministrazione americana non ha dato segnali di voler cambiare strada. Anzi: il presidente Barack Obama, prima di essere eletto, ha sottolineato più volte di non voler essere secondo a nessuno nell’impegno per una rete neutrale. Ma nei prossimi mesi la normativa sulla network neutrality e i principi stabiliti dalla Fcc dovranno essere rivisti dal legislatore americano, perché scadrà una moratoria sull’argomento.</p>
<p>È prevedibile che in tale occasione i signori delle piattaforme cercheranno di mettere a frutto il loro diritto di passo.</p></div>
<div class="footnotes">
<hr />
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414689" class="para" href="#id414689">110</a>] </sup>Il frammento si può rivedere su YouTube qui: <a class="link" href="http://www.youtube.com/watch?v=oODisCdWnf8">http://www.youtube.com/watch?v=oODisCdWnf8</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414712" class="para" href="#id414712">111</a>] </sup>Una normativa europea per l’utilizzo di un sistema uniforme nei 27 paesi dell’Unione dovrebbe arrivare a breve: <a class="link" href="http://www.pubblicaamministrazione.net/connettivita/news/1039/pay-buy-mobile-il-conto-si-paga-col-cellulare.html">http://www.pubblicaamministrazione.net/connettivita/news/1039/pay-buy-mobile-il-conto-si-paga-col-cellulare.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414733" class="para" href="#id414733">112</a>] </sup>Istruzioni per utilizzare il sistema, farraginose e complesse, si possono trovare alla pagina h<a class="link" href="http://ttp://www.atac.roma.it/index.asp?p=1&amp;i=644&amp;o=3&amp;a=3&amp;tpg=2">ttp://www.atac.roma.it/index.asp?p=1&amp;i=644&amp;o=3&amp;a=3&amp;tpg=2</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414766" class="para" href="#id414766">113</a>] </sup>Dopo il rifacimento del sito Atac, molte pagine sono state eliminate dal web. Del Bit via sms si trova traccia solo nella memoria di Google o cercando “Bit sms” nella home page del portale dell’azienda.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414777" class="para" href="#id414777">114</a>] </sup></p>
<p><a class="link" href="http://www.poste.it">http://www.poste.it</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414810" class="para" href="#id414810">115</a>] </sup>Il modello è stato teorizzato dall’economista Michael Porter nel saggio <span class="emphasis"><em>Competitive advantage: creating and sustaining superior performance</em></span>, Free Press, New York 1985.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414829" class="para" href="#id414829">116</a>] </sup>Copia integrale del documento si può scaricare a quest’indirizzo: <a class="link" href="http://wikileaks.org/wiki/SCHEDA_-_Rapporto_Caio_su_sviluppo_banda_larga_in_Italia">http://wikileaks.org/wiki/SCHEDA_-_Rapporto_Caio_su_sviluppo_banda_larga_in_Italia</a>. Il documento consiglia un intervento statale per la realizzazione dell’infrastruttura di base, scorporando la rete dalla Telecom.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414866" class="para" href="#id414866">117</a>] </sup>Le imprese si riconoscono nell’Associazione italiana internet provider (Aiip) <a class="link" href="http://www.aiip.it/">http://www.aiip.it/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414894" class="para" href="#id414894">118</a>] </sup>Per una documentazione precisa sul tema si rimanda al blog di Stefano Quintarelli <a class="link" href="http://blog.quintarelli.it/">http://blog.quintarelli.it/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414927" class="para" href="#id414927">119</a>] </sup>Per la trasparenza dovuta al lettore ricordiamo anche qui che entrambi gli autori di questo libro lavorano in testate del Gruppo L’Espresso.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414966" class="para" href="#id414966">120</a>] </sup>L’articolo sul Sole è stata pubblicato nell’edizione del 24 settembre 2009 con il titolo “Ai giornali il valore di internet”. Lo si può trovare in rete: <a class="link" href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/24-settembre-2009/internet-giornali-valore.shtml">http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/24-settembre-2009/internet-giornali-valore.shtml</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414993" class="para" href="#id414993">121</a>] </sup>Si tratta dell’osservatorio della Federazione concessionarie di pubblicità.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415056" class="para" href="#id415056">122</a>] </sup>La riflessione di Boscarol è apparsa in un articolo su Apogeonline <a class="link" href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/09/30/il-futuro-dei-giornali-va-cercato-altrove">http://www.apogeonline.com/webzine/2009/09/30/il-futuro-dei-giornali-va-cercato-altrove</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415105" class="para" href="#id415105">123</a>] </sup>Il dato è contenuto in un rapporto di AdMobile Metrics citato da Jonathan Dube, giornalista ed esperto di contenuti digitali: <a class="link" href="http://www.cyberjournalist.net/iphone-makes-up-50-percent-of-smartphone-web-traffic-in-us/">http://www.cyberjournalist.net/iphone-makes-up-50-percent-of-smartphone-web-traffic-in-us/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415166" class="para" href="#id415166">124</a>] </sup>Per chi volesse approfondire il caso, l’articolo di C|net si può trovare qui: <a class="link" href="http://news.cnet.com/8301-13579_3-10104204-37.html">http://news.cnet.com/8301-13579_3-10104204-37.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415189" class="para" href="#id415189">125</a>] </sup>Ulteriori ragguagli sull’indagine in corso sono rinvenibili all’indirizzo <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/05/05/indagine-antitrust-sui-rapporti-tra-apple-e-google/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/05/05/indagine-antitrust-sui-rapporti-tra-apple-e-google/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415206" class="para" href="#id415206">126</a>] </sup>Secondo lo studio, le notizie e l’informazione sono il secondo motivo di interesse in quanti sono disposti a pagare per un’applicazione in mobilità. Le più scaricate hanno già fatto raggiungere fatturati di 10/15 milioni di dollari in pochi mesi agli sviluppatori che le hanno realizzate <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/04/20/iphone-guadagnare-con-applicazioni-per-leditoria/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/04/20/iphone-guadagnare-con-applicazioni-per-leditoria/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415228" class="para" href="#id415228">127</a>] </sup>L’articolo del Wall Street Journal si può leggere qui: <a class="link" href="http://online.wsj.com/article/SB121842341491928977.html">http://online.wsj.com/article/SB121842341491928977.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415304" class="para" href="#id415304">128</a>] </sup>L’articolo si può trovare ripubblicato dal Washington Post: <a class="link" href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/05/11/AR2009051100123.html">http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/05/11/AR2009051100123.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415410" class="para" href="#id415410">129</a>] </sup>Il tema della congestione della rete al crescere del suo utilizzo e dei rischi che ciò in prospettiva può comportare è l’argomento del rapporto dell’Economist “Internet overload – Surviving the Exaflood”, che cerca di affrontare la questione senza allarmismi: <a class="link" href="http://www.economist.com/research/articlesBySubject/displaystory.cfm?">www.economist.com/research/articlesBySubject/displaystory.cfm?</a></p>
<p><a class="link" href="http://"> subjectid=348963&amp;story_id=12673221</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415449" class="para" href="#id415449">130</a>] </sup>Qui il testo integrale: <a class="link" href="http://www.assoprovider.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=213&amp;Itemid=46">www.assoprovider.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=213&amp;Itemid=46</a>.</div>
</div>
<div class="navfooter">
<hr />
<table border="0" width="100%" summary="Navigation footer">
<tbody>
<tr>
<td align="left"><a accesskey="p" href="http://www.ereticidigitali.it/2010/01/11/quinto-capitolo-le-piattaforme-pubblicitarie-sono-opache/">Indietro</a></td>
<td align="center"></td>
<td align="right"><a accesskey="n">Avanti</a></td>
</tr>
<tr>
<td align="left" valign="top">Le piattaforme pubblicitarie sono opache</td>
<td align="center"><a accesskey="h" href="http://www.ereticidigitali.it/2009/11/28/primo-capitolo-dogmi-da-demolire-e-media-in-crisi/">Inizio</a> | <a accesskey="t" href="http://www.ereticidigitali.it/lindice-di-eretici-digitali/">Sommario</a></td>
<td align="right" valign="top">Privacy: l’habeas data è il nuovo habeas corpus</td>
</tr>
</tbody>
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]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Quinto capitolo Le piattaforme pubblicitarie sono opache</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 14:16:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[Le piattaforme pubblicitarie sono opache]]></category>
		<category><![CDATA[Quinto capitolo]]></category>

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		<description><![CDATA[



Ricerca, attenzione e pubblicità




&#8220;Oggi il modello di business dominante per i motori di ricerca commerciali è la pubblicità. Ma gli obiettivi del modello di business pubblicitario non corrispondono sempre all’esigenza di fornire ricerca di qualità agli utenti. (…)

Poiché è molto difficile anche per esperti valutare i motori di ricerca, una distorsione dei risultati è particolarmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="sect1" title="Ricerca, attenzione e pubblicità">
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<h2 class="title"><a id="id411666"></a>Ricerca, attenzione e pubblicità</h2>
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<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>&#8220;Oggi il modello di business dominante per i motori di ricerca commerciali è la pubblicità. Ma gli obiettivi del modello di business pubblicitario non corrispondono sempre all’esigenza di fornire ricerca di qualità agli utenti. (…)</p>
<p><span id="more-424"></span></p>
<p>Poiché è molto difficile anche per esperti valutare i motori di ricerca, una distorsione dei risultati è particolarmente insidiosa. (…) Per esempio un motore potrebbe aggiungere un piccolo fattore ai risultati di società ‘amiche’, e sottrarre un fattore ai concorrenti. Questo tipo di distorsione è molto difficile da diagnosticare ma potrebbe ancora avere un effetto significativo sul mercato. (…) In generale si potrebbe sostenere dal punto di vista di un consumatore che, migliore è il motore di ricerca, meno pubblicità sarà necessaria per permettergli di trovare quel che cerca. Ciò naturalmente erode il modello di business basato sulla pubblicità dei motori di ricerca esistenti. (…) Riteniamo che la questione della pubblicità sollevi sufficienti incentivi contrastanti da rendere cruciale avere un motore di ricerca competitivo che sia trasparente e in ambito accademico.</p></blockquote>
</div>
<p>Gli autori di queste frasi sono Sergey Brin e Lawrence Page, fondatori di Google. Il brano è tratto da “Anatomia di un motore di ricerca”<sup>[<a id="id411677" class="footnote" href="#ftn.id411677">75</a>]</sup>, la loro tesi di dottorato a Stanford.</p>
<p>Nel 2008 – dieci anni dopo la stesura di questo documento – Google su scala globale ha realizzato 21 miliardi 128 milioni 514mila dollari di ricavi pubblicitari<sup>[<a id="id411710" class="footnote" href="#ftn.id411710">76</a>]</sup>. Più o meno quanto il prodotto interno lordo della Costa D’Avorio. La capitalizzazione della società è pari a circa 99 miliardi di dollari (dati aprile 2009), i dipendenti sono oltre 20mila, il margine operativo lordo nel 2008 è stato di 13 miliardi di dollari. Come è stato possibile partire da un progetto che, secondo gli ideatori, per garantire imparzialità di risultati era bene rimanesse entro l’ambito accademico, e arrivare a costruire una multinazionale di queste dimensioni in poco più di 3.500 giorni? La svolta pubblicitaria è giunta nel 2002. Fino a quel momento Google non aveva neppure un preciso modello di business. L’attenzione di Brin e Page si era concentrata prima di tutto sulla qualità del prodotto e sull’esperienza di uso del motore da parte degli utenti. I due erano convinti che, una volta realizzato il migliore motore di ricerca per internet, avrebbero trovato anche un business model. Il modello giunse attraverso l’invenzione di GoTo, un’azienda ribattezzata nel 2001 Overture: si trattava di monetizzare l’attenzione degli utenti proprio attraverso quella pubblicità che Brin e Page ai tempi di Stanford avevano giudicato meglio stesse lontano dal loro algoritmo per evitare relazioni e commistioni pericolose.</div>
<div class="sect1" title="I link sponsorizzati">
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<h2 class="title"><a id="id411725"></a>I link sponsorizzati</h2>
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<p>Il modello GoTo nasce nel 1998. La società, sorta come <span class="emphasis"><em>spin-off</em></span> di IdeaLab, un incubatore californiano di imprese nel settore della tecnologia, con un meccanismo analogo a quello delle aste inizia a vendere agli investitori pubblicitari il posizionamento dei link ai loro siti nelle pagine di risposta delle ricerche online. Così, quando ad esempio si cerca un albergo, compaiono in testa alla pagina, in una posizione predeterminata, i collegamenti che rinviano a chi ha offerto di più. Si tratta di pubblicità a performance, anche chiamata <span class="emphasis"><em>pay per click</em></span>. Significa che l’inserzionista non paga per l’apparire del proprio annuncio, ma solo se l’utente clicca su quel collegamento. Il costo per i click acquistati si chiama Cpc (costo per click) e solitamente si misura in migliaia. Nella pubblicità a display, invece, non si paga per il click ma per il numero di volte che l’annuncio viene mostrato. In questo caso il costo viene misurato in Cpm (costo per migliaia).</p>
<p>Torniamo al nostro albergatore. Il ricavo che l’investitore ne trae, ad esempio in termini di prenotazioni nel caso dell’albergo, va sotto il nome di Rpc (ricavi per click). In sostanza si acquista traffico, visibilità o meglio ancora attenzione, nella speranza di convertirla in ricavi. Facciamo un esempio, cambiamo settore: supponiamo che il titolare di un sito specializzato nella vendita di fotocamere digitali, www.vendofotocamere.it, acquisti 100mila click per far apparire in prima posizione il proprio sito in corrispondenza delle parole chiave “macchine fotografiche digitali”. Se il Cpc di queste keyword è di 0,003 euro, il nostro inserzionista pagherà 300 euro. D’ora in poi ogni utente che clicca sul suo link nella pagina dei risultati del motore consumerà uno dei click che il nostro titolare ha acquistato. Supponiamo che ogni 10 pagine di risultati per la parola fotocamere digitali, un utente clicchi sulla pubblicità del nostro commerciante. Occorreranno un milione di pagine perché tutti i click vengano consumati. Diremo quindi che il clickthrough (Ctr) della sua campagna, ovvero il numero di volte in cui l’annuncio viene mostrato diviso il numero di click ricevuti, è di 1 a 10, ovvero 0,1.</p>
<p>Se tra i 100mila che visiteranno il suo sito, in tre acquisteranno una macchina fotografica del prezzo di 400 euro, il nostro investitore avrà un ricavo complessivo di 1200 euro. Sottratti i 300 pagati al motore, gliene rimarranno 900. Posto che lui avesse pagato al grossista per ogni macchina 250 euro, il suo profitto sarà di 150 euro. Questa cifra è il Roi (return on investment), il ritorno sul suo investimento. La pubblicità pay per click è efficiente quando il Roi è positivo. Il nostro modello è semplificato, e non tiene conto della possibilità di truffe (ad esempio da parte di un concorrente che vanifichi il suo investimento cliccando sul link a vuoto per 100mila volte<sup>[<a id="id411750" class="footnote" href="#ftn.id411750">77</a>]</sup>), o di acquisti di keyword commercialmente meno trasparenti (come nel caso di un concessionario di auto di lusso che acquista il nome di una marca concorrente così da comparire in testa alle ricerche degli utenti che avevano chiesto informazioni sul prodotto rivale). L’investitore ha poi a disposizione una console per personalizzare alcuni parametri come tetto di spesa, zone geografiche in cui desidera appaia il suo annuncio, e così via.</p>
<p>Il meccanismo ha un grande successo. Overture nel 2003 viene acquistata dal portale Yahoo! per 1,63 miliardi di dollari. Google nel frattempo nel 2002 aveva lanciato il proprio sistema, battezzato AdWords, rimediando una citazione in tribunale con l’accusa di violazione di brevetto. La battaglia legale si chiude con una transazione: Google concede a Yahoo! 2,7 milioni di azioni della propria società in cambio di una licenza perpetua d’uso del sistema. AdWords però è molto più efficiente di ogni altro sistema analogo. Uno dei parametri dell’algoritmo che lo governa, infatti, prevede che oltre a chi paga di più, compaia più di frequente ai primi posti della pagina dei risultati – in una zona predeterminata della pagina – anche l’annuncio appartenente alla campagna che in quel momento ha il Ctr più elevato. In questo modo il numero di pagine di risposta utili, ovvero cliccate, di Google, sono molto più alte di quelle dei concorrenti.</p></div>
<div class="sect1" title="L’asta è una scatola nera">
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<h2 class="title"><a id="id411785"></a>L’asta è una scatola nera</h2>
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<p>Oltre a ciò Google mette a disposizione degli utenti un sistema self-service che consente di effettuare le operazioni di acquisto in modo totalmente autonomo da web. Dalla console si può creare il proprio annuncio, scegliere le keyword in corrispondenza delle quali si vuole apparire, decidere la propria offerta massima per ogni click e stabilire la cifra massima giornaliera da spendere. Tuttavia Google è l’unico garante del funzionamento corretto del meccanismo. L’asta non è trasparente. Non si sa quanti altri inserzionisti stanno partecipando, né esiste – come avviene di solito nelle aste – un meccanismo aperto alla verifica di terzi indipendenti per la fissazione del prezzo. Anzi, è noto che il prezzo è influenzato anche da una serie di parametri qualitativi decisi a insindacabile giudizio di Google. Una circostanza che Larry Page, uno dei due fondatori della società, ha sempre negato. In particolare nel maggio del 2008 ha dichiarato a C|net: <span class="quote">«<span class="quote">AdWords è un’asta. Noi non decidiamo i prezzi. Le aste sono determinate da domanda e offerta</span>»</span></p>
<p><sup>[<a id="id411797" class="footnote" href="#ftn.id411797">78</a>]</sup>. Ma, come Benjamin Edelman, docente alla Harvard Business School di negoziazioni, organizzazione e mercati, ha dimostrato in una testimonianza preparata per la Camera dei rappresentati Usa<sup>[<a id="id411816" class="footnote" href="#ftn.id411816">79</a>]</sup>, le cose stanno un po’ diversamente. <span class="quote">«<span class="quote">Google</span>»</span>, spiega Edelman, <span class="quote">«<span class="quote">Fissa prezzi di riserva ed altri parametri che determinano sostanzialmente i prezzi. Contrariamente alle affermazioni di Google, il meccanismo di asta non determina pienamente i prezzi. Le azioni e le politiche di Google li influenzano in modo significativo</span>»</span>. Ma cosa sono i prezzi di riserva? Sono i prezzi che ad esempio vengono fissati nel caso in cui per una keyword, una parola chiave, ci sia un solo offerente. <span class="quote">«<span class="quote">Più in generale</span>»</span>, sottolinea ancora Edelman, <span class="quote">«<span class="quote">Google fissa i prezzi di riserva per una serie di aspetti del suo mercato, inclusi il prezzo minimo perché un annuncio appaia, il prezzo minimo per una posizione di particolare di valore in cima alla pagina dei risultati di una ricerca, il prezzo minimo per particolari annunci o parole chiave</span>»</span>.</p>
<p>Insomma, per tutti questi aspetti Google è arbitro e venditore, o se preferite, giocatore. All’acquirente non resta che fidarsi. Inoltre, attraverso l’aumento o la diminuzione delle posizioni in pagina, la visibilità degli annunci, la preminenza data ad alcuni rispetto ad altri, Google può favorire o sfavorire un investitore a scapito di un altro <span class="quote">«<span class="quote">attraverso</span>»</span> – è ancora Edelman a sostenerlo – <span class="quote">«<span class="quote">aggiustamenti segreti che solo essa conosce. E indirizzando queste scelte secondo una precisa strategia, Google può fare crescere i costi per gli inserzionisti</span>»</span>.</p>
<p>Di quanto Edelman afferma esistono anche prove empiriche. Più volte siti uguali, per keyword uguali, si sono visti chiedere prezzi diversi. Secondo quanto osservato, è come se Google in qualche modo tenesse conto dell’avviamento di impresa, degli acquisti effettuati in passato e del traffico del sito che investe, attraverso questi essendo in grado di dedurre elementi utili a determinare il fatturato degli inserzionisti. Quindi, gli investitori non pagano tutti il medesimo prezzo per lo stesso servizio, ma il prezzo è fissato in ragione della cifra che essi possono essere disposti a sborsare. È come se la cifra in qualche modo si avvicinasse al massimo possibile per consentire comunque un Roi positivo e non disincentivare l’acquisto.</p>
<p>Se stessimo parlando in termini di microeconomia classica, potremmo dire che Google fissa il prezzo a un livello che per l’investitore rappresenta l’utilità marginale minima necessaria per convincerlo a proseguire nell’acquisto.</p></div>
<div class="sect1" title="Arbitro, anzi giudice unico">
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<h2 class="title"><a id="id411896"></a>Arbitro, anzi giudice unico</h2>
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<p>In alcuni casi, Google oltre che arbitro diviene giudice unico, e stabilisce prezzi in grado di mettere fuori mercato in modo inappellabile un inserzionista che a suo insindacabile giudizio non stia facendo un servizio utile per gli utenti. È quel che afferma Dan Savage, un imprenditore americano che nel settembre dell’anno scorso ha affidato all’antitrust la propria denuncia. Savage sostiene di essere stato rovinato da Google, passando da un utile di 100mila dollari al mese a zero, per una decisione arbitraria della società di penalizzare la visibilità del suo sito<sup>[<a id="id411903" class="footnote" href="#ftn.id411903">80</a>]</sup>. Savage, piccolo Davide della rete titolare di Sourcetool.com, un sito che aveva fatto la propria fortuna con un elenco di indirizzi di società che vendono macchinari industriali e offrono servizi alle imprese, accusa Google-Golia di averlo fatto sparire dal web alzando arbitrariamente il costo delle AdWords, le parole rispetto alle quali comparivano gli annunci pubblicitari che promuovevano Sourcetool.</p>
<p>Il sito era decollato comprando pubblicità associata alle pagine di risultati su Google. Ad esempio, chi cercava “macchine movimento terra” su Google, a fianco ai risultati otteneva una pagina in cui lo si invitava a cercare anche su Sourcetool. Savage poi – a sua volta – vendeva la pubblicità nel proprio sito agli inserzionisti del programma AdSense for content<sup>[<a id="id411919" class="footnote" href="#ftn.id411919">81</a>]</sup> di Google. Sulla differenza tra il traffico acquisito dal motore e quello venduto – sempre attraverso Google – agli inserzionisti, Sourcetool aveva fondato il proprio modello di business. Che funzionava egregiamente. Partito nel 2005, a sei mesi di vita il sito fatturava 653mila dollari al mese, spendeva circa mezzo milione acquistando traffico via Google attraverso <span class="emphasis"><em>sponsored links</em></span> e produceva dunque un utile di oltre 100mila dollari, più di 3mila dollari al giorno. Sourcetool era stato anche inserito da Google tra i migliori casi per l’uso di AdWords. Ma all’improvviso il costo pagato da Sourcetool per ogni annuncio è passato da 5 centesimi a 1 dollaro. E tanto è bastato perché Sourcetool sparisse dalla prima pagina dei risultati di Google, vedendo azzerata la propria visibilità e dunque il traffico.</p>
<p>Inutile cercare spiegazioni. Dopo le prime risposte su presunti problemi di qualità della home di Sourcetool, a Savage venne addirittura chiesto di non importunare più il team di Google e gli venne detto che, a causa dei presunti problemi non meglio chiariti, il costo per le inserzioni via Google avrebbe continuato a rimanere alto e dunque non avrebbe più giustificato il ritorno sull’investimento che aveva tenuto in piedi fino a quel momento il suo business. Con l’invito ad acquistare pubblicità e traffico altrove. Sì, ma dove, visto che Google controlla negli Usa oltre l’80% del mercato di queste inserzioni?</p>
<p>Di qui la decisione dell’imprenditore di scrivere all’Antitrust, affermando di essere stato fatto fuori perché era divenuto una minaccia competitiva e perché Google aveva altri partner da favorire. In attesa della decisione, restano le perplessità destate da un mercato in cui, senza che esistano chiare e trasparenti regole di funzionamento, un soggetto possa esser eliminato senza preavviso e in modo arbitrario da chi lo gestisce. E tutto ciò in una situazione in cui un unico venditore offra un servizio – la visibilità in rete – per il quale non esistono sostituti.</p>
<p>La difesa del motore, in questo come in casi analoghi, è che Sourcetool praticava l’arbitraggio. In sostanza intermediava traffico acquistandolo da Google per poi rivenderlo a società terze. Ma anche se così fosse e ammesso che lo stabilirlo sia solo appannaggio di Google, la società dovrebbe chiarire in modo trasparente come e con quali limiti l’arbitraggio sia da essa tollerato, visto che attorno a questa pratica girano ogni mese in Europa e negli Usa decine di milioni di euro, una buona parte dei quali finiscono proprio nei fatturati di Mountain View<sup>[<a id="id411953" class="footnote" href="#ftn.id411953">82</a>]</sup>. Anzi, spesso sono proprio ex dipendenti di Google, che meglio conoscono il funzionamento dei meccanismi interni della piattaforma pubblicitaria, a licenziarsi e a fondare piccole società specializzate nel search marketing che realizzano siti posticci e lucrano sulla differenza del costo delle diverse keyword vendendo e acquistando traffico. Investendo cifre attorno ai 500mila euro al mese, si possono arrivare a ottenere profitti di 50/60mila euro al mese.</div>
<div class="sect1" title="Il network diffuso. Da AdWords ad AdSense">
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<h2 class="title"><a id="id411969"></a>Il network diffuso. Da AdWords ad AdSense</h2>
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<p>Un altro punto significativo a cui è legato il successo del sistema pay per click sta nella sua diffusione al di fuori del dominio di Google. Prima con gli accordi di distribuzione (<span class="emphasis"><em>syndication</em></span>) della ricerca su altri siti, sui quali compaiono anche gli anunci pubblicitari, poi con l’estensione della pubblicità a performance anche alle pagine dei contenuti. Il sistema si chiama AdSense, e permette ai siti che vi aderiscono di inserire nelle proprie pagine un codice attraverso il quale Google offre annunci pubblicitari correlati ai contenuti della pagina. Finora infatti abbiamo guardato a questo mondo dal punto di vista degli inserzionisti. Se adesso ribaltiamo l’ottica, possiamo cercare di capire cosa succede agli editori, da quelli di siti che raccolgono milioni di utenti ogni giorno al blogger della porta accanto, quando decidono di concedere le loro pagine alla pubblicità di Google. Il modello economico applicato è quello dell’affiliazione.</p>
<p>Supponiamo che il webmaster del sito www.vacanzeinsurf.it si iscriva al programma. In sostanza il suo sito diventa un distributore di pubblicità raccolta da Google. Fino a qualche anno fa si trattava solo di annunci testuali, ora ci sono anche banner e grafica. L’operazione di registrazione dura pochi minuti, dal punto di vista tecnico c’è ben poco da fare. È Google che scandaglia i contenuti delle pagine del nostro webmaster e comincia a far apparire pubblicità correlata agli argomenti del sito: viaggi, mare, acquisto e vendita di tavole. Essendo annunci a performance, il guadagno scatta solo se qualcuno clicca su quegli annunci. Il nostro webmaster ha a disposizione un pannello dal quale può vedere il numero di annunci apparsi, il tasso di clickthrough (il numero di persone che li hanno cliccati), il valore medio del click (legato al costo delle keyword correlate a quell’annuncio).</p>
<p>In genere la quota che va all’editore è compresa tra il 60 e il 70% dei ricavi generati (i grandi editori possono spuntare una quota migliore attraverso accordi diretti con la società). In realtà però, la quota dell’editore non è calcolata sul ricavo complessivo, ma sulla cifra al netto di un costo per la gestione del sistema di solito fissato da Google attorno al 20%. Diciamo che se il fatturato è 100, la quota editore è calcolata su 80, e il nostro webmaster porterà a casa il 48% del totale. Il 52, la fetta più grande della torta, resta a Google. Ma il 52% di che?</p>
<p>E qui ci troviamo di fronte a un altro mistero. Tutti i parametri che fissano il ricavo di AdSense sono infatti comunicati unilateralmente da Google. A volte cambiano bruscamente di giorno in giorno. E il nostro editore non ha alcun mezzo per verificare che le cifre che appaiono sul pannello rispondano a verità. Fino a qualche anno fa i contratti che Google proponeva prevedevano per gli editori maggiori la possibilità di un audit, una verifica a proprie spese da effettuarsi una volta l’anno presso i server di Google per controllare che i conteggi fossero corretti. Crediamo che mai nessuno in Italia l’abbia in effetti fatto. Ma oggi la possibilità non è comunque nemmeno più prevista dalle condizioni standard.</p>
<p>Sì, va bene, il sistema non sarà proprio trasparente. Ma quanto ci si può guadagnare? A patto di avere un sito di una certa dimensione non abbastanza da viverci, ma quanto basta per arrotondare uno stipendio.</p>
<p>Aiutiamoci con un esempio. Prendiamo un piccolo sito italiano, che si occupa di internet, tecnologia, informatica. Si tratta di uno dei tre settori più rilevanti per la pubblicità a performance, insieme alla finanza e ai viaggi. Il titolare ha accettato di farci vedere i suoi conti a patto che non ne rivelassimo il nome. Il sito in questione esiste da nove anni, è aggiornato più volte al giorno da una sola persona che lo gestisce in tutti i suoi aspetti, e totalizza circa 6mila utenti unici giornalieri, poco più di 150mila al mese, con 10/15mila pagine quotidiane, mezzo milione in 30 giorni. Il sito realizza una cifra tra i 900 e 1.000 euro al mese. Ma al lordo delle spese e senza alcun tipo di certezza. Da una parte c’è una forte variabilità nei ricavi, che oscillano senza apparente motivo. Dall’altra un piccolo sito di questo tipo, come abbiamo potuto verificare con Google Analytics, il sistema gratuito che ne misura il traffico, deve oltre il 70% dei propri contatti ai referral di Google. Significa che il visitatore-tipo arriva al sito perché cerca sul motore due parole chiave come “download antivirus” e clicca sul link nella pagina dei risultati. Ma il posizionamento del sito tra i risultati varia di frequente, e a volte anche bruscamente. Riassumiamo:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">Google è l’unica fonte di reddito con meccanismi “scatolanera” per il webmaster;</li>
<li class="listitem">il traffico sul sito dipende per il 70% dagli utenti che arrivano attraverso il motore di ricerca Google;</li>
<li class="listitem">Google, attraverso Google Analytics, il più diffuso sistema di misurazione statistica dell’audience web, conosce del sito ogni cosa. Da dove vengono gli utenti, quanto restano, dove vanno dopo averne letto le pagine.</li>
</ul>
</div>
<p>Vi sembra che tra il nostro webmaster e Google ci sia un rapporto di forze paritario? Beh, direte, potrebbe affidarsi a un altro sistema. Purtroppo, di fatto, non ne esiste alcuno.</p></div>
<div class="sect1" title="Nanopublishing: vivere nell’ecosistema (a patto di non soffrire di cuore)">
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<h2 class="title"><a id="id412049"></a>Nanopublishing: vivere nell’ecosistema (a patto di non soffrire di cuore)</h2>
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<p>In caso di editori un po’ più grandi, che pubblichino siti in più lingue, il fatturato può crescere. In effetti alcuni sono riusciti a ricavarsi una nicchia di business in cui vivono discretamente. Per loro l’ecosistema di Google, a patto di accettarne le opacità, funziona. Creando delle reti di siti di micropublishing, blog specializzati, ottimizzando i propri siti per renderli facilmente ricercabili e occupandosi di temi “caldi” nelle richieste degli utenti ai motori, questi editori riescono a ottenere un buon tasso di traffico organico, ovvero naturalmente inviato loro attraverso la web search, senza bisogno di acquistarlo attraverso link sponsorizzati.</p>
<p>È il caso, ad esempio, di Robin Good, al secolo Luigi Canali De Rossi. Dopo aver studiato in California, De Rossi ha costruito una federazione di siti<sup>[<a id="id412064" class="footnote" href="#ftn.id412064">83</a>]</sup> che sono pubblicati online in quattro lingue (italiano, inglese, portoghese, spagnolo) remixando in parte notizie che hanno come argomento internet e la tecnologia uscite sui media di tutto il mondo, in parte costruendo articoli e microguide originali sugli stessi argomenti. Con un’organizzazione destrutturata (webmaster in Croazia e nelle Filippine, collaboratori in tre continenti, server negli Usa) De Rossi ha costruito un sistema che nel 2007 arrivava a produrre ricavi da AdSense fino a 23mila dollari al mese<sup>[<a id="id412075" class="footnote" href="#ftn.id412075">84</a>]</sup>.</p>
<p>Si tratta tuttavia di un meccanismo di impresa totalmente legato alla volubilità di Google. Come si è dimostrato nell’agosto di due anni fa, quando i siti di Robin Good dalla notte al giorno sono spariti dalle pagine di risposta del motore e hanno improvvisamente avuto un crollo verticale di traffico. È stato lo stesso De Rossi ha raccontarlo in modo trasparente in un post che è ancora in rete<sup>[<a id="id412097" class="footnote" href="#ftn.id412097">85</a>]</sup>: <span class="quote">«<span class="quote">Google</span>»</span>, scriveva De Rossi, <span class="quote">«<span class="quote">ha completamente penalizzato Master New Media ed escluso, eliminato, espulso tutti i miei articoli dai Google Search Results</span>»</span>. Risultato, crollo verticale dei contatti e dei fatturati pubblicitari, senza alcuna spiegazione. Ammetteva l’editore, lanciando il suo appello in rete per capire se qualcuno avesse avuto i suoi stessi problemi:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Non mi sono mai trovato in una situazione tanto difficile da quando mi guadagno da vivere come editore indipendente. Non solo, ma più grande diventi, soprattutto quando cominci ad avere numerosi collaboratori e uno staff editoriale di un certo tipo, senza l’aiuto di finanziamenti esterni o altri partner, più complessi e difficili sono i problemi che di conseguenza devi gestire.</p></blockquote>
</div>
<p>E ancora:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>La nostra piccola impresa di micro publishing sta fallendo per una situazione che non poteva certo essere prevista in alcun modo. Per alcune imprecisate ragioni, a noi ancora incomprensibili, Google ha letteralmente penalizzato tutte le mie pagine web al punto tale che non riesco a trovare praticamente nessuno dei termini di ricerca per i quali avevo un ranking molto alto fino a pochi giorni fa. Non è solo un disastro dal punto di vista di un editore online, ma è una tripla tragedia in quanto i visitatori provengono per la stragrande maggioranza da Google, e non dai loro bookmark o per segnalazione di altre persone, e sono proprio quelli che arrivano da Google che rendono tutto il network MNM economicamente sostenibile (…) Ecco perché, come molte altre volte in passato, ho scelto di condividere completamente la mia esperienza, compresi gli errori e le battaglie perse. Serve comunque a supportare ulteriormente la mia vera missione: aiutare i piccoli a diventare grandi in maniera sostenibile (cioè in maniera indipendente, per capirci).</p></blockquote>
</div>
<p>L’aspetto più difficile da accettare è che non esiste alcuna spiegazione ufficiale di quel che accade. Lo spiega bene ancora Robin Good:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Probabilmente già lo sai anche tu, Google non viene da te e non ti manda neanche una email per dirti <span class="emphasis"><em>Hey Robin, guarda che ci sono un bel po’ di cose che non vanno sul tuo sito, se non le risolvi al più presto guarda che ti banno, ti escludo</em></span>. Se il loro sistema riporta problemi specifici su di un sito, ti penalizza immediatamente. Non so se avviene automaticamente o per mano di una persona, il fatto è che nessuno ti avvisa o ti notifica quanto sta accadendo.</p></blockquote>
</div>
<p>Dopo aver cercato di fare tutto il possibile per eliminare ogni causa che potesse essere stata all’origine della penalizzazione, De Rossi ammetteva sconsolato:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Mi tocca stare qui seduto ad aspettare che i revisori di Google prendano atto della mia richiesta, la valutino e rimettano il sito tra i risultati di ricerca. Secondo quanto ho letto nei forum ieri, ci potrebbero volere delle settimane se non dei mesi. E qui posso rischiare di morire di infarto. Senza i visitatori provenienti da Google, i miei ricavi diventano un quarto o anche meno rispetto alle entrate quotidiane lorde. Senza queste entrate non posso pagare il mio ufficio, gli editor, gli articolisti, il webmaster o lo spazio su server, senza parlare delle mie spese e delle tasse da pagare a fine mese.</p></blockquote>
</div>
<p>Vi tranquillizziamo subito. Dopo qualche tempo i siti di Robin Good hanno ripreso ad acquistare traffico e ranking, e oggi il suo network è ancora vivo e vegeto. Anzi, alla fine del 2008 la sua esperienza di imprenditore è stata tra i casi di successo citati a un seminario della Federazione nazionale della stampa sull’editoria digitale<sup>[<a id="id412189" class="footnote" href="#ftn.id412189">86</a>]</sup>. Ma la sua vicenda dimostra come, parafrasando Cormac McCarthy, fare l’editore indipendente nell’ecosistema di Google non sia un mestiere per vecchi. O, meglio ancora, come il meccanismo di simbiosi tra le grandi piattaforme e la coda lunga dei produttori di contenuti cui faceva cenno Luca De Biase nel capitolo precedente sia in realtà un rapporto fortemente squilibrato a sfavore di questi ultimi.</div>
<div class="sect1" title="Google e i grandi editori, la commoditizzazione dei contenuti e dell’attenzione">
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<h2 class="title"><a id="id412219"></a>Google e i grandi editori, la commoditizzazione dei contenuti e dell’attenzione</h2>
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<p>Abbiamo visto che i rapporti di forza tra Google e piccoli pesci del nostro acquario digitale sono sproporzionati. Ma che succede se al posto dei piccoli mettiamo i grandi editori? La situazione non cambia poi molto, e c’è da dire che in questo gli editori dei siti di informazione, almeno in Italia, non sono esenti da responsabilità. Molte volte hanno fatto difficoltà a capire che sul web era difficile trasportare le regole del brand, che così bene avevano funzionato sulla carta. Online il concetto economico di brand, di marchio, di testata, che è la chiave del valore aggiunto che gli editori riescono a estrarre dai loro prodotti cartacei, ha una valenza immediata minore. Da una parte la misurabilità del risultato ottenibile attraverso la pubblicità a performance la rende più immediatamente comprensibile agli inserzionisti. Dall’altra, esiste il problema dell’infinito numero dei potenziali concorrenti. All’improvviso i soggetti in corsa per la stessa risorsa sono cresciuti in modo esponenziale. Ma la torta pubblicitaria, ovvero l’ossigeno, è una risorsa finita.</p>
<p>Non solo infatti il digitale abbatte le barriere tra tipologie di produttori di contenuto (il giornale torna in concorrenza con la televisione, i periodici con le agenzie) e permette a chi lo desideri e abbia qualcosa da dire di farlo con costi d’accesso molto contenuti (vedi il caso Robin Good), ma all’improvviso, l’unico modello di business della rete, dai contenuti ai servizi, sembra essere diventato il mercato dell’attenzione, ovvero la pubblicità. Social network, motori di ricerca, piattaforme di servizi come posta elettronica o instant messenger, tutte hanno come forma prevalente di monetizzazione la vendita dell’attenzione dei propri utenti agli investitori pubblicitari.</p>
<p>La pubblicità online in Italia ha un mercato complessivo, intermediato dalle agenzie e dai centri media, che nel 2008 è stato pari a 321 milioni di euro<sup>[<a id="id412237" class="footnote" href="#ftn.id412237">87</a>]</sup>, in crescita del 14% rispetto all’anno precedente. In questa cifra però non è inclusa la pubblicità a performance che Google e (in misura assai minore) Yahoo! con la propria divisione search marketing vendono direttamente. La sezione italiana dell’Internet advertising bureau (Iab) stima che il giro complessivo d’affari nel nostro paese per la pubblicità online sia stato nel 2008 pari a circa 800 milioni di euro, una cifra che, malgrado la crisi dovrebbe arrivare a superare i 900 milioni nel 2009<sup>[<a id="id412255" class="footnote" href="#ftn.id412255">88</a>]</sup>, grazie soprattutto al nuovo mercato del mobile. Approssimazioni ulteriori portano a considerare che Google da solo abbia fatturato in Italia nel 2008 circa 310 milioni, destinati a diventare quasi 400 nel 2009. Vale a dire quasi il 40% del valore del mercato. E circa otto volte il primo dei maggiori editori tradizionali.</p>
<p>Per molti anni i principali gruppi di informazione hanno utilizzato Google per le proprie pubblicità a performance, sia per la ricerca che per gli AdSense. Ma da una parte i fatturati raccolti sono sempre stati molto bassi, nell’ordine di alcune centinaia di migliaia di euro l’anno. Dall’altra gli editori si sono accorti che attraverso gli acquisti su Google numerosi investitori cortocircuitavano gli acquisti di pubblicità tradizionale a display, normalmente venduta a prezzi più alti. Certo, il valore del brand con la pubblicità pay per click non è garantito (io non so se apparirò sul Corriere della Sera o sul sito PizzaeFichi.com), ma in tempi di crisi non si va tanto per il sottile. Insomma, affidare la pubblicità a performance a Google a lungo andare deprimeva anche il valore dei bacini pregiati.</p>
<p>Per questo motivo nei mesi scorsi i principali editori italiani hanno deciso di dar vita a un consorzio per la vendita della pubblicità a performance. La struttura si chiama Premium publishers network (Ppn), ed è stata fondata da Rizzoli Corriere della Sera e dal Gruppo Editoriale L’Espresso<sup>[<a id="id412279" class="footnote" href="#ftn.id412279">89</a>]</sup>. All’iniziativa hanno aderito anche La Stampa e l’editrice Athesis. È presto per dire se il consorzio avrà successo. Si tratta comunque della prima iniziativa di rilievo in Italia per offrire agli investitori della pubblicità a performance un target di lettori e di utenti qualitativamente elevato.</div>
<div class="sect1" title="L’acquizione di DoubleClick: lo sbarco nella pubblicità tradizionale">
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<h2 class="title"><a id="id412290"></a>L’acquizione di DoubleClick: lo sbarco nella pubblicità tradizionale</h2>
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<p>Il disegno strategico di Google di diventare l’intermediatore cardine del mercato digitale dell’attenzione è divenuto chiaro due anni fa. Fino a quel momento la maggior parte dell’attività pubblicitaria della società aveva riguardato, come abbiamo visto, la pubblicità a performance, sia nell’ambito della ricerca (AdWords) che nell’ambito delle inserzioni correlate ai contenuti di una pagina (AdSense for Content). Ma nell’aprile del 2007 Google ha annunciato l’acquisto, per 3,1 miliardi di dollari, di DoubleClick, battendo sul filo di lana Microsoft, che era ugualmente interessata all’acquisizione. Numerosi analisti hanno qualificato la cifra spesa come eccessiva<sup>[<a id="id412305" class="footnote" href="#ftn.id412305">90</a>]</sup>. Noi pensiamo non sia così.</p>
<p>DoubleClick si occupa di tecnologie per l’adserving, cioè per gestire la pubblicità display (banner e altro) che compare su alcuni dei siti e dei portali più importanti del mondo. Come ha rivelato John Battelle, Google stava in realtà sviluppando un proprio sistema a questo scopo. Perché dunque un’acquisizione così costosa? Una prima risposta semplice è quella ha dato l’amministratore delegato di Google Eric Schmidt: <span class="quote">«<span class="quote">Tra le scelte possibili questa era la migliore. Abbiamo pensato che ci potevamo permettere il prezzo e che questo fosse un buon affare per Google e per i nostri azionisti</span>»</span>. Qualcosa di più l’ha fatta capire Sergey Brin: <span class="quote">«<span class="quote">Per alcuni anni abbiamo pensato che la pubblicità display fosse divenuta importante. Siamo stati impegnati con la ricerca e la pubblicità correlata alla ricerca. Ora ci possiamo permettere di dare più attenzione alla display</span>»</span>.</p>
<p>In realtà c’erano almeno altre tre ottime ragioni alla base dell’acquisizione:</p>
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<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">eliminare Microsoft dal business della pubblicità. Anche la società di Redmond era interessata a DoubleClick. Con un’offerta di oltre un terzo superiore a quel che si suppone fosse disposto a pagare Bill Gates, Google gli ha impedito un’espansione nell’area display, dopo aver già acquisito un vantaggio virtualmente incolmabile nel settore pay per click;</li>
<li class="listitem">consolidare il rapporto con il portafoglio clienti di DoubleClick, editori e investitori. E soprattutto acquisire un giacimento di dati inestimabile sulle metriche di conversione della pubblicità online. L’efficienza degli algoritmi di Google migliora al crescere della quantità di dati che macinano. DoubleClick fornirà milioni di informazioni al giorno su clickthrough, efficacia dei formati e delle campagne;</li>
<li class="listitem">la rete disintermedia, Google reintermedia. Con questa mossa quel che un tempo era solo un motore di ricerca si pone, oltre che come tramite tra gli utenti e il web (solo quel che può essere trovato è visibile) anche come snodo centrale nel rapporto tra gli editori online e l’ossigeno (la pubblicità degli investitori) che li tiene in vita e li fa prosperare. Sarà un’impresa difficile, per i clienti di DoubleClick, trattare per rinnovare i propri accordi pay per click con Google: si troveranno davanti un interlocutore che del loro principale business online conosce più dettagli di quanti ne sappiano loro stessi.</li>
</ul>
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<p>A settembre 2009 Google ha compiuto un passo ulteriore di integrazione tra pubblicità a performance, AdWords, e pubblicità display, lanciando un sistema chiamato Ad Exchange. Il nuovo prodotto introduce il sistema dell’asta di AdWords anche per l’acquisto della pubblicità tradizionale offerta da Doubleclick. Come nota PaidContent, <span class="quote">«<span class="quote">il sistema non porterà a un cambiamento significativo dei ricavi di Google nel breve termine, ma renderà più solida la sua egemonia nel settore della vendita di pubblicità online</span>»</span></p>
<p><sup>[<a id="id412385" class="footnote" href="#ftn.id412385">91</a>]</sup>.</p>
<p>Già oggi le statistiche sull’uso degli <span class="emphasis"><em>ad server</em></span>, gli strumenti attraverso i quali passa la pubblicità online, dimostrano in modo inequivoco quanto Google sia divenuta lo snodo centrale della pubblicità digitale. Quando scarichiamo una pagina, i banner, bottoni, annunci testuali che compaiono ci arrivano tutti attraverso gli <span class="emphasis"><em>ad server</em></span>. Essi sono l’intermediario fondamentale nella catena del valore del mercato dell’attenzione, il tramite tra inserzionisti ed editori: conteggiano i banner o gli annunci pay per click, li distribuiscono, spesso consentono addirittura di pianificarli attraverso criteri demografici o di differenziarli a seconda delle abitudini di navigazione degli utenti, con una tecnica chiamata <span class="emphasis"><em>behavioural targeting</em></span>. Se, ad esempio, negli ultimi giorni ho guardato con una certa frequenza siti di viaggi, è più probabile che io mi veda comparire in pagina una pubblicità di voli low cost.</p>
<p>Ebbene, nell’ottobre del 2008 una società di analisi, Attributor, ha compiuto uno studio sulla pubblicità servita sul web su 75 milioni di domini, analizzando le chiamate di questi siti ai rispettivi ad server. Verificando dunque attraverso quali snodi passasse la pubblicità servita su quei domini. Al primo posto si è piazzata DoubleClick con una quota di mercato del 30,7%. Al secondo Google AdSense con il 25,8. Ciò significa che Google, attraverso DoubleClick (concessionaria di pubblicità display) e il proprio servizio AdSense, controlla il 56,5% del mercato. Yahoo!, al secondo posto, appena il 9%. Rispetto al 2007, la crescita di molte piccole stelle come Revenue Science, che opera proprio nel <span class="emphasis"><em>behavioural</em></span>, ha fatto calare la quota di Google, che altrimenti sarebbe stata vicina al 70%. Oltre la metà della pubblicità online comunque passa oggi attraverso Mountain View<sup>[<a id="id412445" class="footnote" href="#ftn.id412445">92</a>]</sup>.</p>
<p>Più che di una intermediazione economica si tratta di una intermediazione tecnologica, che consente però a Google di disporre di tutti i dati derivanti da queste campagne. Come precisa l’esperto italiano di ricerca Mauro Lupi: <span class="quote">«<span class="quote">Quella di DoubleClick non è una vera e propria intermediazione, nel senso che nella maggior parte dei casi viene usata la loro piattaforma tecnologica e non i servizi di concessionaria pubblicitaria. Mi spiego meglio. Alcune concessionarie e centri media, vendono campagne pubblicitarie e come sistema di tracking usano DoubleClick; a quest’ultima vanno solo i ricavi dell’uso dell’applicazione e nulla della parte pubblicitaria. A livello aggregato, è comunque evidente che nelle mani di Google passa la metà delle informazioni sull’advertising online</span>»</span></p>
<p><sup>[<a id="id412476" class="footnote" href="#ftn.id412476">93</a>]</sup> mondiale.</p>
<p>La disponibilità di dati da macinare e investigare è uno dei pilastri della costruzione del vantaggio competitivo della società. Alcuni servizi sono messi a disposizione gratuita degli utenti solo per poter disporre di una enorme massa di dati aggregati attraverso i quali ricostruire i trend della rete. È il caso, ad esempio, di Analytics<sup>[<a id="id412498" class="footnote" href="#ftn.id412498">94</a>]</sup>, il potente strumento di misurazione del traffico offerto gratuitamente ai webmaster, divenuto ormai lo standard. Le informazioni rilevate, tuttavia, vengono riportate anche a Google. Lo scambio è chiaro. Puoi sapere qualcosa di te a patto di condividere tutti i dati di traffico del tuo sito anche con la società. E ogni giorno che passa, ogni click che un navigatore compie, ogni pagina scaricata da un computer collegato in rete è un’informazione che la straordinaria capacità di calcolo di Google utilizza per conoscere, capire, ricostruire, aumentare la distanza tra sé e i propri concorrenti, acquisendo abilità non solo quantitative ma anche semantiche nell’interpretazione dei dati. Altro che essere “a un click dall’estinzione”. Più il tempo passa e più dati Google accumula, più consolida la propria posizione. Lo raccontava bene Schmidt due anni fa in un’intervista a UsaToday, confessando di non aver capito subito quale fosse il circolo virtuoso, la capacità di accelerazione messa in moto dalla sua società:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Acquisiamo utenti, e ciò ci porta più pubblicità. Più pubblicità significa più denaro liquido, con i soldi realizziamo data center, centri dati più grandi vogliono dire poter assumere ingegneri che desiderano costruire centri dati ancora più grandi, e realizzare progetti informatici ancora più stupefacenti. Questi ingegneri portano i loro amici per costruire sistemi pubblicitari ancora più strabilianti, e lavorano a migliorare la nostra ricerca.</p></blockquote>
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<p>Su tutto il carburante dei dati degli utenti, che consente a Google di ricostruire – come ha fatto fin dall’inizo della propria attività sfruttando gli <span class="emphasis"><em>incoming link</em></span>, ovvero la conoscenza diffusa degli utenti in rete – un’immagine sempre più accurata dei nostri desideri, del nostro immaginario, dei bisogni e delle aspirazioni della parte abitata della rete. Un piccolo saggio di questa mole enorme di dati Google lo mette a disposizione degli utenti stessi con servizi come Google Insights o Google Trends<sup>[<a id="id412533" class="footnote" href="#ftn.id412533">95</a>]</sup>, che consentono di misurare quali sono i termini più cercati in diverse aree geografiche, articolando l’analisi fino alla singola provincia. Un sistema di instant polling dalle capacità impressionanti, che opera su un campione di miliardi di ricerche effettuate ogni giorno a livello globale.</p>
<p><span class="quote">«<span class="quote">Siamo stati in grado di far funzionare questo ciclo in modo perfetto</span>»</span>, ammette con orgoglio Schmidt, <span class="quote">«<span class="quote">o almeno nel modo migliore che per noi fosse possibile</span>»</span>.</div>
<div class="sect1" title="Il cerchio si chiude: nasce AdPlanner">
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<h2 class="title"><a id="id412558"></a>Il cerchio si chiude: nasce AdPlanner</h2>
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<p>Gli ultimi passi in ordine di tempo da parte di Google in campo pubblicitario sono stati il lancio di AdPlanner e del <span class="emphasis"><em>behavioural targeting</em></span>. Soprattutto il primo è il tassello che di fatto completa il ciclo pubblicitario in tutte le sue parti: dalla raccolta del traffico alla sua monetizzazione attraverso pay per click e pubblicità tradizionale. Il che significa anche intercettare tutti i possibili inserzionisti: dal piccolo sito che compra i propri click da sé direttamente online, alla multinazionale che pianifica le proprie campagne attraverso i centri media.</p>
<p>Ma per capire meglio di che si tratta è necessario spiegare come si muove una parte rilevante del valore delle transazioni pubblicitarie. I big spender, gli inserzionisti di rilievo come case automobilistiche, operatori telefonici, istituti di credito, grande distribuzione, firme della moda, non acquistano pubblicità direttamente. Semplificando, possiamo dire che quando vogliono lanciare un prodotto o un brand si rivolgono a una delle grandi centrali di smistamento degli investimenti pubblicitari, i centri media. Spiegano ai centri media le caratteristiche del prodotto e il target dei possibili acquirenti e la dimensione dell’investimento. Con questi dati il centro media, attraverso software dedicati, pianifica la campagna e il media mix, ovvero le modalità con le quali verranno effettuati gli annunci e i mezzi sui quali compariranno (televisione, giornali, radio, affissioni, internet, marketing diretto e così via). Software di pianificazione molto sofisticati consentono di incrociare in modo preciso i target da raggiungere con i diversi mezzi, e di raggiungere il costo/contatto più basso, per evitare di sparare nel mucchio e di allestire una campagna inefficiente.</p>
<p>AdPlanner di Google ha proprio questa funzione. Con questo prodotto la società dunque porta il proprio attacco al cuore del sistema pubblicitario tradizionale, cercando di disintermediare il ruolo dei centri media e delle società che forniscono tradizionalmente questo tipo di dati, prima tra tutte Nielsen. AdPlanner è partito in Italia un po’ alla chetichella nello scorso novembre. Vi si può accedere liberamente dietro registrazione, impostare i profili (sesso, età, reddito, interessi, area di residenza) degli utenti che si vogliono raggiungere  con le inserzioni, e vedere quali sono i siti che meglio rispondono ai parametri selezionati.</p>
<p>Il servizio ha ancora diversi difetti di gioventù, ma mostra già tutte le proprie potenzialità. Prima tra tutte offrire statistiche di traffico per tutti i siti mondiali, con una qualità che, stando alle verifiche a campione che ci è capitato di fare, sembra paragonabile a quella dei maggiori concorrenti. Oltre ai dati Google offre anche i profili demografici degli utenti, ovvero informazioni di tipo qualitativo. In sostanza non dice solo quante persone hanno visitato un sito, ma anche che età hanno, se siano uomini o donne, il loro grado di istruzione e il potere d’acquisto. Informazioni di solito desumibili solo attraverso ricerche di base sul campo (indagini telefoniche o interviste porta a porta su campioni di utenti). È inevitabile dunque porsi una domanda e fare alcuni rilievi.</p>
<p>Da dove vengono i dati?</p>
<p>Google non specifica come sono raccolti. Esiste il fondato sospetto<sup>[<a id="id412590" class="footnote" href="#ftn.id412590">96</a>]</sup> che nel mix di fonti utilizzate da AdPlanner ci sia anche la toolbar,<sup>[<a id="id412608" class="footnote" href="#ftn.id412608">97</a>]</sup> lo strumento che centinaia di migliaia di persone hanno scaricato per navigare con più semplicità. Lo avrebbero fatto lo stesso qualora avessero saputo che i dati sulle loro abitudini di utilizzo della rete (sia pure in forma anonima) sono utilizzati per fornire informazioni agli investitori pubblicitari? Nelle norme sulla privacy all’interno delle proprie condizioni d’uso Google non parla esplicitamente di pubblicità per terzi, ma afferma solo<sup>[<a id="id412625" class="footnote" href="#ftn.id412625">98</a>]</sup>: <span class="quote">«<span class="quote">È possibile che dati aggregati non personali vengano condivisi con terze parti esterne a Google</span>»</span>. Danny Sullivan<sup>[<a id="id412643" class="footnote" href="#ftn.id412643">99</a>]</sup> di SearchEngineLand, quando fece questa domanda a Google in occasione del lancio del prodotto negli Usa, si sentì rispondere dalla società che non era possibile rivelare gli elementi della ricetta<sup>[<a id="id412668" class="footnote" href="#ftn.id412668">100</a>]</sup>: <span class="quote">«<span class="quote">Google ha risposto dicendo che non avrebbe ‘rivelato gli ingredienti della propria salsa segreta’, anche se in effetti ne ha rivelati alcuni (informazioni provenienti dalla ricerca, informazioni derivanti dall’analisi di Google Analytics, dati derivanti da inchieste a campione)</span>»</span>. Ci sarebbe da chiedersi se questa risposta vada bene anche al nostro Garante per la privacy, ora che il servizio è sbarcato in Italia.</p>
<p>AdPlanner al momento presta dunque il fianco ad alcuni rilievi di fondo.</p>
<div class="sect2" title="Scarsa trasparenza del sistema di raccolta dei dati e del metodo di elaborazione">
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<h3 class="title"><a id="id412698"></a>Scarsa trasparenza del sistema di raccolta dei dati e del metodo di elaborazione</h3>
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<p>Google non rivela con precisione quali siano le proprie fonti né spiega i principi secondo quali ricerche di mercato e dati di rilevazione dell’audience vengano fusi nell’informazione finale. In particolare, Google sostiene di non voler rivelare i particolari per evitare che AdPlanner venga manipolato da esterni. In realtà questo problema sarebbe aggirabile se la società accettasse di essere sottoposta a un audit da parte di un comitato tecnico di un joint industry committee o da parte di un qualsiasi ente certificatore terzo. Una richiesta informale in questo senso era stata avanzata nel giugno 2008 nel Regno Unito in occasione della presentazione di AdPlanner<sup>[<a id="id412706" class="footnote" href="#ftn.id412706">101</a>]</sup> ma non risulta abbia avuto alcun seguito.</div>
<div class="sect2" title="Google è arbitro e giocatore">
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<h3 class="title"><a id="id412720"></a>Google è arbitro e giocatore</h3>
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<p>Lo strumento di pianificazione offre accesso diretto alla pianificazione per le testate che accettino Google come fornitore di pubblicità (tra l’altro, per quanto riguarda la versione italiana con alcuni gravi errori materiali<sup>[<a id="id412737" class="footnote" href="#ftn.id412737">102</a>]</sup>).</p>
<p>Inoltre sono previste scorciatoie e possibilità di import diretto di dati per chi utilizza gli strumenti di pianificazione di Doubleclick, di proprietà Google. In questo modo Google da una parte fornisce un dato al mercato (non certificato da terze parti), dall’altra lo utilizza per facilitare la pianificazione sul proprio portafoglio o attraverso la propria concessionaria/centro media.</p></div>
<div class="sect2" title="I dati AdPlanner sovrastimano il traffico dei siti che accettano la pubblicità di Google">
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<h3 class="title"><a id="id412750"></a>I dati AdPlanner sovrastimano il traffico dei siti che accettano la pubblicità di Google</h3>
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<p>L’osservazione empirica proviene da John Battelle, uno dei maggiori esperti di motori di ricerca su web, nonché membro del consiglio di amministrazione dello Iab (Internet Advertising Bureau) Usa. Battelle<sup>[<a id="id412753" class="footnote" href="#ftn.id412753">103</a>]</sup> in proposito scrive:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Se tu fossi un pianificatore che utilizza AdPlanner e cercassi di pianificare sui maggiori siti, ti verrebbero indicati in via prioritaria siti che ospitano AdSense. Ciò significa che Google AdPlanner spinge gli investimenti pubblicitari verso i siti che hanno accordi con Google piuttosto che verso siti che non ne hanno. Il che potrebbe anche avere una spiegazione nel fatto che Google possiede più informazioni sui siti che convogliano la sua pubblicità piuttosto che su quelli che non lo fanno. Ma, come ho già scritto, uno strumento di questo genere dev’essere neutrale e non parziale nei confronti di domini di Google o di siti che ospitano inserzioni di Google.<sup>[<a id="id412789" class="footnote" href="#ftn.id412789">104</a>]</sup></p></blockquote>
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<p>L’osservazione di Battelle deriva dal confronto di AdPlanner con Comscore, altro fornitore di dati sul traffico. Tra l’altro sia Comscore sia Nielsen negli Usa hanno accettato di collaborare con lo Iab per certificare e migliorare i propri dati. Google no.</p></div>
<div class="sect2" title="Google utilizza dati provenienti dagli utenti degli altri servizi a proprio marchio">
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<h3 class="title"><a id="id412805"></a>Google utilizza dati provenienti dagli utenti degli altri servizi a proprio marchio</h3>
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<p>È, come si osservava in precedenza, quanto ha dimostrato Danny Sullivan. Senza queste informazioni AdPlanner sarebbe in grado di fornire dati solo di quei siti che utilizzano Google Analytics e non di fornire una rappresentazione più completa delle property dell’universo web italiano.</p></div>
<div class="sect2" title="Errori materiali in AdPlanner">
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<h3 class="title"><a id="id412818"></a>Errori materiali in AdPlanner</h3>
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<p>Nella versione italiana di AdPlanner vi sono alcuni errori materiali che danneggiano esplicitamente siti che non fanno parte del network pubblicitario di Google. In particolare, ad esempio, Repubblica.it e Rai sono stati indicati per mesi come siti che non accettano al proprio interno pubblicità di alcun genere.</p></div>
<div class="sect2" title="Rilevanza di AdPlanner all’interno del sistema Google">
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<h3 class="title"><a id="id412825"></a>Rilevanza di AdPlanner all’interno del sistema Google</h3>
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<p>Google afferma che la bontà di AdPlanner la decide il mercato, e dunque non sono necessarie certificazioni di sorta. In altre parole, se il prodotto non fosse all’altezza delle aspettative degli utilizzatori, sarebbero gli stessi utenti a decretarne l’insuccesso non adottandolo. In realtà questo potrebbe essere vero qualora si trattasse di un prodotto stand alone. Ma, stante il fatto che AdPlanner proviene dalla prima property web sul mercato italiano, che già ha un proprio sistema di raccolta pubblicitaria e offre ai siti strumenti di misurazione del proprio traffico (Analytics), AdPlanner diviene elemento integrante di un vero e proprio sistema, sul quale fa leva per affermarsi. In altre parole Google utilizza la propria primaria posizione di mercato in altri settori per favorire l’affermazione di AdPlanner, a prescindere dalle qualità intrinseche dello strumento stesso e senza fornire alcuna trasparenza sul suo funzionamento.</p>
<p>Poco dopo l’introduzione del sistema AdPlanner in Italia, Fedoweb, la federazione italiana degli editori web, per mano del suo presidente Elserino Piol ha chiesto a Google chiarimenti sul funzionamento dello strumento. Per tutta risposta la società ha domandato a Fedoweb di siglare un accordo di riservatezza. Di fronte al rifiuto dell’organismo che rappresenta gli operatori italiani, Google ha replicato con una lettera in cui si afferma che AdPlanner</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Unisce informazioni derivanti da una moltitudine di fonti, quali informazioni aggregate di ricerca di Google, dati anonimi di Google Analytics, dati di opt-in di consumer panel esterni, e altre ricerche di mercato di terzi. I dati sono aggregati tra milioni di utenti e si basano su algoritmi computerizzati; Google AdPlanner non contiene dati personali o dati attraverso i quali sia possibile identificare l’utente.</p></blockquote>
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<p>Alla richiesta di Piol sulla possibilità, per un editore, di far escludere il proprio sito da AdPlanner, Matt Scherman, un legale della società, ha risposto che “poiché ci prefiggiamo di includere il maggior numero di siti possibile – attualmente monitoriamo circa due milioni di siti web e stiamo lavorando per espandere la nostra copertura – gli editori non possono rimuovere il proprio sito da Google AdPlanner”. A meno che un editore non decida di essere escluso dalla ricerca di Google tout court: “Il contenuto non apparirà su Google AdPlanner se, mediante l’utilizzo di metodi quali <span class="emphasis"><em>robot exclusion protocol</em></span>, gli editori abbiano preventivamente impedito che i propri contenuti apparissero nei risultati delle ricerche su Google”. Insomma, si può stare fuori da AdPlanner solo a patto di commettere suicidio e sparire dal web. La risposta è stata considerata del tutto insoddisfacente. La schermaglia epistolare continua.</div>
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<div class="sect1" title="La vendita dei profili personali agli inserzionisti: opt-out e opt-in">
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<h2 class="title"><a id="id412856"></a>La vendita dei profili personali agli inserzionisti: opt-out e opt-in</h2>
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<p>All’inizio del 2009 Google ha annunciato<sup>[<a id="id412854" class="footnote" href="#ftn.id412854">105</a>]</sup> che anche in Italia il comportamento online dei navigatori sarà venduto agli investitori pubblicitari. Google ha infatti spiegato<sup>[<a id="id412878" class="footnote" href="#ftn.id412878">106</a>]</sup> che le inserzioni AdSense, i link testuali correlati ai contenuti della pagina che stiamo visitando o ai risultati della ricerca che stiamo effettuando, d’ora in poi avranno anche un altro criterio di profilazione: le nostre abitudini di navigazione. Significa che chi visita siti di viaggi partner di Google verrà inserito nella categoria vacanzieri e si vedrà somministrare con maggiore frequenza annunci relativi a voli scontati e hotel, mentre chi è un affezionato utente di siti di motori si vedrà proporre l’acquisto di un’auto nuova. Tuttavia sarà possibile rimanere invisibili, disabilitare cioè il sistema. Come ha rivelato il New York Times<sup>[<a id="id412900" class="footnote" href="#ftn.id412900">107</a>]</sup>, la tecnologia del <span class="emphasis"><em>behavioural targeting</em></span> utilizzata da Google proviene da DoubleClick ed è basata sui cookie, i pezzetti di codice che restano “appiccicati” al nostro computer durante la nostra navigazione su alcuni siti. Si tratta della prima applicazione del <span class="emphasis"><em>behavioural</em></span> su scala globale.</p>
<p>Per prevenire le accuse di violazione della privacy che certamente pioveranno sulla società, Google per la prima volta tra i motori di ricerca<sup>[<a id="id412940" class="footnote" href="#ftn.id412940">108</a>]</sup> ha previsto la possibilità per gli utenti di conoscere la casella in cui sono stati classificati come consumatori e rimuovere alcuni siti visitati dal registro delle proprie abitudini. Gli utenti potranno inoltre disabilitare la registrazione a questa pagina o effettuare un <span class="emphasis"><em>opt-out</em></span> permanente (dichiarare dunque che non si vuole essere tracciati in alcun modo) con l’installazione di un plugin, un piccolo software, nel proprio browser. Basterà, o le autorità di garanzia della privacy chiederanno che il sistema di scelta per l’utente sia esplicito e dunque solo chi abbia effettuato l<span class="emphasis"><em>’opt-in</em></span>, accettando questa forma pubblicitaria, sia profilabile nei propri comportamenti?</p>
<p>John Battelle da tempo chiede in proposito l’adozione da parte delle società internet di una carta dei diritti dell’utente, l’impegno al rispetto di una serie di norme base sull’utilizzo dei dati.</p>
<p>La notizia tuttavia non è rilevante solo per gli aspetti riguardanti la privacy, ma anche per quanto riguarda il mercato pubblicitario su web nel suo insieme. Il <span class="emphasis"><em>behavioural targeting</em></span> esiste già da qualche tempo. Ma è prevedibile che la sua adozione su così larga scala da parte di Google avrà un effetto di indirizzo per tutti i soggetti – editori, provider, concessionarie e investitori – pari a quello a suo tempo avuto dalla pubblicità contestuale. In particolare diventerà più facile valorizzare economicamente pagine che oggi presentano uno scarso interesse pubblicitario, come la posta e le chat. In questi ambiti ciò che d’ora in poi sarà venduto agli investitori non è il contesto in cui appare il loro annuncio, luogo di scarso valore, ma il profilo del visitatore, classificato come interessato all’acquisto dei beni o dei servizi che gli saranno proposti. L’incrocio del <span class="emphasis"><em>behavioural</em></span> con le tecnologie AdSense classiche consentirà inoltre a Google di ottenere un maggior tasso di conversione sugli annunci erogati. Significa che – essendo gli annunci più rilevanti – sarà più alta la possibilità che un utente li clicchi.</p>
<p>Abbiamo raccontato come Google sia il paradigma stesso della realtà per nove utenti di internet su dieci in Italia. Abbiamo visto come abbia la leadership assoluta del mercato pubblicitario a performance, come intermedi tecnicamente attraverso AdSense e DoubleClick più della meta degli annunci globali della rete. Abbiamo spiegato come le informazioni messe a disposizione dalla società agli utenti di questi servizi, siano essi inserzionisti o editori, sono opache e comunque unilaterali, ovvero non certificate da terze parti. Abbiamo ripercorso il meccanismo di formazione del prezzo nell’asta e ci siamo resi conto di come esso sia influenzato da parametri qualitativi e da altri elementi di esclusivo appannaggio di Google. Abbiamo notato inoltre come nel ranking attribuito da Google alla visibilità dei siti attraverso la ricerca naturale esistano brusche e improvvise variazioni, e come queste si possano tradurre nella vita o nella morte di un modello economico. Venendo all’Italia, abbiamo notato come il 40% del fatturato della pubblicità digitale sia oggi in mano a Google. Abbiamo letto come gli stessi fondatori di Google, Brin e Page, nella loro tesi di dottorato, avessero affermato che mescolare ricerca e pubblicità potesse essere particolarmente pericoloso per gli utenti, tanto da consigliare la realizzazione di un motore slegato da un modello di business, incardinato all’interno di una realtà accademica.</p>
<p>Curiosamente, undici anni dopo, l’idea che un motore di ricerca per la rete sia una faccenda troppo seria e importante per lasciarla a una società privata è la stessa conclusione alla quale giunge anche Cory Doctorow, scrittore e futurologo canadese, in un commento per il Guardian<sup>[<a id="id413002" class="footnote" href="#ftn.id413002">109</a>]</sup>: <span class="quote">«<span class="quote">La ricerca,</span>»</span> scrive Doctorow, <span class="quote">«<span class="quote">è l’inizio e la fine di internet (…) I motori di ricerca accumulano catalogazioni complete dei nostri interessi, dei nostri amori, delle nostre speranze e delle nostre aspirazioni. La nostra relazione con essi è intima quanto quella con i nostri amanti, i nostri confessori, i nostri terapisti</span>»</span>. Il posizionamento, aggiunge Doctorow, è la questione centrale: <span class="quote">«<span class="quote">Avere un cattivo posizionamento da parte di un motore ti rende irrilevante, fallito, invisibile. Inoltre i motori spesso fanno sparire siti per la violazione di regole non pubbliche e invisibili. Molti di questi siti sono spammer, (…) ma non c’è da meravigliarsi: ogni ecosistema complesso ha i propri parassiti</span>»</span>. Il posizionamento è una faccenda troppo importante, argomenta lo scrittore, perché a qualcuno non venga voglia di provare qualsiasi cosa per stare in cima. Di qui, anche ammesso che vogliano agire correttamente, il potere di vita e di morte sulla visibilità conferito ai motori. <span class="quote">«<span class="quote">Ma è un’idea terribile</span>»</span>, prosegue Doctorow, <span class="quote">«<span class="quote">conferire tutto questo potere a una sola azienda, anche a una divertente, attenta ai propri utenti e tecnologicamente eccellente come Google</span>»</span>. E conclude:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>La questione di quel che possiamo o non possiamo vedere quando cerchiamo risposte richiede una soluzione trasparente e partecipata. Non c’è dittatore abbastanza benevolo cui poter conferire il potere di determinare la nostra agenda politica, commerciale, sociale e ideologica. È un potere che deve spettare ai cittadini. Messa in questi termini, la faccenda pare quasi ovvia, se i motori decidono la pubblica agenda, allora dovrebbero essere pubblici. Quel che non è ovvio è come raggiungere un tale obiettivo.</p></blockquote>
</div>
<p>Esserne ereticamente consapevoli è già un primo passo.</p></div>
<div class="footnotes">
<hr />
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id411677" class="para" href="#id411677">75</a>] </sup></p>
<p><a class="link" href="http://infolab.stanford.edu/~backrub/google.html">http://infolab.stanford.edu/~backrub/google.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id411710" class="para" href="#id411710">76</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://investor.google.com/releases/2008Q4_google_earnings.html">http://investor.google.com/releases/2008Q4_google_earnings.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id411750" class="para" href="#id411750">77</a>] </sup>Il <span class="emphasis"><em>click fraud</em></span>, o frode sui click, è stata a lungo uno dei problemi di questa industria. Nel 2006 proprio Google ha pagato 90 milioni di dollari di risarcimento per sanare una volta per tutte gli addebiti di frode sui click pubblicitari. È una cifra eccezionalmente bassa se si considera che con questa intesa Google ha chiuso tutte le contestazioni sul suo sistema di <span class="emphasis"><em>sponsored links</em></span>. Ma è stata anche la prima ammissione ufficiale che qualcosa nel sistema che alimenta il modello di business della società di Mountain View non andava, e che la questione della frode sui click è davvero “il piccolo sporco segreto”, come un analista l’aveva definita qualche tempo fa, di quest’industria. L’intesa chiude ogni contestazione per il periodo tra il 2002 e il 2006 ma non si applica al di fuori degli Usa. Le aziende pagano Google in ragione dei click ricevuti e dei visitatori giunti sul proprio sito. Ma è chiaro che se un sistema automatico – messo per esempio in piedi da un concorrente che vuole vanificare la campagna pubblicitaria dell’avversario – clicca a ripetizione sugli annunci, l’investimento non ha più alcun valore. Google e gli altri motori affermano di avere da tempo sistemi per scovare le frodi, ma resta il fatto che la reportistica offerta ai propri clienti è ancora in larga parte oscura e poco trasparente. Da qui le numerose contestazioni. E tra di esse la<span class="emphasis"><em> class action lawsui</em></span>t, l’azione legale di gruppo avanzata nell’Arkansas da Lane Gifts &amp; Collectibles, il capofila dei siti che lamentavano imbrogli. Anche un’altra azienda, la Ait, nel 2006 aveva denunciato un presunto raggiro dotandosi di propri strumenti in grado di verificare il traffico, dai quali sarebbe emerso che click corrispondenti a un investimento pari a mezzo milione di dollari non sarebbero stati di utenti veri ma di uno o due computer programmati per ripetere l’operazione in automatico (<a class="link" href="http://www.repubblica.it/2005/f/sezioni/scienza_e_tecnologia/google2/click/click.html">http://www.repubblica.it/2005/f/sezioni/scienza_e_tecnologia/google2/click/click.html</a>). Un fatto che, secondo l’accusa, Google non sarebbe riuscita a prevenire o che peggio avrebbe taciuto, pur essendone venuta a conoscenza.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id411797" class="para" href="#id411797">78</a>] </sup>Stephen Shankland, “Google Addresses Antitrust Issue on Yahoo Ad deal”, <a class="link" href="http://news.cnet.com/8301-10784_3-9939473-7.html">http://news.cnet.com/8301-10784_3-9939473-7.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id411816" class="para" href="#id411816">79</a>] </sup>Testimonianza di Benjamin Edelman presentata di fronte alla House of Representatives Usa – Committee on the Judiciary – Task Force on Competition Policy and Antitrust Laws (<a class="link" href="http://www.benedelman.org/publications/ppc-competition-071008.pdf">http://www.benedelman.org/publications/ppc-competition-071008.pdf</a>).</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id411903" class="para" href="#id411903">80</a>] </sup>La storia è raccontata da un articolo del New York Times: <a class="link" href="http://www.nytimes.com/2008/09/13/technology/13nocera.html?_r=1&amp;ref=technology&amp;oref=slogin">http://www.nytimes.com/2008/09/13/technology/13nocera.html?_r=1&amp;ref=technology&amp;oref=slogin</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id411919" class="para" href="#id411919">81</a>] </sup></p>
<p><a class="link" href="http://https://www.google.com/adsense/support/bin/answer.py?hl=en&amp;answer=17470">https://www.google.com/adsense/support/bin/answer.py?hl=en&amp;answer=17470</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id411953" class="para" href="#id411953">82</a>] </sup>Dal 2007 Google ha cercato di contrastare l’arbitraggio con maggiore efficacia, ma la pratica continua a essere largamente diffusa. A volte la catena degli intermediari è lunga, e può addirittura accadere, come ha dimostrato Edelman, che su un sito compaia pubblicità che riguarda il sito stesso. In sostanza in questo modo un inserzionista paga due volte il suo traffico (<a class="link" href="http://www.benedelman.org/news/051309-1.html">http://www.benedelman.org/news/051309-1.html</a>).</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412064" class="para" href="#id412064">83</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://www.masternewmedia.org/">http://www.masternewmedia.org/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412075" class="para" href="#id412075">84</a>] </sup>Vedi l’intervista di De Rossi al sito 7th floor <a class="link" href="http://www.7thfloor.it/2007/11/08/robin-good-publisher-web20-google-adsense/">http://www.7thfloor.it/2007/11/08/robin-good-publisher-web20-google-adsense/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412097" class="para" href="#id412097">85</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://www.masternewmedia.org/it/editoria_indipendente/indicizzazione-google/MasterNewMedia-escluso-dai-risultati-del-motore-di-ricerca-google-storia-20070816.htm">http://www.masternewmedia.org/it/editoria_indipendente/indicizzazione-google/MasterNewMedia-escluso-dai-risultati-del-motore-di-ricerca-google-storia-20070816.htm</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412189" class="para" href="#id412189">86</a>] </sup></p>
<p><a class="link" href="http://www.lsdi.it/2008/10/09/giornalismo-online-questo-sconosciuto-il-14-ottobre-incontro-di-lavoro-in-fnsi/">http://www.lsdi.it/2008/10/09/giornalismo-online-questo-sconosciuto-il-14-ottobre-incontro-di-lavoro-in-fnsi/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412237" class="para" href="#id412237">87</a>] </sup>Fonte Osservatorio Fcp-Assointernet <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/02/05/pubblicita-online-in-italia-a-14-nel-2008/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/02/05/pubblicita-online-in-italia-a-14-nel-2008/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412255" class="para" href="#id412255">88</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://www.key4biz.it/News/2009/04/03/Pubblicita%27/Internet_pubblicita%27_new_media_IAB_Italia.html">http://www.key4biz.it/News/2009/04/03/Pubblicita%27/Internet_pubblicita%27_new_media_IAB_Italia.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412279" class="para" href="#id412279">89</a>] </sup>Per il rispetto della trasparenza, va registrato che gli autori di questo libro lavorano per il Gruppo Editoriale L’Espresso, pur non avendo alcun ruolo nel consorzio Ppn.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412305" class="para" href="#id412305">90</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2007/04/Google-Doubleclick.shtml?uuid=0a1770ea-ea8e-11db-ade1-00000e251029&amp;DocRulesView=Libero">http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2007/04/Google-Doubleclick.shtml?uuid=0a1770ea-ea8e-11db-ade1-00000e251029&amp;DocRulesView=Libero</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412385" class="para" href="#id412385">91</a>] </sup></p>
<p><a class="link" href="http://paidcontent.org/article/419-google-finally-links-adwords-to-doubleclick/">http://paidcontent.org/article/419-google-finally-links-adwords-to-doubleclick/</a> .Secondo ComScore gli annunci AdSense raggiungono oggi il 73% dell’audience online mondiale e il 76% di quella americana.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412445" class="para" href="#id412445">92</a>] </sup>Lo studio è stato riportato nel dicembre 2008 da C|net: <a class="link" href="http://news.cnet.com/8301-1023_3-10127689-93.html?part=rss&amp;subj=news&amp;tag=2547-1_3-0-5">http://news.cnet.com/8301-1023_3-10127689-93.html?part=rss&amp;subj=news&amp;tag=2547-1_3-0-5</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412476" class="para" href="#id412476">93</a>] </sup>Il commento di Mauro Lupi è apparso su Cablogrammi: <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2008/12/21/ad-server-google-intermedia-oltre-la-meta-della-pubblicita/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2008/12/21/ad-server-google-intermedia-oltre-la-meta-della-pubblicita/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412498" class="para" href="#id412498">94</a>] </sup></p>
<p><a class="link" href="http://www.google.com/intl/it_ALL/analytics/index.html">http://www.google.com/intl/it_ALL/analytics/index.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412533" class="para" href="#id412533">95</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://www.google.com/insights/search/">http://www.google.com/insights/search/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412590" class="para" href="#id412590">96</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://www.techcrunch.com/2008/06/16/is-the-google-toolbar-a-trojan-horse-for-ad-targetting-ballmer-plays-the-privacy-card/">http://www.techcrunch.com/2008/06/16/is-the-google-toolbar-a-trojan-horse-for-ad-targetting-ballmer-plays-the-privacy-card/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412608" class="para" href="#id412608">97</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://www.google.com/tools/firefox/toolbar/FT3/intl/it/index.html">http://www.google.com/tools/firefox/toolbar/FT3/intl/it/index.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412625" class="para" href="#id412625">98</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://www.google.com/intl/it/privacy.html">http://www.google.com/intl/it/privacy.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412643" class="para" href="#id412643">99</a>] </sup></p>
<p><a class="link" href="http://searchengineland.com/google-ad-planner-launches-offers-site-demographic-profiles-14261">http://searchengineland.com/google-ad-planner-launches-offers-site-demographic-profiles-14261</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412668" class="para" href="#id412668">100</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://www.techcrunch.com/2008/06/24/is-google-ad-planner-getting-its-data-from-the-google-toolbar/">http://www.techcrunch.com/2008/06/24/is-google-ad-planner-getting-its-data-from-the-google-toolbar/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412706" class="para" href="#id412706">101</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://www.mediaweek.com/mw/content_display/esearch/e3iac49c752f1f098717beedd71a5680bd7?imw=Y">http://www.mediaweek.com/mw/content_display/esearch/e3iac49c752f1f098717beedd71a5680bd7?imw=Y</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412737" class="para" href="#id412737">102</a>] </sup>Non risulta per esempio che Corriere.it accetti pubblicità display di Google, come invece afferma Ad Planner &#8211; formato 336&#215;280.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412753" class="para" href="#id412753">103</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://battellemedia.com/archives/004574.php">http://battellemedia.com/archives/004574.php</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412789" class="para" href="#id412789">104</a>] </sup></p>
<p><a class="link" href="http://battellemedia.com/archives/004508.php">http://battellemedia.com/archives/004508.php</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412854" class="para" href="#id412854">105</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://googleitalia.blogspot.com/2009/03/rendere-la-pubblicita-piu-interessante.html">http://googleitalia.blogspot.com/2009/03/rendere-la-pubblicita-piu-interessante.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412878" class="para" href="#id412878">106</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://www.google.com/ads/preferences/html/intl/it/about.html">http://www.google.com/ads/preferences/html/intl/it/about.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412900" class="para" href="#id412900">107</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://www.nytimes.com/2009/03/11/technology/internet/11google.html?_r=2&amp;em">http://www.nytimes.com/2009/03/11/technology/internet/11google.html?_r=2&amp;em</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id412940" class="para" href="#id412940">108</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://googlepublicpolicy.blogspot.com/2009/03/giving-consumers-control-over-ads.html">http://googlepublicpolicy.blogspot.com/2009/03/giving-consumers-control-over-ads.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id413002" class="para" href="#id413002">109</a>] </sup><br />
<a class="link" href="http://www.guardian.co.uk/technology/2009/jun/01/search-public-google-privacy-rights">http://www.guardian.co.uk/technology/2009/jun/01/search-public-google-privacy-rights</a></div>
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<hr />
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<tbody>
<tr>
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		<item>
		<title>Quarto capitolo I nuovi intermediari sono potenti</title>
		<link>http://www.ereticidigitali.it/2009/12/21/quarto-capitolo-i-nuovi-intermediari-sono-potenti/</link>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 16:56:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[il libro]]></category>
		<category><![CDATA[I nuovi intermediari sono potenti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ereticidigitali.it/?p=401</guid>
		<description><![CDATA[



Follow the money



La scena è girata all’interno di un garage.

Robert Redford parla a un uomo che resta in penombra. «Quel che abbiamo», dice scoraggiato alla sua fonte, «sono solo tessere. Ma non riusciamo a ricomporle nel puzzle». La risposta di Gola Profonda è semplice: «Follow the money», segui il denaro.
Risalire le tracce lasciate dai soldi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="sect1" title="Follow the money">
<div class="titlepage">
<div>
<div>
<h2 class="title"><a id="id407954"></a>Follow the money</h2>
</div>
</div>
</div>
<p>La scena è girata all’interno di un garage.</p>
<p><span id="more-401"></span></p>
<p>Robert Redford parla a un uomo che resta in penombra. <span class="quote">«<span class="quote">Quel che abbiamo</span>»</span>, dice scoraggiato alla sua fonte, <span class="quote">«<span class="quote">sono solo tessere. Ma non riusciamo a ricomporle nel puzzle</span>»</span>. La risposta di Gola Profonda è semplice: <span class="quote">«<span class="quote">Follow the money</span>»</span>, segui il denaro.</p>
<p>Risalire le tracce lasciate dai soldi è il modo in cui il cronista Bob Woodward, impersonato da Redford in <span class="emphasis"><em>Tutti gli uomini del presidente</em></span>, riuscì con Carl Bernstein a dipanare il gomitolo del caso Watergate, che avrebbe portato nel 1974 alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon.</p>
<p>Seguire gli spostamenti del denaro e delle grandezze economiche, anche 35 anni dopo, è un’ottima strada per capire come si stiano creando posizioni dominanti o poteri forti all’interno di un’industria o di una società.</p></div>
<div class="sect1" title="L’espunzione del conflitto dal racconto del futuro">
<div class="titlepage">
<div>
<div>
<h2 class="title"><a id="id408011"></a>L’espunzione del conflitto dal racconto del futuro</h2>
</div>
</div>
</div>
<p>La transizione digitale e l’innovazione portano con sé mutamenti epocali nel nostro modo di vivere. Come nota Giuseppe Granieri:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Internet, la telefonia mobile, i sistemi satellitari e molti altri gadget elettronici connessi tra loro ci stanno facilitando in molte situazioni, aiutando in tante altre. Connettendoci tutti tra noi, i network ci semplificano molto la vita, ci avvicinano (…). Il bello delle reti è che sono strumenti che connettono persone e informazioni, con tutto quel che ne deriva: proprio perché connettono milioni di persone tra loro, i network finiscono per rispecchiare la complessità di un sistema sociale.</p></blockquote>
</div>
<p>L’innovazione rimodella cultura, comunicazione, informazione, transazioni, immaginario collettivo, affetti, rapporti, equilibri, percezioni fisiche, a cominciare dalle distanze geografiche. Non a caso il saggio di Granieri da cui sono estratte le righe al paragrafo precedente s’intitola <span class="emphasis"><em>Umanità accresciuta</em></span></p>
<p><sup>[<a id="id408036" class="footnote" href="#ftn.id408036">35</a>]</sup>, nel senso – interpretiamo liberamente – del termine inglese <span class="emphasis"><em>augmented</em></span>, ovvero potenziata, amplificata nelle sue facoltà.</p>
<p>Ma l’umanità accresciuta è anche <span class="emphasis"><em>cresciuta</em></span>? In altre parole, l’innovazione innesca <span class="emphasis"><em>tout court</em></span> un circolo virtuoso?</p>
<p>Quando si sostiene che il digitale rimette al centro l’individuo e le sue scelte – aprendo in questo modo opportunità di conoscenza che offrono un’alternativa all’appiattimento del cittadino sull’identità unidimensionale di consumatore propria della società di massa – crediamo si dica solo una mezza verità. Come tutte le accelerazioni della storia, dall’invenzione della ruota alla prima rivoluzione industriale, essa ha il potere di accrescere il benessere complessivo, ma porta al proprio interno anche nuove contraddizioni, produce accumulazioni e rendite di posizione, nuovi poteri che in alcuni casi tendono a sostituire, in altri a sostenere, gli ordini precedenti. Se da una parte i neoluddisti tendono a descrivere il futuro come negativo in sé, dall’altra gli apologeti attribuiscono all’innovazione la capacità taumaturgica di risolvere le contraddizioni del presente, ed espungono dal proprio racconto della transizione digitale il conflitto, in ultima analisi il potere. Un buon modo per ritrovarne le tracce e svelarne i disegni, per essere contemporanei del mutamento, è seguire il denaro. Solo così l’umanità accresciuta dalla tecnologia potrà essere consapevole delle trasformazioni in atto e ritrovarsi dunque anche cresciuta.</p>
<p>Se si guarda ai media e all’informazione, oggetto del nostro racconto, la transizione ha rimesso in discussione dalle fondamenta l’ordine costituito di questi settori. Dal cinema alla musica, dalla produzione letteraria al giornalismo, non c’è industria che non ne sia scossa dalle fondamenta. Non solo sono cambiate le piattaforme di distribuzione, ma nella produzione culturale siamo passati da un’economia della scarsità a una dell’abbondanza.</p>
<p>Viviamo in un’epoca di sovraccarico di informazione e attenzione parziale. Posta elettronica, televisione, sms, rete, social network, giornali, radio, telefono, instant messenger, web, blog, aggregatori, rss, Twitter, FriendFeed, video, foto ci raggiungono ovunque creando una straordinaria abbondanza di stimoli informativi, di rumore. Ciò che è scarso, per converso, è la disponibilità di attenzione.</p>
<p>Secondo alcuni osservatori<sup>[<a id="id408081" class="footnote" href="#ftn.id408081">36</a>]</sup>, come Luca De Biase, la risposta al sovraccarico di informazione nascerà dal compimento del passaggio dalla situazione attuale all’economia postindustriale della conoscenza, di cui la rete è incubatore naturale. Sostiene De Biase<sup>[<a id="id408108" class="footnote" href="#ftn.id408108">37</a>]</sup> che</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>c’è una spinta molto forte di natura finanziaria e iperconsumistica che cerca di imporre una <span class="emphasis"><em>strategia della disattenzione</em></span> (&#8230;). Essa sfrutta i meccanismi della reiterazione ossessiva dei messaggi per determinare nelle persone una sorta di sospensione del giudizio critico in favore di un automatismo della risposta allo stimolo. Su queste risposte meccaniche si basa una politica di marketing e di consumo.</p></blockquote>
</div>
<p>Poiché nell’economia dell’abbondanza di informazione la risorsa più scarsa è proprio l’attenzione, e ragionare ne richiede di più che agire d’impulso, il sovraccarico di informazione gioca a favore di chi inquina il sistema e ripete ossessivamente ai cittadini il suo impulso ad agire. Si tratti dell’acquisto di pannolini o della scelta elettorale, drammatizzazione, urgenza, ansia, stimolo parossistico non contribuiscono mai a decisioni ponderate dei cittadini. Si agisce piuttosto – sostiene De Biase – con la prima cosa che viene in mente. Decisioni che di rado sono sagge. Come il brodo biopolitico nel quale siamo immersi testimonia quotidianamente. Fino a qui, dunque, è difficile dargli torto.</p>
<p>Eppure l’abbondanza di conoscenza disponibile dovrebbe poter permettere un esito diverso. L’innovazione, secondo i suoi apologeti, conterrebbe già in sé anche le possibili premesse di un esito positivo. Secondo De Biase, l’economia della conoscenza nella sua realizzazione implica</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>una grande trasformazione nelle forme della proprietà, dell’organizzazione produttiva, del rapporto tra pubblico e privato. Cambiano il concetto di scarsità, che non si applica più soltanto ai mezzi, ma anche alle molteplici dimensioni della relazione umana: fiducia, attenzione, comprensione. Il prezzo si determina tanto nella conversazione quanto nella contrattazione. L’elaborazione di una visione diviene la questione strategica dell’azienda, il laboratorio di ricerca – con l’incertezza dei suoi risultati – entra a far parte integrante del processo produttivo, la tecnologia cessa di essere il limite del possibile per trasformarsi nel suo costante superamento. Il design diventa progettazione e racconto, i media diventano distribuzione e conversazione, gli autori diventano generatori di valore e di motivi di connessione tra le persone. I fruitori e i produttori tendono in molti casi a coincidere. E la complessità prende il posto della linearità: perché nella smaterializzazione della produzione, la cultura diventa il luogo dell’economia, molto più di quanto non lo sia la fabbrica, il mercato o l’ufficio.</p></blockquote>
</div>
<p>Chi – senza alcuna ironia – non vorrebbe vivere in un mondo così? Una sorta di giardino dell’Eden della conoscenza in cui il potere ha solo il volto della virtù e i conflitti non sono contemplati. È sul come arrivarci che l’analisi di De Biase è molto meno convincente. L’ecosistema della conoscenza, afferma, ce la può fare perché è sostenibile.</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>(&#8230;) L’ecosistema della conoscenza vive in modo sano se coltiva l’infodiversità, se i messaggi deboli e non urlati non sono continuamente cancellati dalla violenza dei predatori che puntano tutto sulla strategia della disattenzione. Se gli esperti, gli scienziati, gli artisti non sono costretti a trasformarsi in comunicatori con l’altoparlante sempre acceso solo per farsi notare. Se l’ecosistema trova il giusto spazio per tutti, senza selezionare a priori soltanto quelli che sanno occupare il palcoscenico. La coda lunga dei contenuti che un ecosistema sano della conoscenza può far vivere può essere valorizzata soprattutto nel caso che tra i gruppi sociali che generano informazione sussista una relazione di simbiosi, non solo di caccia e di lotta per la sopravvivenza. La simbiosi si mostra nei casi in cui la relazione tra due specie è tale che ciascuna non vive senza l’altra. In un certo senso, un grande motore di ricerca sul web non vive senza una grandissima quantità di piccoli siti interessanti per poche persone; e questi non vivono senza che un grande motore di ricerca consenta a poche o tante persone di trovarli. Analogamente, nel nuovo contesto della rete, gli autori, il pubblico attivo, gli editori, i gestori delle piattaforme di distribuzione e di accesso sono potenzialmente specie simbiotiche: nessuna di queste ‘specie’ vive bene se non trovando il modo di servire le altre. Se una di queste specie tende a dominare parassitariamente l’ecosistema, se vive alle spalle delle altre mettendole in una condizione di silenzio, che nel mondo dell’informazione equivale all’estinzione, l’infodiversità sparisce e l’ecosistema dell’informazione si impoverisce. In particolare, gli editori simbiotici sono servitori del pubblico più che conquistatori di target: la rete ha bisogno di editori che facciano da filtro nella quantità di informazioni disponibili, seguendo una linea interpretativa trasparente e riconoscibile. Mentre i gestori di piattaforme servono simbioticamente gli editori, il pubblico attivo e gli autori ne favoriscono l’infodiversità senza tentare di controllarla.</p></blockquote>
</div>
</div>
<div class="sect1" title="I signori delle piattaforme">
<div class="titlepage">
<div>
<div>
<h2 class="title"><a id="id408166"></a>I signori delle piattaforme</h2>
</div>
</div>
</div>
<p>In sostanza, parafrasando e sintetizzando De Biase, in questo circolo virtuoso della conoscenza la simbiosi tra diverse specie consentirebbe sviluppo e spazio per tutti.</p>
<p>Ma non è così. E ciò per tre motivi:</p>
<div class="orderedlist">
<ol class="orderedlist">
<li class="listitem">la fortissima asimmetria nei rapporti di forza e nel numero dei soggetti in gioco;</li>
<li class="listitem">la diversa natura nel dna costitutivo delle specie che partecipano alla partita;</li>
<li class="listitem">la scarsità della risorsa fondamentale, dell’ossigeno al quale tutti aspirano.</li>
</ol>
</div>
<div class="orderedlist">
<ol class="orderedlist">
<li class="listitem">Uno dei luoghi comuni del web 2.0 è il concetto di disintermediazione. Certo, sul piano teorico della libertà d’espressione e della produzione culturale, chi accede alla rete e alla tecnologia vive nel migliore dei mondi possibili. Oggi si può produrre un video o una canzone e sottoporli a una platea globale di miliardi di potenziali spettatori con poche centinaia di euro. Le barriere all’entrata, in questo senso, non esistono più. Ma se ne stanno alzando di nuove, per alcuni versi più insormontabili delle precedenti. Per far parte del nuovo mondo, sia come produttori sia come consumatori, bisogna passare attraverso i cancelli delle piattaforme tecnologiche. E i detentori delle piattaforme tecnologiche sono pochi, ed essenzialmente di quattro tipi:
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">motori di ricerca;</li>
<li class="listitem">compagnie telefoniche e provider di connettività;</li>
<li class="listitem">società titolari dei dispositivi che definiscono l’industria;</li>
<li class="listitem">proprietari dei social network, nuovi luoghi di aggregazione di massa.</li>
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<p>I soggetti sopra elencati svolgono in sostanza le funzioni di organizzare la conoscenza, indirizzare la visibilità – compiti essenziali nell’economia dell’abbondanza – oppure detengono il tubo, i terminali (o entrambi) in cui l’informazione passa. Si tratta di soggetti che naturalmente tendono all’oligopolio. Non foss’altro perché l’efficienza e il valore delle applicazioni, nelle reti sociali, crescono in proporzione diretta al numero di soggetti che le utilizzano e portano le proprie informazioni all’interno del sistema. Dunque più utenti ha una piattaforma, maggiore è il suo valore. Anzi, al di sopra di una certa soglia critica, il cosiddetto punto di inflessione<sup>[<a id="id408260" class="footnote" href="#ftn.id408260">38</a>]</sup>, le piattaforme di rete decollano e tendono a crescere in modo esponenziale. I media e i creatori di conoscenza, specie se si pensa alla coda lunga, sono invece moltissimi. Da quelli <span class="emphasis"><em>mainstream</em></span> all’ultimo blogger, non possono fare a meno delle piattaforme. Motori, provider di connettività e piattaforme hanno bisogno di chi crei contenuti. Più fonti ci sono e per essi meglio è. Ma affinché il potere di intermediazione delle piattaforme sia effettivo, le fonti devono rimanere puntiformi. Ecco il conflitto nel rapporto di simbiosi. Le piattaforme hanno l’interesse a che la moltitudine resti tale, a che nessuno dei produttori di informazione cresca talmente nell’attenzione del pubblico da poter avere la forza contrattuale di suscitare un’attenzione autonoma, che non sia reintermediata dalla tecnologia e dagli algoritmi di ricerca.</p>
<p>Potremmo dire che provider e motori hanno un interesse statutario alla mercificazione della conoscenza, alla sua <span class="emphasis"><em>commoditizzazione</em></span></p>
<p><sup>[<a id="id408280" class="footnote" href="#ftn.id408280">39</a>]</sup>, alla sua fungibilità, non alla sua qualità. Più il sistema è sull’orlo della babele interpretaviva, dell’entropia, del culto del fattoide, situazione in cui per i cittadini è impossibile avere punti di riferimento nella produzione di senso, più il potere di intermediazione di questi soggetti aumenta. In sostanza essi hanno l’interesse a che esista la massa. E più uno dei produttori di conoscenza se ne discosta, più viene percepito come potenziale pericolo in senso biologico. Dunque da rimuovere. Sono ogni giorno numerosi<sup>[<a id="id408296" class="footnote" href="#ftn.id408296">40</a>]</sup> i segnali in questo senso.</p>
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<li class="listitem">La tecnologia è scalabile, la produzione di conoscenza e di senso no. Società telefoniche e motori possono crescere di dimensione in modo virtualmente indefinito. Anzi, più crescono e più sono efficienti. Produrre senso nell’arte, nella cultura, nella musica, nella scienza, nell’informazione, invece è attività <span class="emphasis"><em>labour-intensive</em></span>. Più se ne crea e più costa fatica/tempo. Anche per questo i rapporti di forza non sono equi. In questo ecosistema ci sono soggetti forti, anzi fortissimi, e soggetti per definizione deboli<sup>[<a id="id408333" class="footnote" href="#ftn.id408333">41</a>]</sup>.</li>
<li class="listitem">L’attenzione e la sua principale forma di monetizzazione, la pubblicità, sono una risorsa scarsa. Tutti gli attori del sistema ne hanno bisogno per sopravvivere, non esistendo al momento significativi modelli di business alternativi, se non la monetizzazione derivante dal possesso del tubo, propria delle grandi società telefoniche fisse e mobili, nonché dei provider di connettività internet. Chi, se non il più forte, ha secondo voi le maggiori chance di sopravvivere?</li>
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<p>D’altra parte fila tutto. Portiamo l’analogia di De Biase sulla simbiosi virtuosa nella sostenibilità dell’ecosistema della conoscenza alle sue estreme conseguenze. I sistemi simbiotici sono definiti proprio come luoghi in cui c’è un ospite (un organismo dominante, per esempio un albero) e molti organismi simbionte (per esempio i funghi). O se preferite squali e pesci pilota. Ebbene, motori, grandi società tecnologiche e compagnie telefoniche sono sulla buona strada per divenire squali (se già non lo sono). Tutti gli altri quindi in prospettiva sono pesci pilota, o se preferite funghi, figli di un dio minore ospitati dall’organismo dominante piuttosto che detentori di cittadinanza piena di questo ecosistema. E che cosa crediate facciano gli anticorpi di un organismo dominante quando l’ospite cresce in modo biologicamente pericoloso? La crescita di attenzione e di reputazione tributata a un produttore di conoscenza, per definizione positiva se vista dalla parte dei cittadini che lì trovano senso, oltre un certo limite – il limite oltre il quale esso diviene qualitativamente diverso dalla moltitudine in termini di rapporti di forza – è una minaccia per gli organismi dominanti. Una replicazione cellulare incontrollata. In definitiva un tumore. Da estirpare il prima possibile.</p>
<p>Le straordinarie opportunità dell’economia della conoscenza esistono. Ma che il processo possa compiersi in modo virtuoso e con esiti positivi è tutt’altro che scontato.</p></div>
<div class="sect1" title="Una carta dei diritti dei cittadini digitali">
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<h2 class="title"><a id="id408364"></a>Una carta dei diritti dei cittadini digitali</h2>
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<p>Su questi temi si è sviluppata online in diversi post<sup>[<a id="id408373" class="footnote" href="#ftn.id408373">42</a>]</sup> una conversazione con De Biase. Ai fini di Eretici digitali ci interessa riportare qui due sue affermazioni: <span class="quote">«<span class="quote">Come fa il pubblico attivo a fidarsi delle piattaforme giganti? Non c’è altro motivo per fidarsi che guardare ai fatti</span>»</span>. E ancora: <span class="quote">«<span class="quote">Tutto questo per dire soltanto che: se le piattaforme traggono il loro valore dagli utenti, faranno bene a trattarli bene; se le piattaforme volessero trasformarsi in forme di sfruttamento unilaterale e manipolatorio degli utenti, rischierebbero il valore del loro business</span>»</span>.</p>
<p>Ma guardare ai fatti e aspettare non basta. Perché l’informazione di cui dispongono gli utenti (noi, voi, insomma i funghi rispetto all’albero nell’esempio della simbiosi, o se preferite i pesci pilota rispetto agli squali) è per definizione asimmetrica e imperfetta. Perché aspettare potrebbe voler dire accorgersi troppo tardi che lo sviluppo della rete ha preso una strada che mortifica le sue migliori potenzialità.</p>
<p>Intendiamoci, non pensiamo a una regolamentazione legislativa. Quella genererebbe solo mostri. Non c’è nulla di più ridicolo di un legislatore che cerca di mettere le <span class="emphasis"><em>brache</em></span> alla storia e di imbrigliare fenomeni rapidissimi, che non hanno nulla che fare con confini geografici, e che spesso riguardano soggetti il cui fatturato è maggiore del prodotto interno lordo di alcuni paesi.</p>
<p>Più efficace da questo punto di vista potrebbe essere una Carta dei diritti dei cittadini digitali. Un insieme di principi e regole di base che le grandi piattaforme potrebbero sottoscrivere su base esclusivamente volontaria. Alcune linee fondamentali di auto-governance della rete. A un impegno al rispetto della biodiversità dei soggetti in rete (non solo funghi e alberi, ma anche cespugli, arbusti, fiori). Chi ci sta (provider, social network, motori, compagnie telefoniche) ne darebbe pubblica adesione e avrebbe diritto a esporre sulle proprie pagine il marchio della carta. Gli utenti a quel punto saprebbero subito se quel soggetto sia o meno degno della loro fiducia. E potrebbero decidere in modo davvero informato se scegliere o meno i suoi servizi. L’approccio dovrebbe essere molto pragmatico, e riguardare questioni fondamentali. Vediamo quali.</p>
<div class="sect2" title="I. Trasparenza nei meccanismi di visibilità e di ranking dei motori">
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<h3 class="title"><a id="id408427"></a>I. Trasparenza nei meccanismi di visibilità e di ranking dei motori</h3>
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<p>Oggi non sappiamo nulla – tranne alcuni generalissimi principi – sulle meccaniche in base alle quali i contenuti e i siti sono filtrati, spariscono, salgono o scendono nelle pagine dei risultati dei grandi motori di ricerca. Ed è già accaduto che porzioni di web siano state censurate dai motori sulla base di richieste di governi autoritari, per esempio di quello cinese, come abbiamo visto al capitolo 3. D’altra parte, senza scomodare le dittature, chiunque utilizzi la rete con frequenza avrà avuto esperienza di siti o contenuti che improvvisamente appaiono o spariscono dalle pagine dei motori. A volte sulla base di valutazioni del tutto soggettive che portano ad aggiustamenti negli algoritmi. Se ci fosse concorrenza perfetta, il problema non si porrebbe. Chi si sente penalizzato da un motore potrebbe invitare i propri utenti a usarne un altro.</p>
<p>Ma nel momento in cui Google è non solo lo strumento di gran lunga più utilizzato per esplorare il web, ma è addirittura diventato il quadro epistemologico di riferimento con il quale fette sempre più ampie di cittadini (specie i più giovani) si accostano alla realtà, non è illegittimo sostenere che questo ruolo porta con sé anche delle responsabilità “istituzionali” nei confronti della rete e della società stessa (il punto della visibilità e del page rank verrà trattato più in profondità al prossimo paragrafo).</p>
<p>La risposta di Google e degli altri motori in proposito è sempre stata di non poter essere più trasparenti sui meccanismi di filtraggio, di ranking, di ordinamento e sui cambiamenti a essi apportati per non favorire gli spammer. Sì, insomma, per non lasciare campo libero ai malintenzionati che vogliono inquinare i risultati della ricerca con siti-immondizia. Affermazione irricevibile: accettereste, per esempio, l’imposizione del coprifuoco da parte del Ministero dell’Interno sulla base del fatto che dopo le 22 per strada ci sono un sacco di delinquenti?</p></div>
<div class="sect2" title="II. Impegno all’apertura delle piattaforme pubblicitarie">
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<h3 class="title"><a id="id408452"></a>II. Impegno all’apertura delle piattaforme pubblicitarie</h3>
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<p>Come spiegheremo in dettaglio nel prossimo capitolo, Google oggi attraverso il proprio programma pubblicitario AdWords e dopo l’acquisizione della prima agenzia mondiale, DoubleClick, intermedia oltre la metà di tutta la pubblicità in rete a livello globale. E la formazione del prezzo per gli annunci a performance avviene con un sistema del quale l’investitore non è in condizione di controllare la trasparenza. Il meccanismo generale è quello dell’asta, ma soggetti diversi pagano prezzi diversi per la stessa visibilità. Come e perché questo accada è oggi del tutto opaco. E anche qui non esistono alternative concorrenziali che da sole spingano il sistema verso la trasparenza.</p></div>
<div class="sect2" title="III. Annuncio preventivo di ogni iniziativa riguardante">
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<h3 class="title"><a id="id408463"></a>III. Annuncio preventivo di ogni iniziativa riguardante</h3>
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<div class="sect2" title="la net neutrality">
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<h3 class="title"><a id="id408467"></a>la net neutrality</h3>
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<p>Come torneremo ad approfondire nel sesto capitolo, questo è un punto fondamentale soprattutto per i provider e le compagnie telefoniche. Fino a oggi, mutuando un principio ereditato dalle comunicazioni telefoniche, i provider di connettività sono sempre stati tenuti a dare peso uguale a tutti i pacchetti di dati che corrono nei propri tubi. Si tratti di un messaggio del Presidente della Repubblica alla nazione o della ricetta della crema chantilly, le società che forniscono connettività in rete sono obbligate a trattare le due pagine in maniera analoga. In altre parole non è possibile in alcun modo dare gerarchia al traffico. Si tratta di un principio importante di libertà, visto che, nel momento in cui ci si trovasse a poter definire qualcosa più importante di qualcos’altro, si porrebbe il problema di decidere a chi spetti il potere di stabilirlo. E il dare la precedenza ad alcune informazioni rispetto ad altre, con la crescita della rete e i possibili ingorghi di traffico, è destinato a diventare un tema sempre più spinoso. È dunque essenziale che ogni iniziativa in proposito avvenga in modo trasparente e sia comunicata agli utenti.</p></div>
<div class="sect2" title="IV. Acquisizione dell’assenso degli utenti per ogni uso dei loro dati personali">
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<h3 class="title"><a id="id408474"></a>IV. Acquisizione dell’assenso degli utenti per ogni uso dei loro dati personali</h3>
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<p>Anche se questo tema verrà trattato per esteso nell’ambito del settimo capitolo, vale la pena di accennarne qui alcuni aspetti di rilievo. I dati degli utenti, come sappiamo, sono il nuovo motore delle applicazioni web 2.0. L’espressione <span class="emphasis"><em>Intel Inside</em></span>, contenuta nel manifesto del web 2.0 di Tim O’Reilly<sup>[<a id="id408495" class="footnote" href="#ftn.id408495">43</a>]</sup>, significa che i dati degli utenti sono il vero processore, l’autentico valore del web. In altre parole, più la rete si trasforma in una piattaforma di interazione, più i siti accrescono il loro valore in ragione del numero di utenti che ne adoperano i servizi. Ma le condizioni di utilizzo dei siti, quelle sulle quali clicchiamo dopo una rapida scorsa durante la procedura di registrazione, molto spesso sono generiche e fumose. A volte ci si accorge che le regole con cui vengono trattate le nostre informazioni personali e i nostri contributi vengono cambiate dai gestori in modo unilaterale.</p>
<p>Come se non bastasse, c’è un’ampissima zona grigia. Quanti sanno per esempio che se utilizzano la Google Toolbar, il menu di navigazione di Google da installare nel proprio browser, i loro dati di navigazione (in forma aggregata e anonima, ma comunque i siti che visitano, il tempo di permanenza in rete, le pagine su cui si sono soffermati) vengono quasi certamente comunicati agli investitori pubblicitari?</p>
<p>Chi aderisce alla carta dei diritti digitali dei <span class="emphasis"><em>netizens</em></span> dovrebbe impegnarsi a far sì che nulla di tutto ciò accada senza la possibilità per i cittadini digitali di scegliere, di decidere in modo informato. E comunque dovrebbe sempre lasciar loro in mano la facoltà di premere il bottone <span class="emphasis"><em>clear my data</em></span> o <span class="emphasis"><em>clear my cache</em></span> nel caso vogliano cancellare o riprendere possesso di tutte le informazioni che li riguardano e che abbiano fornito in modo implicito o esplicito.</div>
<div class="sect2" title="V. Collaborazione con i produttori di contenuti nel trovare forme innovative di ridefinizione, tutela e promozione dei diritti sulle opere di ingegno">
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<h3 class="title"><a id="id408538"></a>V. Collaborazione con i produttori di contenuti nel trovare forme innovative di ridefinizione, tutela e promozione dei diritti sulle opere di ingegno</h3>
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<p>Il tema dei diritti d’autore è in completo ribollio, e stanno crescendo nuove forme di tutela come la licenza Creative Commons, che disciplina solo alcuni tipi di utilizzo commerciale, lasciando libertà d’uso a scopo privato<sup>[<a id="id408555" class="footnote" href="#ftn.id408555">44</a>]</sup>. Si tratta di istituti che tengono conto del fatto che viviamo in un’epoca digitale, in cui la condivisione, la fruizione e la riproduzione ad alcune condizioni possono portare valore agli autori. Eppure, troppe piattaforme accettano ancora solo l’on-off, l’acceso/spento. In altre parole, o acconsentiamo a rendere visibili online le nostre opere, o rinunciamo a esistere. Per il singolo non ci sono vie di mezzo (possibilità di specificare modi d’uso permessi o meno, limitazione della presenza dei contenuti nel tempo, regolamentazione geografica). Lo stesso vale per i motori di ricerca. O scegli di esistere, e di conseguenza accetti che di quel che hai scritto, girato, inciso, decida qualcun altro, oppure ti condanni all’invisibilità<sup>[<a id="id408572" class="footnote" href="#ftn.id408572">45</a>]</sup>.</div>
<div class="sect2" title="VI. Apertura delle piattaforme con orientamento al costo">
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<h3 class="title"><a id="id408590"></a>VI. Apertura delle piattaforme con orientamento al costo</h3>
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<p>Un principio giuridico condiviso da numerose authority europee, laddove ci siano infrastrutture essenziali per la libera concorrenza, è la possibilità di accedervi per gli operatori con una fissazione del prezzo che dev’essere orientata al costo. Significa che, se per esempio una telecom dispone di una rete essenziale per gli altri operatori che vogliano fornire ai loro utenti in banda larga, la deve offrire con un prezzo all’ingrosso fissato partendo dal costo, più un ragionevole mark-up. È un criterio che non si applica solo alle comunicazioni, ma – per esempio – anche all’energia. Tutto molto ragionevole, in teoria. In pratica molto spesso, come vedremo in modo più dettagliato quando tratteremo la sesta tesi, non è così.</p></div>
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<div class="sect1" title="Google, paradigma di conoscenza">
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<h2 class="title"><a id="id408600"></a>Google, paradigma di conoscenza</h2>
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<p>Il motore di ricerca è lo strumento principale attraverso il quale la maggior parte degli utenti naviga il web. Il box di ricerca è oramai inserito in quasi tutti i browser, e non poche persone lo utilizzano al posto della barra degli indirizzi per inserire il nome del sito che stanno cercando. Così, anche quando conoscono già la pagina che vogliono visitare, invece di digitare l’indirizzo web per esteso, ne inseriscono il nome nel search box e poi cliccano sul primo dei risultati che appare nella pagina di risposta. A livello globale, da tempo Google detiene la maggioranza assoluta delle quote di mercato delle ricerche su web. Negli Stati Uniti a Google viene accreditata una fetta pari a circa i due terzi di tutte le ricerche effettuate online. Secondo Search engine watch, a marzo 2009 Google ha totalizzato il 64,2% delle ricerche, Yahoo! il 15 e Microsoft il 10,3<sup>[<a id="id408597" class="footnote" href="#ftn.id408597">46</a>]</sup>. In Europa la situazione è ancora più squilibrata a favore della società di Mountain View: già nel 2008 la quota di mercato del motore aveva raggiunto l’80% del totale delle ricerche online<sup>[<a id="id408628" class="footnote" href="#ftn.id408628">47</a>]</sup>. Se poi veniamo all’Italia, la posizione dominante è ancora più evidente: stando ai dati Nielsen Netview di giugno 2009, Google è utilizzato dal 64% degli utenti unici della web search. Ma se si considera che la stessa tecnologia viene utilizzata anche da Virgilio e da Libero, che detengono rispettivamente il 14% e il 7% del mercato, si vede come Google raggiunga in realtà l’85% dell’utenza.</p>
<p>A luglio del 2009 Microsoft e Yahoo! hanno annunciato un accordo sulla ricerca per tentare di contrastare lo strapotere di Google<sup>[<a id="id408648" class="footnote" href="#ftn.id408648">48</a>]</sup>. Secondo l’intesa Yahoo! rinuncerà alla propria tecnologia di ricerca per adottare quella di Microsoft, Bing. L’accordo, sia tecnologico che pubblicitario, sarà operativo verso la metà del 2010 per la parte riguardante il motore, e l’anno successivo per quanto attiene alle inserzioni pubblicitarie. Ma anche con le due quote di mercato sommate, negli Stati Uniti <span class="emphasis"><em>MicroHoo</em></span>, come è stata chiamata l’alleanza, raggiungerà meno del 30% di tutte le ricerche. Ovvero nemmeno la metà di quelle di Google. In Europa la situazione è anche più impari: Microsoft e Yahoo! sommati nel Regno Unito non raggiungono nemmeno il 9% di tutte le ricerche e della pubblicità correlata, con Google all’83%<sup>[<a id="id408668" class="footnote" href="#ftn.id408668">49</a>]</sup>.</p>
<p>La posizione dominante di Google è facilmente desumibile anche analizzando le statistiche di traffico di un qualsiasi sito web. Guardando alla colonna dei referrer, ovvero dei siti dai quali provengono i visitatori, il motore risulta invariabilmente il primo portatore di traffico. Con una quota che per le destinazioni più note del web, come i giornali online, si aggira sul 40%, e che può arrivare al 70% per le destinazioni meno conosciute. Per un piccolo sito, dunque, comparire nell’indice di Google in una buona posizione può fare la differenza tra la vita e la morte. Chi è nella prima pagina in risposta alle parole chiave più cercate da parte degli utenti gode di una rendita di posizione pari a quella di chi dispone di un esercizio commerciale nella piazza più importante della città. Esserci significa esistere, non comparire significa affondare nella massa delle miliardi di possibili destinazioni online.</p></div>
<div class="sect1" title="La ricetta della visibilità">
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<h2 class="title"><a id="id408690"></a>La ricetta della visibilità</h2>
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<p>È comprensibile dunque che le tecniche di marketing per far salire i siti nelle classifiche di Google muovano centinaia di milioni di euro, siano diventate il pane di molte aziende e abbiano dato vita a un corpus di conoscenze racchiuso sotto il termine di Seo (Search engine optimization), ovvero ottimizzazione per i motori di ricerca.</p>
<p>Una branca del web che somiglia alla cabala più che alla scienza: se i principi generali, i criteri con i quali Google stila le classifiche sono infatti noti, la differenza si gioca tutta sui dettagli, molto oscuri e in continuo mutamento. Di certo si sa che il ranking, la visibilità e la posizione in classifica di un sito rispetto a una parola chiave cercata da un utente, viene determinato da Google soprattutto rispetto a un principio: il link. Che diviene così una vera e propria valuta di scambio per il web. Più sono i collegamenti in entrata a un sito, maggiore sarà la sua autorevolezza. Ciò è determinato attraverso due parametri:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">numero di siti che linkano al sito in questione in corrispondenza al termine cercato (più è alto il numero di link in entrata verso un certo sito rispetto ai termini “rigatoni all’amatriciana”, più è facile che la ricetta ospitata da quel sito sia il punto di riferimento della rete sul tema);</li>
<li class="listitem">autorevolezza dei link in entrata (il link di un sito importante vale più di quello del blog della vicina della porta accanto).</li>
</ul>
</div>
<p>Ma oltre a questi principi generali, esistono numerosi altri parametri che possono influenzare la posizione di un sito, quali, per esempio:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">il modo in cui sono costruiti gli indirizzi delle pagine web che lo compongono (se vi ricorrono le parole cercate è più facile che il vostro sito abbia un buon posizionamento);</li>
<li class="listitem">la presenza delle parole chiave nel title (la fascia in testa alla finestra del browser);</li>
<li class="listitem">la presenza delle parole chiave nel titolo, nel sommario e nei paragrafi del testo;</li>
<li class="listitem">la presenza delle parole chiave nei metatag, nelle etichette invisibili all’occhio ma visibili ai motori, che accompagnano il codice della pagina e che ne fanno una descrizione sintetica.</li>
</ul>
</div>
<p>Per quanto numerosi possano essere questi parametri, posto che siano un numero finito, dovrebbe essere possibile con fortuna e abilità ricostruire il cocktail, la formula segreta della visibilità, quasi una magia inversa a quella di un libro di Harry Potter. E invece no. Per due motivi:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">la ricetta del cocktail è in continuo mutamento;</li>
<li class="listitem">qua e là subisce “aggiustatine”, messe a punto che non rispondono a criteri tecnologici ma alla necessità, secondo Google, di migliorare il servizio e di prevenire tentativi di truffa da parte di spammer, siti-immondizia che cercano di approfittare della visibilità derivante dai motori per riempire le proprie pagine di annunci pubblicitari e farci cliccare utenti in buona fede, in cerca di servizi e informazioni.</li>
</ul>
</div>
<p>I tempi e i modi di questi interventi nei criteri di visibilità sono del tutto discrezionali e circondati dalla più totale segretezza. Soltanto di quando in quando se ne viene a conoscere qualcuno, di solito perché un utente si accorge dell’improvvisa sparizione (o al contrario della comparsa) di un sito da una posizione di preminenza nelle pagine dei risultati. È quel che è accaduto, per esempio, un paio di anni fa con la vicenda dei contenuti duplicati. Di punto in bianco alcuni siti hanno visto sparire le proprie pagine dai risultati di Google. Ciò perché il motore ha deciso, a parità di contenuti di due pagine, di privilegiare quella ritenuta originale e di eliminare l’altra facendola finire in fondo ai propri indici. Il punto è: chi e come decide quale sia il contenuto originale e quale quello duplicato? Malgrado in diverse occasioni Google abbia cercato di chiarire come il tutto avvenga a esclusivo fin di bene (ovvero con l’obiettivo di migliorare il servizio agli utenti), in realtà la pratica della penalizzazione legata ai contenuti duplicati continua a sollevare inquietudini per la mancanza di chiarezza con la quale la “sanzione” viene unilateralmente irrogata dal motore<sup>[<a id="id408798" class="footnote" href="#ftn.id408798">50</a>]</sup>. Google è giudice di primo grado, corte d’appello e cassazione. Non c’è modo, per il sito che ritenga di essere stato penalizzato a torto, di far sentire le proprie ragioni davanti a un soggetto terzo. L’unica possibilità è rimettersi alla clemenza della corte, fare autocritica (ricorda qualcosa, vero?) e sottoporre una richiesta di revisione attraverso gli strumenti messi a disposizione dei webmaster da Google stesso, nella speranza di un positivo accoglimento della supplica.</div>
<div class="sect1" title="Google e la censura">
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<h2 class="title"><a id="id408812"></a>Google e la censura</h2>
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<p>In alcuni casi è stato dimostrato come Google<span class="emphasis"><em> filtri</em></span> i risultati dell’algoritmo per renderli più o meno conformi ai propri fini. È accaduto in Cina, dove per compiacere il regime i risultati di alcune ricerche vengono addomesticati. Su Blogoscoped<sup>[<a id="id408830" class="footnote" href="#ftn.id408830">51</a>]</sup> è possibile trovare ancora alcune immagini, realizzate a partire dal 2006, che paragonano i risultati che si ottengono attraverso la versione americana e quella cinese di Google. Cercando il nome del movimento filosofico religioso Falun Gong, posto fuorilegge dalle autorità, si ottengono le versioni di regime sui rischi che l’aderire alla setta comporta, mentre solo l’anno scorso, in occasione delle Olimpiadi a Pechino, è terminato l’oscuramento nei confronti dell’organizzazione Human rights watch, che si batte per il rispetto dei diritti umani. Malgrado Sergey Brin, uno dei fondatori del motore, abbia riconosciuto due anni fa<sup>[<a id="id408845" class="footnote" href="#ftn.id408845">52</a>]</sup> che l’autocensura in Cina messa in atto dalla società sia stata negativa, la pratica continua. Sulla possibilità di chiedere alle autorità cinesi di rimuovere i blocchi imposti alla società per operare nel paese, l’amministratore delegato di Google Eric Schmidt ha dichiarato: <span class="quote">«<span class="quote">Sarebbe arrogante per noi entrare in un paese in cui abbiamo appena iniziato a lavorare e spiegare a quel paese come bisogna comportarsi</span>»</span></p>
<p><sup>[<a id="id408865" class="footnote" href="#ftn.id408865">53</a>]</sup>. Tuttavia oggi, nella maggior parte dei casi, quando una fetta dei risultati è censurata, a fondo pagina appare un avviso in corsivo che almeno lo notifica all’utente: <span class="quote">«<span class="quote">In adempimento a quanto previsto da leggi e regolamenti locali</span>»</span> si legge, <span class="quote">«<span class="quote">alcuni risultati della ricerca non appaiono</span>»</span>.</p>
<p>Esistono diversi sistemi per censurare i risultati di una ricerca online. A volte alcuni url sono rimossi completamente dall’indice. È il caso, per esempio, delle 2,5 milioni di pagine dei notiziari della Bbc: se si testa la ricerca su Google.cn si ottengono zero risultati. Altre volte Google agisce sul ranking, ovvero sul posizionamento in classifica, oppure rimuove tutti i risultati legati a una specifica parola chiave, come accade per una ricerca con i termini “massacri di piazza Tien an men”<sup>[<a id="id408880" class="footnote" href="#ftn.id408880">54</a>]</sup>. Spesso i risultati sono oscurati solo su Google.cn, e dunque sarebbero raggiungibili qualora ricercati attraverso la versione internazionale del motore, Google.com. Ma in questo caso sono le zelanti autorità del paese a completare l’opera, rendendo Google.com irraggiungibile ai 180 milioni di compatrioti che navigano il web<sup>[<a id="id408917" class="footnote" href="#ftn.id408917">55</a>]</sup>. C’è da dire che non è solo Google a comportarsi così: malgrado le reiterate promesse di cambiare registro, anche Yahoo! e Microsoft filtrano i propri risultati per compiacere le autorità.</p>
<p>Abbiamo visto dunque che, su richiesta di un governo non democratico, Google accetta di modificare i risultati naturali del proprio algoritmo. Ma questo non accade solo in Cina. Avviene anche in Europa, per adempiere alle richieste di poteri esecutivi democraticamente eletti come quello francese e quello tedesco<sup>[<a id="id408948" class="footnote" href="#ftn.id408948">56</a>]</sup>. Sia in Francia che in Germania, infatti, esistono prove di siti oscurati da Google su richiesta delle autorità locali. Nella maggior parte dei casi si tratta di siti classificati come neonazisti o pedo-pornografici. Ma quel che interessa qui non è la correttezza o meno della scelta di censurarli, quanto il fatto stesso che ciò possa accadere. In effetti, secondo alcuni osservatori indipendenti, le pagine oscurate da Google in diverse zone geografiche e per diverse motivazioni, ammontano ad alcune centinaia di milioni<sup>[<a id="id408969" class="footnote" href="#ftn.id408969">57</a>]</sup>. Il punto è che la censura digitale è silenziosa, pulita, educata, e scandalizza meno di quella fisica. Come nota Philipp Lenssen, non vedremo nessuno accendere fiammiferi o bruciare libri per le strade. La parcellizzazione del lavoro e le tecnologie rendono possibile – attraverso una combinazione di atti che singolarmente presi non sarebbero disdicevoli – arrivare al risultato di rimuovere dalla memoria di un paese documenti, testi, foto, video, che in alcuni casi possono essere costati il carcere o l’esilio a chi li ha realizzati. E, per la prima volta nella storia, ciò può avvenire senza che vi sia un responsabile fisicamente raggiungibile dalle popolazioni colpite dalla sua condotta, e senza che il suo comportamento sia scrutinabile o comunque posto sotto la giurisdizione di un potere che abbia ottenuto la delega popolare a tutelare leggi e libertà. Basta girare un quarto di vite a Mountain View per far sparire la realtà a Roma o a Singapore. E, ancora più sottilmente, spesso questa condotta non è nemmeno identificabile con certezza.</div>
<div class="sect1" title="L’arbitro invisibile, il grande re-intermediatore">
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<h2 class="title"><a id="id408982"></a>L’arbitro invisibile, il grande re-intermediatore</h2>
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<p>In sostanza è come se il miliardo di cittadini digitali avesse accettato di giocare una partita in cui l’arbitro può far sparire e riapparire pezzi di realtà a suo esclusivo piacimento, con regole che mutano durante il gioco e senza che chi sta in campo se ne possa accorgere. La principale obiezione è che, se così fosse, Google metterebbe a rischio proprio la prima ragione del suo successo, ovvero l’efficacia delle sue risposte, la qualità del servizio. <span class="quote">«<span class="quote">Ricordate che siamo a un solo click dall’estinzione</span>»</span>, dice spesso Schmidt ai propri dipendenti, per sottolineare come sul web sia facile trovare un’alternativa in caso non si sia soddisfatti di un servizio. Ma, a parte il fatto che nei prossimi capitoli dimostreremo come per Google questo non sia più vero da tempo, nel senso che il vantaggio competitivo accumulato rende difficile pensare che nel breve periodo qualcuno possa scalfire il suo predominio, il punto centrale è che gli utenti dovrebbero essere in grado di accorgersene. E abbiamo visto che non sempre questo è facile, soprattutto quando si parla di un ambiente con miliardi di possibili indirizzi/pagine, nel quale la sparizione o il repentino cambio di posizione in classifica possono avvenire secondo una miriade di parametri tutti più o meno oscuri.</p>
<p>Siamo in presenza di un paradosso. Da una parte la rete e il digitale si presentano come una straordinaria occasione di disintermediazione, di maggiore efficienza dei mercati, delle transazioni, delle relazioni, della conoscenza. Dall’altra, il paradigma principe della conoscenza della dimensione digitale è in realtà un grande reintermediatore che segue regole imperscrutabili e non sindacabili per la maggior parte degli utenti. Un ruolo che gli apologeti della rete faticano a vedere. Per averne una dimostrazione basta leggere quanto scrive Jeff Jarvis in <span class="emphasis"><em>What Would Google Do?</em></span>, libro che analizza l’approccio di Google al business, alla cultura, alla società, e giunge alla conclusione che più che un insieme di pratiche aziendali, il motore ha introdotto un modo di pensare che – se esteso ad altri ambiti – può rivoluzionare il modo in cui viviamo.</p>
<p>Uno degli assunti della Googlenomics, l’economia di Google, è che, come scrive Jarvis, gli intermediari sono condannati<sup>[<a id="id409012" class="footnote" href="#ftn.id409012">58</a>]</sup>. Spieghiamolo con le sue parole. <span class="quote">«<span class="quote">A nessuno</span>»</span>, afferma Jarvis, <span class="quote">«<span class="quote">piacciono gli intermediari</span>»</span>. E ancora:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Per tutti gli intermediari l’orologio ticchetta e la questione dell’effettivo valore [che essi portano alle transazioni] è impellente. Ogni volta che Google riesce a realizzare una connessione diretta, il valore di un intermediario cala. Sei un intermediario? Se il web sta danneggiando la tua attività invece di aiutarla, probabilmente sì. Se riesci a rendere il mercato più efficiente, se risolvi i problemi dell’abbondanza, del “rumore” e porti valore, tutto bene. Ma anche in questo caso chiunque può utilizzare internet per tagliarti fuori dal processo (…) Se ti guadagni da vivere dicendo alle persone cosa non possono fare perché tu controlli risorse o relazioni, se operi in un mercato chiuso in cui l’informazione e la scelta sono controllate e il valore è oscuro, allora i tuoi giorni sono contati. Sto parlando a voi venditori di auto, agenzie di pubblicità, burocrati governativi, agenzie assicurative, cacciatori di teste, agenti di viaggio (oh, scusate, sono già quasi estinti), agenti immobiliari.</p></blockquote>
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<p>L’economista Umair Haque, prosegue ancora Jarvis, <span class="quote">«<span class="quote">sulla Harvard Business Review vede uno spostamento da un’economia basata su mercati inefficienti, dove proprietà e controllo sono centralizzati, a un’economia costruita sull’efficienza, dove l’informazione è aperta e il potere risiede vicino alle periferie</span>»</span>. Tutto vero, in teoria. Il problema è che questa nuova economia in realtà non è disintermediata, ma per funzionare su internet ha bisogno di nuovi intermediatori, che racchiudono in sé un potere enorme: Amazon, Google, eBay, le piattaforme che consentono il funzionamento quotidiano della rete. Nulla di male, se non fosse che allora non si tratta di una rivoluzione, ma di una semplice sostituzione: pensionare i vecchi intermediari e rimpiazzarli con intermediari un po’ più efficienti. E a peggiorare la situazione per il cittadino-consumatore c’è il fatto che prima la ricchezza di intermediari consentiva la scelta, oggi la situazione di oligopolio di fatto delle grandi piattaforme non lascia spazio per altre scelte. Google in effetti è un grande reintermediatore di visibilità, che non fa che applicare, in un modo tecnologicamente molto più efficiente di quanto non avvenisse in passato, gli stessi paradigmi di protezione e intermediazione che la rete teoricamente avrebbe dovuto abbattere. Ma questo gli acuti e profetici apologeti sembrano non riuscire a vederlo. Questa semplice e macroscopica constatazione sembra essere al di fuori dello spettro Doppler della loro capacità di analisi.</p>
<p>Né, per l’asimmetria dei rapporti di potere tra consumatori e piattaforme, i primi possono dire di essere in condizione di scegliere (qualora ci fosse un’altra opzione) in modo informato. Vediamo perché.</p></div>
<div class="sect1" title="Predica la trasparenza, pratica l’opacità">
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<h2 class="title"><a id="id409057"></a>Predica la trasparenza, pratica l’opacità</h2>
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<p>Siamo a un altro snodo chiave: la mitopoiesi della rete come luogo diverso dalla vita reale esige che, mentre nel mondo opacità e controllo sono la regola, su internet fiducia, collaborazione, apertura e trasparenza siano elementi fondanti di ogni <span class="emphasis"><em>business model</em></span> vincente. Dal Cluetrain Manifesto<sup>[<a id="id409070" class="footnote" href="#ftn.id409070">59</a>]</sup> in giù, negli ultimi anni lo stereotipo un po’ stucchevole della contrapposizione tra tradizione e innovazione vuole che per definizione i modelli economici vincenti su internet non possano che basarsi sulla fiducia, sulla condivisione delle conoscenze tra soggetti diversi, sul politicamente corretto (il già citato <span class="emphasis"><em>Don’t Be Evil</em></span>, “Non essere maligno”, è il motto originario di Google). Quasi che la virtualità della rete, la scarsa materialità dei bit, la purezza del codice come pensiero magico, la fiducia nelle sorti progressive del web, proteggessero da potere, sopraffazione, sangue e polvere. Insomma dalle pratiche tradizionali del mondo reale.</p>
<p>Questa mistificazione ha origine dall’attribuire una connotazione valoriale positiva a tutto quel che discende dall’incontro tra Open Source, filosofia del codice aperto, e internet. Per comprenderlo è bene fare un passo indietro, e spiegare brevemente cos’è l’Open Source e la sua realizzazione più celebre, Linux. Si tratta di un sistema operativo che equipaggia decine di milioni di computer nel mondo. Un software realizzato per hobby da uno studente universitario finlandese di 22 anni. Un codice basato su una legge che, come tutte le cose geniali, sembra un’ovvietà: <span class="quote">«<span class="quote">Dato un numero sufficiente di occhi, tutti i bachi sono semplici da trovare</span>»</span>. Il padre di quella legge, Linus Torvalds, oggi di anni ne ha 40 e, diversamente da quel che si potrebbe pensare, non passa le giornate nuotando nei dollari provenienti dai diritti d’autore della sua invenzione. Perché Linux, il suo programma, è il più celebre esempio di open source, sorgente aperto: è disponibile liberamente, può essere modificato, redistribuito e rivenduto da uno qualunque dei suoi utilizzatori. E a questo deve la sua fortuna, oltre che le indiscutibili doti di stabilità, affidabilità, sicurezza, che ne hanno fatto un concorrente temibile per Windows di Microsoft.</p>
<p>Nata nei centri di calcolo delle università americane e figlia della più pura etica hacker, dei programmatori capaci di passare settimane insonni per inventare una soluzione elegante a un problema difficile, la filosofia open source ha vissuto la sua definitiva consacrazione grazie a internet: proprio la rete ha fornito in modo rapido ed economico le migliaia e migliaia di occhi necessari in tutto il mondo per adottare su larga scala quest’approccio collaborativo. Obiettivo, migliorare il software ripulendolo dagli errori e aggiungendo nuove funzionalità, per poi rimetterlo in circolazione. Semplici volontari e società commerciali contribuiscono ogni giorno a sviluppare questo processo. Così, in numerosi settori, come le applicazioni dedicate ai server che gestiscono siti web, il codice aperto è oggi spesso superiore ai programmi proprietari. Tanto da essere divenuto un affare anche per colossi dell’informatica come Ibm, Hp, Novell. Il programma base è gratis; installazione, assistenza e servizi aggiuntivi sono a pagamento. Ma il cliente sa di aver scelto una soluzione che garantisce miglioramenti nel tempo, vista la vasta comunità di programmatori che vi lavora, e che non è quell’automobile con il motore sigillato a cui molti assimilano il software venduto sotto copyright.</p>
<p>È dall’idea opposta di <span class="emphasis"><em>copyleft</em></span> che Richard Stallman, ultimo degli hacker del laboratorio di Intelligenza artificiale del Mit, era partito per proteggere i diritti di modificare e redistribuire il <span class="emphasis"><em>free software</em></span>. Stallman, che lasciò il Mit prima di completare il dottorato (ne riceverà in seguito quattro lauree honoris causa) perché non accettava l’obbligo di mantenere segreto il proprio codice, dal 1984 cominciò a lavorare al progetto Gnu (dalla sigla <span class="emphasis"><em>Gnu’s not Unix</em></span>), un sistema operativo Unix compatibile che avrebbe dovuto essere libero. Di lì a poco fondò la Free Software Foundation (Fsf), per assumere sviluppatori ed elaborare un quadro di riferimento legale, che arriverà in seguito con la licenza Gpl. Dal progetto Gnu negli anni nacque una serie di programmi. E fu proprio utilizzando questi strumenti che Torvalds nel ’91 riuscì a creare la tessera mancante per realizzare un vero e proprio sistema operativo, il <span class="emphasis"><em>kernel</em></span> (nucleo) di Linux.</p>
<p>Di quel che oggi conosciamo come Linux, il finlandese – votato in un sondaggio della rivista Time come il 17° personaggio più influente del secolo scorso – è autore per solo il due per cento. Linus oggi vive nell’Oregon con la moglie, tre figlie e un gatto, e lavora per un consorzio open source. È il guru incontrastato della comunità del codice aperto, e padre di Tux, il pinguino simbolo di quel sistema operativo nato 18 anni fa. Ma nella vita quotidiana è schivo, e di norma preferisce non essere coinvolto nelle periodiche querelle legali e ideologiche tra software libero e proprietario. Nel frattempo Linux ha avuto una diffusione globale, ed è stato adottato in numerosi paesi come sistema operativo standard per la pubblica amministrazione, in Europa dalle municipalità di Vienna e Monaco di Baviera, nonché da alcuni ministeri di Danimarca e Francia. La sua diffusione cresce a un ritmo del 46% anno su anno.</p>
<p>Ma non c’è solo Linux: le applicazioni open source sono centinaia<sup>[<a id="id409136" class="footnote" href="#ftn.id409136">60</a>]</sup>, e come sappiamo la filosofia aperta è ormai un movimento di opinione che chiede di ridefinire il diritto d’autore in altri settori, come la musica e il cinema. Da parte sua, Torvalds non ha perso il talento per le ovvietà di genio, e sornione afferma: <span class="emphasis"><em>Software is like sex; it’s better when it’s free</em></span><br />
<sup>[<a id="id409164" class="footnote" href="#ftn.id409164">61</a>]</sup>.</p>
<p>Da open source, approccio collaborativo e capacità di sfruttare la conoscenza diffusa degli utenti della rete discendono alcune delle esperienze più importanti e positive di internet, da Wikipedia<sup>[<a id="id409175" class="footnote" href="#ftn.id409175">62</a>]</sup>, l’enciclopedia aperta, alle licenze Creative Commons per le opere d’ingegno<sup>[<a id="id409197" class="footnote" href="#ftn.id409197">63</a>]</sup>, oltre ad alcuni straordinari modelli economici di successo. L’errore, o meglio la mistificazione, è attribuire a tutte le aziende che utilizzano open source la medesima connotazione valoriale che muoveva i padri del movimento informatico del Free software. Meglio ancora, come spiega con efficacia Ippolita nel citato <span class="emphasis"><em>Luci e ombre di Google</em></span>,</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Free Software (Sofware Libero) e Open Source (Sorgente Aperto) sono sintagmi usati spesso come sinonimi per indicare codici o porzioni di codici informatici; tuttavia, per quanto descrivano oggetti spesso identici, rispecchiano prospettive radicalmente differenti. Free Software è un termine nato agli inizi degli anni Ottanta per iniziativa di Richard Stallman: si riferisce alla libertà dell’utente di usare e migliorare il software (…). L’espressione Open Source, invece, nasce alla fine degli anni Novanta, per iniziativa in particolare di Bruce Perens e Eric S. Raymond, che nel 1998 fondano la <span class="emphasis"><em>Open Source Initiative</em></span> (OSI); si riferisce alla <span class="emphasis"><em>Open Source Definition</em></span>, a sua volta derivata dalle <span class="emphasis"><em>Debian Free Software Guidelines</em></span>, ovvero una serie di 10 punti pratici che definiscono quali criteri legali debba soddisfare una licenza per essere considerata effettivamente libera: o meglio, con il nuovo termine, Open Source.</p></blockquote>
</div>
<p>Google utilizza codice open source, ma le sue applicazioni sono spesso tutt’altro che aperte e trasparenti. Un paradosso di cui si rende conto lo stesso Jarvis, che in un impeto di resipiscenza e con una nota di imbarazzo scrive: <span class="quote">«<span class="quote">Devo riconoscere l’ironia di richiamare alla trasparenza in un libro su Google, che per molti aspetti è più opaca e riservata di Dick Cheney</span>»</span>. Come riconosce lo scrittore, e come più volte hanno potuto provare su di sé anche gli estensori di questo libro,</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>non si può entrare in un ufficio di Google senza firmare un accordo di riservatezza. Google non rivela i dettagli sulla spartizione dei ricavi con i siti che ospitano la sua pubblicità. Rifiuta di elencare pubblicamente tutte le fonti di Google News. Non ci dice di quanti server dispone. Ha scelto di non utilizzare software open source per alcune funzioni, come per la gestione delle proprie macchine, così da mantenere un vantaggio proprietario.</p></blockquote>
</div>
<p>Al contrario la società è molto aperta quando si tratta di giovarsi della conoscenza diffusa dei propri utenti, o di far svolgere loro le funzioni di beta tester. Ancora Jarvis:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Google sviluppa la maggior parte dei propri prodotti in pubblico rilasciando versioni non complete e richiedendo l’aiuto dei propri utenti. In questo senso è insolitamente trasparente, disposta a lavorare alla luce del giorno e a coinvolgere gli utenti nello sviluppo.</p></blockquote>
</div>
<p>Come risolvere questa dicotomia? Per Jarvis non ci sono problemi. <span class="quote">«<span class="quote">Vi suggerisco</span>»</span>, afferma con disarmante semplicità, <span class="quote">«<span class="quote">di seguire l’esempio di Google nello sviluppo dei propri prodotti e di ignorare i suoi silenzi e le sue opacità altrove</span>»</span><br />
<sup>[<a id="id409301" class="footnote" href="#ftn.id409301">64</a>]</sup>.</div>
<div class="sect1" title="Il “free” come modello di business">
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<h2 class="title"><a id="id409308"></a>Il “free” come modello di business</h2>
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<p>Un altro dei luoghi comuni che circolano riguardo alla rete e che vanno demistificati è l’idea che il modello di business <span class="emphasis"><em>tutto-gratis</em></span>, o free, sia figlio dell’epoca di internet. In realtà si tratta di un modello che esiste almeno da quando ci sono i media di massa e che basa i propri ricavi sull’attenzione: la televisione generalista offre programmi e servizi gratuiti in cambio dell’interesse degli spettatori, che poi “affitta” agli inserzionisti pubblicitari. Lo stesso fanno giornali e riviste, che con il prezzo di copertina (quando non si tratta di free press) coprono solo una parte della propria struttura di costi.</p>
<p>Il modello free dunque funziona solo se riesci a detenere una parte significativa dell’attenzione dei tuoi utenti, o del tuo mercato. E mentre viviamo in un mondo digitale, per definizione multi-tasking e stracolmo di messaggi, l’attenzione dei nostri occhi e del nostro cervello è rimasta analogica. Google in questo esplica al meglio la propria funzione di filtro nei confronti dell’economia dell’abbondanza, bombardamento di stimoli e rumore: richiede la nostra attenzione, ma svolge per noi la funzione di setacciare il grano dal loglio, disturbo da messaggi utili, anche se lo fa in modo non trasparente.</p>
<p>Con maggior efficienza rispetto agli operatori del ventesimo secolo, Google è inoltre esso stesso piattaforma pubblicitaria, e dunque monetizza istantaneamente e con grande efficacia, come vedremo meglio nel prossimo capitolo, il modello free.</p>
<p>Da una parte raccoglie l’attenzione e indirizza nove utenti del web su dieci nella loro navigazione, mostra loro cosa è interessante e cosa no; dall’altra ha realizzato una delle più efficaci infrastrutture pubblicitarie siano mai esistite per monetizzare questa attenzione.</p></div>
<div class="sect1" title="Monopolio e posizione dominante">
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<h2 class="title"><a id="id409331"></a>Monopolio e posizione dominante</h2>
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<p>Non c’è dubbio dunque che Google abbia una posizione dominante tra i motori di ricerca e che detenga l’assoluto monopolio della pubblicità cosiddetta a performance o a pagamento per click, tema che approfondiremo tra poco. Il fatto che esista una posizione di monopolio non è tuttavia di per sé sufficiente a determinare una violazione delle normative antitrust. Perché ciò avvenga è necessario che il soggetto dominante abusi della propria posizione, blocchi l’accesso al mercato ad altri concorrenti, sia di fatto un freno all’innovazione del settore.</p>
<p>Di certo da alcuni mesi il dipartimento di Giustizia, cui spetta negli Stati Uniti il compito di far rispettare la legislazione sulla concorrenza, ha cominciato a osservare con attenzione la galassia Google. Come spiega Eric Clemons<sup>[<a id="id409356" class="footnote" href="#ftn.id409356">65</a>]</sup>, economista, esperto di tecnologia e docente alla Wharton School dell’università della Pennsylvania, gli aspetti sotto monitoraggio sono soprattutto tre:</p>
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<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">la posizione dominante nel mercato dei link sponsorizzati. Si tratta degli annunci pubblicitari testuali che appaiono nella pagina dei risultati a fianco delle altre risposte quando, per esempio, inseriamo nel motore una parola chiave come “hotel”. Google ha chiuso il 2008 con oltre l’80% del mercato della ricerca a pagamento. Yahoo è ormai sotto il 15%, Microsoft veleggia attorno al 5%<sup>[<a id="id409385" class="footnote" href="#ftn.id409385">66</a>]</sup>. Google l’anno scorso è stata a un passo dallo stringere un accordo con Yahoo per rilevare anche le ricerche a pagamento del portale. Ma vi ha rinunciato dopo che il dipartimento di Giustizia ha fatto intendere in via informale che il raggiungimento del controllo del 95% del mercato avrebbe fatto scattare un’indagine immediata. L’annuncio che Mountain View gettava la spugna è arrivato da un post di uno dei vicepresidenti, David Drummond, sul blog della società: <span class="quote">«<span class="quote">Naturalmente siamo contrariati dal fatto che quest’accordo non potrà procedere</span>»</span>, ha scritto Drummond il 5 novembre 2008. <span class="quote">«<span class="quote">Ma non lasceremo che la prospettiva di una lunga battaglia legale ci distolga dalla nostra missione principale. Sarebbe come cercare di guidare sulla strada dell’innovazione con il freno a mano tirato</span>»</span><sup>[<a id="id409419" class="footnote" href="#ftn.id409419">67</a>]</sup>;</li>
<li class="listitem">il meccanismo di formazione del prezzo nelle aste per la pubblicità. Qualora il prezzo fosse troppo alto per gli investitori, il danno potrebbe tradursi in un aggravio del costo dei servizi per i consumatori;</li>
<li class="listitem">le barriere all’entrata di nuovi concorrenti non solo nel mercato della ricerca o della pubblicità, ma anche in altri settori.</li>
</ul>
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<p>A questo riguardo, un parametro chiave per dimostrare la violazione di norme antitrust riguarda la cosiddetta “assenza di contestabilità”. Il concetto, elaborato dall’economista William Baumol, richiede che il vantaggio competitivo accumulato nel settore in cui l’impresa è dominante venga utilizzato per sussidiare altre aree in cui la società è presente. Il prezzo in questi settori potrebbe essere tenuto artificialmente basso così da estromettere altri potenziali concorrenti. In questo senso il free, ovvero la gratuità, è la barriera all’entrata più efficace che esista. Quale altra azienda è in grado di competere con un prezzo uguale a zero?</p>
<p>Da Gmail a Docs, da Blogger a Latitude, da Gtalk a Picasa, non esiste oggi servizio gratuito di Google che abbia un conto economico positivo e non sia dunque in qualche modo sussidiato dai ricavi pubblicitari realizzati nelle aree trainanti per la società.</p>
<p>L’apertura formale della partita “Google vs. antitrust” è avvenuta nella primavera di quest’anno con un uno-due su altrettanti fronti apparentemente minori.</p>
<p>Il 29 aprile 2009 il Dipartimento di Giustizia ha deciso di verificare se non ci sia abuso di posizione dominante nel progetto della cosiddetta biblioteca universale. Google Books prevede le realizzazione di un archivio digitale e consultabile online di tutti i libri custoditi nelle maggiori biblioteche americane. L’idea aveva scatenato una querelle legale con gli editori e con i detentori dei diritti, verso i quali all’inizio di quest’anno Google aveva proposto una transazione del valore di 125 milioni di dollari. Una cifra irrisoria per divenire di fatto l’unico detentore dei diritti digitali su quei titoli. Il progetto è famoso non tanto per il volume di denaro messo in movimento ma per la valenza simbolica: l’idea di mettere su supporto digitale e rendere disponibile online i libri di tutte le grandi biblioteche americane e oltre. Ma “disponibile” è qui la parola chiave.</p>
<p>Nel merito il compromesso di ottobre 2008 prevedeva che Google avesse il diritto di mettere online i testi e di ricavarne un guadagno facendo pagare gli utenti per l’accesso a una singola opera oppure attraverso abbonamenti all’intera raccolta o a parti di questa. I ricavi sarebbero stati suddivisi tra autori, editori e motore di ricerca (il 37% era la quota spettante a Google).</p>
<p>Gli oppositori dell’accordo sostengono che Google di fatto realizza un monopolio sugli esauriti e gli <span class="emphasis"><em>orphaned books</em></span>, i libri di cui non è più possibile trovare gli autori o i cui diritti non sono chiaramente normati. E ravvisano in tutto l’accordo il pericolo di una posizione dominante che di fatto chiude il mercato<sup>[<a id="id409497" class="footnote" href="#ftn.id409497">68</a>]</sup>. Il sogno della biblioteca di Alessandria a portata di click con una semplice connessione a internet da qualsiasi angolo del mondo ha una valenza evocativa enorme. Ma di fronte a tale promessa e all’importanza che essa riveste sembra anche corretto chiedersi, come ha fatto Robert Darnton sulla New York Review of Books, se questo dovesse per forza avvenire a prezzo della costituzione di un monopolio di fatto da parte di una società privata. Scrive Darnton<sup>[<a id="id409536" class="footnote" href="#ftn.id409536">69</a>]</sup>:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Google disporrà di quel che può essere chiamato solo con il termine di monopolio. Un monopolio di nuovo genere, non sulle ferrovie o sull’acciaio, ma sull’accesso all’informazione. Google non ha seri concorrenti. Microsoft ha abbandonato il proprio programma di digitalizzazione dei libri alcuni mesi fa e altre imprese come la Open Knowledge Commons (già nota come Open Content Alliance) o l’Internet Archive sono piccole e inefficaci al confronto. Solo Google dispone della ricchezza per digitalizzare su larga scala. E, avendo raggiunto un compromesso con autori ed editori, potrebbe essere in grado di sfruttare il proprio potere finanziario con la protezione di una barriera legale; perché la transazione copre tutti gli autori e gli editori. Nessun altro imprenditore potrà in futuro digitalizzare libri in quel territorio recintato, anche se se lo potesse permettere, perché dovrebbe riaprire le controversie legali sul copyright da capo. Se l’accordo andrà a buon fine, solo Google sarà protetto dall’obbligo del copyright.</p></blockquote>
</div>
<p>Il 4 maggio 2009 è arrivato il secondo segnale. La commissione federale per il Commercio del governo americano ha aperto un’inchiesta sui legami tra Apple e Google<sup>[<a id="id409562" class="footnote" href="#ftn.id409562">70</a>]</sup>. Sotto osservazione le presenze incrociate nei consigli di amministrazione delle società. Le due aziende condividono infatti altrettanti consiglieri: Eric Schmidt, amministratore delegato di Google, siede anche nel board di Apple, come pure Arthur Levinson.</p>
<p>La legge antitrust americana vieta presenze incrociate nel caso di società che competano negli stessi settori, per evitare il rischio di cartelli e di riduzione della concorrenza. Google e Apple operano gomito a gomito in due aree chiave: quella dei telefoni cellulari (iPhone e Android) e quella dei sistemi operativi.</p>
<p>Prima della pronuncia definitiva sulla vicenda, Schmidt ha annunciato ai primi d’agosto 2009 la sua decisione di lasciare il consiglio di amministrazione di Apple, risolvendo dunque la questione a priori<sup>[<a id="id409586" class="footnote" href="#ftn.id409586">71</a>]</sup>.</p>
<p>L’estate 2009 ha aggiunto anche un capitolo tutto italiano alla saga dei rapporti tra Google e le autorità antitrust. L’authority del nostro paese, infatti, nella riunione del 26 agosto ha avviato una istruttoria nei confronti di Google Italia con l’ipotesi di abuso di posizione dominante. L’iniziativa giunge a seguito di un esposto della Fieg, la federazione degli editori di giornali. L’autorità garante della concorrenza e del mercato intende</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>verificare se i comportamenti della società, in considerazione della sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca online, siano idonei a incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria online e a consolidare la sua posizione nella intermediazione di spazi pubblicitari<sup>[<a id="id409619" class="footnote" href="#ftn.id409619">72</a>]</sup>.</p></blockquote>
</div>
<p>Almeno nella prima fase delle indagini, l’attenzione dell’authority presieduta da Antonio Catricalà sembra essersi concentrata soprattutto su Google News, ipotizzando che le testate che vi sono incluse non possano uscirne a meno di non rinunciare alla propria presenza nel motore Google <span class="emphasis"><em>tout court</em></span>. In realtà, come la stessa società si è premurata di spiegare pubblicamente, il meccanismo di esclusione non funziona in questo modo<sup>[<a id="id409649" class="footnote" href="#ftn.id409649">73</a>]</sup>. Si può cessare di far parte di Google News, l’aggregatore che secondo gli editori approfitterebbe dei loro contenuti in modo indebito, senza per questo rinunciare alla visibilità web garantita da Google. Si ha l’impressione, tuttavia, che Google News sia solo il punto di attacco di un’iniziativa che nei prossimi mesi vedrà diversi aspetti dell’attività di Google in Italia finire sotto la lente di ingrandimento dell’authority. La notifica del procedimento negli uffici della Srl italiana che fa capo al marchio globale è stata infatti accompagnata da un’ispezione condotta dalle unità speciali della Guardia di Finanza, che avrebbero acquisito numerosi documenti. Fieg da parte propria non ha finora resa pubblica la versione integrale della denuncia che, secondo alcune indiscrezioni, non si limiterebbe solo a Google News, ma avrebbe in altre presunte violazioni i propri punti di maggior rilievo. La conclusione del procedimento è prevista per la fine del 2010, ed è ragionevole pensare che per allora il dossier si arricchirà di nuovi capitoli.</p>
<p>Comunque vadano a finire questa e le altre iniziative in corso, sembra tuttavia essersi interrotta, almeno in una parte dell’opinione pubblica, delle istituzioni e dei soggetti protagonisti del mercato, la luna di miele che aveva accompagnato i primi dieci anni di vita di Google. Un mutamento di tendenza ritenuto da John Battelle, uno dei massimi esperti di motori di ricerca, un segno del declino della percezione di Google quale leader dell’innovazione, come accadde a Microsoft dieci anni fa: <span class="quote">«<span class="quote">Se c’è una lezione – forse prematura – da trarre da tutto ciò</span>»</span>, afferma Battelle, <span class="quote">«<span class="quote">è che non c’è impresa o coppia di imprese che possa guidare una cultura per più di mezza generazione. Dopo questo lasso di tempo la cultura inizia a non aver più fiducia nelle ragioni delle società, che siano bene o male intenzionate</span>»</span><br />
<sup>[<a id="id409683" class="footnote" href="#ftn.id409683">74</a>]</sup>.</p>
<p>Segui il denaro, dicevamo in apertura di capitolo. Ed è proprio al cuore della questione che ci porterà la prossima tesi. L’ossigeno finanziario del mercato dell’attenzione è la pubblicità. E se c’è chi se ne accaparra troppa, gli altri rischiano di morire per asfissia.</p></div>
<div class="footnotes">
<hr />
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408036" class="para" href="#id408036">35</a>] </sup> Giuseppe Granieri, <span class="emphasis"><em>Umanità accresciuta</em></span>, op. cit.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408081" class="para" href="#id408081">36</a>] </sup> Questa parte del capitolo riprende tesi già pubblicate su Cablogrammi nel feb-braio 2009 <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/02/20/alcune-domande-a-de-biase-e-non-solo-su-simbiosi-e-attenzione/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/02/20/alcune-domande-a-de-biase-e-non-solo-su-simbiosi-e-attenzione/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408108" class="para" href="#id408108">37</a>] </sup> Luca De Biase, “Ecologia dell’attenzione”, Link, Febbraio 2009, ripubblicato an-che all’indirizzo <a class="link" href="http://blog.debiase.com/2009/02/strategia-della-disattenzione.html">http://blog.debiase.com/2009/02/strategia-della-disattenzione.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408260" class="para" href="#id408260">38</a>] </sup> Per gli appassionati di analisi matematica, il punto di inflessione nell’adozione di una tecnologia, di una piattaforma o di un’applicazione è il luogo, nella curva che rappresenta il numero degli utenti nel tempo, in cui assistiamo a un repentino aumento positivo della derivata prima. Il fenomeno è particolarmente comune nella diffusione dei servizi del web 2.0 e nei social network: da YouTube a Flickr, da Twitter a Facebook.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408280" class="para" href="#id408280">39</a>] </sup> Il termine è qui usato non nella sua accezione marxista di alienazione ma in quel-la assegnatagli dalla teoria economica della concorrenza, secondo la definizione di Douglas Rushkoff: <span class="quote">«<span class="quote">process by which goods that have economic value and are distinguishable in terms of attributes (uniqueness or brand) end up becoming simple commodities in the eyes of the market or consumers</span>»</span>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408296" class="para" href="#id408296">40</a>] </sup> Si veda a solo titolo di esempio la causa Sourcetool contro Google (<a class="link" href="http://uk.reuters.com/article/americasRegulatoryNes/idUKN1738748920090217">http://uk.reuters.com/article/americasRegulatoryNes/idUKN1738748920090217</a>) di cui si parlerà in maggiore dettaglio in riferimento alla quinta tesi.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408333" class="para" href="#id408333">41</a>] </sup> Questo, in riferimento ai giornali, è un elemento a favore della loro trasforma-zione da prodotti a piattaforme. Un tema che verrà approfondito in riferimento alla nona tesi.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408373" class="para" href="#id408373">42</a>] </sup> Chi volesse ricostruire l’intero thread può partire da qui: <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/02/19/cittadini-non-funghi-nelleconomia-della-conoscenza/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/02/19/cittadini-non-funghi-nelleconomia-della-conoscenza/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408495" class="para" href="#id408495">43</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.oreillynet.com/pub/a/oreilly/tim/news/2005/09/30/what-is-web-20.html">http://www.oreillynet.com/pub/a/oreilly/tim/news/2005/09/30/what-is-web-20.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408555" class="para" href="#id408555">44</a>] </sup> Il libro che avete tra le mani è disponibile con una licenza Creative Commons 2.5 all’indirizzo <a class="link" href="http://www.ereticidigitali.it">http://www.ereticidigitali.it</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408572" class="para" href="#id408572">45</a>] </sup> Esemplare in questo caso la vicenda che a livello europeo ha contrapposto Goo-gle agli editori di quotidiani per l’adozione del protocollo Acap per l’indicizzazione delle notizie. Se ne può trovare traccia su Journalism.co.uk all’indirizzo <a class="link" href="http://www.journalism.co.uk/2/articles/531181.php">http://www.journalism.co.uk/2/articles/531181.php</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408597" class="para" href="#id408597">46</a>] </sup> Dati Nielsen MegaView Search, mese di marzo 2009, riportati da Search engine watch <a class="link" href="http://blog.searchenginewatch.com/090515-151839">http://blog.searchenginewatch.com/090515-151839</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408628" class="para" href="#id408628">47</a>] </sup> <a class="link" href="http://blog.searchenginewatch.com/080507-103355">http://blog.searchenginewatch.com/080507-103355</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408648" class="para" href="#id408648">48</a>] </sup> Una buona sintesi dei termini dell’intesa sotto forma di domande e risposte è sta-ta scritta da Danny Sullivan (<a class="link" href="http://searchengineland.com/microsoft-yahoo-search-deal-simplified-23299">http://searchengineland.com/microsoft-yahoo-search-deal-simplified-23299</a>).</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408668" class="para" href="#id408668">49</a>] </sup> Tutti i numeri sono stati pubblicati da Paid Content e si possono trovare a quest’indirizzo: <a class="link" href="http://paidcontent.org/article/419-microhoo-euro-view-still-miles-behind-google/">http://paidcontent.org/article/419-microhoo-euro-view-still-miles-behind-google/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408798" class="para" href="#id408798">50</a>] </sup> <a class="link" href="http://googlewebmastercentral.blogspot.com/2008/09/demystifying-duplicate-content-penalty.html">http://googlewebmastercentral.blogspot.com/2008/09/demystifying-duplicate-content-penalty.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408830" class="para" href="#id408830">51</a>] </sup> <a class="link" href="http://blogoscoped.com/censored/">http://blogoscoped.com/censored/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408845" class="para" href="#id408845">52</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.boingboing.net/2007/01/27/google-founder-regre.html">http://www.boingboing.net/2007/01/27/google-founder-regre.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408865" class="para" href="#id408865">53</a>] </sup> <a class="link" href="http://blogoscoped.com/archive/2007-03-02-n19.html">http://blogoscoped.com/archive/2007-03-02-n19.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408880" class="para" href="#id408880">54</a>] </sup> <a class="link" href="http://blogoscoped.com/archive/2007-03-02-n19.html">http://blogoscoped.com/archive/2007-03-02-n19.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408917" class="para" href="#id408917">55</a>] </sup> <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/01/24/i-cittadini-digitali-superano-il-miliardo-italia-al-12%C2%B0-posto/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/01/24/i-cittadini-digitali-superano-il-miliardo-italia-al-12%C2%B0-posto/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408948" class="para" href="#id408948">56</a>] </sup> Vedi ad esempio quanto dimostrato da Ippolita.net in <span class="emphasis"><em>Luci e ombre di Google</em></span>, <a class="link" href="http://ippolita.net/google">http://ippolita.net/google</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408969" class="para" href="#id408969">57</a>] </sup> <a class="link" href="http://blogoscoped.com/archive/2007-03-02-n19.html">http://blogoscoped.com/archive/2007-03-02-n19.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409012" class="para" href="#id409012">58</a>] </sup> “Middlemen are doomed” in <span class="emphasis"><em>What Would Google Do?</em></span>, op. cit., pag. 73 e seguenti.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409070" class="para" href="#id409070">59</a>] </sup> Le celeberrime tesi di Chris Locke, Doc Searls e David Weinberger risalgono al 1999 e iniziano con l’affermazione “I mercati sono conversazioni” (ma non è sta-to così fin dai Fenici?). Il manifesto si propone di ridefinire le regole del business in un mercato aperto e partecipativo. Se ne può trovare una traduzione in italiano a questo indirizzo. <a class="link" href="http://www.mestierediscrivere.com/testi/Tesi.htm">http://www.mestierediscrivere.com/testi/Tesi.htm</a>. A questo indirizzo invece il sito originale: <a class="link" href="http://www.cluetrain.com/">http://www.cluetrain.com/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409136" class="para" href="#id409136">60</a>] </sup> Tra di esse anche OpenOffice.org (<a class="link" href="http://it.openoffice.org/">http://it.openoffice.org/</a>) la suite di programmi per l’ufficio che comprende videoscrittura, fogli di calcolo, database, strumenti per presentazioni, con la quale è stato scritto anche buona parte del libro che ave-te tra le mani.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409164" class="para" href="#id409164">61</a>] </sup> “Il software è come il sesso, è meglio quando è libero”.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409175" class="para" href="#id409175">62</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.wikipedia.org/">http://www.wikipedia.org/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409197" class="para" href="#id409197">63</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.creativecommons.it/">http://www.creativecommons.it/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409301" class="para" href="#id409301">64</a>] </sup> Op. cit., pag. 97 e seguenti.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409356" class="para" href="#id409356">65</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.techcrunch.com/2009/03/01/what-an-antitrust-case-against-google-might-look-like/">http://www.techcrunch.com/2009/03/01/what-an-antitrust-case-against-google-might-look-like/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409385" class="para" href="#id409385">66</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.rimmkaufman.com/rkgblog/2008/03/03/feb-2008-ppc-share/">http://www.rimmkaufman.com/rkgblog/2008/03/03/feb-2008-ppc-share/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409419" class="para" href="#id409419">67</a>] </sup> Come abbiamo visto qualche paragrafo addietro, otto mesi dopo è giunto l’accordo Yahoo!-Microsoft.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409497" class="para" href="#id409497">68</a>] </sup> Per approfondire: qui si può trovare la proposta di transazione <a class="link" href="http://www.googlebooksettlement.com/">http://www.googlebooksettlement.com/</a>. Qui invece il ricorso che ha portato all’apertura dell’indagine antitrust <a class="link" href="http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1387582">http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1387582</a>. Qui infine la posizione ufficiale di Google: <a class="link" href="http://googlepublicpolicy.blogspot.com/2009/04/google-book-search-settlement-will.html">http://googlepublicpolicy.blogspot.com/2009/04/google-book-search-settlement-will.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409536" class="para" href="#id409536">69</a>] </sup> Robert Darnton, “Google and the Future of Books,” in The New York Review of Books, Volume 56, numero 2 – 12 febbraio 2009 <a class="link" href="http://www.nybooks.com/articles/22281">http://www.nybooks.com/articles/22281</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409562" class="para" href="#id409562">70</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.nytimes.com/2009/05/05/technology/companies/05apple.html?_r=1&amp;partner=rss&amp;emc=rss">http://www.nytimes.com/2009/05/05/technology/companies/05apple.html?_r=1&amp;partner=rss&amp;emc=rss</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409586" class="para" href="#id409586">71</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.engadget.com/2009/08/03/googles-eric-schmidt-resigns-from-apple-board-over-conflict-of/">http://www.engadget.com/2009/08/03/googles-eric-schmidt-resigns-from-apple-board-over-conflict-of/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409619" class="para" href="#id409619">72</a>] </sup> Qui il comunicato ufficiale: <a class="link" href="http://www.agcm.it/AGCM_ITA/COSTAMPA/COSTAMPA.NSF/5eae098911a82b5ec125615d003a9cb9/64a9ba3cab90d71bc125761f002ff64e">http://www.agcm.it/AGCM_ITA/COSTAMPA/COSTAMPA.NSF/5eae098911a82b5ec125615d003a9cb9/64a9ba3cab90d71bc125761f002ff64e</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409649" class="para" href="#id409649">73</a>] </sup> “Come funziona davvero l’esclusione delle notizie da Google News?”, <a class="link" href="http://googleitalia.blogspot.com/2009/08/traduciamo-e-ripubblichiamo-qui-un-post.html">http://googleitalia.blogspot.com/2009/08/traduciamo-e-ripubblichiamo-qui-un-post.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409683" class="para" href="#id409683">74</a>] </sup> <a class="link" href="http://battellemedia.com/archives/004911.php">http://battellemedia.com/archives/004911.php</a></div>
</div>
<div class="navfooter">
<hr />
<table border="0" width="100%" summary="Navigation footer">
<tbody>
<tr>
<td align="left"><a accesskey="p" href="http://www.ereticidigitali.it/2009/12/14/terzo-capitolo-lossessione-securitaria-della-politica/">Indietro</a></td>
<td align="center"></td>
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<td align="left" valign="top">L’ossessione securitaria della politica</td>
<td align="center"><a accesskey="h" href="http://www.ereticidigitali.it/2009/11/28/primo-capitolo-dogmi-da-demolire-e-media-in-crisi/">Inizio</a> | <a accesskey="t" href="http://www.ereticidigitali.it/lindice-di-eretici-digitali/">Sommario</a></td>
<td align="right" valign="top">Le piattaforme pubblicitarie sono opache</td>
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		<title>Terzo capitolo L&#8217;ossessione securitaria della politica</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 16:09:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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Indietro














Come si diceva nel primo capitolo, non è questione di ignoranza. L’uguaglianza tra internet e pericolo è stata eretta a sistema molto presto. L’operazione-paura è nata con la rete e la accompagna, vero riflesso di un establishment – sia a livello dei singoli paesi che internazionali – che tende a chiudere la ferita di internet [...]]]></description>
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<hr /></div>
<div class="chapter" title="L’ossessione securitaria della politica">
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<h2 class="title"><a id="id407111"></a></h2>
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<p>Come si diceva nel primo capitolo, non è questione di ignoranza. L’uguaglianza tra internet e pericolo è stata eretta a sistema molto presto. L’operazione-paura è nata con la rete e la accompagna, vero riflesso di un establishment – sia a livello dei singoli paesi che internazionali – che tende a chiudere la ferita di internet in modo conservatore.</p>
<p><span id="more-373"></span>E anche se non mancano esempi di folclore locale meritevole di attenzione, come qualche deputata ex soubrette che ha sposato una campagna di isteria dove si mettono sullo stesso piano l’atto di scaricare un film e l’adescamento di minori, occorre iniziare a ragionare di questo fenomeno in termini geografici più larghi. Non sarà una campagna indignata a farlo sparire, perché si rifà a un complesso molto forte e radicato, a un vero tema della cultura di questi anni: la Paura. A giudicare da come vanno le cose, è più probabile che vincano loro, i censori e i professionisti dell’inquietudine. Ma vanno presi molto sul serio. Perché stanno già vincendo, e perché una rete irregimentata non serve più a nessuno. Tantomeno all’attività di libera espressione e al giornalismo critico. Anzi, la Paura è racconto. Racconto della rete. E del suo rigetto da parte di un intero establishment.</p>
<div class="sect1" title="Cina e Iran">
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<h2 class="title"><a id="id407123"></a>Cina e Iran</h2>
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<p>Il complesso paura-censura avvolge il mondo come la rete Internet. Si fa presto a dire che “noi siamo diversi dai cinesi”. Se si va nel concreto, ci si convince che i cinesi pestano solo più forte sui tasti dello stesso strumento musicale. Ma lo fanno con una loro genialità che domina l’ambiente, ne stabilisce i confini, ne setta gli standard, lavora a una vera e propria cultura del controllo sociale, cui si rifanno, in modo nemmeno così nascosto, anche regimi che pretendono di essere profondamente diversi da quello di Pechino.</p>
<p>Abbiamo accennato all’inizio alla censura cinese. Si dovrà un giorno scrivere – e sarà benemerito chi lo farà, con il necessario e coraggioso lavoro di ricognizione sul campo – la vera storia di questo fenomeno. La storia umana non ha mai visto un tale spiegamento di persone (trentamila secondo alcuni, centomila secondo altre fonti), mezzi, elaborazione tecnologica. Pratiche tecniche quali il <span class="emphasis"><em>filtering</em></span> e l’ispezione dei pacchetti vengono coniugate con la mobilitazione di massa del controllo politico. Si è favoleggiato di un “esercito dei 50 centesimi” composto da blogger retribuiti per scrivere testi favorevoli al regime. Temiamo che non ci sia bisogno di pagarli. Gli osservatori occidentali sono d’accordo nel rilevare la capacità cinese di usare gli stessi cittadini elettronici a fini di delazione e controllo sull’attività degli altri, perlomeno sulla parte visibile della loro azione. Siamo quindi di fronte a una componente tecnologica e a una componente umana del controllo sociale e politico, di cui la censura è solo la parte finale, l’azione repressiva. A monte di tutto sta un complesso di leggi che pone in capo a soggetti sempre diversi dagli utenti la responsabilità di quanto accade. Una sorta di spostamento continuo in direzione della responsabilità oggettiva, in modo che altri, che non sono lo Stato, realizzino una sorta di principio di sussidiarietà della censura e si crei così quel sentimento di autocensura e timore in tutti i passaggi della catena del controllo.</p>
<p>In questo modo le aziende sono ritenute responsabili di quanto si fa attraverso le loro reti, i fornitori di accesso sono tenuti a controllare e denunciare, fino ai casi estremi ma accettati – sia pure con qualche repulsione – dalle grandi aziende americane (Yahoo!) che hanno consegnato alle autorità i dati relativi ai loro utenti che avevano trasgredito e ne hanno permesso l’arresto e la condanna. Si poteva fare diversamente? La risposta delle aziende interessate in questi casi è sempre: “Se fai affari in un paese, devi rispettarne le leggi”. Il che è tristemente vero: tra i “meriti” della vicenda cinese c’è anche l’invenzione della censura come svantaggio competitivo per i concorrenti stranieri dell’industria nazionale. Nei giorni in cui il governo ha promosso – per poi ritornare sui suoi passi nel giugno del 2009 – l’installazione di una “scatola verde” su ogni computer, vero e proprio registratore di tutto ciò che avviene sulla macchina per opera del suo utilizzatore, le pagine di Google sono state infarcite – non a opera dei suoi gestori – di immagini pornografiche perché i media potessero sostenere con cognizione di fatto la necessità di quel dispositivo di controllo. C’è sempre una coincidenza tra questo aspetto “proattivo” del controllo di polizia e campagne media. Si creano di fatto eventi criminali, perché poi si possa procedere alla punizione dei presunti responsabili: da Renzo Tramaglino in poi, così succede.</p>
<p>Non vanno meglio le cose in Iran<sup>[<a id="id407147" class="footnote" href="#ftn.id407147">32</a>]</sup>, dove l’apparato repressivo si compone di leggi, tecnologia, sanzioni. Nelle norme sulla stampa risalenti al 1986 sono state espressamente inserite (nel 2006 e poi nel 2009) integrazioni mirate al web e alla conversazione. I reati di “diffusione dell’ansia nella società” e di vilipendio ai funzionari e dirigenti dello Stato sono così generici da costituire di fatto un divieto ad affrontare l’ambito stesso della politica.</p>
<p>Vi è poi nello Stato iraniano un complesso equilibrio fra diversi organismi che si occupano del controllo dei media e della rete. E in questo ci viene un insegnamento: la polizia degli Ayatollah e dei Talebani ha capito prima di noi che i media appartengono a un solo ambiente e vanno trattati tutti allo stesso modo. Il loro problema – lo hanno sperimentato da vicino – è la capacità di internet di sottrarsi al controllo sull’espressione del pensiero. A mano a mano che si scende lungo la catena della responsabilità, vi è la responsabilizzazione dei fornitori di accesso e dei titolari dei blog, fino al punto che per tenerne uno è necessario chiedere la relativa licenza allo Stato. Nonostante questo clima, che non è mai stato migliore di così, i blog in Iran sono sessantamila: anche se una parte consistente di essi è favorevoli al regime, l’importante è che esista la funzione, non il contenuto.</p>
<p>Su tutti gli altri social media il controllo si esplica attraverso l’uso brutale dell’intercettazione. Persone sono state arrestate dopo che era stato loro mostrato il “log” di una chat (la registrazione di quanto scritto nel dialogo online). Uso brutale che non esclude l’ampio utilizzo di tecnologie di alto livello sia di produzione locale che importate dall’occidente – i giornali americani scrivono di prodotti europei, i giornali europei di aziende americane (tranquilli: nessuno è innocente in questa storia). E – aspetto curioso ma assai interessante – a fronte di un piano di sviluppo per dotare un milione e mezzo di utenti del collegamento a banda larga, il governo ha scelto consapevolmente di rallentare lo sviluppo e di proibirne l’installazione nelle case e negli internet point pubblici. Modernità e freno alla modernità, come in quei cartoni animati dove si cerca di fermare un treno mettendocisi davanti. Tra il polo dello sviluppo e quello del freno oscilla sempre la mentalità dei censori: nei giorni di “Where is My Vote?” fu tentata la strada del blackout, ma si dovette tornare rapidamente indietro: per poter controllare la rete, tutto il traffico è stato centralizzato, cosicché staccare l’“interruttore centrale” ha messo al buio anche aziende ed enti che con la rete devono lavorarci. Una bella contraddizione, anche per noi che siamo pessimisti.</p></div>
<div class="sect1" title="Il modello argentino">
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<h2 class="title"><a id="id407169"></a>Il modello argentino</h2>
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<p>Il lettore si starà chiedendo se questo nostro dilungarci sul tema della censura abbia davvero qualcosa in comune col tema principale del saggio. La digressione, di fatto modesta – arriviamo subito all’Italia – serve a comprendere l’unicità della cultura della repressione e del controllo, e col nostro discorso la relazione è diretta: dove non c’è libera espressione del cittadino elettronico non c’è libertà nemmeno per chi fa giornalismo. Respiriamo la stessa aria. Per cui ripartiamo dall’Argentina. Dall’Argentina di oggi, mica da quella di <span class="emphasis"><em>Garage Olimpo</em></span>.</p>
<p>Nel 2008 Diego Armando Maradona, seguito poi da una serie di altre personalità pubbliche, ha ottenuto dai tribunali del paese che fosse ingiunto a Google di eliminare dai risultati delle ricerche tutti i riferimenti a blog e siti non appartenenti a media ufficiali (quindi perfettamente “reperibili”) che avevano espresso commenti sulla sua persona. L’ordine è stato eseguito con successo.</p>
<p>Ogni volta che una legge che preveda misure repressive per la rete viene varata c’è regolarmente qualcuno che dice: è inapplicabile. Questo atteggiamento è in relazione diretta con quel pregiudizio di separazione e diversità della rete che abbiamo già trattato. C’è l’idea che la rete sia, al fondo, invincibile. E se non fosse pericoloso, ci sarebbe solo da ridere di questo convincimento così ingenuo che, tra l’altro, è una sorta di trionfo dell’elitismo tecnologico. Perché quando chiedi alle persone che lo manifestano come credono di poter eludere i controlli, partono complesse spiegazioni su trucchi ipertecnici da applicare, che certo non sono alla portata della media degli utenti internet. Anche perché i controlli veri sono quelli che non si vedono: come il cosiddetto <span class="emphasis"><em>filtering</em></span>.</div>
<div class="sect1" title="Internet Filtering">
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<h2 class="title"><a id="id407190"></a>Internet Filtering</h2>
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<p>Il sito di Open Net Initiative lo conferma: l’<span class="emphasis"><em>internet filtering</em></span> è la tecnica più diffusa sia tra i paesi totalitari che tra quelli democratici. A volte, nel nostro dibattito domestico, si alzano urla contro l’idea di stabilire filtri e censure, senza accorgersi però che la censura, in Italia c’è già, almeno per quanto riguarda l’<span class="emphasis"><em>internet filtering</em></span>. Esistono liste di siti proibiti e non tutti appartengono all’ambito della pornografia. Cosa assai curiosa, sotto l’aspetto della libertà di navigazione e del diritto alla rete come diritto di poter visionare qualsiasi contenuto e di esprimersi liberamente (salvo poi risponderne personalmente in caso di eventuali condotte penali): se l’italiano adulto e responsabile vuole per esempio giocare su un sito al di fuori di quelli previsti dallo Stato,  non può farlo. I giochi possibili sono quelli autorizzati e gestiti dall’Agenzia dei Monopoli di Stato.</p>
<p>Leggiamo la voce di Wikipedia dedicata all’AAMS, l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, scritta per certo da “mano amica”:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>L’AAMS, avendo constatato l’importanza che il “gioco” ha, al livello sociale, per quanto riguarda l’interazione tra gli individui e la comunicazione tra gli stessi, ha creato una normativa volta ad assicurare a utenti e fruitori dei giochi pubblici la sicurezza dell’apparato tecnologico nonché la regolamentazione dello stesso. AAMS certifica quindi l’affidabilità delle strutture al livello professionale, garantendone la serietà e la legalità. L’utente ha così la certezza di giocare in un “ambiente” controllato dall’organo competente nonché di operare in piena legalità.”</p></blockquote>
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<p>Una definizione migliore del concetto di censura non poteva esser data. Lo Stato si incarica di ciò che è bene per noi, la libertà dell’individuo viene sequestrata in nome della sicurezza. È questo il pilastro culturale e concettuale della censura sul quale ruota il discorso pubblico sulla rete già a partire dagli anni Novanta (che poi la censura si accompagni anche con una bella operazione di protezionismo economico non può certo guastare, in Cina, quando si tratta di favorire i concorrenti cinesi di Google e Yahoo!, e in Italia quando si tratta di aiutare lo Stato biscazziere).</p>
<p>Per la verità l’Italia è in buona compagnia. Se si segue il dibattito sul pacchetto europeo definito “Telecom Package”, si noterà che le misure previste per prevenire i download illegali e qualsiasi attività non prevista dalle norme, che avranno forza di legge e fisseranno le competenze degli stati e quelle dei fornitori di connettività, tendono a creare un quadro di “operazioni consentite” e di controlli correlati che non possono essere effettuati se non attraverso l’uso delle più raffinate tecniche di “ispezioni di pacchetto”.</p>
<p>Nella stessa legge Hadopi contro il fenomeno della pirateria, approvata in Francia e subito invalidata dalla Corte Costituzionale, l’attività repressiva era collegata a una attività di controllo di polizia, che di fatto veniva affidata a una agenzia, pur sempre statale, ma non direttamente abilitata a questo genere di azione. Nel Regno Unito, soprattutto sull’accesso a materiali pornografici, sono state approvate norme che prevedono controlli e sanzioni molto dure.</p>
<p>Tra noi occidentali e la Cina è solo questione di “misure” e di “dosi”. Su questi temi non cessano le denunce da parte delle associazioni che in Italia (dove ricordiamo il ruolo di Alcei e di una figura come quella di Guido Scorza) e all’estero si battono per il diritto all’uso libero e responsabile della rete.</p></div>
<div class="sect1" title="Il reticolo legislativo italiano e il “reato d’opinione”">
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<h2 class="title"><a id="id407230"></a>Il reticolo legislativo italiano e il “reato d’opinione”</h2>
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<p>Nonostante la continua – fin dagli anni Novanta– attività di legiferazione in materia, è come se il bisogno di normare la rete soffrisse in questo paese di una bulimia inesauribile. Fin dagli anni dei governi di centrosinistra, si è discusso di norme che prevedessero il filtraggio dei contenuti. Su questo punto è meglio esser chiari: non c’è nella sinistra italiana un’idea chiara di cosa sia la libertà della rete: per alcuni chi scarica contenuti coperti da diritti è un pirata (magari per la paura di perdere il sostegno di qualche produttore cinematografico), per altri la rete è un potenziale deposito di violenza (come se il problema non fosse nella ricerca di quei contenuti), altri ancora invocano qui e subito la censura. A uno dei più autorevoli fra loro, per fortuna in quel momento all’opposizione, è scappato in un disegno di legge – corretto solo in seguito alle proteste ricevute – un obbligo di registrazione dei blog che è parente molto vicino di quello iraniano.</p>
<p>E gli altri? Le altre forze politiche? Non occorre ricordare ai nostri lettori il capolavoro ideologico compiuto dal senatore D’Alia nel febbraio del 2009, per fortuna corretto a seguito di una forte campagna stampa e dell’impegno di alcuni rappresentanti di entrambi gli schieramenti che in seguito hanno anche fondato un “Intergruppo parlamentare 2.0” che nei primi mesi della sua attività non sembra aver prodotto tuttavia grandi risultati. Il capolavoro insisteva ancora una volta su un principio derivato dal codice penale, quello dell’istigazione a delinquere, per applicarlo alla rete. Abbiamo già ribadito la nostra avversione all’idea che internet sia uno spazio a parte, non normabile e non intangibile, ma applicare l’istigazione a delinquere a forme di espressione umana che attengono al campo delle opinioni e del pensiero, porta fatalmente alla fattispecie del reato d’opinione. Una figura giuridica che con il crescere della vita democratica avrebbe dovuto scomparire, ma che invece assume sempre più forza nel paese.</p>
<p>Nel periodo tra l’approvazione dell’emendamento D’Alia e la sua cancellazione (aprile 2009) c’è stata la grande opportunità di ascoltare le posizioni di singoli rappresentanti politici in materia. E non è stato sorprendente che perfino tra i più avvertiti vi sia l’idea che “vanno repressi i comportamenti proposti”. Nemmeno la Democrazia Cristiana al governo si era sognata di punire chi urlava in piazza “lo Stato borghese si abbatte, non si cambia”, e non certo per collusione con il terrorismo, ma per semplice distinzione giuridica (e di buon senso) che parole e atti sono elementi differenti.</p>
<p>L’Italia è all’avanguardia planetaria della riscoperta del reato d’opinione. Che ha una data molto precisa: l’11 settembre del 2001, punto in cui paura e repressione del pensiero si coniugano nella Guantanamo culturale cui ha voluto soccombere il pensiero politico occidentale – di gran parte dei paesi occidentali – di fronte alla rete. Terrorismo, reclutamenti di Al Qaeda, pedofilia, nazismo e antisemitismo, cannibalismo e via delirando. È stato creato un clima culturale di ricatto e paura nel quale la sola perorazione della libertà di espressione ha provocato, in sedi ufficiali e da parte di parlamentari italiani, l’accusa di complicità con i pedofili. Preveniamo le possibili obiezioni e ci permettiamo di fornire una interpretazione più politica: il personale politico vecchio e nuovo manca della capacità di leggere al di là della trama degli interessi minacciati e di trovare soluzioni che non siano esclusivamente quella del divieto e della punizione.</p></div>
<div class="sect1" title="Alcune domande sulla piaga “pedofilia online”">
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<h2 class="title"><a id="id407252"></a>Alcune domande sulla piaga “pedofilia online”</h2>
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<p>Sotto questo aspetto potrebbe essere utile esaminare il lavoro realizzato dalla Internet Safety Technical Task Force (del dicembre 2008, quindi condotto per conto e in vigenza dell’amministrazione Bush) intitolato <span class="emphasis"><em>Enhancing Child Safety and Online Technologies</em></span> a cura del Dipartimento della Giustizia americano. Primo presupposto dell’analisi è la profonda integrazione della vita giovanile nella rete e quindi l’irreversibile presenza di questa tecnologia nella cultura giovanile. Non ci si limita a questo. Si procede a una descrizione di tipologie di personalità più esposte ai rischi di molestia e bullismo. Si cerca cioè anche sul lato della vita delle persone il punto di debolezza che espone all’attacco.</p>
<p>In questo rapporto americano vi è una ispirazione consapevole e soprattutto serena del problema: nonostante provenga dal centro di potere planetario che ha massimizzato lo sfruttamento della paura a fini politici, permette di trattare la protezione dei minori come il problema prioritario che è, non per l’emergenza di orrore e violenza di cui si parla in Italia.</p>
<p>Con questa stessa consapevolezza, tenendo ben presente la nostra responsabilità di comunicatori e il nostro essere genitori, certo non neghiamo il problema. Ci siamo imbattuti in passato – è dovere dei giornalisti andare a verificare ciò che dicono gli altri – in quel materiale. Ne abbiamo scritto. Si tratta di immagini rivoltanti che destano in chiunque il desiderio di ripristinare immediatamente la giustizia e portare i responsabili alla punizione. Quindi la nostra non è una posizione negazionista, che toglie qualsiasi consistenza alla questione. Ma nessuno oggi amputerebbe un arto solo per un’infezione: è evoluta la chirurgia ed esistono gli antibiotici, così come è evoluta la capacità di comprendere le situazioni più complesse, che sono difficili da capire anche perché ci sfidano sul piano delle emozioni più profonde. Qui “comprendere” ha un diretto rapporto con il racconto pubblico del problema e con le conseguenze umane, sociali e politiche di quel racconto.</p>
<p>Quindi – e sempre senza alcuna intenzione polemica – poniamo domande più che dare certezze: le domande vanno a chi propone quel racconto, alla politica che lo recepisce, ai media che lo ampliano, enfatizzano e diffondono.</p>
<p>Vorremmo chiedere se chi ha promosso tante campagne di stampa, con lo scopo di “tenere alto” nell’agenda della politica il tema della pedopornografia, non si renda conto degli aspetti devastanti della manipolazione che viene messa in atto. Si dà vita a fantasmi che contribuiscono a costruire una cappa di orrore e sospetto, a creare una cultura di paura e sospetto su chiunque e su qualsiasi condotta.</p>
<p>Potrebbe aiutare, per comprendere il problema di cui parliamo, la lettura del romanzo di Antonio Scurati, <span class="emphasis"><em>Il bambino che sognava la fine del mondo</em></span></p>
<p><sup>[<a id="id407301" class="footnote" href="#ftn.id407301">33</a>]</sup>, che racconta il montare di uno scandalo attorno a una scuola materna in una città dell’Italia settentrionale. Ci sono bambini abusati, madri atterrite e certe della violenza subìta dai loro bambini, fino a estorcere la testimonianza chiave.</p>
<p>Le accuse arrivano a colpire sia un ecclesiastico che un docente universitario, per il solo fatto che sul computer di quest’ultimo vengono ritrovati <span class="emphasis"><em>disegni</em></span> (non persone reali) di contenuto pedopornografico. In un crescendo di incubi e talk show, la vicenda arriva al suo climax e si scioglie quando la “superteste”, la mamma di uno dei bambini abusati e accusatori, ammette di aver inventato tutto.</p>
<p>Intanto reputazioni sono state distrutte, un uomo vivrà d’ora in poi sul confine che sta tra depressione e suicidio, un’intera comunità ha vissuto nella nausea prodotta dalla convivenza con emozioni abiette.</p>
<p>Bisogna essere particolarmente disinformati per non riconoscere nella storia di Scurati racconti e vicende dell’Italia di questi anni, inchieste condotte sulle ali del furore invece che su quelle della fattualità, e concluse nel sospetto diffuso come gas asfissiante, nell’impossibilità di provare alcunché.</p>
<p>A questa “realtà” e ai suoi costruttori noi rivolgiamo le nostre domande: cosa significa, per esempio, in ogni intervista alle persone che si occupano del tema, il continuo sottolineare che tra i praticanti di questo ignobile hobby vi siano “persone insospettabili, gente che dovrebbe dirigere il paese, gente di alto livello”? È un’accusa gravissima e generica. Quale ne è il senso? Più volte sono stati indicati come propagatori del male i relatori di un lontano convegno di oltre dieci anni intitolato “Pedofilia e Internet: vecchie ossessioni e nuove crociate”, promosso da Radio Radicale. Tra quei partecipanti vi era uno di noi (Vittorio Zambardino): dovremmo sentirci sotto accusa per essere andati a esporre una nostra idea? E quando quest’opinione proviene addirittura non da un magistrato, ma da un esponente dell’autorità giudiziaria o solo da un suo consulente, che cosa si mira a diffondere? Con quali scopi?</p>
<p>Con psicologia elementare di umili cronisti, chiediamo: non sarebbe bene tacere i sospetti o in alternativa formulare accuse chiare e dirette a precisi responsabili, operazione urgente se gravi reati sono in corso?</p>
<p>Adombrare, insinuare, alludere con sapienza – una attività che quando viene praticata dai giornalisti porta dritto alla condanna per diffamazione – non configura in questo caso (oltre che diffamazione bella e buona, ma dalla quale non ci si può difendere pena una sorta di autoaccusa), una forma di diffusione del sospetto, di creazione di un clima di ansia e allarme? Un semaforo verde per la psicosi, poi, se a sostenere questi argomenti sono psicologi e specialisti.</p>
<p>Si è consapevoli di questo procurato allarme o è solo il generoso slancio di chi lotta contro una piaga sociale gravissima? Ma, soprattutto, è intenzionale questa accusa che rimane sospesa nell’aria e che somiglia molto a un ricatto inviato “a chi sa”?</p>
<p>È questo il modo di comunicare un’emergenza, se emergenza esiste? O forse non siamo invece di fronte a un problema che, anche nella sua consistenza quantitativa, va affrontato con determinazione e fermezza ma non si pone a livelli di piaga di massa? E perché non si distingue tra la vera piaga, statisticamente rilevabile, delle violenze in famiglia e nelle istituzioni, e ciò che avviene on-line? In Italia c’è chi si è inventato le ronde antipedofilia su Second Life, dove ad agire sono avatar, non persone. Pratica discutibile, forse da eliminare dal sistema, ma non dalle immediate conseguenze penali.</p>
<p>Peraltro nessun governo ha mai promosso una indagine <span class="emphasis"><em>indipendente</em></span>, cioè non manipolata da interessi politici e di comunicazione, sulla reale entità del fenomeno “pedofilia in internet”: quantità di materiale, numero di siti, localizzazione della produzione di quelle immagini, volume di traffico, numero di persone coinvolte.</p>
<p>E nessuno ha mai fornito il numero – almeno stando alle indagini concluse – di accertati casi di adescamento: una cosa è che qualche sconsiderato imbecille vada a ricercare le immagini di questa industria odiosa o che qualche turista sessuale si organizzi i propri tour, ma ben diverso è il caso del bambino adescato in casa mentre la madre distratta prepara la cena. Questa differenza non viene <span class="emphasis"><em>mai</em></span> tracciata dagli specialisti nella loro comunicazione pubblica, e per noi anche quest’ultimo problema (di cui si ignorano le dimensioni e il modo in cui viene comunicato) esiste.</p>
<p>A voler essere maligni: in un mondo dove dati e immagini sono manipolabili a piacere, l’informazione su questo tema è davvero tutta “originale”?</p>
<p>E, per finire, non si è in passato (o forse lo si fa ancora?) utilizzato nelle indagini personale “volontario”, in un regime di collaborazione e di reperimento della prova che è assai borderline?</p>
<p>Ci scusiamo di questa sequela di domande. Ma sono domande vere, nel senso che non contengono, al contrario delle campagne cui si riferiscono, né allusioni né intimidazioni.</p>
<p>Sono scritte in piena responsabilità da due persone esperte di questo campo, che non negano in alcun modo l’esistenza di questo e di altri fenomeni criminali esistenti sulla rete e dalla rete veicolati. Il web nero esiste, e contiene questo e altri crimini. Il punto sostenuto qui è di “ecologia dell’informazione”: definire i problemi in modo corretto è già un passo perché vengano altrettanto correttamente raccontati. Agitare emergenze terrificanti, giocare con i fantasmi è fare industria della paura che fa sempre vittime innocenti. E la prima vittima è l’onestà di chi racconta.</p>
<p>Là dove la cultura americana ha visto un’opportunità di crescita e di formazione, noi italiani vediamo il rischio, quasi fosse possibile coltivare il sogno segreto di risvegliarsi una mattina ed essere tornati al passato: non trovare più la rete.</p>
<p>In Italia assistiamo a progetti di legge che parlano di sicurezza per i minori, e che in realtà si occupano di diritti d’autore. Nel “decreto-intercettazioni” – testo profondamente lesivo della libertà di esercizio del mestiere di giornalista – si introduce un articolo che con il pretesto del diritto di rettifica espone il blogger a qualsiasi intimidazione (e su questo c’è stata una significativa manifestazione a Roma il 14 luglio 2009, primo caso di mobilitazione di blogger “nel mondo reale” e sul terreno della politica).</p>
<p>Ma non basta: il reticolo legislativo italiano che, pensando di dare risposta a singoli problemi, si stringe invece attorno al libero uso della rete per creare un’atmosfera avvelenata, serve in modo molto trasparente interessi costituiti. Si veda la costituzione presso la Presidenza del Consiglio del Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale. Al suo interno, se non nella forma della consultazione, non viene prevista in alcuna forma la presenza degli utenti o di componenti culturali che possano mettere in discussione la “definizione” del problema da affrontare – si potrebbe cominciare dal nome stesso, <span class="emphasis"><em>pirateria</em></span>: che cos’è pirateria?). Il comitato e le leggi del reticolo sono l’immagine di un establishment che si protegge con la repressione fondando sulla profonda e mancata comprensione dei fenomeni. Non sono interessati a capire la società digitale. Vogliono cancellarla dal loro orizzonte e da quello degli italiani.</p>
<p>Abbiamo proposto una internet senza regole? Rispondiamo con le parole di Sergio Maistrello, autore con cui concordiamo: “Parto dalla conclusione, perché vorrei che questa fosse più chiara che mai: internet non ha nessun bisogno di nuove leggi. La rete non è un luogo altro: fa parte della nostra vita sociale, che è già ampiamente regolata da norme e sanzioni. Sbaglia, per ignoranza o per malafede, chi definisce internet un far west senza regole. Disperde energie chi si batte per replicare previsioni che già esistono e che potrebbero semplicemente applicate senza ricorrere alla demagogia e senza moltiplicare l’entropia legislativa. Perde un’opportunità di onorare la nostra democrazia chi si intestardisce a sostenere regolamenti destinati per banale evidenza tecnologica a non sortire effetto alcuno, quando non addirittura a far danni”<sup>[<a id="id407438" class="footnote" href="#ftn.id407438">34</a>]</sup>.</div>
<div class="sect1" title="In difesa di Google">
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<h2 class="title"><a id="id407450"></a>In difesa di Google</h2>
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<p>Nel corso del 2008 due iniziative, non collegate e che trattano elementi diversi, hanno colpito Google in Italia. Una è la causa con richiesta di risarcimento miliardario intentata da Mediaset per la diffusione di video su YouTube (sito di proprietà della stessa Google), caso che rientra in una delle delizie di establishment, per cui l’azione dell’azienda privata trova un’eco molto forte nell’azione di governo. L’altra è il cosiddetto “processo Vivi-down”, così chiamato perché al procedimento si è arrivati dopo la denuncia presentata dall’associazione che porta quel nome.</p>
<p>Ricorderete il caso. Un ragazzo, afflitto da sindrome di Down, viene insultato e oltraggiato dai suoi compagni di scuola che, prima riprendono la scena con il cellulare, quindi pubblicano tutto su Google Video. Ne è seguita un’ondata di indignazione, e sarà meglio trascurare la rassegna stampa di ciò che il ceto politico ha saputo inventare in quelle ore. Sta di fatto che quattro dirigenti di Google sono a processo per diffamazione aggravata per la pubblicazione di quel video.</p>
<p>Il principio di giurisprudenza, carico di conseguenze, che qui viene invocato è l’eventuale responsabilità del veicolo del messaggio rispetto al contenuto del messaggio stesso. Per quanto questo saggio addebiti a Google le molte responsabilità che derivano dalla sua opacità nei rapporti economici, riteniamo che questo processo, concluso quando noi saremo già in libreria (commentiamo al buio, quindi), sia centrale per il destino della libertà di espressione attraverso la rete – e sorvoliamo sull’iniziativa della denuncia che scopre un’idea della disabilità e della violenza fondate sul nascondimento e sull’ipocrisia: quel ragazzo dovrebbe essere pubblicamente risarcito per la sua offesa. Il video che ha messo in scena il suo oltraggio ha arricchito la società italiana, perché ci ha resi consapevoli della nostra vergogna e abiezione morale. Censurarlo? Dovrebbe esser trasmesso dal telegiornale in prima serata, come la “Cura Ludovico” raffigurata da Anthony Burgess in <span class="emphasis"><em>Arancia Meccanica</em></span> e poi da Stanley Kubrick nel film omonimo. Ma il ventre di questo paese, quando si trova di fronte alla violenza, sa solo pensare in termini di “imitazione”: i nostri tutori di anime non sono neanche sfiorati dall’idea che la violenza sia anche – come nei videogiochi – neutralizzazione di una violenza interiore che preesiste o che possa essere “esorcizzata” da un’altro spettacolo di violenza.</p>
<p>Ritorniamo al processo a Google: se il giudice avrà deciso per la responsabilità del portale, avrà emesso un’altra sentenza “impossibile da realizzare, ma intanto censuro”. Solo attraverso una modalità di profondo <span class="emphasis"><em>filtering</em></span> censorio sarà possibile, dopo un giudizio del genere, continuare a ospitare i contenuti delle persone. Col risultato che tutti, e non solo i seviziatori di deboli, vedranno inibita la loro facoltà a esprimersi. Se invece il giudice deciderà senza farsi influenzare dalle pulsioni repressive, allora avrà stabilito un principio importante: che chi si esprime sulla rete è il solo responsabile di ciò che fa. Perché è un individuo. La rete presuppone un mondo di liberi e adulti. Cittadini. Chi pensa allo stato etico, mal sopporta internet.</div>
<div class="footnotes">
<hr />
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id407147" class="para" href="#id407147">32</a>] </sup> Per chi voglia approfondire, il sito di Open Net Initiative (ONI) proprio nei gior-ni dei moti di “Where is My Vote?” ha pubblicato un rapporto dettagliato sul controllo della rete e della censura in Iran (<a class="link" href="http://opennet.net/research/profiles/iran">http://opennet.net/research/profiles/iran</a>).</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id407301" class="para" href="#id407301">33</a>] </sup> Antonio Scurati, <span class="emphasis"><em>Il bambino che sognava la fine del mondo</em></span>, Bompiani, Milano 2009.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id407438" class="para" href="#id407438">34</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/11/internet-non-ha-bisogno-di-quelle-leggi">http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/11/internet-non-ha-bisogno-di-quelle-leggi</a></div>
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<div class="navfooter">
<hr />
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<td align="left" valign="top">Internet prima di internet e la mistica dell’innovazione</td>
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		<title>Secondo capitolo Internet prima di internet e la mistica dell’innovazione</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 09:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[il libro]]></category>
		<category><![CDATA[Internet prima]]></category>
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Non accadde che un giorno del 1992 Al Gore, durante la campagna elettorale e poco dopo l’elezione a vice di Bill Clinton alla Casa Bianca, abbia deciso di investire nelle superstrade dell’informazione e la rete “fu”. 
La rete “fu”, e fu un successo solo perché il suo sviluppo di massa era stato preceduto da mezzi, [...]]]></description>
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<p>Non accadde che un giorno del 1992 Al Gore, durante la campagna elettorale e poco dopo l’elezione a vice di Bill Clinton alla Casa Bianca, abbia deciso di investire nelle superstrade dell’informazione e la rete “fu”. <span id="more-329"></span></p>
<p>La rete “fu”, e fu un successo solo perché il suo sviluppo di massa era stato preceduto da mezzi, pratiche e idee che ne resero possibile l’adozione da parte dei grandi numeri. Quando Internet arrivò nel modo in cui la conosciamo erano in molti ad aspettarla, oltre a tutti coloro che già la utilizzavano nella sua forma precedente. Ogni singolarità, ogni salto di paradigma è sempre preparato da ciò che accade prima. La “grande esplosione” fu tale solo per chi non aveva visto i segni del diffondersi di una nuova cultura digitale.</p>
<div class="sect1" title="I mezzi, le pratiche, le idee">
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<h2 class="title"><a id="id404809"></a>I mezzi, le pratiche, le idee</h2>
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<p>In Europa ha avuto qualche fortuna la parola <span class="emphasis"><em>telematica</em></span>, intesa come sostantivo e come aggettivo. Oggi qualcuno la usa ancora. Non i parlanti la lingua inglese, e non a caso, visto che da loro è usato il più utile e meno artificiale termine <span class="emphasis"><em>digital</em></span>, che riassume decisamente meglio tutto ciò che ha a che fare con telecomunicazioni, informatica e reti. Fu Alain Minc, teorico francese della Società dell’informazione, a coniare il termine, in un periodo storico nel quale si andava diffondendo il Minitel francese, presto male imitato in Italia dal Videotel, un accrocchiato servizio dati che non servì mai a molto, se non a dar vita a un frenetico mercato nero dei codici di accesso.</p>
<p>Ripensare al Minitel aiuta quando si legge dei progetti francesi per la rete che vengono spinti con forza anche a livello europeo, progetti dove è ampia la libertà dell’utente ma all’interno di uno spazio delimitato e controllato. Sistemi nei quali “compiere il male” è impossibile perché il male è semplicemente irraggiungibile. Il Minitel era infatti una società ben regolata dall’alto, dove nulla avveniva che non fosse noto e autorizzato dal gestore, cioè dallo Stato. Prima compiuta esperienza di comunicazione elettronica di massa sperimentata al mondo, nel Minitel c’erano le messaggerie e l’orario ferroviario, i documenti presso gli uffici pubblici e forme governate di transazione economica.</p>
<p>Erano punti di incontro, per lo più tematici. Il tutto in un ambiente chiuso, isolato dall’esterno grazie a terminali e a una rete (Transpac) dedicati e non aperti.</p>
<p>Beninteso, era appunto comunicazione elettronica statale, statalista e statalizzata. E controllata dallo Stato. Non mercato, non libera associazione di persone, e tuttavia in quel sistema vi erano forme di mercato e di aggregazione.</p>
<p>L’idea che non si possa fare lo stesso con internet o che qualcuno vi si opponga non può non apparire bizzarra ai responsabili di un paese che ha avuto per primo al mondo la telematica statale di massa e che nel 2009 è andato in prima pagina per la sfortunata legge che creava la Hadopi, l’autorità per la lotta alla pirateria.</p>
<p>Negli stessi anni Ottanta andavano diffondendosi nelle aziende grandi sistemi informatici, che avevano bisogno di un intero piano di edificio, refrigerato d’estate e tenuto a temperatura costante, presidiati da tecnici talvolta in camice bianco, accigliati, severi nel proteggere il loro lavoro come un segreto militare. In quegli ambienti, e nelle università, matura in pochi anni la necessità di permettere alle persone di lavorare insieme anche a distanze geografiche rilevanti.</p>
<p>Quei sistemi-dinosauro disponevano di posta, utile a spedire file di lavoro da una parte all’altra, magari da Roma a Milano e da qui a Shanghai o New York. Come muschio nelle condutture dell’acqua, batteri, infezioni opportunistiche – si dovrebbe indagare su questa natura seconda dei fenomeni umani che crescono con e ai margini della tecnologie della comunicazione – la posta aziendale cominciò a essere usata per messaggi che con il lavoro non avevano niente in comune. Proteste, appelli e soprattutto l’amore.</p>
<p>Una tarda sera, saranno stati i primissimi Novanta, sul pavimento della redazione di un grande quotidiano, una stampante ad aghi impazzita srotolava metri e metri di carta: i tecnici erano ormai andati a casa e quella macchinetta impertinente aveva deciso di stampare tutti i messaggi di posta inviati in giornata. C’era una lettera per la separazione dalla moglie scritta all’avvocato di fiducia, un appello disperato a non esser lasciata, uno scambio un po’ più hot. Era solo carta uscita da una stampante in avaria, ma c’era più vita lì dentro che in un’inchiesta sociologica. La gente cominciava a vivere, seppur abusivamente, “nei” propri strumenti di lavoro. Conosceva un modo nuovo di comunicare, quando ancora il primo sms sarebbe venuto solo alcuni anni dopo.</p></div>
<div class="sect1" title="Grassroots, computer come cellule">
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<h2 class="title"><a id="id404864"></a>Grassroots, computer come cellule</h2>
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<p>Pressoché negli stessi anni in cui prosperava (si fa per dire) il Videotel, il resto del mondo sperimentava i Bbs (Bulletin Board System), per cui la pubblicistica italiana non ha saputo trovare miglior traduzione di “bacheca elettronica” (ma nella pubblicistica italiana il linguaggio usato per descrivere i fenomeni della rete è di rado al di sopra della decenza).</p>
<p>Il Bbs ebbe un’estensione, una ricchezza di incarnazioni: fu “movimento” culturale e sociale, e fu dimensione industriale. Qualcuno non avrà dimenticato la sigla AoL e il nome America on Line: quella “cosa” nacque come un Bbs.</p>
<p>Il Bbs, a livello amatoriale, era un piccolo punto di aggregazione di informazione e persone. C’era chi teneva il computer che ospitava il Bbs in camera da letto, ed era quasi sempre una macchina che oggi farebbe sorridere (i famigerati 8080, i 280, i mitici “cloni taiwanesi”, come si diceva allora). Per collegarsi si utilizzava il telefono e si pagava – dove vigeva, e in Italia vigeva perché il monopolio non perdona – la relativa tariffa urbana, e certo potevi chiamare anche un Bbs di Seattle stando a Milano, al prezzo però di una chiamata intercontinentale dalla Lombardia al Pacifico.</p>
<p>Una volta in collegamento, poteva capitare che il “sysop”, cioè il padrone di casa, cominciasse a chattare con te perché il tuo squillo l’aveva svegliato. C’era la possibilità di frugare nelle aree dove altri avevano scritto o depositato un loro testo. Si poteva chiacchierare con gli altri “soci”, o chiedere aiuto per qualche problema per lo più relativo a computer e linee telefoniche.</p></div>
<div class="sect1" title="Aiuto e condivisione">
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<h2 class="title"><a id="id404889"></a>Aiuto e condivisione</h2>
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<p>Ma si poteva fare anche molto di più. Nella fase intermedia del passaggio tra i Bbs e internet (1991–1993), si scriveva e leggeva molto sulle “liste”: persone accomunate da un interesse o da un problema si radunavano intorno a gruppi di aiuto e di aggregazione tematica. Sulla depressione ve n’era per esempio uno che si chiamava “Walkers in the Dark”, marciatori delle tenebre. Ed erano innumerevoli le liste in cui si scambiavano informazioni sugli effetti collaterali del Prozac, un antidepressivo all’epoca di gran moda.</p>
<p>C’erano Bbs dedicate esclusivamente ai giochi di ruolo: accanto all’euforia del pioniere, si affermava il valore della collaborazione, una solidarietà tra “pari”, in uno scambio educativo con quei mondi cavallereschi e romantici nei quali erano ambientati i primi giochi di ruolo – un altro successo di quegli anni benché fosse del tutto assente la rappresentazione grafica.</p>
<p>La posta era elettronica anche senza web. Le idee viaggiavano lo stesso. I Bbs erano stazioni di posta di un sistema più complesso. Ognuna caricava un po’ di messaggi una volta al giorno o una alla settimana, e quei messaggi entravano in un giro collettivo – i Bbs erano associate in circuiti – per cui, di stazione in stazione, venivano recapitati al destinatario. Scrivevi a un amico che viveva a Buenos Aires, il messaggio passava da Madrid o da Rio, e dopo una decina di giorni la risposta arrivava. Potevi starne certo.</p>
<p>Naturalmente viaggiavano solo caratteri, parole bianche o verdi su fondo nero. Niente audio, niente musica, niente foto o video. Niente disegno grafico e interfaccia html. Quelli sarebbero arrivati con il web, ma il web presumeva internet, anche se i due termini non si sovrappongono<sup>[<a id="id404911" class="footnote" href="#ftn.id404911">16</a>]</sup>.</div>
<div class="sect1" title="L’idea della comunità: l’archetipo di The Well">
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<h2 class="title"><a id="id404922"></a>L’idea della comunità: l’archetipo di The Well</h2>
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<p>I Bbs mettevano in collegamento persone di aree geografiche abbastanza ristrette, e fu quindi comprensibile che si parlasse di “comunità” utilizzando il termine <span class="emphasis"><em>grassroots</em></span>, parola che nella cultura americana fece tema e dibattito. Intorno ai Bbs grassroots – “comunità di base”, e anche in questo caso la lingua italiana non permette una gran traduzione – ruotavano già valori come condivisione, collaborazione, informazione originale e <span class="emphasis"><em>unbiased</em></span>, in opposizione ai media lontani dalla comunità.</p>
<p>È questo l’humus che permette la nascita di una delle esperienze – decisamente grassroots, poi diventata grande – più significative di quel tempo: The Well<sup>[<a id="id404948" class="footnote" href="#ftn.id404948">17</a>]</sup>. Uno snodo importante, forse “lo” snodo per capire una cultura, un modo di pensare, scrivere software, progettare media che oggi è ancora forte e vitale nell’Ovest degli Stati Uniti.</p>
<p>Nata nel 1985 a San Francisco – e questo significa molto – per iniziativa di intellettuali liberi e fuori dall’establishment, The Well (<span class="emphasis"><em>Whole Earth ’Lectronic Link</em></span>) è un Bbs come tanti, ma l’idea che lo governa, più chiaramente di altri e in modo programmatico, è che ognuno porta dentro il sistema la propria soggettività, il proprio contributo, il proprio sapere e lo mette a disposizione di una comunità – alla quale potrà poi rivolgersi per poter prendere “secondo i suoi bisogni” viene da scrivere, e non sarebbe un’affermazione del tutto temeraria.</p>
<p>Perché il fascino di questa cultura, che ha prodotto persone come Steve Jobs e poi più tardi come Sergey Brin sta nel condividere, al fondo dei propri sentimenti, un “comunismo (comunitarismo) delle origini” ingenuo ma sincero. Naturalmente non ha niente a che vedere con le ideologie storiche. Qualcuno, come Sergey Brin, vi è arrivato proprio perché in fuga dal socialismo reale.</p>
<p>Ma il valore specifico di The Well nella storia della cultura digitale è che con questa esperienza prende forma e viene divulgata l’immagine della community come metafora fondativa delle relazioni digitali.</p></div>
<div class="sect1" title="Serendipità e trasgressione, una cultura fondativa">
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<h2 class="title"><a id="id404993"></a>Serendipità e trasgressione, una cultura fondativa</h2>
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<p>The Well esiste ancora oggi, è raggiungibile dal web, e ricorda e descrive con brillantezza la sua articolata struttura per la discussione, l’informazione e la partecipazione, per la quale – dettaglio che ci tornerà utile in seguito – era prevista una quota annuale. Howard Rheingold ne è ancora il nume tutelare, lui che ha coniato il termine <span class="emphasis"><em>Virtual Communities</em></span> e ne ha poi fatto un libro fortunato<sup>[<a id="id405005" class="footnote" href="#ftn.id405005">18</a>]</sup>. Ancora oggi The Well si autodefinisce come “un insieme di città elettroniche sulla rete, abitate da gente di tutto il mondo. Già servizio regionale basato su accesso <span class="emphasis"><em>dial up</em></span> [chiamata da accesso telefonico comune], è da lungo tempo diventato un territorio di suo proprio diritto”.</p>
<p>Un territorio di suo proprio diritto: con la metafora della comunità chiusa nasce l’idea che su questo “territorio” debba vigere un diritto altro, e va da sé che si tratterà di un diritto <span class="emphasis"><em>leggero</em></span> perché qui abita una umanità “migliore”.</p>
<p>The Well era la continuazione della beat generation con altri mezzi, e questo grazie al contributo di autori che produrranno l’immaginario di questi anni. Su tutti Bruce Sterling, in modo molto meno apologetico di Howard Rheingold, con <span class="emphasis"><em>La macchina della realtà</em></span></p>
<p><sup>[<a id="id405049" class="footnote" href="#ftn.id405049">19</a>]</sup>, che insieme agli altri disegna un mondo fantastico e “ideologico”, una cultura dove si mescolano numerose correnti, dai Grateful Dead all’economia del dono. Anarchismo e droghe sintetiche, musica e creatività, visione antiautoritaria e antidogmatica del mondo, e <span class="emphasis"><em>serendipity</em></span><br />
<sup>[<a id="id405077" class="footnote" href="#ftn.id405077">20</a>]</sup>.</p>
<p>La serendipità, la creatività ottenuta attraverso la libera ricerca della mente e dalla virtù di unire i punti. Per fortuna non siamo in Italia, altrimenti il marchio di infamia del ’68 avrebbe già seppellito tutto. Ma invece passa proprio da qui una lunga linea culturale che coincide a Nord (punti cardinali arbitrariamente scelti) con il pensiero di Bruce Sterling e William Gibson e a Sud con “l’opera” di Steve Jobs: far vagare la mente perché sappia poi produrre una grande idea, sognare per fare musica più forte, interrompere gli studi per fare <span class="emphasis"><em>trespassing</em></span> attraverso la cultura e trovare nuove soluzioni. A questo proposito, consigliamo l’ascolto o la lettura della traduzione del discorso tenuto da Steve Jobs ai laureandi dell’università di Stanford nel 2005<sup>[<a id="id405100" class="footnote" href="#ftn.id405100">21</a>]</sup>.</p>
<p>Ecco una sintesi il più possibile fedele di un passo importante del discorso: “Mi ero ritirato da tutti i corsi, ma avevo ancora dei mesi da passare all’università. Seguivo ciò che mi piaceva, non ciò che dovevo seguire secondo il piano di studi. Fu così che portai a termine il corso di calligrafia – a Stanford ogni etichetta, ogni pubblico avviso era scritto a mano in caratteri eleganti. Fu allora che familiarizzai con i font e gli stili della calligrafia. Uno studio che sul momento non mi servì a nulla, ma che in seguito, quando realizzammo il Mac, ci permise di farne il primo computer con font proporzionali eleganti e gradevoli da vedere. E poiché Windows ha copiato il Mac, ora tutti i computer del mondo li hanno potuti avere”.</p>
<p>Si farebbe un grave errore a pensare che l’influenza di questa cultura si sia esaurita: le sue onde stanno ancora bagnando coste e mari lontani e hanno fatto più volte il giro della terra digitale.</p>
<p>Parte integrante di questa atmosfera è la cultura tecnologica americana, la grande cultura “democratica” degli Engelbart e dei Vinton Cerf, rispettivamente inventore del mouse e progettista, con altri, del disegno tecnico originario della rete. È una cultura innamorata della libertà e neutralità della rete intesa come un terreno che nessuno può colonizzare, come un pascolo che tutti hanno il diritto di utilizzare. Un canale stupido che non sindaca il contenuto del pensiero. È una cultura convinta che più tecnologia significhi più risoluzione dei problemi del mondo, e che tuttavia non vede il denaro come sterco del diavolo e ne persegue il guadagno sulla base del merito. Che da questo mondo sia nata la più grande impresa del web che ha già segnato la cultura del nostro tempo, Google, e che sia proprio questo uno dei soggetti più controversi degli sviluppi di cui ci occupiamo non è un caso, ma conferma la “grandezza” del pensiero con il quale si è a contatto.</p>
<p>Il punto più alto di questo movimento può essere indicato nell’Open Source, sul quale torneremo anche nei prossimi capitoli, ovvero la critica dell’economia politica dell’industria tecnologica attraverso il <span class="emphasis"><em>code writing</em></span>: tutti partecipano in modo gratuito alla realizzazione di programmi di funzionamento delle macchine – che siano sistemi operativi o applicativi – contribuendo così in modo efficiente a rompere la presa del monopolio e del dominio commerciale su chi usa l’informatica.</div>
<div class="sect1" title="America on Line e la metafora del portale">
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<h2 class="title"><a id="id405155"></a>America on Line e la metafora del portale</h2>
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<p>L’anno 1983 vede la fondazione a New York della Quantum Computer Services, società destinata a lanciare un servizio chiamato America on Line. Cos’è AoL? Un grande, grandissimo Bbs. In cambio di un canone mensile, fornisce agli utenti il servizio di accesso in tutti gli Stati Uniti, senza più l’obbligo di passare dalla centrale di New York. L’installazione di costosi punti di accesso in tutte le maggiori e medie città americane permette di minimizzare i costi per l’utente – e sul suo successo influirà anche il fatto che le chiamate locali negli Usa erano gratuite, contrariamente a quanto accadeva con la Tut (tariffa urbana a tempo) della Sip e delle maggiori aziende monopolistiche della comunicazione europee. America on Line inventa, ante litteram e ante internet, una cosa che poi impareremo a chiamare “portale”.</p>
<p>È un modello che resiste ancora oggi: quando visitate Yahoo! (per dire dell’esempio al momento più nobile) o Libero, state guardando lo sviluppo ultimo della creatura messa a punto da quegli “antipatici” (odiosi, fin dai primi mesi di vita) di America on Line.</p>
<p>Dentro America on Line, in modo professionale ed esteso, prende piede l’idea che i Bbs debbano offrire contenuti e servizi. E tra questi i giornali, che per la prima volta si trovano a vivere un fenomeno rassicurante ma malsano: diventano “pulsanti”, una voce dell’offerta sul menu di qualcun altro, in cambio di una percentuale dei ricavi. Alcuni servizi di informazione di AoL avevano una tariffazione a parte e aggiuntiva.</p></div>
<div class="sect1" title="Il concetto di walled garden">
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<h2 class="title"><a id="id405173"></a>Il concetto di walled garden</h2>
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<p>Se The Well è l’archetipo più compiuto del modello culturale dei Bbs grassroots, il meglio della sua cultura, America on Line anticipa il modello del <span class="emphasis"><em>walled garden</em></span>. È l’idea del recinto di contenuti e servizi all’interno del quale l’utente, ridotto a consumatore, sceglie, come tra due piatti identici le notizie di un giornale e l’oroscopo della fattucchiera della Louisiana. È il Minitel non statalizzato, e con un minimo di apertura all’esterno. Con le sue pratiche microeconomiche delle metriche finanziarie e non, il portale rappresenta il tentativo di imbrigliare la rete dentro le logiche dei media tradizionali.</p>
<p>Ma il concetto di <span class="emphasis"><em>walled garden</em></span>, dogana dei contenuti, è rimasto intatto fino a oggi e rappresenta il modello consolidato e unico per le grandi aziende di telecomunicazioni e per il ceto politico internazionale, soprattutto europeo. In un mondo che già possiede oltre tre miliardi di telefoni cellulari, sempre più <span class="emphasis"><em>smart</em></span> e ben presto tutti collegati alla rete, di questo si parla: del fatto che il meraviglioso futuro che si prepara per noi nei palazzi delle Telecom del mondo è quello di utenti, non di individui, che non hanno bisogno di “marchi” antichi e consunti come i giornali.</div>
<div class="sect1" title="I grandi Bbs italiani: scuola di formazione">
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<h2 class="title"><a id="id405200"></a>I grandi Bbs italiani: scuola di formazione</h2>
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<p>Non mancarono altri casi di grandi Bbs, sia negli Usa che in Italia: Compuserve negli Usa, poi acquisita da AoL, e i casi italiani di Agorà Telematica, Galactica, McLink e, il successivo Video on Line, fin dall’inizio più simile ad AoL. Le comunità grassroots nostrane, ancora nella fase iniziale del loro sviluppo, si trovarono a fare i conti con l’esplosione del web all’inizio degli anni Novanta e furono travolte dal cambiamento radicale dell’oggetto stesso della loro attività.</p>
<p>Non potendo più essere spazio chiuso di discussione, diventarono stazione di partenza per la rete. Si trasformarono in fornitori di accesso di secondo livello ma non ebbero grande fortuna. A loro va però il merito storico che deve essere riconosciuto a tutto il “movimento” Bbs. L’aver formato il pubblico di internet: negli Usa nella misura delle decine di milioni, in Italia delle centinaia di migliaia. Ma una cosa è certa: veniamo tutti da quelle “scuole”.</p>
<p>Il modello portale è tanto radicato quanto “pessimo”, per le ragioni sovracitate. Ma segna il primo tentativo commerciale di dare una forma sociale alla presenza del cittadino elettronico. Il tentativo di dargli una città. Cittadino che, a questo stadio dello sviluppo, è disarmato. Può solo protestare, inveire, argomentare. Non è un caso che molti imprenditori, in questa piega del tempo che va dal 1992 al 1997<sup>[<a id="id405212" class="footnote" href="#ftn.id405212">22</a>]</sup>, cadano in un clamoroso quanto inevitabile equivoco, scambiando una piattaforma per un “mezzo”, una forma per un contenuto, un modello di relazioni per un circuito distributivo. Non c’è significativo gruppo editoriale al mondo che abbia resistito all’idea di crearsi il proprio portale, costruito in tutta fretta come un’altra testata per coprire una piazza scoperta. Che, tranne poche eccezioni, non abbia funzionato è il minimo che potesse accadere: anche nella vita il tradimento non funziona mai. Non era questione di un’altra testata. Era semmai questione di porsi come <span class="emphasis"><em>gatekeeper</em></span> dell’informazione, caselli autostradali dove chiedere il pedaggio – non necessariamente in denaro – a chi passasse. Ma in ogni caso le dimensioni del gioco, e soprattutto il suo contenuto, non erano cultura nativa dei gruppi editoriali. La rete non abitava qui.</div>
<div class="sect1" title="La tentazione sempre risorgente del doganiere e la fine del web 1.0">
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<h2 class="title"><a id="id405220"></a>La tentazione sempre risorgente del doganiere e la fine del web 1.0</h2>
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<p>Ricapitoliamo: con l’introduzione del concetto di portale si realizza il primo caso di forma ideologica del media. Il portale è l’idea di un mezzo supergeneralista o metageneralista: al suo interno i giornali si riducono a “pulsanti”, alla pari di altri fornitori di contenuto. Nella mente delle società di telecomunicazione nasce l’idea, mai davvero scomparsa, che nella rete vince chi tiene le chiavi dell’accesso e che il <span class="emphasis"><em>gatekeeper</em></span> è anche colui che disegna la forma del mezzo, determinando così il modo e il contenuto dell’informazione, oltre che la sua forma fisica. In questo modello, le professionalità specifiche si riducono a una generica capacità di “produzione del contenuto”, i giornalisti quindi vengono ribattezzati “produttori di contenuto”, gli editori “fornitori di contenuto”. Ma in quegli anni di grande confusione “contenuto” era anche vendere camicie o un viaggio.</p>
<p>E va sottolineata ancora una volta questa tendenza all’annientamento delle professionalità e dei saperi che si manifesta all’interno del modello portale. Non è l’ovvia manifestazione del fenomeno per cui, una volta digitalizzate le conoscenze, ogni elemento di informazione è un oggetto, un mattoncino ricombinabile in un numero “x”, grande a piacere, di contesti e contenuti significanti. No: si tratta di un effetto collaterale della digitalizzazione: lo svuotamento di valore dei mattoni e il trasferimento di quei mattoni sul nome e la funzione del servizio che aggrega. Una tendenza forte, che troverà di qui a poco i suoi fortissimi interpreti.</p>
<p>Lasciamo il web 1.0 agli archivi, dopo aver capito che non fu una sbornia né una perdita di tempo ma una necessaria “curva di apprendimento”, anche divertente per chi lo visse, come per noi. Un periodo nel quale si poteva assistere a business plan credibili come un oroscopo, a banchieri che assistevano contemporaneamente per la quotazione in borsa due società tra loro concorrenti senza neanche vergognarsene un po’, “lotti minimi” di telco un po’ enfiate costituiti da una sola azione del valore di 1.400 euro, a testimonianza non del demerito di chi quell’azienda conduceva, ma della follia di chi parlava di internet sul mercato senza averne nemmeno la più pallida idea.</p>
<p>Gli anni dal 1999 al 2002 furono un periodo di sperimentazione importante, nei quali tutti coloro che in quell’industria hanno lavorato, hanno potuto imparare ciò che <span class="emphasis"><em>non</em></span> andava fatto con il web e si sono preparati a capire ciò che stava maturando nella fucina della rete. Dissolta la nebbia dell’euforia finanziaria, restavano tante <span class="emphasis"><em>fucked companies</em></span> (nome di un famoso sito-archivio di illusioni perdute di quegli anni). Ma la cosa importante è che in quegli anni stava maturando il presupposto che fin dall’inizio era dentro il web. Sono gli anni in cui nasce e si afferma Google. Nasce, e comincia a crescere, il fenomeno che siamo abituati a chiamare web 2.0.</div>
<div class="sect1" title="La cultura-Google">
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<h2 class="title"><a id="id405265"></a>La cultura-Google</h2>
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<p>Prima di Google, i motori di ricerca erano una tecnologia <span class="emphasis"><em>commodity</em></span>, “si compravano”. Con poche centinaia di migliaia di dollari si poteva acquisire una soluzione forte, per esempio quella offerta da Inktomi, società poi acquisita da Yahoo!. Una volta che te lo eri “portato a casa” c’era il problema di “popolarlo”, cioè di dargli la capacità di offrire ricerche che correggessero il caos dei risultati della prima pagina, attraverso una directory fatta a mano, un indice dei siti più importanti. Poteva capitare che si costituissero redazioni di motori di ricerca, con lo scopo di organizzare “cartelle” di informazioni-chiave. La metafora seguiva con fatica la tecnologia: erano non a caso gli anni in cui è stato davvero stampato su carta il volume delle pagine gialle di internet. E la stessa Yahoo! era all’inizio fatta così: un insieme di cartelle, un semplice catalogo dal quale si attingevano i primi risultati attendibili.</p>
<p>Poi fu Google. E tutto il resto non fu più. La capacità di cercare in modo efficiente tra milioni di pagine e di restituire all’utente risultati validi ha cambiato la modalità di esistenza della rete. Gli utenti sono diventati il soggetto che alimenta una macchina della conoscenza che si raffina sempre più. Ma allo stesso tempo si è creata una “abitudine di massa” a cercare attraverso il motore di ricerca. Nel 2007 il New York Times ha giustificato la nascita della sua pagina personalizzata spiegando che era necessario offrire uno spazio di uso e conoscenza a coloro che arrivavano al giornale dalla rete e soprattutto dai motori di ricerca, dai blog, dai social network. Quanti sono? Secondo la stima del giornale quasi la metà dei suoi lettori. E i giornali italiani non sono poi così lontani da questi risultati.</p>
<p>Del resto, il giorno in cui Michael Jackson è morto, Google ha rischiato lo schianto e i suoi responsabili tecnici hanno pensato che si trattasse di un attacco dall’esterno: invece era solo il mondo intero che bussava alla porta del motore con quelle tre parole sulle dita: “Michael Jackson dead”.</p>
<p>È cambiato alla radice il rapporto con l’informazione. È stato capovolto: fino agli anni precedenti il successo di Google, si andava a cercare una notizia alla sua origine o se ne cercava traccia nei portali. Ora semplicemente si cerca la notizia, non il distributore di notizie, e anzi il “mio” distributore di notizie è il motore di ricerca. Il vero schianto della vecchia cultura e della vecchia industria comincia qui, attorno ai primi anni del decennio, con l’affermarsi della cultura-Google, e il contemporaneo fiorire del fenomeno p2p. Il web si pone come luogo di pratiche sempre più squassanti degli assetti costituiti. Di pratiche che sfuggono a tutta la filiera dei controlli dell’establishment.</p>
<p>La cultura-Google è soprattutto una disposizione nei confronti del mondo. Fanno davvero grande fatica insegnanti e giornalisti, medici e uomini dell’establishment a cogliere questo aspetto e collocarlo al posto che gli compete nella loro rappresentazione del mondo. Se il rapporto è con il <span class="emphasis"><em>piece of information</em></span> e non più con il veicolo che lo porta, non è il giornalista a essere delegittimato, sono le funzioni della trasmissione disciplinare del sapere<sup>[<a id="id405297" class="footnote" href="#ftn.id405297">23</a>]</sup> che entrano in crisi in modo non reversibile. Come al giornalista, potrà capitare al medico, a cui un paziente potrebbe contestare la versione edulcorata delle possibilità di sopravvivenza a un certo tipo di cancro. Oh certo, con rischi di fraintendimento e di grave disinformazione, chi lo nega? Ma il problema che abbiamo di fronte è questo, ed è inutile esorcizzarlo in mille modi, perfino relegando la prova di Italiano sui “Social network, internet e new media”, come è accaduto alla maturità delle medie superiori del 2009, nell’ambito delle materie “tecnico-scientifiche”.</p>
<p>Ma quale tecnica? Questa è la vita e la cultura del nostro tempo, una cultura che – come abbiamo visto – proviene dalla controcultura beat degli anni ’60. Che ne ha mantenuto miti, aspirazioni, mitopoiesi positiva e incrollabile fede nel dono e nella condivisione, nella grandiosa mistica dell’innovazione, anche quando è divenuta cultura egemone, quando da Woodstock si è trasformata in Silicon Valley. Anche se in questo passaggio, nella transizione a cultura dominante ha incontrato ed è divenuta potere. Potere economico, potere politico. E dove c’è potere c’è anche conflitto, ci sono lati oscuri della forza. Categorie che questa cultura non era attrezzata ad affrontare e che in essa rimangono a tutt’oggi irrisolte. L’innovazione è forza potente, come vedremo nei prossimi paragrafi. Ma di per se stessa non risolutiva delle vicende umane. Siamo lontani dal mondo di Star Trek, in cui la tecnologia permette di superare i conflitti. Per questo motivo ci vuole ancora la libera opinione, un contropotere di espressione e di pensiero, la cronaca e la critica. In definitiva il giornalismo. Per raccontare e svelare potere e conflitti.</p></div>
<div class="sect1" title="Il web 2.0">
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<h2 class="title"><a id="id405307"></a>Il web 2.0</h2>
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<p>Con il web 2.0 la rete tende ad assumere – staccandosi sempre più dall’idea iniziale di biblioteca – un assetto più simile a quello di un deposito di oggetti che possono comunicare fra loro: parole, immagini ferme e in movimento, suoni. Tutto può comunicare con tutto, ogni oggetto può aderire all’altro. Grazie ai tag, alle parole-marker che vi sono annesse, grazie alla capacità dei motori di ricombinare gli oggetti attingendoli di continuo dal deposito, dalla propria base di dati. Grazie alla sempre maggiore capacità delle macchine di funzionare sulla base di software che permettano loro di comprendere il linguaggio “naturale” degli esseri umani. Se dobbiamo credere agli sviluppi del cosiddetto web semantico, presto vedremo questi oggetti modellarsi sul nostro linguaggio: comprendere il nostro modo di esprimerci e le domande che sapremo rivolger loro e modellare una risposta coerente. Tutto ciò non esisteva ancora dieci anni fa.</p>
<p>La parola internet copre veri e propri “mondi” e culture diverse che ci accompagnano negli ultimi venti anni e che sono molto diversi tra loro. Con una tecnologia chiamata Ajax possiamo oggi trasformare un sito in una piattaforma, con un’esperienza d’uso del tutto simile a quella che abbiamo quando un programma, come per esempio la posta elettronica, gira in locale sul nostro computer. Con l’Xml, un linguaggio di marcatura che separa il contenuto dalla sua rappresentazione grafica, possiamo collazionare intere parti di contenuto da un sito, separare il motore (testi, video, audio, grafica, foto, animazioni) dalla carrozzeria, rendere questi elementi liquidi e far prendere loro la forma del “recipiente” in cui li versiamo. Con altre tecnologie, dette <span class="emphasis"><em>server side include</em></span>, possiamo fare in modo che siti ingoino interi altri siti, come giornali che ne contengano altri o romanzi che contengano altri romanzi. I siti non sono più mondi chiusi, di pura consultazione, ma strumenti di interazione in cui il valore maggiore è portato dall’azione degli utenti, dall’insieme delle relazioni, conoscenze, esperienze, che riversano al loro interno.</p>
<p>Attraverso le Api (interfaccia di programmazione di un’applicazione), il codice che consente ai programmatori di utilizzare i siti come pezzi di software per innestarvi sopra altri siti, altre applicazioni, nasce il mash-up, il mescolamento di diversi siti-parti per creare nuovi oggetti, sintesi di mondi precedenti.</p>
<p>Cosa significa che gli oggetti si aggregano fra loro? Che tutte le notizie che appaiono su un sito di news possono essere riprodotte, senza alcun intervento umano, dentro un altro sito. Che posso vedere e riprodurre sul mio blog tutti gli interventi, fossero pure stati scritti in Papuasia, ma che si riferiscono a una mia affermazione, purché quel mio testo sia stato linkato. Che le foto che ho scattato e le idee che esprimo su un tema politico possono ricombinarsi con quelle di altri in un luogo terzo – che si chiami Flickr o Digg – andando a comporre, come mattoncini di un codice, costruzioni fornite di senso sulla base di una parola chiave. Magari disponendosi automaticamente su una mappa geografica che si aggiorna da sé e mi mostra tutte le persone che in quel momento, nel mondo, stanno vivendo la mia stessa esperienza.</p>
<p>I miei contenuti mi superano, si oggettivano, camminano per la rete e vanno a ricombinarsi, disseminati, dentro contenitori che non riesco a immaginare.</p></div>
<div class="sect1" title="Cosa significa innovazione">
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<h2 class="title"><a id="id405337"></a>Cosa significa innovazione</h2>
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<p>Dunque il web è “vivo”, cresce, scambia le proprie valute, la società vi prospera. È la somma delle conoscenze di chi vive la rete. La macchina, come ha raccontato nel suo video geniale l’antropologo Michael Wesch<sup>[<a id="id405351" class="footnote" href="#ftn.id405351">24</a>]</sup><br />
<span class="emphasis"><em>è</em></span> noi stessi, apprende da noi e cresce di valore alla connessione di ogni nuovo utente. È software che permette aggregazione.</p>
<p>Forse va descritta qui un’altra insufficienza concettuale, la più grande, la più grave. Quella della parola Internet. O della parola rete. È come se parlassimo di “strade” intendendo insieme le mulattiere sterrate dell’Appennino meridionale e le autostrade a otto corsie della California (ma presto dovremmo dire della Cina). È accettabile una simile generalizzazione? No di certo. E allora perché in questo caso si usa? Siamo di fronte a un oggetto che cambia di continuo, mentre le parole restano ferme. Le nostre definizioni non tengono il passo perché abbiamo deificato nella parola “internet” una realtà che non esiste. Ogni volta che dobbiamo spiegarla a persone “non digitali” abbiamo problemi a trovare una metafora per rendere questa caratteristica di esistenza in vita della rete.</p>
<p>Qui saccheggiamo un caro amico, il fisico e matematico Alberto Berretti: “Internet è una rete stupida. Completamente priva di ‘intelligenza’. Il suo unico scopo è trasportare pacchetti di dati (‘datagrammi’) da un punto all’altro della rete, e non è capace di fare bene neanche quello: anzi, non si suppone nemmeno che lo faccia bene, perché il datagramma potrebbe arrivare o potrebbe non arrivare, potrebbe arrivare due volte, e datagrammi spediti in un certo ordine potrebbero arrivare in un altro ordine, e prendendo vie diverse, e tutto ciò non costituirebbe un malfunzionamento, un ‘guasto’, di internet: sarebbe – anzi è – il suo funzionamento quotidiano”.</p>
<p>“Dov’è l’intelligenza? Perché una rete così stupida ha avuto tanto successo? <span class="emphasis"><em>L’intelligenza è tutta sul bordo, su quello che internet unisce: i computer che a essa si collegano</em></span> (il corsivo è nostro). Perché deve essere così, e perché le eventuali alternative (una rete ‘intelligente’) sarebbero fallimentari? Mi correggo, sono state fallimentari, c’è un’esperienza pluridecennale in materia. Ci sono due ottime ragioni, una che guarda verso il basso (cosa c’è ‘sotto’ internet, con che cosa si fa internet) e una che guarda verso l’alto (cosa c’è ‘sopra’ internet, cosa si fa con internet).</p>
<p>“Internet può utilizzare qualsiasi supporto trasmissivo per far passare i suoi datagrammi: astrae completamente da esso (e questa è la prima ragione). I datagrammi possono passare su fibre ottiche, essere trasportati da piccioni viaggiatori, o comunicati in codice da indiani Navajo, non importa: addirittura possiamo inventarci nuovi metodi per trasmettere dati senza che debba cambiare nulla di come funziona l’internet che ci sta sopra. È evidente quanto questa situazione sia vantaggiosa e porti a risparmi