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	<title>Eretici digitali &#187; il libro</title>
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	<description>Dieci tesi. Una proposta di conversazione. Un progetto aperto.</description>
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		<title>Le conclusioni di Eretici digitali</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 17:23:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[il libro]]></category>
		<category><![CDATA[Conclusioni]]></category>
		<category><![CDATA[Eretici digitali il libro]]></category>

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		<description><![CDATA[Proviamo a riassumere in una sola frase il contenuto di questo libro:

il tempo è maturo perché ogni figura sociale dell’ambiente web tradisca i suoi statuti professionali per salvare la rete da nuovi intermediari e dalla perdita del giornalismo come funzione democratica. Magari non va molto bene, ma dà un’idea di un testo complesso, come complessi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Proviamo a riassumere in una sola frase il contenuto di questo libro:<br />
<span id="more-536"></span><br />
il tempo è maturo perché ogni figura sociale dell’ambiente web tradisca i suoi statuti professionali per salvare la rete da nuovi intermediari e dalla perdita del giornalismo come funzione democratica. Magari non va molto bene, ma dà un’idea di un testo complesso, come complessi erano i nostri pensieri prima di cominciare a scriverlo, e come difficile e intessuta di tante ragioni e fenomeni pensiamo sia la realtà.</p>
<p>I mesi passati tra la concezione del libro, la sua scrittura e la sua pubblicazione ci hanno confermato nelle tesi centrali del libro e hanno aggravato il clima nel quale viene distribuito. Vediamo un paio di esempi.</p>
<p>Il primo: abbiamo scritto mentre un lavoro di <span class="emphasis"><em>investigative reporting</em></span> chiamava il potere a rispondere di fatti che nel senso comune di tutte le democrazie sono gravi infrazioni dell’etica pubblica<sup>[<a id="id428386" class="footnote" href="#ftn.id428386">223</a>]</sup> . Ci ritroviamo al centro di una guerra civile di veleni in cui si lavora sull’assunto del mitridatismo. Bruciare ogni ghiandola sensibile dell’organismo sociale, far prevalere l’idea che tutti sono sporchi e nessuno ha il diritto di denunciare i vizi degli altri. A essere ottimisti, una buona scuola per le ingenuità dell’opinione pubblica che si esprime in rete, che invece non sembra averne tratto tutte le conseguenze. Il “racconto” non è mai neutro e neutrale, l’informazione è potere, esercizio del potere, anche quando a farla sono un gruppo di cittadini: e se non si capisce qual è il sangue e la merda che ci sono dentro il sistema, si è condannati a non capirne il reale funzionamento.</p>
<p>Il secondo fatto: con la denuncia della Federazione editori giornali contro Google sul caso Google News, e sullo scontro, di livello internazionale, con gli editori di libri è stata annullato quell’effetto di lontananza, di cannocchiale rovesciato, che si prova sempre quando si tratta di cose che avvengono in America. Ora il ruolo che Google ha dentro il business delle nostre aziende riguarda direttamente noi. È tutto sotto i nostri occhi. Si tratta di un ben regolato conflitto sociale che supera la coppia retorica che ha riassunto tutte le questioni di questo genere negli ultimi quindici anni: Google è il cambiamento, chi si oppone è un retrogrado. Oggi abbiamo sul tavolo il caso concreto di una grande azienda, che rappresenta il grande innovatore di questi lustri, ma della quale la società e i soggetti economici desiderano discutere le “male pratiche” davanti a una autorità fornita di un potere sanzionatorio. La carta bollata è sempre odiosa, ma è pur vero che nulla sarebbe accaduto senza l’intervento dell’Antitrust. Vedremo come andrà a finire.</p>
<p>È come se la realtà si fosse incaricata di dimostrare vere, e forse meno visionarie, alcune tesi di questo libro. Noi con ottimismo vediamo in questi avvenimenti il maturare della condizione “politica” presente in questo saggio. In questi mesi – e sarebbe la terza conferma di ciò che abbiamo detto – sono partiti i piani di ristrutturazione all’interno delle grandi aziende giornalistiche e editoriali – e sappiamo sulla nostra pelle di cosa si tratta. Sul mercato stanno arrivando molti professionisti desiderosi di rigenerare e mettere ancora una volta alla prova la propria professionalità dentro il web. Allo stesso tempo, si moltiplicano le iniziative di giornalismo “dal basso” (che brutta dizione), gruppi per lo più di giovani giornalisti che vogliono cominciare a fare sul serio servendosi del web. Le iniziative sono numerose: molte falliranno, qualcuna riuscirà, altre già cercano appoggio e integrazione nel sistema dei media tradizionali.</p>
<p>Troppo poco e forse troppo tardi. Innovazione con il freno a mano nelle aziende editoriali, che per il momento pensano a tagliare e rinviano a un momento successivo la fase di riorganizzazione digitale, che forse alcune di loro pensano proprio di <span class="emphasis"><em>bypassare</em></span>, ritenendo che il dibattito sui contenuti a pagamento ne abbia mitigato l’urgenza. I nuovi sono timidi, non hanno un percorso di riferimento, e stentano a trovare un modello economicamente valido. I “reduci”, stavamo per scrivere le “vittime” del pogrom generazionale in corso nei giornali italiani, pensano che basti avviare il computer per ritrovare la giovinezza professionale, come se non si trattasse di sposare una mentalità e abitudini professionali abissalmente diverse, come se non si trattasse di cambiare cultura, paese, lingua, di rinnegare madri e padri e affidarsi al nuovo.</p>
<p>Noi abbiamo detto “eresia” perché pensiamo che la rete abbia molto da dare. La rete fragile, coinvolta in questi mesi nella battaglia a tutto campo della politica italiana senza nemmeno capire di che cosa si parli, la rete normata con l’accetta della riduzione al vecchio quadro della responsabilità, come e forse nei peggiori paesi autoritari, la rete, questa larva di libertà economica che ci è rimasta, è ancora il terreno possibile di un grande processo di consapevolezza culturale.</p>
<p>Se sentissimo il bisogno di riepilogarne i punti, significherebbe che questo saggio non funziona, per chi vuole soppesare le tesi una a una c’è l’appendice. Ma i fondamenti dell’eresia sono tutti qui: una rete libera contro la politica normalizzatrice, una cultura che cambia il giornalismo dal di dentro (e crederci ancora dimostra che la fede è davvero temprata nell’acciaio), la rete che fa crescere soggetti nuovi che sparigliano il tavolo e cambiano i termini del discorso. Per il momento l’Italia ha nuovi quotidiani di carta, creature deboli. Ma noi ci speriamo ancora. Rubiamo un buon concetto: <span class="quote">«<span class="quote">Nulla è più forte di una idea il cui tempo sia venuto</span>»</span></p>
<p><sup>[<a id="id428441" class="footnote" href="#ftn.id428441">224</a>]</sup>.</p>
<div class="footnotes">
<hr />
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id428386" class="para" href="#id428386">223</a>] </sup> Ci riferiamo all’inchiesta della Repubblica “Dieci domande a Silvio Berlusconi”, sul metodo della quale abbiamo scritto al capitolo 9.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id428441" class="para" href="#id428441">224</a>] </sup> La frase è di Victor Hugo.</div>
</div>
<div class="navfooter">
<hr />
<table border="0" width="100%" summary="Navigation footer">
<tbody>
<tr>
<td align="left"><a accesskey="p" href="http://www.ereticidigitali.it/2010/03/04/nono-capitolo-il-reboot-del-giornalismo/">Indietro</a></td>
<td align="center"></td>
<td align="right"></td>
</tr>
<tr>
<td align="left" valign="top">Nono capitolo. Il reboot del giornalismo</td>
<td align="center"><a accesskey="h" href="http://www.ereticidigitali.it/2009/11/28/primo-capitolo-dogmi-da-demolire-e-media-in-crisi/">Inizio</a> | <a accesskey="t" href="http://www.ereticidigitali.it/lindice-di-eretici-digitali/">Sommario</a></td>
<td align="right" valign="top"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
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		<item>
		<title>Nono capitolo. Il reboot del giornalismo</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 16:24:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[il libro]]></category>
		<category><![CDATA[Eretici digitali il libro]]></category>
		<category><![CDATA[Il reboot del giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[nono capitolo]]></category>

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		<description><![CDATA[
Abbiamo visto fin dal primo capitolo come alla rete e al giornalismo siano necessarie tre eresie. 
Come abbiamo raccontato spiegando il progetto alla base di questo volume, da una parte c’è un establishment dell’informazione che fa grande fatica a capire che deve cambiare registro, strumenti e metodo nel fare il suo lavoro. Dall’altra c’è la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="chapter" title="Il reboot del giornalismo">
<p>Abbiamo visto fin dal primo capitolo come alla rete e al giornalismo siano necessarie tre eresie. <span id="more-508"></span></p>
<p>Come abbiamo raccontato spiegando il progetto alla base di questo volume, da una parte c’è un establishment dell’informazione che fa grande fatica a capire che deve cambiare registro, strumenti e metodo nel fare il suo lavoro. Dall’altra c’è la difficoltà di chi invece è nativo della rete nel comprendere i conflitti e le asimmetrie che si stanno formando dentro la rete, con rendite nuove e già molto forti. Sullo sfondo c’è la politica, che non capisce o fa finta di non capire, e che quando interviene sui temi della rete o dell’informazione lo fa in modo censorio e comunque poco tutelante della pluralità e delle libertà. Oppure si appropria dei meccanismo della rete in favore della demagogia e dell’ascesa di nuovi tribuni. Su tutto ci sono le piattaforme, ovvero i nuovi mediatori del potere economico in rete.</p>
<p>Se queste parallele continuano a non intersecarsi è difficile produrre cambiamento. Il loro incontro, secondo noi, è possibile soltanto attraverso l’eresia<sup>[<a id="id417815" class="footnote" href="#ftn.id417815">136</a>]</sup>. In primo luogo dei giornalisti, chiamati a rimettersi in gioco e ad abbandonare rassicuranti e morenti rendite di posizione. Il contenuto, il giornalismo come insieme di criteri del mestiere e di rigore professionale, di capacità di racconto dei meccanismi del potere, va rimesso al centro di un universo digitale del quale non ha più esclusiva di rappresentazione.</p>
<p>Si tratta di realizzare un modello aperto, dove il valore della testata – la credibilità e il rapporto di fiducia con i lettori che essa rappresenta – sia recuperato e presente in ogni frammento dell’informazione. È un mondo che non fa più sconti, che costringe all’eccellenza, che rimette al centro la notizia, che permette di riscoprire il valore del locale, dove i fatti sono più vicini a chi li racconta e a chi li vive, il confronto più serrato. Una realtà in cui i vari atomi digitali di una narrazione – un testo, il video, l’audio, i link – vanno ricomposti in una molecola di senso chiamata storia, che vive nella rete e si confronta dialetticamente con altre voci.</p>
<p>Ciò sta già comportando la nascita di nuove professionalità, come il <span class="emphasis"><em>social media editor</em></span> (figura presente sia al New York Times sia al Telegraph), incaricate di promuovere i contenuti del giornale all’interno dei grandi social network e di monitorare ciò che vi accade per cogliere i temi che possano diventare occasione di notizia o di campagna da parte del giornale. O di programmatori, sviluppatori di codice che in squadre miste siedono a fianco di giornalisti, quando non lo siano essi stessi, per realizzare prodotti informativi che siano anche vere e proprie applicazioni da far girare in rete.</p>
<p>Di tutto ciò parleremo in questo capitolo, che ha al centro la rifondazione del giornalismo. Ma prima è necessario capire come siamo arrivati fin qui. Come la crisi del settore editoriale – strutturale e non solo congiunturale – abbia cambiato per sempre lo scenario in cui esercitare il mestiere.</p>
<div class="sect1" title="Il digitale accelera la crisi: il New York Times è spazzatura">
<div class="titlepage">
<div>
<div>
<h2 class="title"><a id="id417848"></a>Il digitale accelera la crisi: il New York Times è spazzatura</h2>
</div>
</div>
</div>
<p>Ripensandoci tra qualche anno, è facile profetizzare che nella fine 2008 verrà individuato uno spartiacque. Il passaggio chiave tra un prima e un dopo. Il momento in cui la crisi dei quotidiani americani ha raggiunto il punto di non ritorno. Il malato più illustre, il più emblematico, è il più autorevole quotidiano del pianeta. Il New York Times ha chiuso i propri conti al 31 dicembre con una perdita di 57 milioni di dollari, contro un profitto di 208 l’anno precedente<sup>[<a id="id417860" class="footnote" href="#ftn.id417860">137</a>]</sup>. Non si tratta di uno scivolone inatteso. La recessione generale dell’economia ha funzionato da catalizzatore di una reazione già avviata dalla crisi strutturale dell’editoria quotidiana. Così, prima Standard&amp;Poor’s a ottobre 2008<sup>[<a id="id417885" class="footnote" href="#ftn.id417885">138</a>]</sup>, poi Moody’s a gennaio 2009 hanno dichiarato le obbligazioni della New York Times Company, società che edita il quotidiano, <span class="emphasis"><em>junk</em></span>. Spazzatura.</p>
<p>È il termine finanziario utilizzato dalle agenzie di rating quando il debito di un’azienda viene classificato <span class="emphasis"><em>below investment grade</em></span>, letteralmente al di sotto del livello di investibilità. Significa che siamo davanti a un debitore ad alto rischio, che da un momento all’altro potrebbe rivelarsi insolvente. Due i riflessi immediati:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">per trovare qualcuno disposto a prestargli denaro, un soggetto in questa situazione deve pagare tassi di interesse molto più alti della media del mercato;</li>
<li class="listitem">i risparmiatori istituzionali (fondi pensione, assicurazioni, fondi di risparmio con bassa propensione al rischio) di solito per statuto hanno il divieto di investire in titoli “spazzatura”.</li>
</ul>
</div>
<p>Eppure, dal punto di vista del prodotto, il New York Times viene universalmente ritenuto un modello di rigore giornalistico. Gli standard professionali adottati dal quotidiano sono un punto di riferimento globale per la stampa di qualità. Non solo. Il giornale fa parte della ristretta pattuglia dei “pionieri” della transizione al digitale. Delle testate che tra le prime hanno intrapreso il cammino da <span class="emphasis"><em>newspaper</em></span> a <span class="emphasis"><em>news brand</em></span>, da giornali con un ciclo produttivo focalizzato sulla stampa, a marchi informativi che declinano la propria autorevolezza informativa nel ciclo delle 24 ore attraverso più modalità espressive (testo, video, audio, fotografia, animazioni) e su più piattaforme (web, cellulari, lettori di ebook, radio, tv). Un quadro in cui la carta è solo uno dei possibili supporti per veicolare giornalismo ai propri lettori, e la scadenza serale della chiusura delle pagine solo una delle innumerevoli <span class="emphasis"><em>deadline</em></span> che si susseguono nel corso della giornata.</p>
<p>Il pubblico ha mostrato di premiare questa strategia. A giugno 2009 la signora in grigio, come viene chiamato il giornale per la sua tradizionale e austera livrea, risultava in testa tra i quotidiani e al quinto posto assoluto nella classifica Nielsen Netview<sup>[<a id="id417977" class="footnote" href="#ftn.id417977">139</a>]</sup> dell’audience su web per i primi 30 siti di informazione degli Usa, con 17,4 milioni di utenti unici, come si vede dalla tabella che segue.</p>
<div class="informaltable">
<table border="1">
<colgroup>
<col></col>
<col></col>
<col></col>
</colgroup>
<thead>
<tr>
<th>Sito</th>
<th>Utenti unici mensili</th>
<th>Variazione % &#8216;09 su &#8216;08</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr>
<td>Yahoo! News</td>
<td>45,638,000</td>
<td>30</td>
</tr>
<tr>
<td>CNN Digital Network</td>
<td>38,792,000</td>
<td>14</td>
</tr>
<tr>
<td>MSNBC Digital Network</td>
<td>36,262,000</td>
<td>-4</td>
</tr>
<tr>
<td>AOL News</td>
<td>24,716,000</td>
<td>12</td>
</tr>
<tr>
<td>NYTimes.com</td>
<td>17,423,000</td>
<td>-1</td>
</tr>
<tr>
<td>Tribune Newspapers</td>
<td>17,044,000</td>
<td>13</td>
</tr>
<tr>
<td>Fox News Digital Network</td>
<td>16,808,000</td>
<td>61</td>
</tr>
<tr>
<td>ABCNews Digital Network</td>
<td>13,408,000</td>
<td>16</td>
</tr>
<tr>
<td>Google News</td>
<td>12,831,000</td>
<td>22</td>
</tr>
<tr>
<td>McClatchy Newspaper Network</td>
<td>12,681,000</td>
<td>29</td>
</tr>
<tr>
<td>Gannett</td>
<td>12,261,000</td>
<td>-1</td>
</tr>
<tr>
<td>USATODAY.com</td>
<td>9,597,000</td>
<td>0</td>
</tr>
<tr>
<td>Washingtonpost.com</td>
<td>9,584,000</td>
<td>6</td>
</tr>
<tr>
<td>NBC Local Media</td>
<td>9,542,000</td>
<td>–</td>
</tr>
<tr>
<td>CBS News Digital Network</td>
<td>9,306,000</td>
<td>9</td>
</tr>
<tr>
<td>Advance Internet</td>
<td>9,270,000</td>
<td>30</td>
</tr>
<tr>
<td>TheHuffingtonPost.com</td>
<td>7,461,000</td>
<td>85</td>
</tr>
<tr>
<td>HearstNewspapers Digital</td>
<td>7,404,000</td>
<td>0</td>
</tr>
<tr>
<td>WorldNow</td>
<td>7,164,000</td>
<td>-10</td>
</tr>
<tr>
<td>BBC</td>
<td>7,163,000</td>
<td>21</td>
</tr>
<tr>
<td>Daily News Online Edition</td>
<td>6,994,000</td>
<td>84</td>
</tr>
<tr>
<td>MediaNews Group Newspapers</td>
<td>6,943,000</td>
<td>-7</td>
</tr>
<tr>
<td>Topix</td>
<td>5,873,000</td>
<td>-1</td>
</tr>
<tr>
<td>The Slate Group Websites</td>
<td>5,457,000</td>
<td>-19</td>
</tr>
<tr>
<td>MailOnline</td>
<td>5,261,000</td>
<td>43</td>
</tr>
<tr>
<td>Examiner.com</td>
<td>4,771,000</td>
<td>97</td>
</tr>
<tr>
<td>Cox Newspapers</td>
<td>4,603,000</td>
<td>-10</td>
</tr>
<tr>
<td>Telegraph</td>
<td>4,347,000</td>
<td>18</td>
</tr>
<tr>
<td>Gannett Broadcasting</td>
<td>4,149,000</td>
<td>-14</td>
</tr>
<tr>
<td>Associated Press</td>
<td>4,063,000</td>
<td>15</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div class="caption">
<p>Tabella 1 &#8211; I primi 30 siti Usa di informazione su web, dati Nielsen NetView giugno &#8216;09, panel casa e ufficio.</p></div>
</div>
<p>Dai dati emerge come quasi un lettore su due di quotidiani su web consulti il New York Times, il cui sito è seguito a grande distanza da UsaToday e da Washington Post.</p>
<p>Tuttavia, il direttore Bill Keller a febbraio 2009 si è trovato a dover rassicurare i lettori preoccupati per le sorti del loro giornale affermando, in un filo diretto online, di essere <span class="quote">«<span class="quote">un inguaribile ottimista sulle sorti del buon giornalismo, e del New York Times in particolare</span>»</span>. Un’affermazione di principio resa necessaria da un paradosso: mentre i lettori crescono, la società editrice, come tutti gli editori di quotidiani, è in grave difficoltà. Tra febbraio 2008 e febbraio 2009 il titolo della NytCo., quotato alla borsa di New York, è calato del 70,8%<sup>[<a id="id418758" class="footnote" href="#ftn.id418758">140</a>]</sup>. Più del doppio della diminuzione registrata nello stesso periodo dall’indice Dow Jones (-35%).</p>
<p>A fine 2008 la New York Times Co. aveva un debito di 1,1 miliardi di dollari, contratto in tempi in cui i ricavi sembrava permettessero di gestirne l’oneroso servizio. Il rapidissimo deterioramento della raccolta pubblicitaria sulla carta, a partire dall’evaporazione degli annunci economici, migrati in gran parte online su siti gratuiti<sup>[<a id="id418788" class="footnote" href="#ftn.id418788">141</a>]</sup>, e il collasso degli investimenti dovuto alla crisi dell’economia hanno cambiato radicalmente il quadro. A settembre 2008 è emerso come, dalla gestione caratteristica, ormai il gruppo che pubblica il New York Times brucia più cassa di quanta non ne produca<sup>[<a id="id418803" class="footnote" href="#ftn.id418803">142</a>]</sup>. Sottratti al margine operativo lordo tasse, spese per interessi e accantonamenti per i trattamenti di fine rapporto, ogni giorno la società perde più di quanto non guadagni.</p>
<p>Nel tentativo di raddrizzare la situazione, il gruppo editoriale, che oltre al Nyt pubblica anche il Boston Globe, 16 quotidiani regionali, dispone di otto stazioni televisive e 40 siti web<sup>[<a id="id418833" class="footnote" href="#ftn.id418833">143</a>]</sup>, ha messo in campo una strategia di contenimento radicale dei costi e vendita dei gioielli di famiglia. Alcune sezioni dell’edizione locale e di quella nazionale sono state accorpate, è stata razionalizzata la distribuzione e nel corso del 2008 sono stati tagliati 650 posti, 100 dei quali in redazione<sup>[<a id="id418818" class="footnote" href="#ftn.id418818">144</a>]</sup>. Troppo poco. A fine anno è stata annunciata la vendita parziale del palazzo realizzato da Renzo Piano appena due anni fa nel cuore di New York, dove il quotidiano-bandiera del gruppo ha la propria sede. La società ha inoltre dato mandato alla banca d’affari Goldman Sachs di trovare un acquirente per la propria quota dei Red Sox, la storica squadra di baseball di Boston<sup>[<a id="id418856" class="footnote" href="#ftn.id418856">145</a>]</sup>. Più o meno negli stessi giorni la famiglia Sulzberger, che da oltre un secolo controlla la quota più importante del gruppo (19%), ha fatto ricorso al miliardario messicano Carlos Slim, il terzo uomo più ricco del mondo secondo Forbes<sup>[<a id="id418883" class="footnote" href="#ftn.id418883">146</a>]</sup>, per ottenere un prestito di 250 milioni di dollari. L’iniezione di contante serve per avere un po’ d’ossigeno e tamponare un debito di 398 milioni che sarebbe giunto a scadenza a maggio 2009.</p>
<p>Ma si tratta di un aiuto a prezzo salato. Sia per il tasso d’interesse, pari al 14%, sia per la figura discussa del creditore. Slim deve la propria fortuna alla gentile concessione del governo messicano, che anni fa lo rese di fatto monopolista del mercato telefonico. Una scalata che lo stesso New York Times in altri tempi ricostruì in modo assai critico. Slim, che già deteneva il 6,4% di azioni del gruppo, se convertirà il prestito in quote della società ne diverrà il primo azionista, anche se con un diritto di voto ridotto rispetto ai Sulzberger.</p>
<p>Il New York Times è solo il paziente più celebre di un’industria che conta molti malati gravi e già nel 2008 ha fatto registrare i primi caduti. In dodici mesi i giornali americani hanno visto sfumare oltre 15mila posti di lavoro, e la crisi accelera. Nel solo mese di gennaio 2009 sono stati tagliati oltre 2mila posti, mentre gli annunci si susseguono ogni giorno<sup>[<a id="id418905" class="footnote" href="#ftn.id418905">147</a>]</sup>:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">Gannett, la più grande catena di giornali del paese, che tra gli altri pubblica UsaToday, ha reso nota l’intenzione di lasciare a casa 3mila persone, il 10% del proprio staff;</li>
<li class="listitem">il gruppo Tribune, che edita tra gli altri Chicago Tribune e Los Angeles Times, a dicembre 2008 si è dichiarato insolvente per accedere alla procedura di amministrazione controllata;</li>
<li class="listitem">il Los Angeles Times, dopo due round di tagli a febbraio e a luglio, ha annunciato altri 300 licenziamenti, 70 dei quali in redazione (15% del totale dei giornalisti);</li>
<li class="listitem">Associated Press ha fatto sapere che nel corso del 2009 il proprio organico calerà del 10%;</li>
<li class="listitem">il secolare Christian Science Monitor ha deciso, primo tra i giornali nazionali, di interrompere la pubblicazione quotidiana su carta per migrare online.</li>
</ul>
</div>
<p>Nel 2008 i ricavi pubblicitari complessivi del settore sono calati del 16,4% e hanno totalizzato in valore assoluto 37,9 miliardi di dollari. Secondo le stime più prudenti questa cifra diminuirà di un altro 15,9% quest’anno per arrivare, calo dopo calo, a restringersi a 28,4 miliardi nel 2012. Diciassette miliardi in meno, o se si preferisce un abbattimento del 59%, rispetto al 2007<sup>[<a id="id418958" class="footnote" href="#ftn.id418958">148</a>]</sup>. A quel punto il mercato pubblicitario dei quotidiani americani avrà perso oltre metà del proprio valore in soli cinque anni.</div>
<div class="sect1" title="La crisi di un modello di business">
<div class="titlepage">
<div>
<div>
<h2 class="title"><a id="id418976"></a>La crisi di un modello di business</h2>
</div>
</div>
</div>
<p>L’idea della transizione al digitale come un rischio per la sopravvivenza stessa del giornalismo ha già qualche anno e risale al 2005, a margine di un seminario del Poynter Institute<sup>[<a id="id418986" class="footnote" href="#ftn.id418986">149</a>]</sup>, <span class="emphasis"><em>think tank</em></span> del settore tenutosi in Florida. Kinsey Wilson, allora responsabile dell’edizione online di UsaToday, di cui di lì a poco sarebbe diventato direttore, tra una sessione ufficiale e l’altra prese un pennarello e cominciò a disegnare un semplice grafico sulla lavagna.</p>
<p>I ricavi derivanti dalla carta, iniziò ad argomentare Wilson, sono strutturalmente in calo sia per l’erosione delle copie vendute e dunque della pubblicità, sia per la diminuzione della credibilità dei giornali. Si tratta di una curva che scende in modo stabile da anni, come Philip Meyer ha dimostrato nel suo libro <span class="emphasis"><em>The Vanishing Newspaper</em></span></p>
<p><sup>[<a id="id419030" class="footnote" href="#ftn.id419030">150</a>]</sup> e come vedremo tra poco. In questo contesto i ricavi digitali crescono, ma ancora troppo lentamente. Erano il 35% del fatturato complessivo dei quotidiani Usa nel 2004, sono arrivati al 7% – pari a 3,1 miliardi di dollari – nel 2007, si stima siano stati circa il 10% a fine 2008.</p>
<p>Se le cose proseguono secondo la tendenza attuale, spiegò allora Wilson (Figura 1), la curva A dei ricavi cartacei calanti e quella B dei ricavi digitali crescenti si incontreranno in un punto che renderà impossibile sostenere i costi delle imprese giornalistiche di qualità. L’unica speranza è rallentare il gradiente di discesa della curva A su un sentiero di discesa che chiameremo A1, e nel frattempo lavorare per migliorare la derivata con cui crescono i ricavi digitali (B). In questo modo le due curve si incontreranno, come evidenziato in quesa figura, in un punto compatibile con la profittabilità del giornalismo.</p>
<div class="mediaobject"><img src="immagini/grafico.jpg" alt="" /></p>
<div class="caption">
<p>Figura 1 &#8211; La speranza, per Kinsey Wilson, è rallentare la discesa nei ricavi &#8220;cartacei&#8221; rappresentati dalla curva A su un sentiero alternativo A1.</p></div>
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<p>La speranza, per Kinsey Wilson, è rallentare la discesa dei ricavi “cartacei” rappresentati dalla curva A su un sentiero alternativo A1.</p>
<p>Questo tentativo a oggi è fallito. I lettori della carta continuano a diminuire e, malgrado quelli del web crescano rapidamente, sono molto meno redditizi per le aziende editoriali. Si calcola che siano necessari dai 10 ai 15 lettori online (a seconda dei mercati), per rimpiazzare ogni lettore perso sulla carta. Un’evidenza empirica valida negli Usa come in Italia. Anzi, la crisi economica generale ha reso più rapido il deterioramento dei ricavi tradizionali, congelando la salita di quelli provenienti dai nuovi media.</p>
<p>Per capire quanto l’avvitamento sia rapido, basta un dato. Tom Corbett, analista dell’istituto finanziario Morningstar, ha calcolato che nei primi nove mesi del 2008 gli editori americani, per ogni dollaro perso dalla pubblicità su carta hanno ottenuto 1,7 centesimi in più dai ricavi digitali. Come nota Alan Mutter, citato in nota a pié pagina poco fa: <span class="quote">«<span class="quote">In altre parole, l’anno scorso gli editori hanno fatto 100 passi indietro e solo 1,7 in avanti</span>»</span>.</p>
<p>I giornali americani in media traggono il 10% dei loro ricavi dalle edizioni digitali. Ciò significa che, sia pur in calo, la stampa al momento fornisce ancora il 90% del fatturato pubblicitario delle imprese. Se un editore decidesse di smettere del tutto di stampare risparmierebbe i costi industriali, la carta e la distribuzione, che di solito pesano sui conti per un 60% del totale. Ma le minori entrate pubblicitarie – ammesso che l’online continuasse a produrre i ricavi precedenti – sarebbero del 30% maggiori dei risparmi. Ecco perché, finora, chi ha potuto permetterselo, e già non era in perdita, si è guardato bene dal fermare le rotative. Ma com’è possibile che i lettori si spostino online e i ricavi invece no?</p>
<p>Come ogni transizione, anche quella verso il digitale non avviene in maniera fluida, ma procede per scosse successive. Se guardiamo il processo che stiamo attraversando con un’ottica storica, in fondo stiamo vivendo il capitolo di un racconto iniziato appena quindici anni fa, e dunque è evidente che i processi di adattamento in corso alla nuova epoca richiedano tempo. D’altra parte, per i motivi che abbiamo visto nel trattare le tesi quattro, cinque e sei, questo è un mondo in cui i giornali e i mass media tradizionali non solo non hanno più l’esclusiva del racconto, ma nemmeno del modello economico che ne discende, ovvero del mercato dell’attenzione/pubblicità. E quando anche venissero riequilibrate le distorsioni derivanti dall’arrivo sulla scena dei nuovi intermediari, con un potere sproporzionato rispetto a tutti gli altri attori, essere un astro in cielo stellato, dopo essere stati il perno di un sistema tolemaico, obbliga a rivedere totalmente prodotti, organizzazione del lavoro e compatibilità economiche. I media tradizionali che sapranno adattarsi al nuovo scenario saranno anche in grado di coglierne le opportunità. Ma il “dopo” sarà molto diverso dal mondo precedente. Lo è già.</p></div>
<div class="sect1" title="L’esaurimento del modello di influenza sociale">
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<h2 class="title"><a id="id419098"></a>L’esaurimento del modello di influenza sociale</h2>
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<p>La drammatizzazione della crisi di questi ultimi mesi affonda le proprie radici negli ultimi trent’anni del secolo scorso. Molto prima dell’equilibrio economico è andato in frantumi il modello di influenza sociale, come abbiamo già visto nel trattare la prima tesi e come ha dimostrato per primo con chiarezza Philip Meyer<sup>[<a id="id419113" class="footnote" href="#ftn.id419113">151</a>]</sup>. Dal 1970 i quotidiani nordamericani sono nella maggior parte dei casi alle prese con una diminuzione della diffusione dovuta al cambiamento delle abitudini di lettura e alla mancanza di tempo da parte del lettore medio.</p>
<p>È una tendenza più marcata per i giornali locali, ma investe anche le testate nazionali: il Washington Post, per esempio, tra 2000 e 2005 ha visto la propria diffusione quotidiana calare da 779.898 a 709.500 copie. Si tratta in primo luogo di un problema generazionale: mentre fino a qualche tempo fa i lettori più anziani venivano sostituiti dai nuovi trentenni, ora la classe d’età tra i 18 e i 35 anni non porta ai giornali nuovi lettori. In questa fascia solo poco più del 20% di soggetti è un lettore abituale di un quotidiano.</p>
<p>Qualcosa di simile, a un ritmo molto meno sostenuto, sta accadendo per la tv generalista, il cui pubblico è sempre più spesso formato da anziani con bassa capacità d’acquisto, come dimostra l’andamento delle ultime stagioni televisive per i grandi network, sia sul versante delle news che per quanto riguarda la programmazione di intrattenimento. Insomma, la concorrenza di un sempre maggior numero di mezzi di comunicazione e di intrattenimento per aggiudicarsi la scarsa e frammentata attenzione dei lettori – chi avrebbe mai detto, ad esempio, che un giornale sarebbe venuto a trovarsi in competizione con le piattaforme di videogiochi o con l’homevideo – risulta in questa fase negli Usa particolarmente penalizzante per la stampa. La diminuzione delle vendite è dovuta alla difficoltà di reinventare un prodotto maturo di fronte alla frammentazione dei gruppi di lettura, e all’affermarsi di nuove modalità dì fruizione del tempo libero.</p>
<p>La diminuzione delle copie è preoccupante in termini di aumento dei costicontatto pubblicitari, visto che il prezzo di vendita contribuisce solo per circa il 20% al fatturato di una testata media. Ma si avverte anche una profonda crisi di un modello di influenza sociale il cui rischio di approdo finale è l’irrilevanza nella comunità di riferimento. Come spiega Meyer, il mercato dei quotidiani mostra una chiara curva discendente della diffusione. Interessante notare che l’andamento è perfettamente analogo se invece della diffusione si cerca di misurare la fiducia. La curva descritta da Meyer, se proiettata nel tempo, porta all’estinzione della carta stampata attorno al 2040<sup>[<a id="id419111" class="footnote" href="#ftn.id419111">152</a>]</sup>. È evidente che questo non accadrà, perché arriverà un momento in cui il tasso di discesa si assesterà sullo zero. Ma ben prima dell’estinzione, i giornali in calo di copie rischiano di varcare la soglia dell’irrilevanza.</p>
<p>Un intervento che per recuperare redditività agisca solo sulla leva della compressione dei costi non è di per sé risolutivo. Anzi, oltre un certo livello (eliminazione delle inefficienze) rischia solo di impoverire la qualità del prodotto e dunque di accelerare la spirale: diminuzione credibilità  perdita copie  calo dei ricavi.</p></div>
<div class="sect1" title="E da noi?">
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<h2 class="title"><a id="id419431"></a>E da noi?</h2>
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<p>Se dagli Usa ci spostiamo in Europa la diminuzione della credibilità della stampa è una tendenza confermata. Come scrive Roy Greenslade<sup>[<a id="id419444" class="footnote" href="#ftn.id419444">153</a>]</sup> sul sito del Guardian citando una ricerca dell’istituto Edelman, nel 2008 la fiducia degli inglesi nei giornali è caduta di 10 punti, dal 29 al 19 per cento. Meno brusco, ma dello stesso segno, è il fenomeno in Italia. Una ricerca condotta nel Nord Est dall’istituto Demos diretto da Ilvo Diamanti e pubblicata nell’aprile del 2008<sup>[<a id="id419455" class="footnote" href="#ftn.id419455">154</a>]</sup> mostra come in 10 anni la fiducia nei quotidiani sia diminuita di 8 punti, dal 43 al 35%. Sfiducia ancora maggiore nell’autorevolezza della televisione. Alla domanda “In generale lei quanto si fida dell’informazione televisiva?”, mentre nel ’98 oltre la metà del campione aveva risposto molto o abbastanza (50,9%), nel 2008 questa percentuale si è quasi dimezzata, arrivando appena al 28,5%. Non c’è da meravigliarsi se molto spesso gli italiani preferiscono affidarsi al Gabibbo o alle Iene piuttosto che alle testate tradizionali per le denunce che dovrebbero sollecitare il giornalismo d’inchiesta.</p>
<p>Eppure, invece di mettere questo tema in testa alle proprie preoccupazioni, molti direttori ed editori sembrano più in ansia per il tramonto della carta, in fondo nient’altro che uno dei supporti sul quale far viaggiare idee e giornalismo. È singolare che a richiamare tutti all’ordine debba essere un uomo di 77 anni, che l’anagrafe vorrebbe più di ogni altro legato al passato dell’industria editoriale e al quale le cronache economiche hanno affibbiato il soprannome di “squalo” per sottolinearne la disinvoltura imprenditoriale. Rupert Murdoch, presidente di News Corporation, il più importante gruppo editoriale del mondo per capitalizzazione, a fine 2008 ha tenuto una conferenza<sup>[<a id="id419476" class="footnote" href="#ftn.id419476">155</a>]</sup> per molti versi illuminante sul futuro dei giornali. A contare, ha detto in sostanza Murdoch, sono fiducia e notizie, non gli alberi morti su cui il giornale è stampato. Sono tre i passi più significativi del suo ragionamento.</p>
<div class="sect2" title="Il digitale non è solo una minaccia, ma soprattutto un’opportunità">
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<h3 class="title"><a id="id419502"></a>Il digitale non è solo una minaccia, ma soprattutto un’opportunità</h3>
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<p>Troppi giornalisti sembrano provare un piacere perverso nel rimuginare sulla loro fine imminente. Conosco industrie che oggi stanno fronteggiando una concorrenza spietata da parte della rete: le banche, il commercio al dettaglio, le società telefoniche, e così via. Ma questi settori vedono anche la rete come una straordinaria occasione. Tra i nostri amici giornalisti ci sono alcuni stralunati cinici che sono troppo occupati a scrivere il proprio necrologio per entusiasmarsi davanti all’opportunità.</p></div>
<div class="sect2" title=" La carta è solo un supporto">
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<h3 class="title"><a id="id419513"></a> La carta è solo un supporto</h3>
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<blockquote class="blockquote"><p>Il nostro vero business non è stampare su alberi morti. È dare ai nostri lettori grande giornalismo e grande capacità di giudizio.</p></blockquote>
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<div class="sect2" title="Nel passaggio da giornale a testata, da newspaper a news brand, il tesoro da custodire con maggior cura è il rapporto con i lettori">
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<h3 class="title"><a id="id419510"></a>Nel passaggio da giornale a testata, da newspaper a news brand, il tesoro da custodire con maggior cura è il rapporto con i lettori</h3>
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<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>In breve, ci stiamo muovendo da [un mondo di] giornali a [un mondo in cui contano] i marchi delle testate (…). Il mio riassunto del modo in cui alcuni rispettabili mezzi di comunicazione hanno risposto a internet è questo: non sono i giornali che potrebbero diventare obsoleti. Sono alcuni dei loro direttori, cronisti ed editori, che stanno dimenticando il capitale più prezioso per un giornale: il legame con i propri lettori.</p></blockquote>
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<p>La tendenza alla disaffezione appare chiara anche nel nostro paese, che storicamente ha sempre presentato indici di lettura più bassi rispetto alle altre nazioni europee. La Federazione italiana editori giornali (Fieg) ad aprile 2009 ha presentato un’analisi<sup>[<a id="id419527" class="footnote" href="#ftn.id419527">156</a>]</sup> sull’andamento economico delle imprese editrici di giornali quotidiani e periodici che fornisce una fotografia univoca. A partire dal 2000, quando si vendevano 6 milioni 73mila copie di quotidiani ogni giorno (free press esclusi), è iniziata una discesa nelle vendite che ha portato a 5 milioni 291mila copie nel 2008. Un calo del 13% in otto anni.</p>
<div class="mediaobject"><img src="immagini/quotidiani.jpg" alt="" /></p>
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<p>Figura 2 &#8211; Le vendite di quotidiani in Italia, 1995-2008. Fonte: Fieg.</p></div>
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<p>Il fenomeno è di segno opposto a quel che parallelamente succede ai siti dei giornali online: Repubblica.it, il primo sito di informazione in rete, viaggia a 1,4 milioni di utenti unici e 26,7 milioni di pagine viste al giorno. Corriere.it, al secondo posto rispettivamente a 1,2 e 17,9<sup>[<a id="id419582" class="footnote" href="#ftn.id419582">157</a>]</sup>. Le crescite percentuali anno su anno sono in doppia cifra, ma anche da noi come negli Usa i ricavi digitali, pur crescenti, non rimpiazzano il calo di quelli derivanti dalle piattaforme tradizionali.</p>
<p>Se a questo aggiungiamo la diminuzione della pubblicità dovuta alla crisi generale dell’economia, ne emerge un quadro che preoccupa gli editori. Si legge nel rapporto:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>La crescente divaricazione tra ricavi e costi solleva forti preoccupazioni sulla capacità delle imprese editrici di produrre un ammontare di profitti adeguato a supporto delle strategie di investimento, oggi ancor più necessarie e urgenti in un mercato dei media dove le spinte competitive impongono processi di riconversione della propria offerta verso aree di business e politiche di distribuzione innovative che riguardano internet, televisione digitale, telefonia mobile.</p></blockquote>
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<p>Il riflesso sui bilanci degli editori è stato immediato. Il margine operativo lordo (Ebitda, o utile prima delle svalutazioni, degli oneri finanziari, della tassazione e degli ammortamenti) dei gruppi editoriali italiani quotati in Borsa nel 2008 è calato del 48% rispetto all’anno precedente. L’Ebit, o utile prima delle tasse e degli oneri finanziari, addirittura del 51,9%. Se si allarga il fuoco ai gruppi non quotati, la situazione resta difficile.</p>
<p>Afferma il rapporto degli editori:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Dai bilanci aggregati delle 57 imprese editrici oggetto di analisi emergono indicazioni significative sulla vastità e la gravità della crisi che ha colpito nell’ultimo biennio l’industria dei quotidiani. La preoccupante caduta delle vendite e, soprattutto, della pubblicità, ha prodotto crescenti squilibri gestionali che si sono risolti non solo in contrazioni considerevoli del Mol (margine operativo lordo, o Ebitda) nel 2007 (-7,7%) e ancor più nel 2008 (-61,3%), ma anche in un sostanziale ridimensionamento degli utili aggregati passati da 349,9 milioni di euro del 2006 a 233,5 nel 2007. Vale a dire il 33,6% in meno in termini relativi e più di 116 milioni di euro in meno in valori assoluti.</p>
<p>Nel 2008, tenendo conto del calo dei ricavi da vendita e da pubblicità (-5%) e della relativa stabilità dei costi operativi (-0,5%), si può stimare una contrazione degli utili dell’ordine del 30% ed un contemporaneo raddoppio delle perdite, in quanto la crisi di mercato dovrebbe colpire in misura più accentuata le imprese già in sofferenza. L’utile aggregato dovrebbe pertanto attestarsi intorno a 95-100 milioni di euro, ammontare che rappresenta meno della metà del risultato netto dopo le imposte del 2007 (232,4 milioni di euro).</p></blockquote>
</div>
<p>Se in Italia l’impatto della migrazione degli annunci economici su web è stato meno devastante per i bilanci degli editori di quanto non sia avvenuto negli Usa, nel 2008 si è tuttavia ridotta in modo significativo un’altra voce di redditività aziendale, i cosiddetti collaterali. Negli ultimi anni si era sviluppata in modo significativo l’idea di sfruttare il sistema italiano delle edicole, altro <span class="emphasis"><em>unicum</em></span> rispetto ad altri paesi in cui è molto più diffusa l’abitudine dei lettori all’abbonamento, per distribuire in allegato alle testate libri, cd, collane, con un’operazione di marketing chiamata <span class="emphasis"><em>brand extension</em></span>, o allargamento dell’autorevolezza del brand a prodotti affini a quello originario.</p>
<p>Osserva la Fieg:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>La contrazione dei ricavi da vendite e da pubblicità è stata accompagnata dal ridimensionamento del fenomeno dei prodotti collaterali venduti in abbinamento ai quotidiani che, nel biennio 2007 e 2008, hanno subito flessioni in termini di ricavi del 23,3% e del 42,9%. Particolarmente accentuata è stata poi nel 2008 la flessione delle vendite di libri abbinati ai quotidiani (-59,4%).</p></blockquote>
</div>
<p>In questa situazione gli editori hanno dato via a drastiche operazioni di riduzione strutturale dei costi. Riduzione delle foliazioni, accorpamento dei centri stampa, chiusura di uffici di corrispondenza sono state le prime azioni, in alcuni casi seguite dalla dichiarazione dello stato di crisi e dall’annuncio di prepensionamenti ed esodi incentivati. Il sindacato dei giornalisti a giugno ha lanciato l’allarme: <span class="quote">«<span class="quote">Ci sono ipotesi di taglio dei giornalisti anche del 35% rispetto alle redazioni attuali</span>»</span></p>
<p><sup>[<a id="id419665" class="footnote" href="#ftn.id419665">158</a>]</sup>, e gli annunci dei grandi gruppi non si sono fatti attendere: Rizzoli Corriere della Sera prevede un taglio di 91 redattori per risparmiare 200 milioni in due anni, i periodici Rcs di 90, Mondadori 90, Espresso-Repubblica 94 (84 a Repubblica e una decina a L’espresso), 60 alla Stampa, con la richiesta di uno stato di crisi per due anni, 48 al Messaggero, 33 al Mattino di Napoli, 21 all’Agi, 17 al Gazzettino.</p>
<p>Stando a una ricerca di Franco Abruzzo<sup>[<a id="id419676" class="footnote" href="#ftn.id419676">159</a>]</sup>, storico presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, i giornalisti prepensionabili nel solo 2009 dovrebbero essere 516.</p>
<p>È evidente che nei prossimi 24 mesi si completerà un processo di profonda ristrutturazione delle redazioni dei giornali italiani come siamo stati abituati a conoscerle in questi anni.</p>
<p>A questo adattamento darwiniano dovrà tuttavia accompagnarsi anche una ridefinizione complessiva del prodotto, senza la quale i tagli produrranno solo nuove perdite dei lettori. Una generazione di giornalisti lascerà le proprie seggiole in redazione. E ciò in molti casi comporterà una perdita significativa di competenze e memoria. Se l’operazione consisterà solo nel sostituire chi se ne va, facendo sedere su quelle stesse seggiole colleghi un po’ più giovani, si tratterà di un’occasione persa. Se invece inizierà un percorso di ripensamento complessivo del prodotto, la crisi può trasformarsi in opportunità. In una possibilità per i giornalisti per dire la propria su quale sarà il tipo di informazione che emergerà dopo la crisi. Finora la corporazione ha brillato più per la difesa di rendite di posizione e di piccoli interessi particolari che per capacità di anticipare il nuovo. Vedremo se lo stato di necessità saprà tradursi in una maggiore lungimiranza.</p></div>
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<div class="sect1" title="Provare a cambiare: il reboot">
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<h2 class="title"><a id="id419705"></a>Provare a cambiare: il reboot</h2>
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<p>Un buon modo per riavviare la riflessione sul giornalismo, operare questo <span class="emphasis"><em>reboot</em></span><br />
<sup>[<a id="id419717" class="footnote" href="#ftn.id419717">160</a>]</sup> digitale, è interrogarsi su quale debba essere il prodotto informativo nell’epoca digitale. Prima ancora di ragionare su processi e organizzazione del lavoro, va definito il prodotto che segna la transizione da <span class="emphasis"><em>newspaper</em></span> a <span class="emphasis"><em>news brand</em></span>, da testata legata a una qualche piattaforma di distribuzione, a marchio giornalistico che declina la propria autorevolezza su qualsiasi strumento, presente e futuro. Questo significa soprattutto quattro cose<sup>[<a id="id419752" class="footnote" href="#ftn.id419752">161</a>]</sup>:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">non esiste più un giornale, ma un marchio giornalistico che identifica i contenuti specifici di una testata nel suo universo/pubblico di riferimento;</li>
<li class="listitem">il prodotto connotato da un marchio (la testata) consolidato deve essere frutto di un unico processo produttivo nelle scelte, nelle responsabilità e quindi nell’organizzazione del lavoro. A prescindere dagli strumenti di diffusione;</li>
<li class="listitem"><span class="emphasis"><em>digital first</em></span>: tutto il lavoro e la sua organizzazione devono essere focalizzati sull’universo digitale H24/multicanale. La mente (direzione/ufficio centrale) della nuova organizzazione giornalistica deve ideare e realizzare il prodotto nel suo complesso, deve cioè “pensare digitale”. Fa parte delle scelte editoriali non <span class="emphasis"><em>se</em></span> bensì <span class="emphasis"><em>dove e quando</em></span> pubblicare un determinato materiale nel ciclo H24 rispetto a diverse piattaforme e differenti <span class="emphasis"><em>primetime</em></span> per più target di pubblico;</li>
<li class="listitem"><span class="emphasis"><em>dal giornalismo prodotto al giornalismo piattaforma</em></span>: nel digitale una fonte di informazione non può più pensare di essere sola, né di avere l’esclusività del racconto. Ciò significa che viviamo e ci informiamo in un ambiente per sua natura policentrico, in cui ogni nodo della rete può portare una propria tessera al racconto della realtà. Chi realizza una testata deve essere dunque pronto a riconoscere per ogni tema trattato questi punti di eccellenza esterni a sé, accreditarli dell’autorevolezza che online si esprime attraverso la valuta del web, ovvero il link, e d’altra parte concentrarsi sulla parte del racconto nella quale può esprimere il proprio valore aggiunto, ricostruendo il senso complessivo della storia attraverso le connessioni tra tutti i punti che portano un fatto, un plus di conoscenza, analisi e critica, aumentando l’informazione complessiva su un dato argomento. È la trasposizione della logica open source, del codice aperto che abbiamo visto al capitolo 4, al giornalismo. Il nostro giudizio complessivo su Jeff Jarvis è assai critico, soprattutto nella sua analisi delle piattaforme, come abbiamo visto parlando di Google. Ma nelle sue riflessioni sulla professione appare molto più lucido. Riferendosi al nuovo giornalismo, Jarvis afferma un principio importante: “Fai quel sai fare meglio e linka tutto il resto”. Si tratta di riconoscere uguale dignità a qualsiasi possibile fonte del racconto, sia essa professionale o amatoriale, a patto che applichi con rigore le regole di base del mestiere nella raccolta, nella verifica, nella pubblicazione e nella correzione – se necessario – delle informazioni divulgate.</li>
</ul>
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<div class="sect1" title="Le domande">
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<h2 class="title"><a id="id419826"></a>Le domande</h2>
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</div>
<p>Affrontare le transizioni con strutture già esistenti vincola in qualche modo il pensiero, ed è un processo più complesso che non cominciare da zero. Può dunque essere utile provare a immaginare come si strutturerebbe una organizzazione giornalistica se dovesse partire oggi. Cosa faremmo se dovessimo realizzare un organismo nativo dell’era digitale? Abbiamo provato a rivolgere il quesito a Josh Cohen, responsabile di Google News, il più importante aggregatore di siti di informazione sul web, secondo Nielsen Netview al quarto posto in Italia tra le fonti di informazione più frequentate dagli utenti online<sup>[<a id="id419833" class="footnote" href="#ftn.id419833">162</a>]</sup> Google News è oggi pubblicato in 26 lingue diverse, indicizza 25mila fonti (250 in Italia), delle quali Google si rifiuta di pubblicare una lista completa. L’aggregatore ne ripubblica titoli, sommari e link, o – come ha affermato l’editore del Wall Street Journal Les Hinton – nei loro confronti si comporta come un “vampiro digitale”, succhiando il sangue dell’industria dei giornali<sup>[<a id="id419842" class="footnote" href="#ftn.id419842">163</a>]</sup>. Da paradigma del mondo digitale e al tempo stesso ruminatore (virtuoso o satanico, a seconda dei punti di vista) di informazione prodotta dagli old media, Google News può essere un buon punto di osservazione dal quale cominciare la nostra analisi. Afferma Cohen:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>La domanda da porsi è: se noi dessimo vita a un grande giornale di informazione oggi, con gli stessi obiettivi informativi che avremmo potuto avere 30 o 40 anni fa, lo rifaremmo uguale? Ne faremmo una versione cartacea? E ancora, quel che mettiamo online sarebbe simile a quel che ci finisce ora? Credo che molti dei contenuti su web siano oggi comunque un riflesso dell’idea stessa del giornale su carta. Il concetto di spazio, di colonne, il fatto di concepire una storia come un articolo il cui processo di realizzazione si conclude a una certa ora per poi essere pubblicato online e ripensarci il giorno dopo, sono paradigmi ancora efficaci? Queste sono domande che non hanno avuto una risposta soddisfacente.</p></blockquote>
</div>
<p>Individuato l’obiettivo di questo riavvio, la ridefinizione del giornalismo nel nuovo universo passa attraverso la formulazione di alcune domande di base.</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">Come dovranno ripensare le modalità con cui operano le organizzazioni tradizionali che producono informazione?</li>
<li class="listitem">Quali sono i sistemi organizzativi e i processi redazionali da rivedere?</li>
<li class="listitem">Quali sono i nuovi concorrenti delle aziende editoriali?</li>
<li class="listitem">Cosa c’è di nuovo e di importante da capire a proposito dei lettori, trasformati dal digitale in coautori?</li>
<li class="listitem">Quali forme e funzioni assumerà il contenuto nei prossimi anni? Che importanza avranno testo, audio, video, e quale sarà l’unità minima della narrazione? Quali saranno le nuove forme della narrazione digitale?</li>
<li class="listitem">Qual è la definizione di comunità? Come si costruisce una comunità nel nuovo universo digitale e come può un’impresa giornalistica essere parte della comunità in cui opera?</li>
<li class="listitem">Cosa succede quando la storia diventa più importante del brand e può essere spezzata, distribuita, riproposta in diversi ambiti?</li>
<li class="listitem">Qual è il ciclo di vita del contenuto in questo nuovo universo? La rete è ritenuta il luogo dell’immediatezza, della diretta, del tempo reale. Ma a fianco di questa dimensione, c’è anche quella, per alcuni versi più importante e il cui rilievo è comunque destinato crescere nei prossimi anni, della permanenza. Del luogo in cui presente e passato sono egualmente accessibili. E questo, per il giornalismo che faccia leva sulla riscoperta dei fatti, per la ridefinizione del processo di agenda setting, è fattore di grande importanza.</li>
<li class="listitem">Come potrà il giornalismo recuperare, mantenere e accrescere il valore chiave della credibilità?</li>
<li class="listitem">Quali dovranno essere le competenze e le abilità professionali del giornalista digitale?</li>
<li class="listitem">E, infine, quali potranno essere i modelli di business per il futuro, posto che quelli vecchi sembrano non reggere più?</li>
</ul>
</div>
<p>Ad alcuni di questi quesiti cercheremo di dar risposta nelle pagine successive. Altri sono domande aperte, alla base della svolta eretica che riteniamo il giornalismo debba intraprendere. Domande che si riempiranno di senso e troveranno risposte solo cammin facendo.</p></div>
<div class="sect1" title="La notizia predigerita">
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<h2 class="title"><a id="id419995"></a>La notizia predigerita</h2>
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<p>A rendere il quadro della transizione più complicato, c’è il fatto che il digitale, oltre al luogo delle nuove opportunità per l’informazione, in questa sua fase adolescenziale (in fondo il web è solo un brufoloso quindicenne) è ancora troppo spesso il luogo delle notizie fast food, sminuzzate, ruminate, riaggregate, predigerite e risputate a utenti pigri e distratti che tarano la propria dieta mediatica, online, come attraverso la tv, sul cibo fast food e sulle scatolette di spam<sup>[<a id="id419979" class="footnote" href="#ftn.id419979">164</a>]</sup>. Un prodotto informativo che a prima vista sazia con testi brevi, fattoidi e aneddoti “strano ma vero”, ma che a lungo andare rischia di avere sulle coscienze e sullo spirito critico dei suoi consumatori effetti altrettanto perniciosi del suo equivalente alimentare su fegati e colesterolo.</p>
<p>A questo proposito risulta interessante riportare i risultati di una ricerca francese<sup>[<a id="id420013" class="footnote" href="#ftn.id420013">165</a>]</sup> citata dal sito Lsdi (Libertà di stampa e Diritto d’informazione)<sup>[<a id="id420034" class="footnote" href="#ftn.id420034">166</a>]</sup> e dal blog Novovision.</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>La varietà dell’offerta di informazione sui siti web è molto lontana dall’essere abbondante quanto ci si poteva immaginare. E, peggio ancora, questa offerta è massicciamente ‘ridondante’ e ‘stereotipata’: i siti di informazione diffondono la stessa notizia nello stesso momento, con una concentrazione estrema della produzione su un piccolo numero di argomenti che dominano completamente la scena.</p></blockquote>
</div>
<p>Il risultato della ricerca condotta attraverso strumenti di analisi linguistica del testo su alcuni siti web francesi prendendo in esame un arco temporale a campione di cinque giorni, presenta</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>un risultato senza appello: l’informazione online è massicciamente ridondante e stereotipata. In altre parole i siti di informazione trattano gli stessi argomenti, nello stesso tempo, allo stesso modo e la varietà di quegli argomenti è estremamente ridotta.</p></blockquote>
</div>
<p>È il fenomeno della copia non creativa, che abbiamo già analizzato nel secondo capitolo. Scrivono ancora Lsdi e Novovision:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Questa tendenza è dovuta alla politica dei portali che pubblicano notizie a getto continuo, privilegiando la reattività piuttosto che la creatività. Da un punto di vista quantitativo questi soggetti occupano una posizione centrale nel settore dell’ informazione online francofona, perché diffondono grossi volumi di informazione e aggregano una vasta audience.</p></blockquote>
</div>
<p>Tra le spiegazioni addotte da Lsdi per questa scarsa varietà e profondità dell’informazione online, c’è una ragione economica:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Il giornalismo online mostra una tendenza a privilegiare la riscrittura e la ripubblicazione di contenuti esistenti a scapito del lavoro di cronaca originale. Un elemento dello studio che stiamo analizzando che conferma questa tendenza è il fatto che le fonti più ridondanti di questo campione sono i portali che non hanno nessun giornalista in redazione, i quotidiani gratuiti con piccole redazioni o le radio e le tv, che hanno una produzione limitata di contenuti testuali. Possiamo dedurne che le condizioni particolari di ciascun sito di informazione online hanno un impatto maggiore sulla varietà dei loro contenuti.</p></blockquote>
</div>
<p>In altre parole, conclude il sito:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>La varietà e la diversità dell’informazione proposta sono proporzionali al numero di giornalisti che vengono impiegati. Anche se quello che resta determinante è il rapporto fra la varietà dell’offerta e la realtà del consumo di informazione da parte degli internauti. I dati di cui disponiamo in questo campo non sono del tutto incoraggianti: l’audience dei siti ‘senza giornalisti’, dei puri ‘notizie di agenzia sparate a raffica’, domina largamente quella dei siti di testate che dispongono di giornalisti e offrono una informazione più originale e più diversificata.</p></blockquote>
</div>
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<div class="sect1" title="Le condizioni del cambiamento">
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<h2 class="title"><a id="id420096"></a>Le condizioni del cambiamento</h2>
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<p>Nonostante le condizioni economiche avverse e le difficoltà oggettive a far percepire ai consumatori di informazione del nuovo universo il valore aggiunto della qualità, c’è chi ci prova. Si tratta da una parte di testate (soprattutto straniere) che già da alcuni anni hanno intrapreso con convinzione la strada della riconversione del prodotto al digitale e, dall’altra, di organismi nativi del nuovo universo. Quale che sia il prodotto, il modello economico, l’audience di riferimento, il modello organizzativo, esistono alcune condizioni necessarie ma non sufficienti per il giornalismo per sopravvivere nell’epoca digitale. Un minimo comune denominatore che pur nelle diverse geometrie produttive accomuna tutti i soggetti che ci stanno provando:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">integrazione delle redazioni;</li>
<li class="listitem">apertura di visibilità ai lettori del processo di raccolta, editing e pubblicazione delle notizie, inserendo anche una fase di post editing a cura delle redazioni su segnalazione dei lettori;</li>
<li class="listitem">capacità di rendere il prodotto multipiattaforma: secondo la ricerca Trend in Newsrooms 2009<sup>[<a id="id420144" class="footnote" href="#ftn.id420144">167</a>]</sup>, nel mondo esistono 3,3 miliardi di telefoni cellulari contro 1,1 miliardo di navigatori del web da pc fisso;</li>
<li class="listitem">presenza nei luoghi di aggregazione dei nativi digitali, nei social network, sia per la raccolta di informazioni che per la promozione dei propri contenuti (da Facebook a Twitter, da Flickr a YouTube, esistono nuove straordinarie possibilità di entrare in connessione con le piattaforme del web 2.0 sia per acquisire lettori sia per sfruttare la leva delle conoscenze che in questi servizi vengono quotidianamente inserite dagli utenti);</li>
<li class="listitem">dato un qualsiasi argomento, esiste almeno un lettore là fuori che ne sa più di noi. Trovarlo (o fare in modo di farsi trovare) e metterlo in condizione di partecipare al processo collaborativo di costruzione delle notizie, comunemente chiamato “conversazione”;</li>
<li class="listitem">apprendere le regole dell’informazione liquida.</li>
</ul>
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<div class="sect1" title="Dalla carta al digitale">
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<h2 class="title"><a id="id420185"></a>Dalla carta al digitale</h2>
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<p>Tra 2006 e 2009 si è fatta strada, prima nei giornali inglesi e americani, poi nella maggior parte dei più importanti quotidiani internazionali, la necessità di arrivare a una qualche forma di integrazione multimediale della produzione giornalistica. Non si tratta di abbattere le specializzazioni, di appiattire i diversi prodotti o di far scrivere tutti per tutte le piattaforme. Ma di intraprendere la transizione da testate monopiattaforma a prodotti digitali, pensati per informare nel ciclo delle 24 ore su tutte le rotative disponibili. Anche in giornali che formalmente mantengono una separazione tra le diverse piattaforme, come il norvegese VG, questi principi sono tuttavia condivisi. Non esiste dunque una ricetta univoca, ma è possibile – seguendo Trends in the Newsrooms 2009 – evidenziare alcuni modelli.</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem"><span class="emphasis"><em>Integrazione stretta</em></span>: un solo caporedattore centrale supervisiona sia il prodotto online che quello su carta e le altre piattaforme disponibili (tv, dispositivi wireless e mobili, reader, alert sms o su pc);</li>
<li class="listitem"><span class="emphasis"><em>Integrazione a doppia guida</em></span>: i settori e i capisettore producono per tutte le diverse piattaforme (pur mantenendo all’interno di ogni settore alcune specializzazioni). La sintesi viene effettuata da un ufficio centrale a doppia guida. Un caporedattore segue l’online, un altro la carta. Di solito siedono fianco a fianco con i rispettivi collaboratori in un hub centrale;</li>
<li class="listitem"><span class="emphasis"><em>Integrazione organica</em></span>: Nelle fasi iniziali della transizione numerose testate istituiscono alcune figure professionali a cavallo di più piattaforme, spesso in alcuni settori specifici (Sport, Economia), che iniziano a fondere in un unico prodotto i contributi delle redazioni online e cartacea.</li>
</ul>
</div>
<p>È possibile rendere l’integrazione più semplice attraverso alcuni passaggi:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">far coincidere il nuovo prodotto e la nuova organizzazione del lavoro con un diverso layout fisico della redazione. Per il New York Times, per il Guardian e per il Daily Telegraph l’avvio della fase di integrazione è coinciso con un trasloco in una nuova sede;</li>
<li class="listitem">stabilire a tavolino un programma e i tempi del processo, coinvolgendo le redazioni sia nella fase ideativa che in alcuni casi pilota che possono coincidere con la copertura di particolari eventi (elezioni, Olimpiadi ecc);</li>
<li class="listitem">dare il via a una fase di addestramento della redazione con periodici aggiornamenti sul giornalismo multimediale;</li>
<li class="listitem">assicurare una costante comunicazione tra i settori, l’ufficio centrale e la direzione del giornale attraverso brevi riunioni nel corso della giornata, anche per mezzo di strumenti digitali (proiezione televisiva delle riunioni, agende condivise su web dei diversi settori, messenger).</li>
</ul>
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<div class="sect2" title="Il New York Times, un unico prodotto">
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<h3 class="title"><a id="id420244"></a>Il New York Times, un unico prodotto</h3>
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<p>Il punto di partenza dell’organizzazione del lavoro al Nyt è la visione di un unico prodotto integrato. Non c’è sostanziale differenza tra l’edizione del giornale di carta e quel che viene pubblicato sul sito. Quando un pezzo è pronto, è pubblicato sulla prima rotativa disponibile.</p>
<p>Se fino a qualche tempo fa sul web finiva in modo integrale il giornale “del giorno prima”, ora si costruisce in modo coordinato tra online e carta il giornale del giorno dopo.</p>
<p>Come spiega Fiona Spruill, responsabile del sito, i pezzi che non richiedono particolari aggiornamenti rimangono pressoché immutati tra la loro pubblicazione online e la versione che si può leggere su carta il giorno successivo:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Se un articolo non riguarda notizie in corso di sviluppo con aggiornamenti battenti, è difficile che cambi profondamente tra la versione pubblicata sul NYTimes.com e la chiusura dell’edizione per la stampa, a mezzanotte e mezza ora di New York. Ci possono essere alcuni cambiamenti minori legati ai differenti spazi sulla carta, ma in generale la prima versione online sarà sostanzialmente analoga a quella stampata.</p></blockquote>
</div>
<p>Il Nyt è arrivato a questo grado di integrazione seguendo un processo articolato. A metà degli anni ’90, quando nacque il sito, esso era totalmente separato dalla redazione del giornale. Poi, nel 2000, venne creato il <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span>, incardinato nella redazione cartacea e incaricato – a partire dal giornale – di riscrivere le <span class="emphasis"><em>evolving stories</em></span> per il sito. Si è creato così un ponte tra l’attività per la carta e quella dell’online, in questa fase ancora separate. La redazione del <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span> in un primo tempo monitorava le agenzie e contattava direttamente i reporter sul terreno in caso di breaking news. Dal 2005, quando il direttore Bill Keller ha varato l’integrazione completa tra carta e digitale – che con il trasloco nella nuova sede l’anno successivo ha portato le due redazioni a sedersi fianco a fianco – i desk dei settori lavorano in stretta sinergia e hanno la responsabilità di chiedere ai propri cronisti e inviati anche informative, lanci e pezzi per il sito. Il tutto viene poi gestito, filtrato e riscritto dal <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span>.</p>
<p>Come racconta Keller a Ojr, l’integrazione ha una geometria variabile:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Quel che abbiamo cercato di fare sin dall’avvio dell’esperienza su web è stato cercare di evitare di far fare il doppio lavoro ai cronisti. Costruire il <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span> rispondeva proprio a questa necessità. In esso non vi sono solo capiredattori ma anche redattori incaricati della riscrittura.</p></blockquote>
</div>
<p>Sono loro la camera di compensazione che chiede ai cronisti sul campo integrazioni, contributi, dove è possibile testi, immagini o audio.</p>
<p>Sulle breaking news, <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span> e sito di tutti i principali giornali americani procedono già da anni con automatismi che prescindono dalla macchina e dai tempi del giornale cartaceo, come spiega la Columbia Journalism Review:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Il New York Times, il Washington Post, il Los Angeles Times hanno <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span> quasi autonomi (al Los Angeles la struttura è chiamata <span class="emphasis"><em>extended newsdesk</em></span>) con capiredattori e redattori incaricati di gestire la copertura minuto per minuto del sito. I capiredattori iniziano il loro turno identificando le storie più importanti del giorni e contattando i cronisti del giornale assegnati a i vari servizi.</p></blockquote>
</div>
<p>Idealmente saranno loro a scrivere. Robert McCartney, vicecaporedattore per il desk del Washington Post spiega che questa è <span class="quote">«<span class="quote">la prima scelta</span>»</span> dove possibile, per dare al sito <span class="quote">«<span class="quote">credibilità, autorevolezza, contesto e fonti in cui il lettore ha fiducia</span>»</span>.</p>
<p>Di solito il primo lancio sul sito proviene dalle agenzie, ma nel più breve tempo possibile è rimpiazzato da un pezzo scritto nella migliore delle ipotesi dal cronista del giornale che copre l’evento o – in subordine – dai redattori del <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span> integrando fonti del giornale e agenzie. Il New York Times ha 14 giornalisti dedicati a questo desk. Con l’integrazione tra le redazioni di online e carta, e la responsabilizzazione dei capisettore, la struttura ha visto aumentare esponenzialmente il proprio lavoro.</p>
<p>Il sito vero e proprio invece dispone di 60 persone. Come dice lo stesso giornale si tratta di <span class="quote">«<span class="quote">producer</span>»</span> (il termine inglese si riferisce a giornalisti a pieno titolo) <span class="quote">«<span class="quote">e capiredattori responsabili per la pubblicazione del sito 24 ore su 24</span>»</span>.</p>
<p>La redazione del sito si occupa soprattutto di:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">desk;</li>
<li class="listitem">gestione delle homepage, sia di quella principale, sia di quelle di sezione;</li>
<li class="listitem">trattamento delle breaking news di giornata secondo lo specifico del web (un pezzo di un redattore del giornale o del <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span> può essere corredato di documentazione in download, commenti, sondaggi, forum, fotogallerie, multimedia, database strutturati, directory di link per approfondimenti, informazioni di servizio ecc);</li>
<li class="listitem">interazione con i lettori, community e web 2.0 (crowdsourcing, blog ecc);</li>
<li class="listitem">realizzazione di progetti multimediali di più ampio respiro.</li>
</ul>
</div>
<p>Quest’ultima parte del lavoro ha avuto un grande sviluppo soprattutto con l’assunzione al Nyt di Andrew DeVigal, fondatore del sito Interactive Narratives. Finora abbiamo parlato solo di breaking news, ma con la fusione tra carta e digitale, un’area fondamentale di sinergia è divenuta la copertura degli appuntamenti in agenda, con la creazione di storie multimediali profonde, ricche di contenuti, apporti, strumenti. La programmazione di tutti gli eventi in calendario nasce già integrata tra carta e digitale. Ed è in quest’area che, durante le riunioni tra direzione, capisettore e responsabili del <span class="emphasis"><em>digital storytelling</em></span>, viene anche decisa la realizzazione di pacchetti interattivi e multimediali ad hoc, che possono richiedere l’impegno di qualche giorno di reporter, videografi, fotografi, sviluppatori di database, oppure diventare veri e propri progetti di lunga durata.</div>
<div class="sect2" title="Il Washington Post: l’integrazione dopo una lunga separazione">
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<h3 class="title"><a id="id420514"></a>Il Washington Post: l’integrazione dopo una lunga separazione</h3>
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<p>Il Washington Post è giunto alla decisione di integrare le redazioni dopo una lunga tradizione di separatezza. La redazione online per molti ani è stata al di là del fiume Potomac, addirittura in un altro Stato, la Virginia, rispetto al distretto di Columbia in cui si trova la capitale degli Stati Uniti. <span class="quote">«<span class="quote">Penso sia stata una buona idea fino a quando l’online era una novità e spaventava un po’</span>»</span>, ha dichiarato l’anno scorso al Financial Times Katharine Weymouth, publisher del Post.</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Volevamo creare un ambiente in cui [il sito] potesse crescere libero dai vincoli di un’organizzazione come il Washington Post. Ma ora non c’è alcun dubbio che il web sarà una parte significativa del nostro futuro. Il varo dell’integrazione si è accompagnato a una complessiva riorganizzazione dei processi di costruzione del Post, che è stata pianificata a partire dal marzo del 2008 e si è concretizzata con un memo interno della direzione un anno dopo, nell’aprile del 2009. Un anno di studio in cui non è mancata una visita dei dirigenti del Post al New York Times, il principale concorrente, per vedere come fosse stato avviato lì il medesimo processo. Una mossa che sarebbe difficile immaginare in Europa o in Italia tra testate concorrenti. Come spiega Mario Tedeschini Lalli<sup>[<a id="id420539" class="footnote" href="#ftn.id420539">168</a>]</sup>: (…) Tutto il <span class="emphasis"><em>coverage</em></span> del giornale sarà riorganizzato in due grandi divisioni: ‘Nazionale’ e ‘Locale’, cui faranno capo settori rinnovati; i diversi settori saranno editorialmente responsabilizzati dei contenuti su tutte le piattaforme; un ‘news desk’ si occuperà dell’aggiornamento del sito in quanto tale; inoltre sarà costituito un cosiddetto universal desk incaricato dell’editing della maggior parte dei servizi per tutte le piattaforme, che siano destinati alla carta o al web.</p></blockquote>
</div>
<p>La rivoluzione, che ha comportato anche significative modifiche alle procedure di editing e ha portato a un’anticipazione nella scansione della chiusura delle pagine è coincisa con l’arrivo di un nuovo direttore, Marcus Brauchli, al Post dalla primavera del 2008 dopo un’esperienza al Wall Street Journal.</p>
<p>La riorganizzazione, si legge nell’edizione 2009 di Trends in the Newsrooms, ruota attorno al principio che</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>per vincere nel mondo digitale i giornali devono riuscire a pianificare tutti i componenti di una storia prima che una sola parola sia scritta. Quindi devono decidere quali dimensioni della storia sia meglio raccontare con video, grafica, foto, testo, titoli, liste, link e infine quale forma editoriale si adatti meglio al tema: uno stile narrativo, testo, una cronologia online, il blog, o una sezione speciale.</p></blockquote>
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<p>Il giornalismo nell’epoca digitale non è più definito dal mezzo o dalla piattaforma, ma dal contenuto.</p></div>
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<div class="sect1" title="Il Guardian e l’integrazione tripolare">
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<h2 class="title"><a id="id420582"></a>Il Guardian e l’integrazione tripolare</h2>
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<p>In utile dal 2006, la versione digitale del Guardian è al primo posto per l’informazione online tra i quotidiani del Regno Unito. Il sito può contare su un centinaio di persone ed è il luogo in cui la testata è in diretta competizione non solo con gli altri giornali inglesi, ma anche con testate come la Bbc o il New York Times. Già da alcuni anni al Guardian era stata introdotta la politica del <span class="emphasis"><em>digital first</em></span>, ovvero – tranne poche eccezioni – di pubblicare le notizie sulla prima rotativa disponibile, in genere dunque l’online e poi la carta. Con il dicembre 2008 e il trasferimento in una nuova sede, la redazione digitale, quella cartacea e quella del domenicale, l’Observer, sono state integrate, anche attraverso l’adozione di un unico sistema editoriale unificato.</p>
<p>Un passo che ha cercato comunque di tutelare le diverse voci delle testate: <span class="quote">«<span class="quote">Riconosciamo che un tratto distintivo è necessario</span>»</span>, nota Paul Johnson, vicedirettore che sovrintende all’attualità, all’economia e allo sport<sup>[<a id="id420607" class="footnote" href="#ftn.id420607">169</a>]</sup>, <span class="quote">«<span class="quote">non vogliamo spianare e appiattire tutto</span>»</span>.</p>
<p>Il cuore dell’integrazione è il desk dell’attualità, composto da 19 persone che lavorano per online e giornale, tra i quali i responsabili del settore Interni, Esteri e dell’Economia. Sono soprattutto loro a essere “agnostici rispetto alla piattaforma”, a stabilire cioè minuto per minuto quale debba essere il trattamento dei vari argomenti. Tono e peculiarità delle diverse specializzazioni dei singoli redattori sono comunque rispettati, anche se i settori sono stati raggruppati in modo misto e tematico, i <span class="emphasis"><em>pods</em></span>. Gli Interni, ad esempio, ospitano sia i giornalisti dedicati alla carta sia quelli specializzati nel web, con un capo che sovrintende a entrambi, e hanno facoltà autonoma di pubblicare le notizie online. L’integrazione passa dunque anche attraverso una forte responsabilizzazione, una devoluzione dei poteri ai capi dei settori.</p>
<p>Grande attenzione viene riservata a video e audio, totalmente integrati nella narrazione testuale. La nuova sede del Guardian dispone di sette studi di registrazione e 24 postazioni di editing audio/video. Nel 2008 la testata si è aggiudicata il Royal television society award, uno dei più prestigiosi riconoscimenti inglesi per l’informazione televisiva. È la prima volta che il premio viene vinto da un quotidiano. E ci ostiniamo a chiamarla stampa.</p></div>
<div class="sect1" title="Il Wall Street Journal, un ciclo produttivo articolato sulle 24 ore">
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<h2 class="title"><a id="id420633"></a>Il Wall Street Journal, un ciclo produttivo articolato sulle 24 ore</h2>
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<p>Il Wall Street Journal è stata una delle prime testate al mondo a istituire un <span class="emphasis"><em>continuous news desk</em></span>, ormai oltre dieci anni fa. Una spinta ulteriore verso l’integrazione è giunta dal 2008 con la nomina del nuovo direttore Robert Thomson, già direttore di numerose pubblicazioni di Rupert Murdoch, nuovo editore del Journal. Il passaggio più importante in corso al Wsj è la transizione da un’organizzazione del lavoro basata sul ciclo della stampa a una articolata sulle 24 ore, come ha spiegato il caporedattore centrale Almar Latour<sup>[<a id="id420644" class="footnote" href="#ftn.id420644">170</a>]</sup>.</p>
<p>Il cambio di paradigma è evidente fin dalla riunione del mattino, che inizia con un punto sulla situazione fatto dai responsabili del sito e di Market Watch, la testata online del gruppo Dow Jones specializzata nell’informazione finanziaria. Dal giugno del 2009 è stato realizzato un ufficio centrale che raccoglie i responsabili di Interni, Esteri ed Economia. I desk sono ora divisi per tema e non per piattaforma, ed è stato creato anche un ufficio centrale attualità del gruppo Dow Jones, incaricato di mettere a fattor comune le energie del Wsj, dell’agenzia Dow Jones e delle altre testate della famiglia editoriale di cui fa parte il Wsj. A fine 2008 il sito è stato completamente ridisegnato (con il record di 10 milioni di utenti unici nel giorno del lancio), e dalla fine del 2009 un trasloco in una nuova sede sancirà la nuova organizzazione del lavoro funzionale al ripensamento complessivo del prodotto.</p>
<div class="sect2" title="Il Daily Telegraph, l’integrazione plastica">
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<h3 class="title"><a id="id420654"></a>Il Daily Telegraph, l’integrazione plastica</h3>
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<p>Il quotidiano conservatore inglese Telegraph negli ultimi anni è stato al centro di una delle trasformazioni più profonde per riorientarsi al digitale. Un cambiamento in grado di produrre nuovi format giornalistici come l’inchiesta sui rimborsi dei parlamentari su cui ci soffermeremo tra qualche pagina. Prima ancora che sul giornale o sul sito, gli effetti della riorganizzazione si sono visti sulla disposizione fisica della redazione, ristrutturata in un open space con un grande desk centrale dal quale, come petali, si dipartono i settori. Il sito, ridisegnato nel luglio 2008, ha avuto una crescita di audience significativa, giungendo in alcuni mesi a insidiare e superare il Guardian. Il direttore Will Lewis non solo sta cercando di fondere video e testo per creare nuovi formati di narrazione, ma ha abbattuto anche il tradizionale muro che divide tecnici da giornalisti. Alcuni sviluppatori ora siedono in redazione e scrivono codice per creare database o applicazioni che sono parte integrante delle iniziative giornalistiche della testata. Sono state inoltre create alcune nuove figure professionali, accorpando settori diversi. Il caporedattore della pagina delle opinioni è diventato responsabile anche della community digitale del Telegraph, il capo degli esteri è anche responsabile della disseminazione del lavoro dei corrispondenti su tutte le piattaforme interne ed esterne al giornale (social network, aggregatori, e così via). È stato inoltre creato un laboratorio di sviluppo che mette assieme per progetti specifici da otto a dieci persone del giornale provenienti dai settori più diversi. Le squadre, pool interdisciplinari di cui fanno parte tecnici, giornalisti, risorse di marketing, hanno il compito di portare a termine un’iniziativa, generalmente online, dopo la quale tornano ai settori di pertinenza. Velocità, sperimentazione, iterazione in più cicli, rilasci successivi e progressivi di prodotti in perenne affinamento. È l’applicazione della filosofia della perpetual beta e dell’open source al giornalismo. Fai velocemente, sbaglia, riparti e migliora.</p></div>
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<div class="sect1" title="Crescono testate digitali">
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<h2 class="title"><a id="id420662"></a>Crescono testate digitali</h2>
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<p>Accanto al processo di trasformazione in corso nelle testate tradizionali, si sono affermate, soprattutto negli Stati Uniti, alcune testate giornalistiche che non provengono da un retroterra cartaceo ma sono nate direttamente online. Dopo i prototipi della bolla a cavallo del secolo, come Slate, il modello prevalente è stato il sito di gossip politico-mondano. In realtà la parola gossip non descrive in alcun modo i contenuti e il ruolo di questi siti. Ben presto, si è passati dal pettegolezzo al reporting vero e proprio. Questo giudizio non è unanimemente condiviso nel mondo dei giornali americani: molti fanno notare che nei siti di cui qui si parla la quota di “spazzatura non verificata” è molto alta. Sta di fatto che nelle classifiche dell’audience dei siti di informazione, questo genere di iniziative ha preso un posto significativo: lo Huffington Post, nel settembre del 2008, era ottavo e sopravanzava molti importanti giornali nel traffico online.</p>
<p>Per alcune di queste iniziative il 2009 si avvia a essere l’anno del punto di pareggio economico e di ulteriore acquisizione di preminenza nel panorama dei media statunitensi proprio mentre prosegue la crisi dei quotidiani. La chiave del successo sta in alcuni elementi portanti del modello:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">mix di contenuti nel quale alla parte proprietaria (un terzo, tipicamente) si affiancano grandi quantità di materiali prelevati o linkati da altre fonti, cioè resi disponibili attraverso collegamenti al lettore del proprio sito;</li>
<li class="listitem">aggressività e corrosività nel registro espositivo: sia che si tratti di inchieste che di rivelazioni di singoli fatti, il registro usato da questi siti è aggressivo, intonato con un certo modo di comportarsi e di pensare degli utenti;</li>
<li class="listitem">redazioni fisse estremamente ridotte, grande uso di collaboratori e di volontari;</li>
<li class="listitem">investimenti tecnologici ugualmente leggeri, anche se questo aspetto si “appesantisce” rapidamente al crescere del successo;</li>
<li class="listitem">uso di tutti gli accorgimenti tecnici<sup>[<a id="id420729" class="footnote" href="#ftn.id420729">171</a>]</sup> per favorire la personalizzazione e la diffusione dei contenuti;</li>
<li class="listitem">la crisi dei giornali aiuta questi siti “leggeri” a prosperare: si veda il caso di Politico.com che ricava parte dei suoi incassi dal fatto di essere ormai l’agenzia di stampa specializzata sui fatti di Washington per quei giornali che hanno dovuto tagliare le redazioni nella capitale.</li>
</ul>
</div>
<p>Le tipologie: si parte dal gossip per arrivare alla politica di Washington. I siti cui ci si riferisce si differenziano per orientamento politico, per organizzazione dei contenuti, per modo di organizzare l’esperienza del lettore. C’è chi di fatto tende a porsi come il nuovo giornale quotidiano (Huffington Post<sup>[<a id="id420751" class="footnote" href="#ftn.id420751">172</a>]</sup>); chi rimane legato al modello di sito di indiscrezioni e denuncia (Drudge Report<sup>[<a id="id420762" class="footnote" href="#ftn.id420762">173</a>]</sup>). Chi valorizza molto i propri contenuti e chi, come RealClearPolitics<sup>[<a id="id420778" class="footnote" href="#ftn.id420778">174</a>]</sup>, punta ad aggregare notizie provenienti da tutto il mondo dei media in una sorta di rassegna stampa politicamente intenzionata.</p>
<p>Non è privo di significato notare come non vi sia che pochissimo contenuto televisivo in questi modelli. I promotori di queste esperienze non sono eversori tecnologici del giornale, ma innamorati e cultori del ruolo di critica e vigilanza democratica del giornalismo oltre che della libertà di espressione. Sotto questo aspetto è profondamente significativa l’ultima decisione di Arianna Huffington, che ha stanziato un fondo per la realizzazione e lo sviluppo dell’<span class="emphasis"><em>investigative reporting</em></span>.</p>
<p>Vi è un aspetto psicologico del successo di questi nuovi media. Il punto di passaggio in cui il normale mestiere di informare dà luogo a un’esperienza internet e innesca il successo di queste iniziative, non riproponibile su carta, è in due aspetti: “l’informalità” di internet e l’uso degli strumenti che qualche riga sopra sono stati elencati in linguaggio più tecnologico. L’atteggiamento aggressivo è <span class="emphasis"><em>secretive</em></span> (una sorta di “ti svelo io”) e stimola il lettore a riporre qui e subito una fiducia assoluta in quanto legge.</p>
<p>La disseminazione ha i suoi strumenti: poter citare con un collegamento sul proprio sito, mettere a disposizione di tutti un articolo nei siti che svolgono una sorta di funzione di YouTube dei testi (e la stessa YouTube per il video: i siti si chiamano di <span class="emphasis"><em>social bookmarking</em></span>) conferisce alle persone un senso di onnipotenza, di potere di informare, che di fatto fonda l’adesione quasi fideistica presso i lettori di questi siti.</p>
<div class="sect2" title="Drudge Report">
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<h3 class="title"><a id="id420831"></a>Drudge Report</h3>
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<p>È la punta di lancia della “internet dei conservatori”. Fondato nel 1994 da Matt Drudge, assume la sua veste definitiva nel 1997. Di Drudge è una creatura quasi esclusiva. La sua fama è legata soprattutto all’anticipazione del caso Lewinsky-Clinton.</p>
<p>La composizione dei contenuti è stata imitata da Dagospia: una grande quantità di collegamenti (link) – con acquisizione di una parte del testo – alle opinioni di columnist autorevoli, sia giornalisti che blogger. Questa parte è quantificabile in almeno il 50% dei circa 50-70 aggiornamenti quotidiani di Drudge Report.</p>
<p>Un terzo dei materiali è invece occupato dai testi prodotti specificatamente dagli autori del sito, sulla base di suggerimenti e delle segnalazioni o delle vere e proprie produzioni anonime esterne. Infine, un altro terzo proviene dai collegamenti semplici a contenuti esterni: giornali online, agenzie, fonti varie (blog, siti, fonti di documentazione).</p>
<p>L’organizzazione professionale è volta a selezionare, tra i link e le segnalazioni che si ricevono quelle destinate alla pubblicazione e a fare la titolazione. Il disegno è semplice, reso familiare ai nostri occhi dall’imitazione di Dagospia, ma accorto: non c’è confusione tra “storie” concluse e fatti che si stanno svolgendo. Per questi ultimi si creano pagine interne, dove vengono poi aggiunti gli aggiornamenti, anche sotto forma di foto. In un primo momento lo spazio e il ruolo delle fotografie era assai limitato. Con gli anni è venuto crescendo ed ora Drudge ospita vere e proprie gallerie fotografiche. I risultati: Drudge aveva 2,5 milioni di utenti unici su base mensile nel settembre del 2008.</p></div>
<div class="sect2" title="Huffington Post">
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<h3 class="title"><a id="id420851"></a>Huffington Post</h3>
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<p>È “l’anti Drudge” per eccellenza, nelle posizioni politiche ma non nell’organizzazione professionale. Fondato nel 2005 da Arianna Huffington, si è distinto fin dall’inizio dell’ultima campagna presidenziale Usa per il suo schieramento pro Obama. La caratteristica di <span class="emphasis"><em>HuffPo</em></span>, come viene chiamato,  è che non si limita a puro commento e alla “battaglia delle idee”, ma cura in prima persona una vera e propria attività di reporting professionale. Come tutti i siti di questo genere, ha una parte di link e di contenuti che vengono forniti da blogger e partner fornitori.</p>
<p>L’organizzazione professionale: anche se per HuffPo si spende la parola blog, questo è in realtà un giornale: ha 48 redattori, una struttura di direzione e un’altra di verifica delle notizie e di <span class="emphasis"><em>accuracy desk</em></span>: le sue pagine sono il frutto di scelte editoriali completamente “pensate”. Attorno al nucleo dei fondatori, ruota un gruppo di collaboratori grandi firme. I risultati: secondo i dati Comscore di settembre 2008, il sito ha 4,5 milioni di utenti unici su base mensile.</p>
<p>Per quanto riguarda i ricavi pubblicitari la stima è che la pubblicità nel 2008 abbia reso fra i 6 e 10 milioni di dollari. Da tener presente che la previsione dell’editore è che il punto di pareggio verrà raggiunto al traguardo degli 8 milioni di ricavi annui da pubblicità.</p>
<p>La valutazione da parte degli analisti di Huffington Post è di 110 milioni di dollari a fronte di finanziamenti privati complessivi (ci sono stati due round di ricerca capitali) di 25 milioni di dollari. Un finanziamento che prevede anche acquisizioni mirate di altri blog e siti omologhi alla propria strategia.</p>
<p>Come accennato poco fa, di recente la fondatrice ha lanciato un fondo per la sopravvivenza e la crescita dell’<span class="emphasis"><em>investigative reporting</em></span>, basato sul finanziamento di progetti di inchieste, anche a lungo termine. Nell’avvio di questa attività è stato coinvolto Jay Rosen, il giornalista più noto negli Usa per gli esperimenti di “reporting dei cittadini”.</div>
<div class="sect2" title="Politico.com">
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<h3 class="title"><a id="id420889"></a>Politico.com</h3>
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<p>Politico.com è il sito di un giornale che esce in edicola e vende 25mila copie. È specializzato e focalizzato sulla politica nazionale. Grazie all’accordo con Reuters, concluso alla fine del 2008, Politico è il fornitore del notiziario da Washington (completato da un servizio fotografico) per 60 giornali locali di una certa importanza che hanno di recente tagliato i loro staff nella capitale. L’accordo non si limita all’aspetto di agenzia, ma lo staff per la vendita pubblicitaria di Politico ha la possibilità di vendere inserzioni (banner) sulle pagine che Reuters e Politico vendono ai quotidiani, con una divisione dei ricavi fra i due soggetti (giornali da una parte e Politico/Reuters dall’altra).</p>
<p>L’audience al settembre 2008 è 2,32 milioni di utenti unici. Secondo i responsabili aziendali la raccolta pubblicitaria 2009 è in vantaggio sulle stime fatte nel budget e il sito dovrebbe avere per il 2009 utili <span class="quote">«<span class="quote">per alcuni milioni di dollari</span>»</span>.</div>
<div class="sect2" title="Real Clear Politics">
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<h3 class="title"><a id="id420926"></a>Real Clear Politics</h3>
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<p>Rcp ha sede a Chicago ed è stato fondato nel 2000 da due personaggi (Tom Bevan e John McIntyre) che con il giornalismo non hanno nulla in comune ma che definiscono la loro creatura come destinata a <span class="quote">«<span class="quote">gente come noi, che vive e respira politica e gli argomenti chiave della giornata</span>»</span>. È una pagina dove vengono aggregate, attraverso un’operazione guidata da mano umana (e non da software), i migliori editoriali e <span class="emphasis"><em>news analysis</em></span> del paese. A questa massa critica di contenuti aggregati si aggiunge un piccolo numero di blogger – tra questi uno dei fondatori – che fornisce contenuto originale. Nel 2007 Forbes ha acquistato il 51% della società.</div>
<div class="sect2" title="FreeRepublic">
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<h3 class="title"><a id="id420961"></a>FreeRepublic</h3>
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<p>Da quasi 15 anni FreeRepubblic realizza la conversazione di base (<span class="emphasis"><em>grassroots</em></span>) della politica conservatrice. Più volte sotto accusa per aver organizzato forum di discussione su temi razzisti, è di fatto quanto di più simile a Beppe Grillo – anche se manca il personaggioguida.</div>
<div class="sect2" title="Gawker: le celebrities come forma di lobbying">
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<h3 class="title"><a id="id420952"></a>Gawker: le celebrities come forma di lobbying</h3>
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<p>Gawker Media è una federazione di blog tematici. Più che un blog o un sito di gossip siamo di fronte a un vero e proprio piccolo gruppo editoriale su internet. Il blog principale, Gawker.com, nasce nel 2005 dall’unificazione di diversi blog che si occupavano di <span class="emphasis"><em>celebrities</em></span>.</p>
<p>Gawker presenta se stesso come <span class="quote">«<span class="quote">La fonte delle notizie e del gossip per i media di Manhattan</span>»</span>. Fino all’autunno 2008. Da allora, in previsione della crisi il fondatore e capo Nick Denton ha fatto alcuni licenziamenti in quattro delle sue testate, mantenendo però il sito principale di gossip e quello di politica. Gawker pubblica oltre 50 pezzi al giorno, opera di collaboratori e blogger-collaboratori.</p>
<p>Dopo la vendita di tre blog federati (di cui uno dedicato alla politica e l’altro ai diritti dei consumatori), la società si è dotata di una forza vendita propria per la pubblicità e i dati 2009 indicano una tendenza dei ricavi superiore del 34% rispetto all’anno precedente, nel quadro di una tendenza generale che vede i siti e i blog far meglio dei giornali, anche online.</p>
<p>Il suo fatturato pubblicitario non è noto; la sua audience, pur inferiore a quella di altri siti come Huffington, ha toccato, in termini di pagine, i 300 milioni al mese. Il suo pubblico è composto – secondo uno studio interno – al 74% da donne istruite e impegnate nel mondo del lavoro e prevalentemente al di sotto dei 35 anni.</p></div>
<div class="sect2" title="The Daily Beast">
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<h3 class="title"><a id="id420999"></a>The Daily Beast</h3>
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<p>The Daily Beast è un sito di informazione fondato da Tina Brown, già editor di Vanity Fair. Circa un terzo del suo contenuto è originale, mentre il resto viene dall’aggregazione di diverse fonti e da fornitori esterni. Lanciato nell’ottobre del 2008, ha una redazione di 6 persone e una rosa di 15 collaboratori di eccellenza – tra questi George Clooney, Steve Jobs, Dan Rather.</p>
<p>In Italia questo modello è replicabile? Di fatto viene già replicato, anche se in un modo che lascia intravvedere più difetti che pregi. Da Dagospia a Blitz quotidiano. Una replica di successo è possibile se il modello viene portato alle sue estreme conseguenze, puntando a occupare gli spazi che i media italiani non riempiono.</p>
<p>Se guardiamo alle diverse tipologie americane e le confrontiamo con quanto esiste in Italia, notiamo che nel nostro paese la rete ha esaltato l’aspetto della litigiosità e dell’approssimazione. Mentre mancano, tranne rare eccezioni, siti-blog che approfondiscano con competenza singoli aspetti della politica<sup>[<a id="id421019" class="footnote" href="#ftn.id421019">175</a>]</sup> e dei <span class="emphasis"><em>key issues</em></span> del paese. Il successo de lavoce.info sotto questo aspetto è assai significativo e rappresenta una buona indicazione di ciò che è necessario fare. La pratica di Dagospia, che consiste nel copiare e incollare all’interno delle sue pagine, articoli e commenti prelevati dai giornali, senza alcuna autorizzazione da parte di questi, va distinta da altre “usanze” in vigore tra gli utenti internet. Ciò che fa Dagospia non è sua esclusiva: sono in molti a tagliare e incollare i pezzi dei giornali – per esempio piccoli siti o blog che si occupano di sport sono tra i più attivi in questo senso. O anche appassionati di singole questioni, che magari copiano il fondo del direttore o un pezzo di Sofri nella loro pagina Facebook proprio perché – è il caso più frequente – lo condividono. È una pratica diffusa. Ma Dagospia si distingue per due tratti specifici: il grande numero di pezzi copiati e la presenza di pubblicità sulle sue pagine.</p>
<p>Quello di D’Agostino è un sito che, con il prelievo selvaggio dai giornali, ha costruito la parte più significativa e maggioritaria del proprio prodotto. La percentuale di scoop proprietari e di materiali da altre fonti è minima, al contrario di quanto avviene nei siti/blog americani che lo stesso Dagospia prende a modello. Discorso diverso per le fotografie, che sono quasi tutte proprie. Se si tolgono i pezzi dei giornali, a Dagospia rimane davvero poco.</p>
<p>In questo modo – ed è il secondo dato caratterizzante – il sito realizza grandi numeri di audience e su questo risultato ha costruito la propria autorevolezza e fonda la propria raccolta pubblicitaria, affidata alla concessionaria del gruppo Tiscali. Si tratta cioè di un’impresa, una Srl che nel 2008 ha fatturato (dati Camera commercio di Roma) 620mila euro con un utile netto di 156mila.</p></div>
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<div class="sect1" title="Gli esperimenti di giornalismo partecipativo e iperlocale">
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<h2 class="title"><a id="id421041"></a>Gli esperimenti di giornalismo partecipativo e iperlocale</h2>
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<p>Quando morì papa Woityla, nell’aprile del 2005, Roma fu presa d’assalto da una folla enorme. In quel serpente in fila che percorreva San Pietro, via della Conciliazione e perfino le strade vicine foto e videocamere uguagliavano il numero delle teste. La folla voleva passare davanti alla bara e strappare la più facile delle immagini, la più comune, quella che la tv trasmetteva quasi di continuo come immagine-simbolo della giornata. Eppure tutti filmavano e fotografavano per avere la <span class="emphasis"><em>loro</em></span> immagine, e molti la condividevano inviandola, anche se i social network non erano ancora l’ossessione del momento. C’era un rapporto fisico tra quella gente e l’oggetto del loro interesse, in quelle mani alzate a cercare un varco per il proprio obiettivo c’era il desiderio di portare con sé la propria esperienza di un evento assoluto per emozioni, simbolicità, ripetibilità. Fossimo stati in un contesto meno sorvegliato, qualcuno avrebbe portato via pezzi del feretro, sarebbe cominciata una spoliazione.</p>
<p>Quel comportamento era il racconto a se stessi dell’esperienza vissuta in piazza. Possibile da sempre, fin dai diari di viaggio dei secoli passati, ma con la variante digitale della distribuzione (via blog, via posta, per invio a un giornale, pubblicazione in una pagina web parrocchiale) ora anche esperienza socializzabile. La ricerca privata del racconto del vissuto si fa pubblica col digitale. Nasce il giornalismo dell’esperienza.</p>
<p>Oggi ci sembra del tutto scontato che sia così. Da allora, i grandi eventi sono stati tutti accompagnati dal giornalismo degli utenti. Dapprima come un coro, che poi nel caso della rivoluzione iraniana del 2009 si è sostituito ai protagonisti della narrazione, tutti espulsi o incarcerati.</p>
<p>Non si tratta di un’astruseria difficile da capire, e nemmeno di uno scandalo della credibilità e verificabilità delle notizie come ogni volta, regolarmente e noiosamente, ci ripetono quei giornalisti che vogliono a tutti i costi difendersi dalla novità. Il giornalismo dell’esperienza ci riporta alla causa più profonda della sua nascita: al bisogno di sperimentare il mondo, di conoscerlo, di interiorizzarlo. Se questa operazione è possibile in modo diretto, senza intermediari, qualsiasi essere umano ne è più felice. Veniamo tuttavia da un mondo di barriere e distanze incolmabili, di divari sociali e culturali, di alfabetizzati e analfabeti, e, non ultima causa, di divisione sociale del lavoro. Tutto questo produce il giornalismo come professione. Ma il nostro lavoro resta una missione civile, non ci ha investito né un’autorità superiore né siamo lì a fare ciò che facciamo perché esprimiamo per definizione una più acuta consapevolezza dei fatti e delle cose (a volte è davvero così, ma ci verrà chiesto, con pedanteria e ostilità, di documentarlo e provarlo). Siamo gli inviati dell’esperienza. E purtroppo per noi, molte barriere e analfabetismi sono caduti. Oggi siamo gli inviati sui fatti e sui problemi della società. Lavoriamo come i cuochi in certi ristoranti americani di sushi, sotto gli occhi del cliente, che crede di saper tagliare il pesce come e forse meglio di noi. Ed è un cliente che ha la lingua lunga.</p>
<p>In questo clima del giornalismo dell’esperienza il digitale sta favorendo, anche in Italia, la nascita e la crescita di una serie di iniziative di tipo partecipativo e di siti che offrono informazione locale. A livello cittadino esistono esperimenti che dal punto di vista del pubblico hanno raggiunto un certo successo, come ad esempio Varese News<sup>[<a id="id421065" class="footnote" href="#ftn.id421065">176</a>]</sup> – testata degli industriali e delle associazioni di categoria del territorio – e realtà regionali che sono ormai consolidate, come GoMarche<sup>[<a id="id421084" class="footnote" href="#ftn.id421084">177</a>]</sup>. Molti di questi siti sono associati in un organismo, l’Anso (Associazione nazionale stampa online)<sup>[<a id="id421097" class="footnote" href="#ftn.id421097">178</a>]</sup>, che raccoglie una cinquantina di testate e cerca di fungere da punto di riferimento per un network che raggiunge i 3,5 milioni di utenti unici al mese. Si tratta di voci che spesso hanno assunto un certo rilievo ma che spesso, tolti alcuni casi, faticano sia dal punto di vista del modello economico che da quello dell’applicazione di criteri rigorosi del mestiere.</p>
<p>Per quanto riguarda il giornalismo partecipativo, in ritardo rispetto ad altri paesi, qualcosa si muove. Per i video va senz’altro menzionata l’esperienza di YouReporter<sup>[<a id="id421126" class="footnote" href="#ftn.id421126">179</a>]</sup>, piattaforma per la pubblicazione di video e audio che sta riscuotendo una certa fortuna. Per il momento da noi non c’è nulla di paragonabile a Rue 89, lanciato in Francia due anni fa da alcuni giornalisti di Libération e guidato da Pierre Haski. Il sito, ha spiegato il suo direttore durante una tavola rotonda tenutasi nella primavera del 2009 durante il Festival del giornalismo di Perugia, ha tre voci: quella dei giornalisti professionisti, quella degli “esperti” e quella dei cittadini, che si compongono in una comunità di interessi informativi<sup>[<a id="id421140" class="footnote" href="#ftn.id421140">180</a>]</sup>. Rue 89 per ora riesce a far quadrare i conti, sia pure con qualche difficoltà. Il sito è partito</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>con capitale iniziale di 100mila euro messo insieme con le liquidazioni e i risparmi personali, cui si sono aggiunti 300mila euro di amici e sostenitori. Un anno più tardi è stato venduto il 22 per cento del capitale a diversi investitori<sup>[<a id="id421156" class="footnote" href="#ftn.id421156">181</a>]</sup>.</p></blockquote>
</div>
<p>Nata in Francia, è da poco giunta in Italia anche l’esperienza di AgoraVox<sup>[<a id="id421166" class="footnote" href="#ftn.id421166">182</a>]</sup>, guidata da Francesco Piccinini. Il sito raccoglie nel nostro paese i contributi di 1.200 cittadini reporter e, come ha raccontato Piccinini durante una giornata sui media partecipativi tenutasi a Roma nel giugno 2009, ha raggiunto i 300mila lettori mensili<sup>[<a id="id421205" class="footnote" href="#ftn.id421205">183</a>]</sup>.</p>
<p>La notizie inviate dai cittadini finiscono in un backoffice in cui circa 600 moderatori (ovvero le persone che hanno scritto più di 5 articoli con valutazione positiva) possono votarle.</p>
<p>Questo per verificare che non ci siano eventuali errori o mancanze. Una volta che la notizia è approvata va online e qui sale e scende sulla home page in base a un algoritmo che tiene conto delle visite/voti/commenti. Le persone scrivono, e per farlo devono essere registrate. Una volta che il loro pezzo (ma può essere anche una foto o un video) è inserito un altro utente, ma più anziano e più “noto” al sistema, lo “passa”. A quel punto, dopo l’ultima approvazione a cura della redazione centrale, va in pagina, dove la sua collocazione è decisa da criteri di popolarità. Il sito pubblica una trentina di contributi ogni giorno.</p>
<p>AgoraVox, partito dalla rete, potrebbe presto approdare alla carta sotto forma di settimanale, con il meglio di quanto raccolto online. Conferma Piccinini:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Per ora lavoriamo su due piste una di un’edizione free press e l’altra come supplemento di un quotidiano. Siamo già stati avvicinati da varie persone per entrambe le opportunità.</p></blockquote>
</div>
<p>Il modello basato sulla pubblicità online per ora non basta ad assicurare la sopravvivenza economica della testata. Per questo è necessario attivare nuove forme di ricavo.</p>
<p>A questo proposito, una delle strade che si stanno testando negli Usa è quella delle fondazioni senza scopo di lucro. Un modello economico che preveda lo stanziamento di un fondo iniziale con la capacità economica, da parte della testata, di vivere reinvestendo gli utili nell’autofinanziamento. L’esempio più illustre è quello del trust che già da tempo pubblica il St. Petersburg Times e tiene in vita Poynter, il centro di studio americano più vitale sul giornalismo. Dalla fine del 2007, con l’acuirsi della crisi dei giornali, molti altri tentativi sono stati intrapresi. Sia a livello locale con il MinnPost.com<sup>[<a id="id421268" class="footnote" href="#ftn.id421268">184</a>]</sup> nel Minnesota e The Voice of San Diego<sup>[<a id="id421281" class="footnote" href="#ftn.id421281">185</a>]</sup> in California come esempi più importanti, sia a livello nazionale. Qui il tentativo da seguire con più attenzione, sia pure tra molte difficoltà, è quello dell’ex direttore del Wall Street Journal Paul Steiger, che dirige ProPublica<sup>[<a id="id421303" class="footnote" href="#ftn.id421303">186</a>]</sup>, progetto non-profit focalizzato sul giornalismo investigativo.</p>
<p>Ugualmente interessanti sono i tentativi di <span class="emphasis"><em>crowdfunding</em></span>, ovvero di raccolta di finanziamenti dai lettori per progetti specifici. Tra questi va menzionato negli Stati Uniti New Assignment<sup>[<a id="id421328" class="footnote" href="#ftn.id421328">187</a>]</sup>.</div>
<div class="sect1" title="L’inchiesta opensource">
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<h2 class="title"><a id="id421352"></a>L’inchiesta opensource</h2>
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<p>Il digitale, pur tra le difficoltà della crisi di modello business e della necessità – per i media tradizionali – di adattarsi a un nuovo ecosistema, offre tuttavia straordinarie opportunità al giornalismo, a patto di tornare ai fondamentali del mestiere, alla ricerca delle notizie. Come abbiamo già affermato nel primo capitolo, erroneamente molti continuano a pensare alla rete come luogo del flusso di notizie a getto continuo, in ciò opposta al giornale, luogo invece di costruzione del senso. Ma la rete offre strumenti eccellenti per ricostruire senso, per comprendere a fondo fatti e fenomeni. Non stiamo parlando della Verità, che gli autori di questo libro sono troppo anziani per credere ancora che esista in quanto tale, ma del reale, dei fatti che spesso nel racconto dei media-spettacolo diventano solo una quinta per la rappresentazione del racconto del potere.</p>
<p>La rete invece, attraverso i meccanismi di permanenza dei documenti, ricercabilità, possibilità di link, iterazione di un’inchiesta in cicli successivi di approfondimento, di definizione degli strumenti narrativi sulla base della necessità del racconto, consente di ricostruire il puzzle dei fatti e di mantenere su di essi l’agenda dell’opinione pubblica. Si tratta di un processo alla base del quale è necessario condividere con i propri lettori un metodo (il rigore del mestiere), e il senso critico di continuare a farsi delle domande, di ammettere con trasparenza cosa sappiamo, cosa hanno saputo altre fonti e cosa ci piacerebbe ancora scoprire.</p>
<p>Due esempi. In primo luogo l’inchiesta condotta da Repubblica, a partire dalla scorsa primavera, sulle modalità di reclutamento del personale politico e sulle commistioni tra rapporti privati e cosa pubblica da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Non interessa qui ripercorrere i fatti, quanto piuttosto mettere in luce il metodo utilizzato da Repubblica, a partire dalla ricostruzione dei rapporti tra il presidente Berlusconi e Noemi Letizia, la 18enne napoletana dalla cui festa di compleanno a Casoria, alla presenza del premier, è partito il caso.</p>
<p>Repubblica ha accompagnato il tradizionale lavoro di ricerca dei propri cronisti, con la regia di Giuseppe D’Avanzo, alla realizzazione di uno speciale online sulla vicenda<sup>[<a id="id421378" class="footnote" href="#ftn.id421378">188</a>]</sup>. Nel dossier è stato pubblicato:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">un elenco di tutte le domande alle quali Berlusconi aveva rifiutato di rispondere;</li>
<li class="listitem">i link a tutte le versioni dei fatti emerse dai diversi giornali, mettendo in luce fatti acclarati e contraddizioni tra la realtà e le versioni ufficiali fornite da palazzo Chigi;</li>
<li class="listitem">le contraddizioni tra le diverse versioni dei personaggi coinvolti nella vicenda oltre alle notizie scovate dai cronisti di Repubblica.</li>
</ul>
</div>
<p>Insomma, punto per punto, ciò che Repubblica sapeva, ciò che era controverso, ciò su cui Berlusconi era stato opaco o contraddittorio, e su tutto i quesiti aperti cui i cronisti avrebbero cercato di dare risposta. Riportando quanto emerso da altri e ritenuto attendibile (il giornale come piattaforma e non come prodotto finito).</p>
<p>Una vera e propria <span class="emphasis"><em>running story</em></span> multimediale, arricchita per settimane con i video delle dichiarazioni dei protagonisti, aggiornata di ora in ora con le novità, i progressi, e la riformulazione martellante delle domande ancora senza risposta al premier. Il tutto anche in inglese, facendo così in modo che l’eco delle notizie travalicasse i confini linguistici nazionali e divenisse informazione corrente anche per i grandi media stranieri, dal New York Times al Guardian, dal Pais alla Suddeutsche Zeitung, dal Times a Le Monde.</p>
<p>L’inchiesta è stata anche una straordinaria occasione per dimostrare che il <span class="emphasis"><em>crowdsourcing</em></span> (la raccolta di notizie attraverso le segnalazioni dei lettori) può essere uno strumento assai efficace del giornalismo digitale. A riconferma del fatto che ogni lettore/fonte può avere un pezzetto del racconto, due elementi essenziali della vicenda sono venuti proprio dai contributi degli utenti, ai quali Repubblica aveva fatto appello chiedendo di rivelare fatti e circostanze utili all’inchiesta. È stato un cittadino a segnalare via e-mail la partecipazione di Noemi, ancora minorenne e senza i genitori, alla festa degli imprenditori organizzata a Villa Madama nel novembre 2008. La circostanza, verificata attraverso fonti indipendenti, è divenuta poi il tema di un articolo del giornale<sup>[<a id="id421446" class="footnote" href="#ftn.id421446">189</a>]</sup>. E ancora a un lettore si deve la scoperta su YouTube del video<sup>[<a id="id421464" class="footnote" href="#ftn.id421464">190</a>]</sup> in cui Noemi e la madre partecipavano alla cena di Natale del Milan sedute al tavolo d’onore con il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri.</p>
<p>Sul metodo giornalistico con il quale Repubblica ha affrontato la vicenda, ha scritto Giuseppe Granieri:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Peppe D’Avanzo potrebbe essere ricordato come l’uomo che ha guidato l’assedio al berlusconismo. Al di là del tema e del merito, lo ha fatto nel metodo, che pure non dovrebbe essere una cosa rara nel giornalismo (ma in Italia lo è): ha fatto domande su questioni irrisolte e ha insistito (ben supportato dalla sua testata e dai media stranieri prima che si accodassero anche gli altri italiani) per avere risposte. Sembra una cosa banale, ma è un modello che inchioda la logica comunicativa del berlusconismo, fatta di verità costruite sul qui ed ora e sulla irrilevanza del raccordo con i fatti<sup>[<a id="id421480" class="footnote" href="#ftn.id421480">191</a>]</sup>.</p></blockquote>
</div>
<p>Più o meno negli stessi giorni in cui Repubblica lanciava la propria inchiesta, in Inghilterra il quotidiano conservatore Daily Telegraph avviava un’inchiesta multimediale a puntate sulle note spese dei parlamentari<sup>[<a id="id421533" class="footnote" href="#ftn.id421533">192</a>]</sup> che di lì a poco avrebbe portato alle dimissioni dello speaker della Camera (le prime in 300 anni) e che è divenuta uno degli argomenti centrali nel dibattito dell’opinione pubblica inglese nella primavera/estate del 2009.</p>
<p>L’inchiesta, che raccontava di rimborsi per migliaia di sterline richiesti dai parlamentari per mutui inesistenti, per il giardinaggio, per la manutenzione della piscina, per le decorazioni natalizie, è uscita a puntate sul quotidiano, esaurito nelle edicole già alle 11 del mattino. Sul sito, dove nel corso della giornata venivano anticipate le notizie più interessanti, era stato realizzato uno speciale con le schede dei parlamentari oggetto di indagine e con la raccolta di tutto il materiale, sondaggi, interattivi. I flash più interessanti venivano anche inviati via sms e poi diffusi su Facebook. Ai parlamentari è stata inoltre offerta la possibilità di replicare attraverso un <span class="emphasis"><em>videobooth</em></span></p>
<p><sup>[<a id="id421562" class="footnote" href="#ftn.id421562">193</a>]</sup>, una cabina dotata di una telecamera, dove poter registrare il proprio messaggio, trasmesso poi in versione integrale dal giornale. L’operazione ha coinvolto un pool di decine di persone (da un paio d’anni la redazione del Telegraph è totalmente integrata e produce su tutte le piattaforme disponibili). Commentando il lavoro dei concorrenti, Simon Jenkins sul Guardian<sup>[<a id="id421581" class="footnote" href="#ftn.id421581">194</a>]</sup> ha osservato come questa sia stata la rivincita dei giornali:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Quanti declamano il necrologio dei mainstream media, dovrebbero preoccuparsi di citare una qualsiasi testata solo online in grado di realizzare un’inchiesta simile (…) Crudo, sleale, radicale, il giornale vecchio stile è ancora disperatamente necessario per tenere in piedi la democrazia. Dio faccia in modo che possa sopravvivere.</p></blockquote>
</div>
<p>E proprio il Guardian il mese successivo ha lanciato sullo stesso argomento un’operazione di <span class="emphasis"><em>crowdsourcing</em></span><br />
<sup>[<a id="id421614" class="footnote" href="#ftn.id421614">195</a>]</sup> arruolando i lettori del proprio sito come collaboratori. L’iniziativa è scattata quando il parlamento inglese ha reso disponibili al pubblico 700mila documenti relativi ai rimborsi<sup>[<a id="id421627" class="footnote" href="#ftn.id421627">196</a>]</sup> richiesti dai rappresentanti della camera dei Comuni. Un mare di file pdf difficilmente ricercabile in forma elettronica. Per questo, un team di programmatori del giornale, guidati da Simon Willison, ha realizzato un database. Ogni lettore ha potuto arruolarsi all’inchiesta, prendere in carico un certo numero di documenti relativi ai parlamentari più vicini al proprio collegio, spulciare le ricevute e segnalare dati che riteneva meritassero una valutazione più approfondita da parte dei redattori del giornale. Man mano che il materiale veniva analizzato, era reso ricercabile per nome dei parlamentari e per partito politico. Il giornale ha anche attivato una diretta per seguire l’inchiesta minuto per minuto. Centinaia di migliaia di documenti, migliaia di occhi su web ad analizzarli, una redazione a verificare e coordinare le segnalazioni ricevute online dai propri lettori: ecco l’inchiesta open source condotta attraverso un giornale che, da prodotto finito, diventa piattaforma.</div>
<div class="sect1" title="Il dibattito sulle notizie a pagamento">
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<h2 class="title"><a id="id421648"></a>Il dibattito sulle notizie a pagamento</h2>
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<p>Se la pubblicità da sola non basta a tenere in piedi le redazioni tradizionali, anche i tentativi di iniziative <span class="emphasis"><em>online-only</em></span> faticano a prosperare. Come dimostra il caso di Seattle, dove un sito creato dopo che uno dei due giornali cittadini era stato chiuso, è resistito solo pochi mesi, non essendo riuscito a mettere insieme nemmeno i 500mila dollari annui che sarebbero stati necessari a coprire i costi vivi. Mentre da diverse parti si studiano nuovi possibili modelli business<sup>[<a id="id421665" class="footnote" href="#ftn.id421665">197</a>]</sup>, si è dunque tornati a discutere di far pagare i lettori per le notizie online.</p>
<p>Il primo a ragionarne a fine gennaio è stato il direttore del New York Times Bill Keller in un filo diretto con i propri lettori<sup>[<a id="id421690" class="footnote" href="#ftn.id421690">198</a>]</sup>. Il pensiero di Keller è stato successivamente chiarito da Martin Nisenholtz, responsabile dell’area digitale della New York Times Company, la società editrice del giornale, il quale ha confermato che la questione è sul tavolo. Micropagamenti, accessi a più livelli differenziati, abbonamenti – ha affermato Nisenholtz<sup>[<a id="id421705" class="footnote" href="#ftn.id421705">199</a>]</sup> – potranno incrementare il core-business pubblicitario. Il tema è come trarre valore dagli utenti senza cannibalizzare gli introiti pubblicitari, che restano il cuore della strategia sui ricavi.</p>
<p>Sull’argomento è intervenuto anche Walter Isaacson, presidente dell’Aspen Institute e in passato amministratore delegato di Cnn nonché direttore di Time. Proprio sul settimanale ha scritto un articolo<sup>[<a id="id421740" class="footnote" href="#ftn.id421740">200</a>]</sup> in cui si ipotizza l’adozione di micropagamenti e di un modello iTunes per le notizie. Come per il negozio di musica online di Apple, i lettori dovrebbero essere messi in grado di acquistare il singolo articolo con una spesa di frazioni di dollaro e una procedura immediata, che non comporti il riempimento di moduli o l’inserimento reiterato dei dati della carta di credito.</p>
<p>Anche altri tre gruppi editoriali Usa hanno annunciato di avere piani di monetizzazione dei contenuti che prevedono pagamenti per l’utente. Newsday<sup>[<a id="id421766" class="footnote" href="#ftn.id421766">201</a>]</sup>, quotidiano di New York di proprietà della società televisiva Cablevision, destinerà parte del proprio sito a sezione riservata agli abbonati della stazione televisiva. L’addebito agli utenti verrà fatto direttamente nella bolletta mensile con cui pagano i servizi tv.</p>
<p>Hearst<sup>[<a id="id421783" class="footnote" href="#ftn.id421783">202</a>]</sup> invece ha annunciato un progetto secondo il quale parte dei contenuti delle testate del gruppo verrà posto online a pagamento. Saranno inoltre realizzate edizioni per dispositivi digitali simili a Kindle.</p>
<p>Infine Time ha comunicato<sup>[<a id="id421811" class="footnote" href="#ftn.id421811">203</a>]</sup> che nei prossimi mesi condurrà esperimenti sui propri siti (<a class="link" href="http://SI.com">SI.com</a>, <a class="link" href="http://Time.com">Time.com</a>, <a class="link" href="http://CNNMoney.com">CNNMoney.com</a> ed <a class="link" href="http://EW.com">EW.com</a>) per valutare la disponibilità dei propri utenti a pagare per alcuni contenuti.</p>
<p>Fino a oggi gli esperimenti di contenuti digitali di informazione a pagamento che hanno avuto qualche efficacia si sono basati su uno solo o su una combinazione di questi fattori:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">qualità, valore d’uso ed esclusività del contenuto (Wall Street Journal<sup>[<a id="id421877" class="footnote" href="#ftn.id421877">204</a>]</sup>);</li>
<li class="listitem">riproduzione fedele online della versione cartacea (Newsstand<sup>[<a id="id421898" class="footnote" href="#ftn.id421898">205</a>]</sup>, Extra del Gruppo L’Espresso<sup>[<a id="id421914" class="footnote" href="#ftn.id421914">206</a>]</sup>);</li>
<li class="listitem">semplicità o modalità innovativa di fruizione (lettori come Kindle di Amazon<sup>[<a id="id421937" class="footnote" href="#ftn.id421937">207</a>]</sup>);</li>
<li class="listitem">utilizzo in mobilità (ancora Kindle, iRex<sup>[<a id="id421961" class="footnote" href="#ftn.id421961">208</a>]</sup>, i prototipi di Plastic Logic<sup>[<a id="id421976" class="footnote" href="#ftn.id421976">209</a>]</sup> e i primi esperimenti di librofonino).</li>
</ul>
</div>
<p>Analizziamo con più attenzione il primo, ovvero il pagamento di una parte dei contenuti del giornale per la fruizione via web. Il caso di maggior successo è senza dubbio il Wall Street Journal. Si tratta tuttavia di un giornale particolare, visto che l’informazione finanziaria, che per per sua natura ha un alto valore d’uso (spesso è pagata direttamente dalle società o è acquistata per motivi professionali), si accompagna a servizi di fornitura di dati finanziari esclusivi e poco fungibili (Dow Jones, come Bloomberg o Thomson Reuters, è anche un fornitore di quotazioni).</p>
<p>Il Wall Street Journal sostiene di avere circa un milione di abbonati alla propria edizione online, il cui costo annuale è di 89 dollari. Ma il ricavo non è di 89 milioni. Una buona parte degli abbonamenti online, infatti, deriva dall’estensione digitale dell’abbonamento su carta, abbinamento che – a chi è già abbonato al quotidiano – costa 10 dollari l’anno. Fonti interne alla società fissano i ricavi online per il 2007 in circa 60 milioni di dollari<sup>[<a id="id422002" class="footnote" href="#ftn.id422002">210</a>]</sup>. Secondo le stime del direttore di Wired, Chris Anderson<sup>[<a id="id422017" class="footnote" href="#ftn.id422017">211</a>]</sup>, i valori potrebbero essere largamente inferiori. Dopo aver valutato se fornire libero accesso al sito e puntare a un aumento del traffico e dei ricavi pubblicitari, o tenere una parte dei contenuti sotto chiave, la società a gennaio 2008 ha deciso di mantenere parte del giornale a pagamento. I contenuti disponibili gratuitamente sono però aumentati in modo significativo e oggi sono oltre il 50% di tutti gli articoli di rilievo del quotidiano (tra i quali buona parte degli editoriali). Per aumentare l’accesso dai motori di ricerca, inoltre, tutti gli articoli indicizzati da Google News sono gratuiti. Gratis è stata a lungo anche l’edizione del Wsj per l’iPhone, e il passaggio a pagamento è iniziato in modo graduale da ottobre 2009.</p>
<p>Anche il New York Times fino all’agosto 2007 aveva una propria offerta di contenuti web a pagamento, Times Select, acquistabile con carta di credito al costo di 49 dollari l’anno. Il pacchetto riguardava editoriali e commenti, aveva 200mila abbonati e produceva ricavi pari a 10 milioni di dollari l’anno. Per fornire un termine di paragone, i ricavi da pubblicità internet del Nyt nel 2007 sono stati pari a 282,5 milioni di dollari, e nel 2008 308,8 (+9,3%). Il che significa che i ricavi da contenuti online a pagamento erano circa un trentesimo della pubblicità digitale.</p>
<p>L’abbandono del pagamento ha avuto un effetto immediato sull’audience del New York Times. L’aumento di traffico è stato pari al 64% degli utenti unici<sup>[<a id="id422045" class="footnote" href="#ftn.id422045">212</a>]</sup> nei primi mesi dalla chiusura di Times Select. Anche con una monetizzazione pubblicitaria parziale, questo delta aggiuntivo dovrebbe aver più che compensato i mancati introiti di Select.</p>
<p>In precedenza il Nyt aveva provato a monetizzare i propri archivi facendo pagare l’accesso al singolo articolo attraverso una piattaforma di transazioni fornita da Qpass<sup>[<a id="id422061" class="footnote" href="#ftn.id422061">213</a>]</sup>, azienda che – dopo lo scoppio della bolla del 2000/2001 – passò ad altre attività. L’esperimento così terminò.</p>
<p>La fase successiva alla bolla delle dot.com, con la contrazione della pubblicità, ha visto molti editori tentare la strada dei contenuti a pagamento online, nella maggior parte dei casi con scarso successo. Negli Stati Uniti va ricordato il tentativo di Slate, oggi di proprietà del gruppo del Washington Post. In Europa quello di El Pais, che due anni fa decise di tornare al tutto-gratis, dopo aver compromesso la possibilità di raggiungere la leadership di traffico, saldamente nelle mani del concorrente El Mundo. Tra le esperienze di successo invece va ricordata tra i quotidiani regionali quella dell’Arkansas Democrat Gazette<sup>[<a id="id422101" class="footnote" href="#ftn.id422101">214</a>]</sup>. L’accesso al sito è gratuito per gli abbonati al giornale, costa 4,95 dollari al mese per tutti gli altri. Il segreto del funzionamento della formula sta nell’esclusività del contenuto: in uno stato arretrato come l’Arkansas il giornale è monopolista di mercato, e dunque non esiste altro modo per avere le notizie locali.</p>
<p>I metodi di pagamento diffusi in rete rientrano in alcune grandi categorie:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">sistemi legati a uno specifico dispositivo, basati su un conto personale alimentato con carta di credito (iTunes, Kindle, iLiad);</li>
<li class="listitem">sistemi di micropagamento basati su un conto personale alimentato da carta di credito o da bonifico (PayPal, MoneyBookers);</li>
<li class="listitem">abbonamenti con carte di credito, prepagate, bonifici o c/c postali;</li>
<li class="listitem">addebiti nella bolletta dei provider di connettività (Alice Pay);</li>
<li class="listitem">acquisti da telefono fisso o mobile con numerazione premium (899 e simili);</li>
<li class="listitem">acquisti via sms premium;</li>
<li class="listitem">acquisto fisico di una card (tabaccai, edicole) prepagata o in bundle con un giornale, con un codice da inserire in rete.</li>
</ul>
</div>
<p>Ognuno di essi pone problemi diversi. Le card hanno un costo di distribuzione; gli sms, le numerazioni premium e gli addebiti in bolletta comportano un alto costo di intermediazione da parte delle società telefoniche; gli abbonamenti richiedono registrazione, esborso anticipato e devono vincere la perdurante diffidenza da parte di molti utenti all’uso della carta su web; i micropagamenti sono legati alla registrazione su una piattaforma di terzi. Per l’informazione online, soprattutto di recente, molti hanno fatto riferimento all’uso di un “modello iTunes”. In realtà, come ha sottolineato Clay Shirky<sup>[<a id="id422185" class="footnote" href="#ftn.id422185">215</a>]</sup>, docente alla New York University ed esperto degli aspetti socio-economici delle tecnologie internet, notizie e musica hanno dinamiche economiche diverse:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">un brano, per definizione, si presta alla fruizione ripetuta, un articolo no;</li>
<li class="listitem">il mercato musicale è in mano a quattro soggetti (Sony, Emi, Universal, Warner) e dunque facilmente incanalabile in un modello di distribuzione prevalente. Il mercato dell’informazione è frammentato, fortemente concorrenziale e in larga parte composto da beni con un’alta fungibilità e disponibili in abbondanza. Per converso, è l’attenzione dei lettori, sul lato della domanda, a essere scarsa.</li>
</ul>
</div>
<p>Più promettente, in questa tipologia di piattaforme di transazione, potrebbe essere il nuovo sistema operativo dell’iPhone<sup>[<a id="id422226" class="footnote" href="#ftn.id422226">216</a>]</sup>, il 3.0, arrivato con l’estate 2009. Il software consentirà la tariffazione ripetuta per gli acquisti via App Store, il negozio virtuale di programmi di Apple. Sarà possibile con un solo click decidere di abbonarsi a un periodico o a un giornale da fruire attraverso un’applicazione ottimizzata per il terminale mobile, e ricevere mensilmente gli addebiti sulla propria carta di credito.</p>
<p>Nella primavera/estate del 2009 negli Usa sono state lanciate due start-up specializzate nei micropagamenti di contenuti. La prima si chiama Journalism Online<sup>[<a id="id422247" class="footnote" href="#ftn.id422247">217</a>]</sup>, ed è una società che promette di fungere da edicola elettronica per i pagamenti online dei contenuti dei giornali americani. Tra i fondatori, l’avvocato e scrittore Steven Brill e il manager Gordon Crovitz, in passato stratega del modello a pagamento del Wall Street Journal. La società è già al lavoro da alcuni mesi. Stando a quanto afferma il Nieman Journalism Lab<sup>[<a id="id422261" class="footnote" href="#ftn.id422261">218</a>]</sup>, Journalism online avrebbe già siglato accordi con tre o quattro grandi gruppi editoriali Usa. Le intese dovrebbero essere operative entro fine 2009. Brill e i suoi offrono ai giornali quattro tipologie di servizi:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">una tecnologia con un unico login e password che consentirà ai lettori online di acquistare diverse tipologie di prodotti editoriali. Dall’abbonamento alla copia, fino al singolo articolo;</li>
<li class="listitem">possibilità per i lettori di stipulare abbonamenti multi-testata;</li>
<li class="listitem">un servizio di consulenza per gli editori sui modelli di business che funzionano di più;</li>
<li class="listitem">la possibilità di negoziare come rappresentante di più editori, e quindi con un miglior rapporto di forza, la distribuzione, l’indicizzazione e la monetizzazione dei contenuti degli editori con i motori di ricerca e i grandi aggregatori.</li>
</ul>
</div>
<p>Il modello di business proposto da Journalism Online agli editori è di tipo misto: dalla presentazione<sup>[<a id="id422345" class="footnote" href="#ftn.id422345">219</a>]</sup> della società si ricava anche qualche numero. Una strategia di monetizzazione parziale dei propri contenuti, mantenendone una buona parte gratis, consentirebbe ad esempio a un giornale – stando alle cifre di Brill e soci – di conservare l’88 per cento del traffico online e il 91% del ricavo pubblicitario precedente, con un saldo positivo derivante dalla vendita dei contenuti, per un quotidiano da 660mila copie, di 15,6 milioni di dollari il primo anno. Va detto che sono stime e che si tratta di numeri basati sul mercato Usa, con l’assunzione che il 10 per cento degli utenti attuali sia disposto a pagare una parte dei contenuti a cui accede. È presto per dire se funzionerà, ma il tentativo merita di essere seguito con attenzione.</p>
<p>L’altra società che sta lavorando a un modello simile si chiama ViewPass. Fondata dagli imprenditori Alan Mutter<sup>[<a id="id422357" class="footnote" href="#ftn.id422357">220</a>]</sup> e Ridgley Evers, sta realizzando il proprio sistema in collaborazione con l’agenzia Usa Associated Press, come ha confermato Business Week<sup>[<a id="id422376" class="footnote" href="#ftn.id422376">221</a>]</sup>.</p>
<p>Ultimo in ordine di tempo, alla fine dell’estate 2009, è giunto l’annuncio di Google. In risposta ha una richiesta dell’associazione americana dei quotidiani (Newspaper association of America, Naa), la società ha presentato un documento in cui propone di adattare Checkout, il proprio strumento per le transazioni finanziare online, per consentire agli editori di far pagare alcuni loro contenuti. La nuova piattaforma dovrebbe essere pronta entro il 2010 e sarà utilizzabile non solo via web ma anche via telefonino. A Google, che oltre a broker della conoscenza e della pubblicità diverrebbe così a tutti gli effetti un intermediario finanziario, gli editori dovrebbero riconoscere una commissione, nello stesso modo in cui le case discografiche la garantiscono ad Apple per iTunes<sup>[<a id="id422395" class="footnote" href="#ftn.id422395">222</a>]</sup>.</p>
<p>Per il momento non esiste un <span class="emphasis"><em>silver bullet</em></span>, una soluzione univoca all’ipotesi del pagamento dell’informazione online. Tuttavia, posto che qualsiasi strategia si adotti essa dovrà essere basata su un mix di strumenti, dall’osservazione delle esperienze in corso è possibile fissare alcuni punti fermi rispetto a formato del prodotto, canali distributivi e dispositivi di fruizione:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">prerequisito per porre i contenuti a pagamento è la piena disponibilità digitale degli stessi in una forma ottimizzata e standard (Xml);</li>
<li class="listitem">i contenuti a pagamento possono costituire una risorsa incrementale e integrativa rispetto alla pubblicità, ma non una fonte di ricavo sostitutiva;</li>
<li class="listitem">perché gli utenti siano disposti a pagare, i contenuti devono essere:
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">esclusivi;</li>
<li class="listitem">ad alto valore d’uso;</li>
<li class="listitem">percepiti come non fungibili;</li>
<li class="listitem">offerti in modalità di fruizione particolare (reader, mobilità) o in un pacchetto che giustifichi l’esborso.</li>
</ul>
</div>
</li>
</ul>
</div>
<p>Qualsiasi ipotesi di pagamento non può dunque prescindere dall’individuazione di un pacchetto informativo che abbia queste caratteristiche, oggi più facilmente rinvenibili nei giornali locali (esclusività e scarsa fungibilità delle notizie di uno specifico territorio) piuttosto che – fatte poche eccezioni – in quelli generalisti nazionali. Bisogna inoltre tenere conto dei seguenti fattori:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">la semplicità della piattaforma di transazione è un elemento chiave del successo;</li>
<li class="listitem">la realizzazione di un’offerta a pagamento dovrebbe accompagnarsi a una migliorata disponibilità “organica” dei contenuti gratuiti (gli articoli negli archivi a libera consultazione vanno pienamente integrati nelle sezioni del giornale online, così da far crescere il traffico proveniente dai motori di ricerca e la navigazione naturale degli utenti);</li>
<li class="listitem">il prodotto a pagamento va distribuito con diverse piattaforme di transazione e su più dispositivi (pc, reader, terminali mobili);</li>
<li class="listitem">vista la particolarità del mercato distributivo italiano, va valutata con attenzione anche la possibilità di utilizzare la rete delle edicole;</li>
<li class="listitem">a fianco alla monetizzazione dei contenuti già esistenti, va esplorata anche la possibilità di realizzare prodotti di nicchia altamente personalizzati per i quali potrebbe esistere una domanda e una disponibilità al pagamento;</li>
<li class="listitem">oltre alla monetizzazione nei confronti dell’utente finale, i produttori di informazione dovrebbero anche valutare l’opportunità di avviare azioni di monetizzazione nei confronti di chi – reintermediando la catena della distribuzione (provider di connettività e società telefoniche) o quella della visibilità e dell’attenzione (motori di ricerca basati su piattaforme di pubblicità pay per click) – già oggi realizza i propri ricavi sulle spalle dei produttori di informazione.</li>
</ul>
</div>
<p>Ne abbiamo parlato al capitolo 6. Ma va detto con chiarezza che qualsiasi riequilibrio dei ricavi tra piattaforme e giornalismo, in favore di quest’ultimo, non può essere in alcun modo inteso come un alibi per non innovare, per rimandare il <span class="emphasis"><em>reboot</em></span>. Come si diceva all’inizio del libro, il tempo è poco, ed è brutto tempo.</p>
<p>Alla fine di giugno 2009, i maggiori gruppi editoriali del mondo, da Springer alla News Corporation di Rupert Murdoch, con la presenza degli italiani Rizzoli ed Espresso, hanno firmato la dichiarazione di Berlino. Nel documento si chiedono maggiori tutele nella protezione dei diritti intellettuali in rete. <span class="quote">«<span class="quote">Il principio fondamentale che non c’è democrazia che possa prosperare senza il giornalismo indipendente</span>»</span>, si legge nella dichiarazione, <span class="quote">«<span class="quote">deve applicarsi anche al World wide web</span>»</span>.</p>
<p>Come sostenere i costi del giornalismo di qualità senza togliere senso alla rete, senza tornare indietro ai tempi dei <span class="emphasis"><em>walled garden</em></span> dei recinti chiusi di inizio anni Novanta, è un tema centrale che ancora non ha trovato una risposta o una serie di risposte esaustive.</p>
<p><span class="emphasis"><em>Reboot</em></span> e ricerca di nuove strade di valorizzazione dovranno procedere appaiati. Senza valore, senza buon giornalismo, non c’è né ci sarà nulla per cui valga la pena di pagare.</div>
<div class="footnotes">
<hr />
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id417815" class="para" href="#id417815">136</a>] </sup> “Al racconto della rete ora servono eresie”, intervista firmata da Sergio Maistrello su Apogeonline, maggio 2009. <a class="link" href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/07/eretici-digitali">http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/07/eretici-digitali</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id417860" class="para" href="#id417860">137</a>] </sup> Per i dettagli dei dati di bilancio, <a class="link" href="http://www.paidcontent.org/entry/419-earnings-nytco-swung-to-loss-in-08-q4-profit-drops-47-percent/">http://www.paidcontent.org/entry/419-earnings-nytco-swung-to-loss-in-08-q4-profit-drops-47-percent/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id417885" class="para" href="#id417885">138</a>] </sup> <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2008/10/24/il-new-york-times-e-spazzatura">massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2008/10/24/il-new-york-times-e-spazzatura</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id417977" class="para" href="#id417977">139</a>] </sup> La classifica si può ritrovare a questa pagina web: <a class="link" href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/news/article_display.jsp?vnu_content_id=1003997543">http://www.editorandpublisher.com/eandp/news/article_display.jsp?vnu_content_id=1003997543</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418758" class="para" href="#id418758">140</a>] </sup> Il grafico dell’andamento annuale del titolo comparato all’indice Dow Jones è visibile a questa pagina <a class="link" href="http://finance.google.com/finance?chdnp=1&amp;chdd=1&amp;chds=1&amp;chdv=1&amp;chvs=maximized&amp;chdeh=0&amp;chdet=1234106760000&amp;chddm=100878&amp;cmpto=INDEXDJX:.DJI&amp;cmptzos=-18000&amp;q=NYSE:NYT&amp;ntsp=0">http://finance.google.com/finance?chdnp=1&amp;chdd=1&amp;chds=1&amp;chdv=1&amp;chvs=maximized&amp;chdeh=0&amp;chdet=1234106760000&amp;chddm=100878&amp;cmpto=INDEXDJX:.DJI&amp;cmptzos=-18000&amp;q=NYSE:NYT&amp;ntsp=0</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418788" class="para" href="#id418788">141</a>] </sup> Non sembri un’affermazione apodittica. Come spiega Alan Mutter (<a class="link" href="http://newsosaur.blogspot.com/2009/02/can-newspapers-transition-to-digital.html">http://newsosaur.blogspot.com/2009/02/can-newspapers-transition-to-digital.html</a>), giornalista e imprenditore nonché esperto dell’industria editoriale americana, la pubblicità classificata nel 2000 produceva il 40% dei ricavi totali del settore e più del 40% dei margini. Nei primi nove mesi del 2008 questa quota si è ridotta al 23% (dati Newspaper Association of America). In Europa e soprat-tutto in Italia la dipendenza degli editori dalla pubblicità classificata è più ridotta.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418803" class="para" href="#id418803">142</a>] </sup> Per i dettagli, si veda l’analisi di Silicon Alley Insider: <a class="link" href="http://www.alleyinsider.com/2008/10/new-york-times-nyt-running-on-fumes">http://www.alleyinsider.com/2008/10/new-york-times-nyt-running-on-fumes</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418833" class="para" href="#id418833">143</a>] </sup> Due stazioni radiofoniche che facevano parte del gruppo sono state vendute nella primavera del 2009 per fare cassa.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418818" class="para" href="#id418818">144</a>] </sup> Il “licenziometro” dei giornali Usa è pubblicato e aggiornato qui: <a class="link" href="http://graphicdesignr.net/papercuts/?page_id=1088">http://graphicdesignr.net/papercuts/?page_id=1088</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418856" class="para" href="#id418856">145</a>] </sup> NytCo. possiede il 17,75% di New England Sports Venture, asset valutato tra i 150 e i 200 milioni di dollari e acquistato nel 2002 <a class="link" href="http://www.paidcontent.org/entry/419-nytco-hires-goldman-sachs-to-sell-interest-in-new-england-sports-ventur/">http://www.paidcontent.org/entry/419-nytco-hires-goldman-sachs-to-sell-interest-in-new-england-sports-ventur/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418883" class="para" href="#id418883">146</a>] </sup> Secondo la rivista Forbes, la sua fortuna ammonta a 49 miliardi di dollari, ed è seconda solo a quelle di Bill Gates e Warren Buffett.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418905" class="para" href="#id418905">147</a>] </sup> I dati seguenti sono tratti dal rapporto eMarketer “Newspapers in Crisis, Migra-ting Online”, gennaio 2009.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418958" class="para" href="#id418958">148</a>] </sup> La stima include pubblicità classificata, nazionale, locale e online. Fonte eMarketer, dicembre 2008.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id418986" class="para" href="#id418986">149</a>] </sup> Il titolo del seminario, tenutosi a gennaio 2005, era “Web+10 The Future of On-line Journalism”. Scopo dell’assise fare un bilancio dei primi 10 anni di giornali-smo digitale e ipotizzarne lo sviluppo per i dieci anni successivi. Per maggiori in-formazioni si veda <a class="link" href="http://www.poynter.org/content/content_view.asp?id=71870">http://www.poynter.org/content/content_view.asp?id=71870</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419030" class="para" href="#id419030">150</a>] </sup> Philip Meyer, <span class="emphasis"><em>The Vanishing Newspaper. Saving Journalism in the Information Age</em></span>, University of Missouri Press 2004.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419113" class="para" href="#id419113">151</a>] </sup> Op. cit.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419111" class="para" href="#id419111">152</a>] </sup> Questa affermazione di Meyer, estrapolata dal contesto, è stata presa a pretesto sia per profezie millenaristiche che per analisi al contrario falsamente rassicuranti. È inoltre alla base del titolo di un libro del vicedirettore de La Stampa Vittorio Sabadin, <span class="emphasis"><em>L’ultima copia del “New York Times”. Il futuro dei giornali di carta</em></span> (Donzelli, Roma 2007).</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419444" class="para" href="#id419444">153</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.guardian.co.uk/media/greenslade/2009/jan/27/2">http://www.guardian.co.uk/media/greenslade/2009/jan/27/2</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419455" class="para" href="#id419455">154</a>] </sup> È possibile scaricare il pdf dei risultati della ricerca a questo indirizzo: <a class="link" href="http://www.demos.it/2008/pdf/osservatorio_nord_est_22_04_08.pdf">http://www.demos.it/2008/pdf/osservatorio_nord_est_22_04_08.pdf</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419476" class="para" href="#id419476">155</a>] </sup> Il discorso è stato pronunciato il 16 novembre 2008 nell’ambito delle Boyer Lec-tures. Qui l’audio e la trascrizione completa: <a class="link" href="http://www.abc.net.au/rn/boyerlectures/stories/2008/2397940.htm">http://www.abc.net.au/rn/boyerlectures/stories/2008/2397940.htm</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419527" class="para" href="#id419527">156</a>] </sup> “La stampa in Italia (2006-2008)”: rapporto completo, sintesi e slide scaricabili al sito <a class="link" href="http://www.fieg.it">www.fieg.it</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419582" class="para" href="#id419582">157</a>] </sup> Elaborazione dati su Report Censuario Audiweb giugno 2009. Il giorno medio include feriali e festivi.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419665" class="para" href="#id419665">158</a>] </sup> Il Riformista, 23 giugno 2009.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419676" class="para" href="#id419676">159</a>] </sup> La ricerca si può ritrovare sul sito <a class="link" href="http://www.francoabruzzo.it/">http://www.francoabruzzo.it/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419717" class="para" href="#id419717">160</a>] </sup> Il <span class="emphasis"><em>reboot</em></span>, nel linguaggio informatico, è il riavvio di una macchina, spesso dopo aver aggiornato o reinstallato il sistema operativo, ovvero gli schemi logici e pro-cessi attraverso i quali il computer “ragiona”.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419752" class="para" href="#id419752">161</a>] </sup> Per alcuni dei concetti di queste pagine gli autori sono debitori all’analisi e allo studio di Mario Tedeschini Lalli, giornalista, con il quale in questi anni si è svi-luppato un lavoro comune. Mario è stato tra i fondatori di Repubblica.it, ed è docente e osservatore dei media digitali.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419833" class="para" href="#id419833">162</a>] </sup> Dati Nielsen Netview di maggio 2009: al primo posto Repubblica.it, quindi Corriere.it, il canale News di Libero e Google.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419842" class="para" href="#id419842">163</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.crainsnewyork.com/article/20090624/FREE/906249985">http://www.crainsnewyork.com/article/20090624/FREE/906249985</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id419979" class="para" href="#id419979">164</a>] </sup> Originariamente una marca di carne in scatola a poco prezzo, termine poi divenuto negli Usa e a livello globale il sinonimo di “e-mail spazzatura”.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420013" class="para" href="#id420013">165</a>] </sup> Lo studio “Internet, pluralismo e ridondanza dell’informazione” è stato presentato a un convegno, “New Media and Information”, che si è svolto ad Atene dal 6 al 9 maggio 2009 ed è disponibile (formato .pdf, in inglese) all’indirizzo <a class="link" href="http://nikos.smyrnaios.free.fr/francais/communications.html">http://nikos.smyrnaios.free.fr/francais/communications.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420034" class="para" href="#id420034">166</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.lsdi.it/2009/06/02/la-coda-corta-dell-informazione-online/">http://www.lsdi.it/2009/06/02/la-coda-corta-dell-informazione-online/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420144" class="para" href="#id420144">167</a>] </sup> La ricerca è realizzata a cura del World Editors Forum, ed è disponibile a paga-mento a questo indirizzo: <a class="link" href="http://www.trends-in-newsrooms.org/home.php">http://www.trends-in-newsrooms.org/home.php</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420539" class="para" href="#id420539">168</a>] </sup> Mario Tedeschini Lalli in Giornalismo d’altri: “Rivoluzione al Washington Post, arriva lo universal desk” <a class="link" href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/04/17/rivoluzione-al-washington-post-arriva-lo-universal-desk/">http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/04/17/rivoluzione-al-washington-post-arriva-lo-universal-desk/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420607" class="para" href="#id420607">169</a>] </sup> Trends in the Newsrooms 2009, op. cit.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420644" class="para" href="#id420644">170</a>] </sup> Trends in the Newsrooms 2009, op. cit.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420729" class="para" href="#id420729">171</a>] </sup> Gli accorgimenti tecnici sono parte del modello: il sito-tipo registra i suoi utenti in modo da poterli conoscere e meglio vendere alla pubblicità; aggrega contenuti da altre fonti in modo automatico, diffonde il proprio prodotto con tecnologie internet che ne permettono la disseminazione in centinaia e migliaia di piccoli siti nonché la citazione sui maggiori portali e la visibilità nei risultati dei motori di ri-cerca; si conquista consenso presso i blog offrendo e scambiando collegamenti, quindi dando e ottenendo visibilità dei contenuti propri e altrui.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420751" class="para" href="#id420751">172</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.huffingtonpost.com/">http://www.huffingtonpost.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420762" class="para" href="#id420762">173</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.drudgereport.com/">http://www.drudgereport.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id420778" class="para" href="#id420778">174</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.realclearpolitics.com/">http://www.realclearpolitics.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421019" class="para" href="#id421019">175</a>] </sup> Una delle rare eccezioni è Webgol di Antonio Sofi, <a class="link" href="http://www.webgol.it/">http://www.webgol.it/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421065" class="para" href="#id421065">176</a>] </sup> <a class="link" href="http://www3.varesenews.it/">http://www3.varesenews.it/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421084" class="para" href="#id421084">177</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.gomarche.it/">http://www.gomarche.it/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421097" class="para" href="#id421097">178</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.anso.it">http://www.anso.it</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421126" class="para" href="#id421126">179</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.youreporter.it">http://www.youreporter.it</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421140" class="para" href="#id421140">180</a>] </sup> Un resoconto della tavola rotonda può essere letto sul blog di Mario Tedeschini Lalli, Giornalismo d’altri <a class="link" href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/04/page/2/">http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/04/page/2/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421156" class="para" href="#id421156">181</a>] </sup> Ibidem.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421166" class="para" href="#id421166">182</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.agoravox.it">http://www.agoravox.it</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421205" class="para" href="#id421205">183</a>] </sup> Per un resoconto della giornata organizzata da Lsdi si può vedere quanto ha scritto Bernardo Parrella di Global Voices <a class="link" href="http://www.citizenmedia.it/?p=731">http://www.citizenmedia.it/?p=731</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421268" class="para" href="#id421268">184</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.minnpost.com/">http://www.minnpost.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421281" class="para" href="#id421281">185</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.voiceofsandiego.org/">http://www.voiceofsandiego.org/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421303" class="para" href="#id421303">186</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.propublica.org/">http://www.propublica.org/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421328" class="para" href="#id421328">187</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.newassignment.net/">http://www.newassignment.net/</a>. È interessante notare come su questo piano si sia assistito anche a fenomeni di finanziamento spontaneo nati in rete, come la mezza pagina di pubblicità comprata su Repubblica con l’autotassazione da parte di un gruppo nato su Facebook, con un appello per la libertà di stampa. Ne ha parlato Alessandro Gilioli sul blog Piovono Rane: <a class="link" href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/07/07/da-facebook-a-repubblica-contro-il-premier/">http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/07/07/da-facebook-a-repubblica-contro-il-premier/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421378" class="para" href="#id421378">188</a>] </sup> Lo speciale si può trovare a quest’indirizzo <a class="link" href="http://temi.repubblica.it/repubblicaspeciale-dieci-domande-a-berlusconi/">http://temi.repubblica.it/repubblicaspeciale-dieci-domande-a-berlusconi/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421446" class="para" href="#id421446">189</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-2/festa-villa-madama/festa-villa-madama.html?ref=search">http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-2/festa-villa-madama/festa-villa-madama.html?ref=search</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421464" class="para" href="#id421464">190</a>] </sup> <a class="link" href="http://tv.repubblica.it/copertina/noemi-al-tavolo-con-confalonieri/33065?video">http://tv.repubblica.it/copertina/noemi-al-tavolo-con-confalonieri/33065?video</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421480" class="para" href="#id421480">191</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1024">http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1024</a>. Sulla metodologia giornalistica seguita da Repubblica, Granieri è tornato anche in un altro post: <a class="link" href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1028">http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1028</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421533" class="para" href="#id421533">192</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.telegraph.co.uk/news/newstopics/mps-expenses/">http://www.telegraph.co.uk/news/newstopics/mps-expenses/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421562" class="para" href="#id421562">193</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.telegraph.co.uk/news/newstopics/mps-expenses/mps-expenses-right-to-reply/">http://www.telegraph.co.uk/news/newstopics/mps-expenses/mps-expenses-right-to-reply/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421581" class="para" href="#id421581">194</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2009/may/12/mps-expenses-parliament">http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2009/may/12/mps-expenses-parliament</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421614" class="para" href="#id421614">195</a>] </sup> <a class="link" href="http://mps-expenses.guardian.co.uk/">http://mps-expenses.guardian.co.uk/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421627" class="para" href="#id421627">196</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.journalism.co.uk/2/articles/534820.php">http://www.journalism.co.uk/2/articles/534820.php</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421665" class="para" href="#id421665">197</a>] </sup> Tra gli altri va menzionato il tentativo di Jeff Jarvis con la City University di New York (Cuny) <a class="link" href="http://newsinnovation.com/">http://newsinnovation.com/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421690" class="para" href="#id421690">198</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.nytimes.com/2009/01/30/business/media/02askthetimes.html?_r=1">http://www.nytimes.com/2009/01/30/business/media/02askthetimes.html?_r=1</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421705" class="para" href="#id421705">199</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.nytimes.com/2009/03/08/business/media/09askthetimes.html?_r=1&amp;src=tp">http://www.nytimes.com/2009/03/08/business/media/09askthetimes.html?_r=1&amp;src=tp</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421740" class="para" href="#id421740">200</a>] </sup> “How to save your newspaper”, <a class="link" href="http://www.time.com/time/business/article/0,8599,1877191-1,00.html">http://www.time.com/time/business/article/0,8599,1877191-1,00.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421766" class="para" href="#id421766">201</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.newsday.com/business/ny-bzcabl276051263feb27,0,6207340.story">http://www.newsday.com/business/ny-bzcabl276051263feb27,0,6207340.story</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421783" class="para" href="#id421783">202</a>] </sup> <a class="link" href="http://blogs.wsj.com/digits/2009/02/27/hearst-to-begin-charging-for-digital-news/">http://blogs.wsj.com/digits/2009/02/27/hearst-to-begin-charging-for-digital-news/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421811" class="para" href="#id421811">203</a>] </sup> <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/03/19/time-iniziera-a-testare-contenuti-online-a-pagamento/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/03/19/time-iniziera-a-testare-contenuti-online-a-pagamento/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421877" class="para" href="#id421877">204</a>] </sup> <a class="link" href="http://order.wsj.com/sub/f2">http://order.wsj.com/sub/f2</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421898" class="para" href="#id421898">205</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.newsstand.com/">http://www.newsstand.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421914" class="para" href="#id421914">206</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.extra.kataweb.it">http://www.extra.kataweb.it</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421937" class="para" href="#id421937">207</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.amazon.com/Kindle-Amazons-Wireless-Reading-Device/dp/B000FI73MA">http://www.amazon.com/Kindle-Amazons-Wireless-Reading-Device/dp/B000FI73MA</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421961" class="para" href="#id421961">208</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.irextechnologies.com/">http://www.irextechnologies.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id421976" class="para" href="#id421976">209</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.plasticlogic.com/">http://www.plasticlogic.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422002" class="para" href="#id422002">210</a>] </sup> <a class="link" href="http://online.wsj.com/article/SB120119406286813757.html?mod=mm_media_marketing_hs_left">http://online.wsj.com/article/SB120119406286813757.html?mod=mm_media_marketing_hs_left</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422017" class="para" href="#id422017">211</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.longtail.com/the_long_tail/2008/07/how-long-will-t.html">http://www.longtail.com/the_long_tail/2008/07/how-long-will-t.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422045" class="para" href="#id422045">212</a>] </sup> <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2007/12/11/il-nyt-apre-il-sito-e-cresce-del-64-litalia-non-sfigura-anzi/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2007/12/11/il-nyt-apre-il-sito-e-cresce-del-64-litalia-non-sfigura-anzi/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422061" class="para" href="#id422061">213</a>] </sup> <a class="link" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Qpass">http://en.wikipedia.org/wiki/Qpass</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422101" class="para" href="#id422101">214</a>] </sup> <a class="link" href="http://www2.arkansasonline.com/">http://www2.arkansasonline.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422185" class="para" href="#id422185">215</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/why-itunes-is-not-a-workable-model-for-the-news-business/">http://www.shirky.com/weblog/2009/03/why-itunes-is-not-a-workable-model-for-the-news-business/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422226" class="para" href="#id422226">216</a>] </sup> <a class="link" href="http://events.apple.com.edgesuite.net/0903lajkszg/event/index.html">http://events.apple.com.edgesuite.net/0903lajkszg/event/index.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422247" class="para" href="#id422247">217</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.journalismonline.com/home.php">http://www.journalismonline.com/home.php</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422261" class="para" href="#id422261">218</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.niemanlab.org/2009/06/how-steve-brill-pitched-newspaper-executives-on-charging-for-online-content-and-why-theyre-buying-it/">http://www.niemanlab.org/2009/06/how-steve-brill-pitched-newspaper-executives-on-charging-for-online-content-and-why-theyre-buying-it/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422345" class="para" href="#id422345">219</a>] </sup> Ibidem.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422357" class="para" href="#id422357">220</a>] </sup> <a class="link" href="http://newsosaur.blogspot.com/">http://newsosaur.blogspot.com/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422376" class="para" href="#id422376">221</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.businessweek.com/magazine/content/09_27/b4138063231553.htm">http://www.businessweek.com/magazine/content/09_27/b4138063231553.htm</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id422395" class="para" href="#id422395">222</a>] </sup> Qui è possibile leggere il documento inviato da Google alla Naa: <a class="link" href="http://www.niemanlab.org/pdfs/Google.pdf">http://www.niemanlab.org/pdfs/Google.pdf</a></div>
</div>
</div>
<div class="navfooter">
<hr />
<table border="0" width="100%" summary="Navigation footer">
<tbody>
<tr>
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<td align="center"></td>
<td align="right">Avanti</td>
</tr>
<tr>
<td align="left" valign="top">L’urlo, il tribuno e l’illusione di un racconto alternativo</td>
<td align="center"><a href="http://www.ereticidigitali.it/2009/11/28/primo-capitolo-dogmi-da-demolire-e-media-in-crisi/">Inizio</a> | <a accesskey="t" href="http://www.ereticidigitali.it/lindice-di-eretici-digitali/">Sommario</a></td>
<td align="right" valign="top">Conclusioni</td>
</tr>
</tbody>
</table>
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		<title>Eretici a Meet the media guru: i video</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 11:38:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eretici]]></category>
		<category><![CDATA[Presentazioni]]></category>
		<category><![CDATA[il libro]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Franco]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pratellesi]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Grazia Mattei]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Russo]]></category>
		<category><![CDATA[Meet the Media Guru Focus]]></category>
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		<description><![CDATA[Elena Franco ha pubblicato sul suo blog i video della serata milanese di Meet the media Guru Focus del 15 febbraio scorso. Eccoli qui sotto. Un grazie speciale a Elena (che gli eretici non conoscono di persona ma che a questo punto - se lo gradisce &#8211; sarà nominata eretica honoris causa).
Intervento iniziale di Maria Grazia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.delymyth.net/blog/2010/2/26/video-meet-the-media-guru-focus-eresie-digitali.html">Elena Franco ha pubblicato sul suo blog</a> i video della serata milanese di <a href="http://www.meetthemediaguru.org/index.php/tag/eresie-digitali/">Meet the media Guru Focus</a> del 15 febbraio scorso. Eccoli qui sotto. Un grazie speciale a Elena (<em>che gli eretici non conoscono di persona ma che a questo punto - se lo gradisce &#8211; sarà nominata eretica honoris causa</em>).<span id="more-498"></span></p>
<p><strong>Intervento iniziale di Maria Grazia Mattei</strong><br />
<object id="viddler" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="437" height="392" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="flashvars" value="fake=1" /><param name="src" value="http://www.viddler.com/player/78224114/" /><param name="name" value="viddler" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed id="viddler" type="application/x-shockwave-flash" width="437" height="392" src="http://www.viddler.com/player/78224114/" name="viddler" flashvars="fake=1" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
<p><strong>Intervento di Marco Pratellesi</strong><br />
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<p><strong>Secondo intervento di Maria Grazia Mattei</strong><br />
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<p><strong>Intervento di Massimo Russo</strong><br />
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<p><strong>Intervento di Vittorio Zambardino</strong><br />
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<p><strong>Secondo intervento di Massimo Russo</strong><br />
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		<title>Eretici-bis a Sabato del Villaggio</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 19:12:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dicono di Eretici digitali]]></category>
		<category><![CDATA[il libro]]></category>

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		<description><![CDATA[Giovanni Valentini, nella rubrica settimanale il Sabato del villaggio su Repubblica (20-02-2010 pagina 30) torna a citare Eretici digitali:  &#8220;Il tempo è maturo perché ogni figura sociale dell&#8217;ambiente web tradisca i suoi statuti professionali per salvare la rete da nuovi intermediari e dalla perdita del giornalismo come funzione democratica&#8221;.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ereticidigitali.it/wp-content/uploads/2010/03/rep_valentini_20_02_10_eretici_digitali_citazione.png"><img class="alignleft size-full wp-image-520" style="border: 1px solid black;" title="rep_valentini_20_02_10_eretici_digitali_citazione" src="http://www.ereticidigitali.it/wp-content/uploads/2010/03/rep_valentini_20_02_10_eretici_digitali_citazione.png" alt="rep_valentini_20_02_10_eretici_digitali_citazione" width="383" height="406" /></a>Giovanni Valentini, nella rubrica settimanale il Sabato del villaggio su Repubblica (20-02-2010 pagina 30) torna a citare Eretici digitali:  &#8220;Il tempo è maturo perché ogni figura sociale dell&#8217;ambiente web tradisca i suoi statuti professionali per salvare la rete da nuovi intermediari e dalla perdita del giornalismo come funzione democratica&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Q/A.2 Meet the media guru: Russo e Jacona</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 17:54:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Presentazioni]]></category>
		<category><![CDATA[il libro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Jacona]]></category>
		<category><![CDATA[Eresie Digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[In margine alla serata di Milano di Meet the media guru focus del 15 febbraio scorso in cui Vittorio Zambardino, Marco Pratellesi e Massimo Russo hanno conversato con Maria Grazia Mattei di Eresie Digitali, sono arrivate anche quattro video-domande. Di seguito in questi post le risposte. Massimo Russo replica ad Alessio Jacona.


]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In margine alla serata di Milano di <a href="http://www.meetthemediaguru.org/index.php/tag/meet-the-media-guru-focus/">Meet the media guru focus</a> del 15 febbraio scorso in cui Vittorio Zambardino, Marco Pratellesi e Massimo Russo hanno conversato con Maria Grazia Mattei di Eresie Digitali, sono arrivate anche quattro video-domande. Di seguito in questi post le risposte. Massimo Russo replica ad <a href="http://www.thewebobserver.it/">Alessio Jacona</a>.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/wwz1JQUYbSo&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/wwz1JQUYbSo&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/627tTqnBa1w&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/627tTqnBa1w&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Settimo capitolo. Privacy: l’habeas data è il nuovo habeas corpus</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 13:23:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
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		<category><![CDATA[Habeas corpus]]></category>
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		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Settimo capitolo]]></category>

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		<description><![CDATA[



Fuori dal cono di luce



È come quando ti svaligiano l’appartamento.

La stessa sensazione di essere violati, di perdita di qualcosa che ti appartiene. Ti svegli una mattina, accendi il computer, vai su Facebook… e non esisti più. Non entri. Chi ti aveva tra i suoi “amici” vede la cifra che ne indica il numero diminuita di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="sect1" title="Fuori dal cono di luce">
<div class="titlepage">
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<h2 class="title"><a id="id416418"></a>Fuori dal cono di luce</h2>
</div>
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</div>
<p>È come quando ti svaligiano l’appartamento.<br />
<span id="more-453"></span><br />
La stessa sensazione di essere violati, di perdita di qualcosa che ti appartiene. Ti svegli una mattina, accendi il computer, vai su Facebook… e non esisti più. Non entri. Chi ti aveva tra i suoi “amici” vede la cifra che ne indica il numero diminuita di una unità. Se qualcun altro prova a scriverti, semplicemente non ti trova.</p>
<p>Quel circolo di amici sempre online, quel salotto che non chiude mai, quel junk food della telematica, chiamatelo come volete. Sarà tutto il male che vuoi, ma dopo mesi che ne fai uso lì dentro ci sono migliaia di contatti e non tutti inutili. Centinaia di foto, molte frutto di curiosità effimere, ma poi chi lo stabilisce il valore di una foto, se non chi l’ha fatta o chi la possiede? Potrebbero perfino esserci dei testi che hai scritto e che non hai messo da nessuna altra parte, per non dire dei commenti che le persone hanno fatto alle tue uscite: insomma è vita, vita online, ma sempre vita. Anzi, vita aumentata.</p>
<p>Ma sai bene che quella vita, per te ormai inaccessibile, sta da qualche parte a disposizione dei loro database, dei loro data miner, dei loro profilatori e uomini marketing. Non te lo dicono nemmeno, il motivo per cui ti hanno buttato fuori. Inserisci login e password e non succede nulla. Poi alla fine riesci a ottenere un messaggio, in inglese (ma è proprio obbligatorio che tutti gli utenti di Facebook conoscano l’inglese?): hai violato i termini d’uso e sono stati costretti a disabilitarti.</p>
<p>Tu non te ne fai una ragione: leggi i termini di uso, ti hanno detto. Lo fai e la prima cosa che noti è che quel contratto è steso in parte in italiano, poi il traduttore dev’essersi stancato e il testo prosegue in inglese. Non sarà illegale, ma è un pasticcio. E a prescindere dalla conoscenza della lingua inglese, la domanda non può non essere: ma questa cosa, qui, sarà corretta? Sarà giusta? E che modo è di trattare gli utenti? Ovviamente, letti i termini d’uso, sei pulito, non hai fatto niente di ciò che ti vale l’espulsione. E allora perché?</p>
<p>Domande ingenue, ben altro avresti visto nell’evolvere della tua vicenda. Tu, utente sospeso, non sei certo un vip ma hai dei contatti che potresti far valere per ottenere la riabilitazione. Decidi però di non farlo, vuoi sperimentare che cosa succede alla persona normale che non ha il <span class="emphasis"><em>clout</em></span> di relazioni che sblocca ogni cosa, soluzione troppo italiana per piacerti. E nella tua vita da “normale”, non succede nulla. Il messaggio al Facebook team sortisce solo una gelida risposta in inglese: sei stato disabilitato “per qualche motivo”, e faranno delle indagini. Poi, niente per giorni.</p>
<p>Alla scadenza del terzo giorno dalla cancellazione ritieni di aver aspettato abbastanza e il giorno successivo pubblichi un articolo in cui racconti la vicenda e, chiamando in causa le autorità italiane – Privacy e Comunicazioni –, ti poni domande sulla legittimità di tutto questo. Perché “legittimità?”</p>
<p>Perché in questo rapporto con un’azienda che non ha nemmeno una sede italiana e che quindi non può essere credibilmente raggiunta in modo trasparente (i messaggi ricevono risposte su cui pesano ore di fuso orario e un chiaro caos interpretativo nel passaggio fra le due lingue e le reticenze di chi risponde) non c’è alcuna chiarezza sulla destinazione dei tuoi dati. Fosse solo questo: in realtà, tutta la nostra “esistenza” su Facebook è affidata a fattori perlomeno sconosciuti e – sulla base dell’esperienza successiva all’aneddoto dal quale stiamo muovendo – apparentemente casuali.</p>
<p>A seguito dell’interventodenuncia pubblicato, decine di persone hanno raccontato la stessa storia. Disabilitati in tutto, in parte, dalla sola scrittura, sospesi e poi riabilitati, avvertiti e non avvertiti, ammoniti e non ammoniti.</p>
<p>La vicenda da cui muoviamo – quella della disabilitazione di uno degli autori di questo saggio – si conclude solo perché la pubblicazione dell’articolo smuove qualcosa tra i contatti italiani di Facebook. Il <span class="emphasis"><em>clout</em></span>, appunto. Altrimenti nulla sarebbe avvenuto, perché la forma di punizione toccata sarebbe una delle più dure. Motivo? Nulla di ufficiale o di spiegato. Il comico messaggio di riabilitazione recita: “La tua sospensione è avvenuta perché hai usato un software per ricaricare le pagine (falso <span class="emphasis"><em>Ndr</em></span>) ma forse non hai commesso questa infrazione. In ogni caso io (l’autore del messaggio <span class="emphasis"><em>Ndr</em></span>) non sono in grado (<span class="emphasis"><em>I’m not able</em></span><br />
<span class="emphasis"><em>Ndr</em></span>) di rivelartene le ragioni”.</p>
<p>Ci prendono in giro? Ma no, nascondono la realtà dei fatti dietro una finzione tecnologica della realtà che pretende di risolvere problemi politici per via di software. Una finzione che si accompagna a una pericolosa illusione politica: Facebook non vi dirà nulla nel merito delle vostre pretese infrazioni e di come queste siano state accertate. Certo non c’è mano umana, perché vi dicono di non avere un team per ogni paese e quindi viene escluso un intervento umano che tenti una sorta di post moderazione di quanto scritto e pubblicato dagli utenti – una attività per la quali servirebbero decine di migliaia di persone su scala planetaria. Ma attenzione: l’utente si sente spesso contestare di essere stato <span class="emphasis"><em>reported</em></span>, e quindi denunciato, se dobbiamo dirlo in accettabile italiano, da qualcun altro.</p>
<p>In questo caso siamo di fronte ai concetti del web 2.0 che si ribaltano nel loro opposto concettuale. In molti siti e blog, e soprattutto nei social network, ci si affida ai meccanismi della reputazione (il voto assegnato a un certo testo, il parere di inappropriatezza, la segnalazione di un contenuto offensivo). Se però, oltre che regolare la reputazione di una persona e la sua popolarità – due fattori che comunque influenzano la visibilità di una persona sulla base del gradimento altrui – si assume come “vera”, magari perché affidata ad un software che riceva e processa la denuncia di qualcuno, una “denuncia” o delazione, a che cosa ci troviamo di fronte?</p></div>
<div class="sect1" title="Un software neutrale per le idee?">
<div class="titlepage">
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<h2 class="title"><a id="id416504"></a>Un software neutrale per le idee?</h2>
</div>
</div>
</div>
<p>Abbiamo di fronte un mostriciattolo che tenta di gestire “valori” in forma automatica. Noi pensiamo – in altra parte del saggio è detto – che l’umanista che si fa tecnologo, il giornalista che capisce di tecnologia, compia un movimento positivo, perché è l’umano che si impadronisce di una cultura e la fa sua per il beneficio proprio e degli altri umani. Ma nel caso di Facebook – e in tutti i casi in cui i meccanismi della popolarità sono applicati in modo rigoroso – siamo di fronte agli abusi di un software sul quale è già deciso che si interverrà manualmente per correggerne gli errori. Manualmente, cioè da parte di umani.</p>
<p>Ed è ovvio che l’assurdità del sistema cresca in modo proporzionale con la crescita degli utenti. Uno dei commentatori all’articolo di denuncia della disabilitazione, pose nei commenti un tema serio e fondamentale: tu che ti lamenti di essere stato disabilitato, sai dirci come si governa una conversazione sui social media quando a partecipare sono milioni di persone?</p>
<p>Non lo sappiamo. Ma anche la pretesa di risolvere il problema per via di database e di flag non aiuterà molto.</p></div>
<div class="sect1" title="Terra di nessuno o terra di una nuova problematicità? Pasdaran e Basij della rete...">
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<h2 class="title"><a id="id416522"></a>Terra di nessuno o terra di una nuova problematicità? Pasdaran e Basij della rete&#8230;</h2>
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<p>Quando si sollevano questo tipo di temi, quando cioè si contrappone un argomento problematico che mette in dubbio la validità dei nuovi meccanismi che le aziende propongono per il web 2.0, magari avanzando questioni di carattere politico e legale, l’ira dei pasdaran, cioè fanatici e ideologi della rete, non tarda a colpire. È successo anche in questo caso. Argomento principe: una volta che l’utente abbia accettato i termini d’uso deve ubbidire a quelle regole. Il social network in casa propria fa quello che vuole. La pretesa di applicare “leggi locali” (nel caso specifico si parlava della libertà di espressione&#8230;.) è assurda, perché la rete è senza confini.</p>
<p>È come se al gestore del social network fosse concessa, con l’inesistenza di un luogo fisico tipico della rete (anche se quelli il luogo ce l’hanno eccome, la California, dove sono redatti i loro cervellotici e incompleti, quindi ingannevoli, termini d’uso) uno stato di “scioglimento” dalle leggi fondamentali e dal diritto.</p>
<p>Ecco quindi che un ragazzino che rivede le “decisioni” (e i settaggi) di un software dovrebbe governare una conversazione in modo più o meno saggio o decidere se la sospensione di un utente, denunciato perché ha scritto una frase ironica verso il papa, sia corretta oppure no. E non è che si stia parlando del solo Facebook: nei primi mesi del 2009 una ragazza statunitense, utente della community di gioco collegata alla piattaforma Xbox di Microsoft, aveva inserito nel proprio profilo la parola “lesbica”. Dopo aver ricevuto degli insulti, è stata sospesa in seguito a una denuncia di inappropriatezza e legioni di commentatori, non solo italiani ma di ogni parte del mondo, hanno dato ragione al sistema.</p>
<p>È come se si dicesse che è sbagliato identificarsi attraverso tratti che possono essere troppo forti e quindi disturbare una pace sociale basata su un politicamente corretto che equivale a una censura generalizzata e potenzialmente onnipresente.</p>
<p>Eppure le stesse persone insorgerebbero denunciando l’odiosa censura se un loro intervento venisse cancellato dal forum di un giornale. Le stesse che invocano la libertà per se stessi e che riconoscono una sospensione dei diritti e della concretezza degli umani nel momento in cui si entra in rete.</p>
<p>Per completare il discorso, qualche domanda: non sarà il caso e il tempo di chiedere a un sistema con centinaia di milioni di utenti un po’ di trasparenza? Chiedere di dire con chiarezza quali sono i “comportamenti” di software proprietari di cui nessuno conosce con esattezza standard e regole di costruzione? Tutti i dati che le persone depositano nei quiz che risolvono, che vengono rastrellati dalla decine di piccole applicazioni idiote installate dagli utenti, dove vanno a finire? Chi li usa? Cosa ne fa?</p>
<p>Ma davvero le autorità nazionali sulla privacy e, per dirne una, l’Unione Europea, possono continuare a credere che si tratti solo e soltanto di un luna park online e che del luna park gente seria come loro non si occupa? In questo caso il luna park possiede i suoi visitatori: le condizioni per un intervento – una volta tanto non animato da un riflesso anti-tecnologico ma di ecologia dello sviluppo – ci sono tutte.</p></div>
<div class="sect1" title="L’impotenza delle nazioni">
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<h2 class="title"><a id="id416557"></a>L’impotenza delle nazioni</h2>
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<p>Il guaio è che le autorità nazionali competenti per la trasparenza e per la privacy poco hanno da dire in merito. In una intervista seguita al caso che abbiamo raccontato, il professor Francesco Pizzetti, Garante della Privacy, ha ribadito che l’unica misura concreta che un utente possa prendere per difendersi da questo riconosciuto caos digitale è lo studio accurato dei termini d’uso (e una piccola dose di rassegnazione all’ineluttabilità del potere dei grandi social network). Piuttosto metteva in guardia – ed è ora che ci si lasci Facebook alle spalle – dalla più generale distruzione del concetto tradizionale di privacy quale finora inteso.</p>
<p>Chiediamo scusa per la lunga citazione dall’intervista di Pizzetti<sup>[<a id="id416570" class="footnote" href="#ftn.id416570">131</a>]</sup>:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Partirei dal fatto che la rete ha introdotto una nuova realtà. Ha duplicato la nostra esistenza, creando una dimensione non locale e ‘virtuale’, che ha regole del tutto diverse da quelle che vigono nella realtà in cui siamo vissuti per migliaia di anni. È però una dimensione che influisce – lo vedremo – sulla ‘vita reale’. E la globalizzazione, che internet ha reso possibile e che con internet ha interagito, ha creato un vuoto di regole, di autorità regolatrici sovranazionali e soprattutto un vuoto di consapevolezza nelle persone. Se guardassimo sotto questo aspetto alla crisi economica mondiale, potremmo trarne indicazioni molto utili (…).</p>
<p>È una dimensione problematica interamente nuova, che coinvolge il diritto, l’etica, il costume. Ovvio che si esplichi in alcuni fenomeni come i social network che sono globali in modo costitutivo. Contratti in lingue che le persone non conoscono, azionabili solo presso tribunali lontanissimi, ma anche condotte molto nuove, nelle quali le generazioni si separano. Pensi che contraddizione: ci sono giovani che posseggono la tecnologia ma sono del tutto indifesi nell’esposizione di sé e della propria vita, e ‘immigranti digitali’ che per età potrebbero aiutarli ad essere più consapevoli, ma che non hanno le conoscenze per comunicare con loro in modo adeguato.</p></blockquote>
</div>
<p>E ancora:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Viviamo una novità assoluta. Una realtà che si dematerializza e si trasforma solo in dati e dove, quindi, il controllo di questi dati è fondamentale. Allo stesso tempo, ci troviamo a non avere alcuno strumento per esercitare questo controllo. Sono molto impressionato, ad esempio, dalla cancellazione della distinzione tra passato, presente e futuro. Nasce una nuova linea temporale, dove passato presente e perfino il futuro si mescolano senza distinzione. Dove informazioni passate possono essere presentate, e prese in considerazione, prima di altre più recenti e corrette. Dove l’ordinazione di questi dati ubbidisce a criteri che non sono quelli dell’esattezza e della fedeltà.</p>
<p>Questa è una dimensione nuovissima, l’umanità non l’ha mai vissuta. Pensi al concetto di ‘rifarsi una vita’ e a quello di auto-rappresentazione di sé. Una volta cambiavi paese, se ci riuscivi perfino l’identità, e avevi una ragionevole possibilità di rifarti una vita. Con internet è impossibile.</p>
<p>E ancora: io mando un curriculum al mio datore di lavoro, penso che questa mia presentazione basterà perché mi si valuti correttamente. Macché: il datore di lavoro cerca con i motori e può trovare cose, magari remote nel tempo, che mettono in discussione l’immagine che ho dato di me. Ci sono casi di giovani che si vedono negare il lavoro per aver scritto di aver bevuto un bicchiere di troppo alla festa di laurea. Non credo che questa consapevolezza sia diffusa.</p>
<p>È ‘terrificante’ e ‘entusiasmante’ allo stesso tempo, è una sfida incredibile. Oggi è il mondo del diritto, forse il mondo dell’etica da ripensare. Di certo il mondo delle relazioni individuali. Cosa vuol dire vivere in un mondo in cui io non sono più padrone di rifarmi una vita? Cosa vuol dire vivere in un mondo in cui passato presente e futuro sono su una linea temporale unica?</p>
<p>Di certo significa che stiamo perdendo la possibilità di essere padroni della nostra autorappresentazione. Con un certo uso del motore di ricerca, viene meno il principio di finalità del dato. Io consento all’uso dell’informazione su di me solo per certe finalità e in base alla rappresentazione che voglio dare di me nei diversi contesti. E invece rischio magari di vedermi rappresentato davanti a una comunità professionale attraverso un’informazione fornita ad altri o per un comportamento sbarazzino di dieci anni prima.</p>
<p>Ora, fino a questo punto della storia, noi abbiamo vissuto in una dimensione in cui era possibile nascondersi, selezionare le informazioni da far conoscere e quindi autorappresentarci. La perdita di questa dimensione non è ancora chiara a tutti noi: l’autorappresentazione non è più nelle nostre mani. Per citare Buñuel: che fine ha fatto il ‘fascino discreto della borghesia’ in internet?</p></blockquote>
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<p>Dunque il responsabile per la protezione dei dati personali di uno dei più grandi paesi d’Europa non vede alcuna possibilità di imporre ad aziende straniere e preferisce reimpostare un quadro teorico generale – condivisibilissimo – che però non riesce a indicare una prospettiva di intervento fattuale. Pizzetti ha dimostrato, in alcuni interventi successivi, di aver compreso alla perfezione anche il nesso tra la libertà di espressione degli utenti internet e il tema della privacy. Ma nelle sue parole è come se vi fosse l’assenza di uno sbocco, di una leva materiale. E non c’è niente di peggio che sentire fortemente l’esigenza di una riforma che arrivi fino all’etica ma che non trova uno sbocco politico: prima o poi qualcuno lo troverà per noi, lo sbocco. E non ci piacerà.</p></div>
<div class="sect1" title="Il mash up dei dati utente">
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<h2 class="title"><a id="id416619"></a>Il mash up dei dati utente</h2>
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<p>Eppure non è questione di solo Facebook. Ogni gioco, ogni singolo fiato degli utenti di “ogni” social network, il grafo sociale, l’insieme delle conoscenze e delle relazioni di ognuno di noi, viene immagazzinato perché possa poi essere utilizzato. Le applicazioni di social network si muovono verso la loro integrazione con i motori di ricerca. Se la tendenza inaugurata con l’annuncio di Google di voler trasformare il browser Chrome in un sistema operativo, vale a dire in un ambiente collocato online all’interno del quale svolgiamo le funzioni che finora erano collocate sui nostri computer, altri “pezzi” di noi andranno sempre più online.</p>
<p>E la tendenza non è arrestabile. Non c’è presidente del Consiglio europeo che possa seriamente porsi il problema di “regolamentare” internet. Le uniche regole che la politica riesce a inventarsi in materia sono divieti che angariano ancora di più gli utenti della rete e ne limitano i movimenti. Ma certo non ostacolano questa predazione senza sosta di ogni aspetto della nostra vita. Ecco l’errore più grave della paranoia securitaria di cui si è parlato. È una danza della pioggia che ci obbliga a riti oscuri mentre poco più in là diluvia fino alla catastrofe. Ed è della catastrofe che dobbiamo occuparci.</p></div>
<div class="sect1" title="Deriva securitaria e devastazione della privacy">
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<h2 class="title"><a id="id416634"></a>Deriva securitaria e devastazione della privacy</h2>
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<p>Ha scritto su La Repubblica del 15 gennaio 2009 Stefano Rodotà:</p>
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<blockquote class="blockquote"><p>Qui si coglie una contraddizione, che apre un problema ineludibile: si possono affidare i luoghi e i mezzi di una democrazia in trasformazione soltanto alle logiche imprenditoriali e alle volontà di governi non democratici? È vero che i grandi attori di Internet, Google in primo luogo, si mostrano consapevoli di questa realtà e propongono codici di autoregolamentazione per fornire qualche garanzia. Ma si sta pure avverando una facile previsione.</p>
<p>Sotto la pressione di richieste di sicurezza e di interessi economici, Internet perde progressivamente la sua natura di spazio libero, il maggiore che l’umanità abbia conosciuto, e si avvia ad essere uno spazio ‘normalizzato’, dove sia ridotto al minimo il rischio di imbattersi in opinioni dissenzienti, sgradite ai diversi poteri o ritenute dannose da chi è preoccupato soprattutto del fatturato pubblicitario e dell’incentivo ai consumi. È una partita ancora aperta. Anche qui è tempo di regole, e il vecchio slogan ‘giù le mani da internet’, in cui si manifestava la fiducia in una irriducibile natura libertaria della rete, oggi deve fare i conti con la realtà di un mondo globale di cui Internet è la grande metafora e dove è in atto un visibilissimo scontro di poteri. Servono regole ‘costituzionali’, dunque di garanzia della libertà, secondo lo schema di un Internet Bill of Rights, nato da una intuizione italiana che si è poi diffusa, ha avviato un processo al quale partecipano diversi soggetti, si svolge a diversi livelli, e può così valorizzare esperienze diverse, dalle ‘coalizioni’ di cittadini alle iniziative del Parlamento europeo e del Congresso americano, fino ad una attenzione dell’Onu che si spera sempre più intensa. Le prove di un governo democratico del mondo passano anche attraverso l’attenzione per questi problemi e queste esperienze, tutt’altro che settoriali.</p></blockquote>
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<p>Stefano Rodotà scriveva questo suo commento dopo aver partecipato alla conferenza di Hyderabad dello Internet Governance Forum, un organismo che si riunisce ogni due anni in un diverso paese del mondo. Nelle parole di Rodotà e nelle analisi dello Igf sembra emergere perfettamente a fuoco la relazione profonda che esiste tra protezione moderna dei dati, censura e libertà di espressione.</p>
<p>Di fatto il quadro concettuale di Igf sembra quello “teoricamente” più attrezzato a descrivere ciò di cui avremmo bisogno. A tracciare i vincoli e i principi che le legislazioni dovrebbero assumere. L’amara perplessità è che queste forme di collaborazione tra lupi e agnelli soffrono della diplomatizzazione dei tempi di lavoro, incidono con difficoltà e hanno poco potere per innescare fasi decisionali. È una questione di tempi: mentre il diritto emerge come esigenza generalizzata, la praticaccia quotidiana dei governi e delle burocrazie lo nega senza soste e precostituisce un quadro a dir poco fosco: cosa è della privacy a Teheran? E cosa è della privacy dell’utente internet in un paese occidentale?</p>
<p>Qui vediamo con chiarezza a cosa serva la deriva securitaria. A costituire la politica nazionale come boss locale delle grandi aziende internazionali. A delimitare un territorio che sarà poi segnato da sentenze, leggi, imposizioni. A questo proposito non è da dimenticare quanto, nello stesso articolo qui citato, scriveva Rodotà e a cui abbiamo accennato nel capitolo 3, dedicato al tema sicurezza. Qui ci appare chiaro perché il racconto dei media sulla rete venga modulato tra i due opposti dell’apologia e del terrore, dell’accettazione acritica e della normazione autoritaria. Dipende da qual è la sirena che sta cantando in quel momento.</p></div>
<div class="sect1" title="Un incubo illuminato">
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<h2 class="title"><a id="id416668"></a>Un incubo illuminato</h2>
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<p>Se partiamo da questo punto tutto è più illuminato: se partiamo dal convergere di repressione locale e grande impresa internet – ma all’elenco di Rodotà andrebbero aggiunte le grandi compagnie del software, delle telecomunicazioni e della produzione di telefonia mobile e fissa, le stesse che vendono soluzioni pacchettizzate agli Stati per controllare il traffico voce e dati, senza molto preoccuparsi della natura politica di quei paesi – ogni elemento del quadro assume un suo significato e le politiche securitarie ci appaiono come una politica protezionistica, il tentativo di élite nazionali di fermare uno sviluppo globale senza avversari.</p>
<p>Tifare per uno di loro? Come trovarsi di fronte a un questionario a risposte chiuse. Domanda: preferite essere “posseduti” da Google, dallo Stato, o da entrambi? Ci preparavamo a cercare la quarta casella “nessuno”, che non c’è nel modulo, quando ci siamo resi conto che la risposta “entrambi” era prestampata con la risposta.</p></div>
<div class="sect1" title="Oltre la privacy, il diritto all’esposizione">
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<h2 class="title"><a id="id416676"></a>Oltre la privacy, il diritto all’esposizione</h2>
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<p>È forse la stessa parola privacy che ha fatto il suo tempo. L’idea difensiva di qualsiasi concetto che si rifaccia alla tutela per sottrazione dei dati della persona. È il caso della tematica del “diritto all’oblio”. Pizzetti ha spiegato per tempo ai nostro governanti che quel diritto è ormai cancellato nella pratica. E che oggi semmai assistiamo a violazioni concrete in cui dovrebbe trovarsi una difesa per l’individuo.</p>
<p>Come evitare che l’ufficio del personale trovi una foto del candidato ubriaco in compagnia degli amici, era l’esempio fatto in precedenza. Ora il punto è che il Garante, di fronte alla palese impotenza di tutti noi a cambiare la situazione, ripiega sulla formazione dell’utente internet, consigliando di non pubblicare quella fotografia che potrebbe domani scottare tra le mani di un altro. Scommette sulla sua saggezza, sulla sua capacità di non scoprirsi, di non offrirsi nudo alla rappresaglia degli ignoti e dei malintenzionati. Possiamo dire? Non ci convince.</p>
<p>Intanto perché tutti, prima di imparare a guidare in modo decoroso l’automobile, abbiamo fatto almeno un tamponamento: la prudenza è virtù appresa attraverso l’errore. E l’errore qui fa parte del quadro.</p>
<p>Non è possibile correggere la situazione solo per via di esperienza e formazione. Perché ci sono intere parti di questo problema che non attengono a questioni di “auto esposizione”. Non è solo ciò che metti su Facebook che ti rovina: c’è un mondo di dati “inconsapevoli” che semplicemente sono la tua vita.</p>
<p>C’è chi ha parlato di <span class="emphasis"><em>habeas corpus</em></span> per i dati digitali. Bene, noi lo decliniamo ancora di più nella titolarità dell’individuo di cancellare in ogni momento tutti i propri dati. Come facoltà concreta: cancello i miei dati su un social network, operazione oggi non sempre possibile, non sempre facile e non sempre trasparente. Chiedo e ottengo da un motore di ricerca di eliminare, a patto che ciò non sia violazione dell’altrui libertà di espressione, il riferimento a quella mia imprudenza (la mia, non le critiche degli altri, e qui la forbice del problema si apre sempre più).</p>
<p>Ma facoltà da intendere anche nel senso di poter perseguire chiunque quei dati utilizzi.</p>
<p>Non abbiamo bisogno di silenzio. Il silenzio è il desiderio esclusivo del potere, in chi non ha visibilità, l’oblio è solo timore di ciò che potrebbe accaderci.</p>
<p>Guardami, sono ciò che sono</p>
<p>Noi abbiamo desiderio di esporci, “noi” rete, “noi” persone di ogni giorno, perché l’esposizione è piacere della comunicazione, è il piacere di dirci all’altro – e quanto si arrabbiano scrittori, artisti e giornalisti nel constatare che il loro privilegio è oggi di tutti&#8230;.</p>
<p>E tuttavia il sadismo può colpirci e trattare la foto della nostra festa di laurea come l’orgia del potere. Il funzionario di polizia scorretto può usare le nostre affermazioni di principio per includerci in una lista di persone sospette o mettere quella foto in un fascicolo di potenziali drogati.</p>
<p>Gli uffici del personale frugano ormai sistematicamente su Google e i social network alla ricerca di informazioni sui candidati. A parole sono tutti contro il pregiudizio, ma nelle stanze delle aziende si sente spesso dire “quello è frocio”. E allora quale difesa contro tutto questo?</p>
<p>L’auto-educazione al silenzio e al gontagocce di sé, come ci propone il professor Pizzetti?</p>
<p>Sì, per chi lo vuole. Ma deve essere possibile –  il Garante della Privacy parla egli stesso di rivoluzione dei valori – ottenere la svalutazione del potere di danneggiamento che deriva dalla divulgazione del dato personale.</p>
<p>È un principio da sancire in qualche legge, magari anche quelle che parlano di diritto all’oblio: se ti becco a usare una informazione che hai preso da un social network, da Google come dalla mia cartella sanitaria in rete, questo comportamento integra la fattispecie della discriminazione. Della discriminazione digitale.</p>
<p>La vera “formazione” è solo quella che schianti nelle menti delle persone il potere di danneggiamento dell’informazione personale rivelata. E questo dovrebbe valere per tutti, dal signor Rossi ai Primissimi cittadini: l’etica di “me in pubblico” (che per alcuni diventa etica pubblica) non consiste nel nascondermi ma nel dire: sono ciò che sono – prima, però, di essersi nascosti dietro la barriera del potere.</p>
<p>Voterei per il più grande mascalzone della terra, se mi dicesse di esserlo stato all’atto della sua candidatura. Il guaio non è votare un inquisito o un condannato, che magari è una persona anche capace. Il guaio è votare un onesto che nasconde i suoi vizi e l’unico vero reato “imperdonabile” dell’uomo pubblico e dell’uomo comune dovrebbe essere la pubblica menzogna e lo spergiuro.</p>
<p>È la finzione di onestà che va abbattuta per ognuno di noi: al funzionario aziendale che presenta la foto di te ubriaco alla festa di laurea, un serio capo delle risorse umane dovrebbe rispondere: “Ragazzo mio, mi preoccupa il fatto che tu non l’abbia mai fatto. Stasera ti offro due bottiglie di Nebbiolo”.</p>
<p>Ok, ci siamo svegliati. Ma continuiamo a pensarla allo stesso modo.</p></div>
<div class="footnotes">
<hr />
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id416570" class="para" href="#id416570">131</a>] </sup> <a class="link" href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/26/">http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/26/</a></div>
</div>
<div class="navfooter">
<hr />
<table border="0" width="100%" summary="Navigation footer">
<tbody>
<tr>
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</tr>
<tr>
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<td align="right" valign="top">L’urlo, il tribuno e l’illusione di un racconto alternativo</td>
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		<title>Sesto capitolo Il tubo non è neutrale</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 20:31:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I nuovi gabellieri
Un biglietto dell’autobus può aiutare a capire meglio di tante teorie come cambia la realtà.
Può essere la cartina di tornasole di come il digitale consenta di introdurre nella vita quotidiana modalità molto più efficienti di gestione delle transazioni economiche, con l’indiscutibile vantaggio di semplificare la vita dei cittadini. Ma d’altra parte può anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I nuovi gabellieri</strong></p>
<p>Un biglietto dell’autobus può aiutare a capire meglio di tante teorie come cambia la realtà.</p>
<p><span id="more-434"></span>Può essere la cartina di tornasole di come il digitale consenta di introdurre nella vita quotidiana modalità molto più efficienti di gestione delle transazioni economiche, con l’indiscutibile vantaggio di semplificare la vita dei cittadini. Ma d’altra parte può anche mettere in luce come la smaterializzazione permessa dai bit digitali riconsegni a nuovi gabellieri un potere enorme, il trovarsi al posto di controllo da cui passano economia, relazioni, emozioni, comunicazione, cultura, in questo nuovo universo. Doganieri che controllano merci in entrata e in uscita e trattengono una parte del valore per sé. “Chi siete? Cosa portate? Un fiorino!<sup>[<a id="id414689" class="footnote" href="#ftn.id414689">110</a>]</sup>”, come parodiavano Massimo Troisi e Roberto Benigni in <span class="emphasis"><em>Non ci resta che piangere</em></span> raccontando l’Italia del ’400. Nella migliore delle ipotesi. Perché a volte questi soggetti agiscono in modo del tutto arbitrario praticando tariffe diverse per lo stesso tipo di beni solo perché differenti sono i produttori. E cercano sempre di sostituire i produttori di beni e servizi nel rapporto con i clienti, gli utenti, così da essere gli unici depositari delle conoscenze necessarie a completare le transazioni.</p>
<p>I bus dunque. Nel settembre di quattro anni fa Atac, l’Agenzia per la mobilità del comune di Roma, annuncia una novità significativa: la possibilità di pagare il biglietto per rete urbana e metropolitana, nella capitale chiamato anche Bit (Biglietto integrato a tempo), con un semplice sms. Fine della ricerca affannosa di un’edicola o di una tabaccheria aperta, a volte di domenica o di notte, per gli utilizzatori occasionali del trasporto pubblico, privi di abbonamento. È una prima in Italia, ma l’idea di usare il telefonino come borsellino elettronico è già radicata in Estremo Oriente, dove con il cellulare si possono comprare anche le bibite ai distributori automatici. Pare l’uovo di Colombo. Tutti abbiamo in tasca un oggetto che ci identifica in modo univoco, che al suo interno custodisce del credito (a scalare in caso di schede, da saldare in bolletta per gli abbonati). Poterlo usare per comprare beni e servizi e non solo per telefonare è quasi un passaggio scontato. Ma il diavolo si nasconde nei dettagli. Sorvoliamo su tutte le difficoltà tipicamente italiane di inquadrare un nuovo sistema di pagamento nelle leggi esistenti<sup>[<a id="id414712" class="footnote" href="#ftn.id414712">111</a>]</sup>, e fermiamoci al prezzo. Nel mondo analogico del biglietto di carta i Bit vanno stampati, qualcuno li deve distribuire ai punti vendita, i quali a loro volta vanno retribuiti per il servizio che prestano quando un cittadino entra e ne acquista un blocchetto. A bordo dei mezzi poi servono le obliteratrici per annullare i biglietti. Nel mondo digitale dei Bit via sms tutto questo è rimpiazzato dalle infrastrutture di rete: dopo essersi registrato al servizio (e per alcuni operatori aver acquistato una scheda prepagata da adibire esclusivamente ai micropagamenti, oppure per altri aver associato la propria carta di credito al numero del telefonino<sup>[<a id="id414733" class="footnote" href="#ftn.id414733">112</a>]</sup>), l’utente deve inviare un sms a un numero speciale con la scritta BIT nel corpo del messaggio.</p>
<p>Le infrastrutture di rete utilizzate sono già tutte esistenti (e ammortizzate nei costi di investimento), il sistema è anche pulito. Non si tagliano alberi, non si usa inchiostro per stampare i biglietti, non serve gasolio o benzina per distribuire i Bit ai punti vendita. I tagliandi utilizzati non sporcano le strade e non sono rifiuti da smaltire o da riciclare.</p>
<p>Il vecchio biglietto di carta costa a Roma un euro. A lume di naso il nuovo sistema, con le efficienze e l’abbattimento di costi che consente dovrebbe avere lo stesso prezzo, con un miglioramento dei margini per l’agenzia di trasporto. E invece, quando va bene costa un euro e 15 centesimi. La differenza viene incassata dagli operatori telefonici per il servizio sms.</p>
<p>A volte il cittadino deve inoltre pagare la commissione sulla scheda prepagata per un fantomatico costo di conversione in moneta. Dunque riassumiamo: io compro 10 euro di credito per pagarci il bus. Il mio operatore – almeno nel caso di Wind – se ne tiene subito 2, il credito attribuito dunque è pari a 8 euro. A questo punto ogni biglietto lo pago 1,12 / 1,15 euro (a seconda dell’operatore). Nel vecchio mondo, quello dei biglietti su carta, con 10 euro viaggio 10 volte sull’autobus. Nel nuovo mondo, quello digitale, ammesso che arrivi in fondo alla difficile procedura iniziale di configurazione, la stessa cifra serve solo a 8 viaggi. Dove sta la convenienza?</p>
<p>I cittadini, che non sono grulli, l’hanno capito, e per la maggior parte si sono tenuti alla larga dal sistema<sup>[<a id="id414766" class="footnote" href="#ftn.id414766">113</a>]</sup>.</p>
<p>Avere l’esclusiva di accesso al tubo, si tratti di telefoni cellulari o di pagamenti elettronici via altre piattaforme, consente dunque ai gabellieri di costruire nuove rendite di posizione. Se poi anche nel vecchio mondo si gestiva una situazione di monopolio, nel nuovo a rendita si aggiunge rendita. È il caso ad esempio di Poste Italiane, che al pagamento dei bollettini premarcati applica sul proprio sito<sup>[<a id="id414777" class="footnote" href="#ftn.id414777">114</a>]</sup>, oltre alla commissione normale che si paga allo sportello, anche una commissione ulteriore che cresce all’aumentare dell’importo pagato, e in alcuni casi può portare il costo per la transazione a 4 o 5 volte la cifra che si verserebbe allo sportello. E, ovviamente, non esiste altro modo su internet per pagare i bollettini postali premarcati (quelli liberi invece si possono saldare anche attraverso i sistemi di home banking) se non attraverso il sito di Poste. Non solo. L’unico modo per avere il servizio digitale allo stesso prezzo di quello fisico è acquistare una carta Postepay. Eppure, anche qui, il digitale sposta in effetti una parte importante del lavoro sull’utente e dunque dovrebbe costare meno del servizio tradizionale, che comporta l’impiego di uno sportellista.</p>
<div class="sect1" title="I padroni della catena del valore">
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<h2 class="title"><a id="id414803"></a>I padroni della catena del valore</h2>
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<p>La promessa di efficienza, di semplificazione e di disintermediazione (pago io, quando mi pare, mi basta solo una connessione a internet) del digitale si scontra dunque con la reintermediazione introdotta nel sistema dei servizi, si tratti di bus o di bollettini postali, dai proprietari delle piattaforme. Per capire quanto questo principio sia generale dobbiamo introdurre il concetto di catena del valore. Riferita a un’impresa o al processo di produzione di un bene o di un servizio, la possiamo definire come l’insieme di operazioni messe in atto da un’organizzazione per giungere al prodotto<sup>[<a id="id414810" class="footnote" href="#ftn.id414810">115</a>]</sup>. Avremo così le attività primarie di logistica, produzione, distribuzione, marketing, servizi postvendita e così via. A fianco a questi ci sarà un insieme di attività di supporto, costituito da tutto quel che consente all’impresa di stare in piedi, da chi fa i conti alla gestione del personale, agli affari generali.</p>
<p>Con l’affermarsi di internet come piattaforma di distribuzione e con l’avanzare della tecnologia, sempre più la catena del valore di un qualsiasi bene tende a essere distribuita tra diverse società. Esistono sempre meno imprese che gestiscono produzione di beni e servizi dal principio alla fine. Ognuno tende a concentrarsi su alcune parti del processo, lasciando alcuni tratti della catena ad altri soggetti, che possono specializzarsi raggiungendo così livelli più alti di produttività ed efficienza.</p>
<p>Un ciclo teoricamente virtuoso per il sistema, visto che il risultato dovrebbero essere servizi migliori a prezzi più bassi. Ad esempio, se sono un musicista e voglio vendere la mia musica online, non ha senso che io realizzi da me la piattaforma per farlo. Meglio che mi concentri sulla scrittura e la produzione dei miei brani. Per la distribuzione potrò utilizzare le piattaforme già esistenti.</p>
<p>Nello stesso modo, se sono un editore, mentre nel mondo fisico la catena del valore della produzione di un quotidiano è spesso tutta interna alla mia impresa (dalla raccolta di informazioni alla redazione del giornale, fino alla stampa e alla distribuzione), nel digitale io controllo il mio prodotto fino alla sua messa online. In genere per l’hosting del mio sito mi affiderò a società esterne, e saranno soprattutto i provider di connettività, sia essa mobile o fissa, a consentire ai miei lettori di venirmi a leggere. Nulla di male se questo consentisse una maggiore efficienza generale. In pratica però accade che i rapporti di forza tra i diversi soggetti della catena del valore non siano paritari. Ad esempio, gli editori sono molti, i provider pochi. Se poi pensiamo alle piattaforme di distribuzione di musica, sono ancora meno. Ecco che l’abbattimento di costi all’entrata permesso dal digitale, che in teoria dovrebbe disintermediare questi processi produttivi e consentire una maggior concorrenza, si traduce in una reintermediazione da parte dei gabellieri, i signori delle piattaforme. Parliamo di motori di ricerca, provider di connettività o oligopolisti del sistema di vendita di quel bene, in grado dunque di fissare da soli il prezzo e/o di appropriarsi della maggior parte del valore generato dalla catena del processo di produzione. In sostanza siamo di fronte ai doganieri della rete, che solo per il fatto di sedere in un posto chiave della catena del valore e di disporre della rendita di posizione derivante dall’essere oligopolisti di questo nuovo mercato (se non spesso, come avviene nelle telecomunicazioni, ex monopolisti) dettano le regole e stabiliscono prezzi e margini per sé e per gli altri. Ciò si può tradurre in un danno per i consumatori, in una lesione della concorrenza o – come spesso accade – in entrambe le cose. Nel ventesimo secolo, nell’epoca dell’industria pesante, esistevano barriere fisiche che impedivano di entrare nella produzione editoriale o musicale senza grandi investimenti iniziali. Oggi, nella postmodernità della rete, ciò è invece possibile al costo di poche centinaia di euro per chiunque, con il vantaggio di poter accedere a un mercato che non ha né vincoli geografici né temporali (una volta pubblicato in rete, un giornale o una canzone vi resta per sempre).</p>
<p>Ma chi controlla piattaforme di transazione e accesso ha il coltello dalla parte del manico nello stabilire ricavi e visibilità per tutti i produttori. Ripetiamo l’esempio fatto prima per il biglietto del bus per una copia del giornale. Se l’acquistate in edicola, la pagate 1 euro. Nella versione elettronica, comprata online, nel caso più caro la pagherete 70 centesimi. Ma se provate ad acquistare attraverso il telefono fisso una copia singola da fruire poi online, dovrete sborsare 1,8 euro.  Se poi chiamate con un telefonino, non vi basteranno in alcuni casi 2,5 euro. Oltre il doppio di una copia fisica. Dove va a finire la maggior parte di questo sovrapprezzo? Nelle tasche dei proprietari delle piattaforme di transazione (i gestori delle numerazioni premium) e degli operatori telefonici.</p></div>
<div class="sect1" title="Dalle piattaforme ai produttori di contenuti">
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<h2 class="title"><a id="id414838"></a>Dalle piattaforme ai produttori di contenuti</h2>
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<p>L’Italia non brilla per diffusione della banda larga. Secondo il rapporto realizzato da Francesco Caio per conto del governo e presentato nel marzo scorso al ministero dello Sviluppo economico<sup>[<a id="id414829" class="footnote" href="#ftn.id414829">116</a>]</sup>, 12 italiani su 100 non sono ancora raggiunti dal servizio. E dove internet arriva, dieci milioni di famiglie hanno deciso di sottoscrivere un abbonamento.  La posizione dell’Italia rispetto agli altri paesi europei è inoltre destinata a peggiorare, visto il rallentamento degli investimenti in fibra. Oltre al deficit infrastrutturale, il mercato della banda larga soffre per lo strapotere dell’ex monopolista. Telecom, hanno denunciato infatti più volte i provider indipendenti<sup>[<a id="id414866" class="footnote" href="#ftn.id414866">117</a>]</sup>, tende a praticare prezzi per la rivendita all’ingrosso della banda troppo alti, e non orientati al costo della piattaforma<sup>[<a id="id414894" class="footnote" href="#ftn.id414894">118</a>]</sup>.</p>
<p>Se il rapporto tra ex monopolista e provider indipendenti è asimmetrico, quello tra detentori del tubo e produttori di contenuti è ancora più squilibrato. Malgrado una delle ragioni principali di connessione da parte degli utenti sia l’informazione, nulla dei ricavi che i provider realizzano con la vendita delle Adsl viene girato a quanti contribuiscono con la loro presenza a motivare la sottoscrizione di nuovi abbonamenti. Nel dibattito degli ultimi mesi, come vedremo in riferimento alla nona tesi, molti hanno sottolineato la necessità di far pagare gli utenti per l’informazione fruita in rete. In realtà discutere di tutto-gratis o micropagamenti è limitante.</p>
<p>Si dovrebbero anche riequilibrare le evidenti incoerenze che si sono venute a creare nella catena del valore. Proviamo ad aiutarci con l’analogia della televisione satellitare. Lì il proprietario della piattaforma ospita all’interno della propria offerta anche numerosi canali di produttori di contenuti esterni. A essi riconosce un <span class="emphasis"><em>fee</em></span>, una somma, perché la loro presenza nel <span class="emphasis"><em>bouquet</em></span> lo rende più allettante per quanti dovranno decidere se abbonarsi o meno. Se una delle attività principali alla base dell’uso della rete è l’informazione, perché le società che forniscono connettività non dovrebbero riconoscere una parte di questo valore a chi produce giornalismo?</p>
<p>Nel settembre 2009 una proposta di questo genere è stata formalizzata da Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Editoriale L’Espresso<sup>[<a id="id414927" class="footnote" href="#ftn.id414927">119</a>]</sup>, in un commento pubblicato sul Sole 24Ore. Secondo De Benedetti,</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>il meccanismo potrebbe essere simile a quello utilizzato per le politiche di sostegno alle energie rinnovabili. In quel caso l’interesse generale giustifica un prelievo proporzionale <span class="emphasis"><em>erga omnes</em></span> sulla bolletta energetica. Qui il prelievo potrebbe avvenire sulla bolletta della connettività, a prescindere dall’utilizzo, da parte del singolo, di contenuti informativi durante la propria navigazione. Non si tratterebbe di un contributo perenne, ma di un <span class="strong"><strong>finanziamento alla transizione</strong></span> da regolamentare a livello di singolo paese<sup>[<a id="id414966" class="footnote" href="#ftn.id414966">120</a>]</sup>.</p></blockquote>
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<p>Facciamo due conti al volo. Secondo la relazione 2008 dell’Autorità per la garanzia delle comunicazioni (Agcom), per la banda larga gli utenti nel 2007 in Italia hanno pagato una cifra pari a 3,36 miliardi. In media, una adsl nel mercato famiglia costa circa 20 euro al mese. Supponiamo che un euro di questi 20 venga messo a disposizione dei produttori di contenuti. Un euro è pari al 5 % della cifra pagata ogni mese. Il 5% di 3,36 miliardi significa circa 170 milioni l’anno. A valori 2008 Fcp<sup>[<a id="id414993" class="footnote" href="#ftn.id414993">121</a>]</sup> è come se la torta pubblicitaria, al momento unica entrata dei produttori di informazione, fosse aumentata improvvisamente del 50%.</p>
<p>In sostanza, con un contributo pari a un euro al mese dei 20 pagati in bolletta, lo scenario economico per i produttori di giornalismo in Italia cambierebbe totalmente. Certo è difficile pensare che spontaneamente all’improvviso i fornitori di connettività decidano di condividere graziosamente i loro ricavi, ma esistono casi in cui questo accade, soprattutto qualora venga riconosciuto un diritto generale, che qui potrebbe essere quello della libertà di informazione e della necessità di una pluralità di fonti.</p>
<p>Del resto già agli albori del web, nella seconda metà degli anni ’90, quando la connessione alla rete era in <span class="emphasis"><em>dial up</em></span>, ovvero si svolgeva sulla normale rete telefonica urbana con la tariffazione a tempo, gli operatori telefonici riconoscevano ai fornitori di accesso di “free internet” una quota per ogni ora di traffico sviluppata attraverso i propri utenti sulla rete telefonica. Si tratterebbe ora di applicare lo stesso meccanismo alla banda larga e ai contenuti. Non è vero che in rete soldi non ce ne sono. Il punto è che, visto lo squilibrio dei rapporti di forza tra produttori di contenuti e signori della connettività, finiscono tutti nelle tasche di questi ultimi. Ma non è detto che debba continuare a essere così.</p>
<p>Quel che abbiamo visto finora si applica in modo anche più evidente alla telefonia mobile, dove per anni il traffico è rimasto sostanzialmente congelato a causa delle tariffe proibitive per connettersi a consumo alla rete via cellulare. Come se non bastasse, la tariffazione del traffico dati è stata per molto tempo opaca e di difficile decrittazione per gli utenti. Nel dubbio che scaricare un singolo messaggio di posta elettronica o inviare un mms potesse arrivare a costare anche più di un euro, molti utenti hanno preferito rinunciarvi del tutto. Abbiamo dunque assistito al paradosso di avere reti già adatte al traffico dati di terza generazione (Umts/3g), con dispositivi aggiornati venduti in milioni di esemplari, ma utilizzati da alcune decine di migliaia di persone. A fine 2007 in Italia Eurisko stimava che tutto il traffico su internet senza fili, derivante cioè sia dai telefonini sia dalle chiavette-modem da collegare al computer, riguardasse circa 200mila persone. Con le tariffe flat – che permettono cioè di collegarsi a internet con il cellulare a cifra fissa, pur con alcune limitazioni – le cose hanno iniziato a cambiare, e oggi i naviganti in mobilità sono circa 2 milioni.</p>
<p>La proposta di De Benedetti ha sollevato numerose reazioni, alcune negative, altre di apertura inattesa, ad esempio da parte del quotidiano il Foglio di Giuliano Ferrara. Come ha osservato Maurizio Boscarol, docente all’università di Trieste,</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>La proposta si fonda su un assunto: dalla nascita della rete a oggi, non sono i produttori di contenuti ad aver guadagnato, come si immaginava fin dal 1996, anno dell’articolo di Bill Gates ‘Content is King’, ma i fornitori di connettività. E con guadagni consistenti. Sarebbe del tutto legittimo stimare quanta parte di questi guadagni dipenda dai contenuti messi liberamente online. E riconoscerne agli autori una parte.</p></blockquote>
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<p>Certo, la strada per l’applicazione di un’idea del genere non è in discesa. Ancora Boscarol:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Bisognerebbe evitare che i ricavi andassero solo ai grandi gruppi, anzitutto, escludendo i contenuti generati dagli utenti, dai non professionisti o dai non appartenenti a gruppi mediatici. Bisognerebbe poi bilanciare la prevedibile prevalenza dei contenuti d’intrattenimento su quelli socialmente più utili. Inoltre, come molti hanno notato, è facilmente intuibile come una simile proposta finirebbe per spingere i fornitori di connettività a ricaricare sul costo dell’abbonamento il ricavo da stornare. Dunque alla fine pagheremmo sempre noi. Ma non è forse proprio un modo per “socializzare la produzione” di contenuti utili? Certo, le contraddizioni sono dietro l’angolo. Ma il giornalismo di pubblica utilità sembra messo talmente male che forse vale la pena di pensarci<sup>[<a id="id415056" class="footnote" href="#ftn.id415056">122</a>]</sup>.</p></blockquote>
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<p>Una volta accettato il principio della necessità di un parziale e temporaneo riequilibrio dei ricavi generati dalla connettività mobile e fissa, sorgeranno altri problemi. Quali produttori di giornalismo potranno accedere a queste risorse? E con quale criterio andranno ripartite? Questioni da affrontare in modo pragmatico e senza steccati mentali o corporativi. I principi guida potrebbero essere la produzione originale (non la semplice aggregazione automatica) e il superamento di una certa soglia di traffico. In nessun caso automatismi derivanti dall’appartenenza a gilde o ordini. Altri due punti su cui essere molto chiari: non si tratta di una tassa sull’uso di internet, dunque il costo non dovrebbe essere ribaltato sugli utenti; la disponibilità di questi fondi potrebbe essere una boccata d’ossigeno per la transizione del giornalismo al digitale (e certo è assai più motivata, ad esempio, degli aiuti di Stato agli organi di informazione di partito) ma non può essere un alibi per non innovare. Senza <span class="emphasis"><em>reboot</em></span>, ripensamento complessivo del prodotto giornalistico, senza superamento del criterio della copia non creativa, non ci sono riequilibri che tengano. Delle strade da percorrere in questo senso parleremo al capitolo 9.</p>
<p>Per il momento dobbiamo ancora ragionare di piattaforme e intermediari. Perché il panorama offre anche altri motivi di inquietudine.</p></div>
<div class="sect1" title="Il controllo dei dispositivi: il caso iPhone">
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<h2 class="title"><a id="id415092"></a>Il controllo dei dispositivi: il caso iPhone</h2>
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<p>Sul mobile, oltre al potere degli operatori, si esercita anche quello dei produttori di dispositivi, soprattutto per quanto riguarda l’iPhone di Apple. Il mercato degli smart phone è tutt’altro che monopolistico. I produttori di dispositivi sono diversi e anche i sistemi operativi utilizzati sono almeno quattro: symbian per i Nokia, Windows Mobile, Android, e OsX per iPhone. Tuttavia anche qui rischiano di consolidarsi delle rendite di posizione che vanno monitorate con attenzione.</p>
<p>Lanciato in Italia nell’estate del 2008 nella versione 3g, dopo che la versione 2g aveva fatto il suo debutto negli Usa qualche mese prima, iPhone si è imposto all’attenzione per gli oltre 25 milioni di apparecchi venduti, con più di un miliardo di applicazioni scaricate dagli utilizzatori. Non particolarmente brillante se usato come telefono, il cellulare di Apple, per le sue caratteristiche di semplicità d’uso, ha invece cambiato totalmente il paradigma della navigazione della rete in mobilità.</p>
<p>Ad agosto 2008, pochi mesi dopo la sua introduzione, l’iPhone già rappresentava per quantità il 10% del traffico dati in mobilità negli Usa. Una quota salita al 50% a marzo di quest’anno<sup>[<a id="id415105" class="footnote" href="#ftn.id415105">123</a>]</sup>. Sul mercato italiano la curva di crescita non è molto diversa. Possiamo dunque dire che la visione di una pagina web su due effettuata attraverso un cellulare oggi avviene attraverso l’iPhone. Ecco perché vale la pena occuparsene qui.</p>
<p>Quanto la rete è per sua natura disintermediata, tanto l’iPhone reintermedia. Si tratta infatti di un mondo chiuso che gestisce solo applicazioni software approvate da Apple. Spieghiamoci meglio. Per sfruttare a pieno le potenzialità dello strumento, dalla fruizione di contenuti ai giochi, dalle quotazioni di borsa all’informazione, è necessario sviluppare applicazioni software specifiche. Nulla di male se non fosse che gli acquirenti dell’apparecchio hanno accesso all’installazione di nuove applicazioni solo attraverso un negozio di Apple chiamato App Store. Se un’applicazione non è su quegli scaffali virtuali, è impossibile inserirla nel proprio telefono, a meno di non <span class="emphasis"><em>craccarlo</em></span>, di manomettere cioè il sistema operativo con un’operazione che invalida la garanzia.</p>
<p>In sostanza l’iPhone è un computer sul quale un acquirente non è in grado di installare nulla che non sia di gradimento del fabbricante. Diciamolo meglio: Apple si frappone come intermediario imprescindibile tra utenti e sviluppatori di qualsiasi applicazione. In parte per guadagnarci, visto che su ogni software venduto attraverso App Store Apple ha una commissione. Ma soprattutto per evitare che una qualsiasi applicazione sgradita sfrutti le potenzialità del telefono/computer in una direzione ad Apple non gradita. Come si può vedere, torna il tema del potere arbitrario delle piattaforme. In teoria Apple asserisce di agire per il bene dei propri consumatori, garantendo che nei propri telefoni non finisca nulla che non sia all’altezza delle aspettative degli utilizzatori. In realtà, come è stato più volte dimostrato, la procedura di approvazione delle nuove applicazioni per l’App Store è tutt’altro che limpida. Anzi, le regole draconiane stilate da Apple per concedere a un programma di approdare all’App Store valgono per alcuni, ma per altri sono facilmente messe da parte.</p>
<p>Lo ha verificato C|net, forse il più autorevole sito di informazione tecnologica degli Stati Uniti, quando ha pubblicato una ricerca secondo la quale, stando ai principi di Apple, la stessa applicazione mobile creata da Google non avrebbe dovuto avere il permesso di accedere all’App Store, cosa che invece è avvenuta.</p>
<p>Quali conclusioni se ne possono trarre, si domanda C|net?</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Primo, come già si sapeva, il processo di approvazione dell’App Store è insensato: applicazioni che non violano alcuna delle linee guida sono respinte per ragioni fumose, mentre applicazioni che le violano ottengono il via libera. (…) Secondo, chi sta alle regole del programma per gli sviluppatori realizzerà applicazioni non in grado di competere contro quelle sviluppate da chi viola le regole ma se la cava, vuoi perché Apple non se ne accorge, vuoi perché sono colossi dell’industria politicamente connessi<sup>[<a id="id415166" class="footnote" href="#ftn.id415166">124</a>]</sup>.</p></blockquote>
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<p>Vedi ad esempio il caso di Google, il cui amministratore delegato Eric Schmidt, sedeva, fino all’agosto del 2009, anche nel consiglio di amministrazione di Apple. E come abbiamo visto negli scorsi capitoli, sugli incroci di nomine tra i consigli delle due società era stata aperta anche un’inchiesta dell’Antitrust americano<sup>[<a id="id415189" class="footnote" href="#ftn.id415189">125</a>]</sup>. Affari loro, si potrebbe dire, in fondo si tratta di aziende private. Ma nel momento in cui l’iPhone rappresenta una parte significativa del traffico internet in mobilità, esiste anche un interesse generale dei consumatori e dei concorrenti alla trasparenza da tutelare.</p>
<p>La questione è rilevante anche perché la vendita delle applicazioni per la fruizione di contenuti e servizi dalla rete in mobilità al momento è uno dei pochi business model alternativi alla pubblicità che mostrano qualche segnale di praticabilità per i produttori di contenuti, come un’indagine condotta da Flurry, società di analisi del settore della telefonia mobile, ha dimostrato la scorsa primavera<sup>[<a id="id415206" class="footnote" href="#ftn.id415206">126</a>]</sup>. L’ultima versione del sistema operativo per iPhone, il 3.0, consente tra l’altro la fatturazione ripetuta per l’acquisto di un bene, come ad esempio il pagamento a cadenza mensile per l’abbonamento al download di un contenuto. Una potenzialità che potrebbe trasformare facilmente l’App Store in una vera e propria edicola mobile.</p>
<p>Il tipo di controllo di cui Apple dispone rispetto all’App Store è una questione significativa. Anche perché la possibilità di intervento della società non si limita al negozio online delle applicazioni, ma si estende fino alla possibilità di controllare a distanza i terminali. In altre parole Apple, anche dopo l’acquisto ha la possibilità di disabilitare, qualora lo ritenga opportuno, applicazioni e software installati sui terminali degli utenti. È stato lo stesso amministratore delegato Steve Jobs ad ammetterlo nell’estate del 2008 a margine di un colloquio con il Wall Street Journal<sup>[<a id="id415228" class="footnote" href="#ftn.id415228">127</a>]</sup> sull’andamento lusinghiero delle vendite delle applicazioni per il gadget tecnologico più desiderato del momento.</p>
<p>La possibilità per Apple di rimuovere software in remoto dai propri telefoni esiste, ha affermato Jobs, giustificandola come un estremo rimedio all’eventuale distribuzione di un programma dannoso attraverso l’Apple App Store, il negozio online al quale è necessario ricorrere per scaricare e installare programmi sul telefono: <span class="quote">«<span class="quote">Speriamo di non aver mai bisogno di tirare quella leva</span>»</span>, ha aggiunto, <span class="quote">«<span class="quote">ma sarebbe irresponsabile non avere una maniglia come quella da tirare in caso di necessità</span>»</span>.</p>
<p>Al momento dell’ammissione di Jobs, la discussione sull’esistenza del <span class="emphasis"><em>kill switch</em></span>, l’interruttore killer, era iniziata già da alcuni giorni sui forum degli appassionati in rete e nei siti specializzati in software e telefonia. Ad accenderla era stato Jonathan Zdziarski, uno sviluppatore di codice indipendente che, esaminando i file all’interno del telefono, si era reso conto che l’apparecchio di tanto in tanto scarica dalla casa madre un file di “applicazioni non autorizzate” inserite in una lista nera, che potrebbero poi essere eliminate in automatico dalla memoria del terminale. Il fatto, precisava lo stesso Zdziarski, non significa che Apple abbia la capacità di spiare i telefoni per sapere cosa contengano, ma vuol dire che potrebbe invece cancellare dai terminali – se presente – software inserito in una lista nera e ritenuto indesiderato.</p>
<p>L’esistenza di una tale facoltà solleva comunque una serie di dubbi sulla possibile violazione di diritti dei consumatori. Innanzitutto per la mancata trasparenza, considerato che si tratta di una informazione che un acquirente potrebbe voler conoscere prima di acquistare il telefono. In secondo luogo per la possibile falla alla sicurezza: che accadrebbe se qualcuno utilizzasse tale funzionalità per danneggiare i terminali degli utenti? Infine, e soprattutto, per la discrezionalità lasciata ad Apple: chi decide quali sono le applicazioni potenzialmente dannose? Mentre la cosa è ovvia per un software che ad esempio ruba i dati personali degli utenti, la questione non è altrettanto chiara per programmi ritenuti da Apple illegittimi per ragioni commerciali o di politica industriale. O magari per contenuti ritenuti, a insindacabile giudizio di Apple, da censurare. È facile immaginare, ad esempio, il fuoco di indignazione che sarebbe divampato se una cosa analoga l’avesse fatta Bill Gates su tutti i pc equipaggiati con il sistema operativo Microsoft.</p>
<p>Più in generale, si aprono quesiti su quali siano i limiti ai diritti dei fabbricanti su ciò che acquistiamo.</p></div>
<div class="sect1" title="L’edicola digitale: Amazon e il Kindle">
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<h2 class="title"><a id="id415283"></a>L’edicola digitale: Amazon e il Kindle</h2>
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<p>In tutti i casi descritti finora abbiamo visto come, nell’economia distribuita della rete, il controllo di una parte chiave della catena del valore, solitamente legata alla distribuzione o all’accesso, consenta ad alcuni attori di avere una rendita di posizione, e quindi un potere contrattuale, superiore agli altri. Imponendo così condizioni che le altre società non possono far altro che accettare.</p>
<p>Una delle ultime dimostrazioni in ordine di tempo viene da Kindle, il lettore elettronico di libri e giornali lanciato da Amazon, la libreria online divenuta la maggiore piattaforma di e-commerce del pianeta. Kindle, giunto già alla seconda versione, è un reader che, grazie all’inchiostro elettronico, consente la lettura di testi senza alcuni dei difetti che caratterizzano di solito la lettura su schermo retroilluminato: dai problemi legati alla scarsa leggibilità in piena luce, alla durata della batteria. Kindle negli Stati Uniti dispone di una connessione wireless via cellulare alla rete, attraverso la quale è possibile scaricare da Amazon libri o giornali, sulla falsariga di quanto avviene con App Store di Apple per le applicazioni o con iTunes per la musica. Qui non interessa indagare a fondo sul funzionamento dello strumento, che – detto per inciso – soprattutto per giornali e riviste è ancora lontano, come del resto gli altri suoi emuli in commercio, dal garantire un’esperienza d’uso comparabile con quella della carta.</p>
<p>Quel che preme sottolineare sono invece le condizioni che Kindle pratica agli editori che vogliano inserire i propri contenuti sul dispositivo. Che si tratti di blogger o di editori di testate internazionali, il patto proposto è egualmente leonino: fatta 100 la cifra pagata dagli utenti per abbonarsi al giornale o al blog, ai produttori del contenuto resta il 30%. Il resto va ad Amazon, che detiene la piattaforma. I signori delle piattaforme esercitano con linearità implacabile il loro diritto di passo. Alla faccia della teoria della libera concorrenza, ovvero di rendere aperto l’accesso alle tecnologie infrastrutturali con un prezzo orientato al costo.</p>
<p>È per questo motivo che Rupert Murdoch, presidente di News Corp e primo editore al mondo (da Sky a Fox, dal Times di Londra al Wall Street Journal, passando per il New York Post, per citare solo alcuni titoli nel suo portafoglio), ha annunciato di voler portare le proprie testate su tutti i dispositivi, ma di essere comunque intenzionato a realizzare anche un proprio Kindle. Come ha spiegato Staci Kramer su Paid Content<sup>[<a id="id415304" class="footnote" href="#ftn.id415304">128</a>]</sup>, sito di riferimento per l’economia dei contenuti digitali, l’azienda vuole conservare nelle sue mani la relazione diretta con i clienti (lettori <span class="emphasis"><em>Ndr</em></span>), e controllare la relazione con loro. E vuole essere in grado di fissare un prezzo. Tutte facoltà che le verrebbero negate se cedesse al patto leonino.</p>
<p>Un incidente, poi rientrato, ha reso plastico nel luglio 2009 quanto sia discrezionale il potere di chi detiene i dispositivi elettronici dominanti del mercato. Di punto in bianco dai Kindle di numerosi utenti sono sparite, in remoto e senza chiedere alcun consenso, le copie di 1984 di George Orwell <span class="emphasis"><em>già acquistate</em></span> (ha fatto seguito un educato rimborso della cifra spesa per l’acquisto). La cosa è avvenuta quando ogni utente si è collegato per scaricare nuovi acquisti, fossero un giornale o un altro libro. È un’ironia della sorte che sia avvenuto proprio con l’autore che ci ha insegnato l’idea che l’informazione sia manipolabile. Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, si è poi reso conto dell’enormità simbolica dell’accaduto, e qualche giorno dopo ha chiesto scusa. Si è trattato, ha detto, di un’operazione <span class="quote">«<span class="quote">autolesionistica e stupida, un atto che mi addolora e che resta al di fuori dei nostri principi (…) Meritiamo tutte le critiche che ci sono state rivolte</span>»</span>.</p>
<p>Ma le cose sono un po’ più complicate di come le mette Bezos. È il potere di dogana che gli intermediari dei vari servizi di ebook nelle loro diverse proposte commerciali si arrogano, che genera le “azioni stupide”. Il guaio non è l’errore umano. È nel fondamento stesso del servizio così com’è concepito.</p></div>
<div class="sect1" title="La neutralità della rete">
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<h2 class="title"><a id="id415346"></a>La neutralità della rete</h2>
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<p>Uno dei principi cardine dello sviluppo della rete fin dalla sua nascita, nonché del web negli ultimi 15 anni, è stato la neutralità della rete: i fornitori di connettività non possono dare la precedenza a un pacchetto di dati o contenuti che viaggia sulle proprie reti a scapito di un altro. Un’idea ereditata negli Usa dalla disciplina per la tutela della concorrenza tra compagnie telefoniche, ed estesa poi al web. Significa che ogni fornitore di connettività non può filtrare i pacchetti di dati che viaggiano sulla propria rete sulla base di quel che contengono bloccandone alcuni, o anche solo dando priorità a quelli che ritiene più importanti.</p>
<p>Vista dalla parte dei consumatori, la neutralità richiede che essi non siano discriminati nell’accesso a un servizio né limitati dai provider nell’accesso a un qualsiasi contenuto. Per dirlo come la intende l’authority Usa per le comunicazioni, Federal communication commission:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">i consumatori hanno diritto di accesso a tutti i contenuti leciti su Internet sulla base della propria scelta;</li>
<li class="listitem">i consumatori hanno il diritto di utilizzare applicazioni e servizi a propria scelta, nel rispetto delle leggi;</li>
<li class="listitem">i consumatori hanno il diritto di connettere i propri apparati purché non provochino danni alla rete;</li>
<li class="listitem">i consumatori hanno il diritto alla concorrenza tra operatori di rete, applicazioni e fornitori di servizi e di contenuti.</li>
</ul>
</div>
<p>La questione sta diventando di particolare importanza, perché con l’aumentare dei contenuti multimediali che viaggiano in rete, e il crescere degli utenti connessi, alcuni operatori in Canada e negli Usa cominciano a parlare apertamente di dare una priorità diversa ai pacchetti per scongiurare il rischio di congestioni<sup>[<a id="id415410" class="footnote" href="#ftn.id415410">129</a>]</sup>. I primi a essere discriminati – già sta accadendo in alcuni paesi – sarebbero quelli legati alle piattaforme di peer to peer, che permettono di distribuire tra utenti contenuti come film e musica senza passare per un server centrale. E ciò a prescindere dal fatto che si tratti o meno di contenuti coperti da diritti.</p>
<p>La vicenda riguarda anche l’Europa, visto che nella direttiva Telecoms package, che il parlamento europeo rinnovato lo scorso giugno si ritroverà sul tavolo dalla precedente legislatura, sono inseriti alcuni emendamenti che consentirebbero ai provider di discriminare alcuni servizi. Come ha scritto l’Opennet coalition, un’associazione che raccoglie provider e studiosi europei tra i quali il giurista italiano Guido Scorza e Giovanbattista Frontera di Assoprovider, <span class="quote">«<span class="quote">Ogni operatore di mercato non potrà avere la certezza di raggiungere tutti i navigatori europei. Dall’altra parte, ogni utente di Internet vedrà soltanto la porzione di Web a cui il provider permetterà di accedere</span>»</span></p>
<p><sup>[<a id="id415449" class="footnote" href="#ftn.id415449">130</a>]</sup>.</p>
<p>Si tratta di una questione molto concreta, visto che le iniziative unilaterali di filtraggio di contenuti e servizi da parte di provider europei sono già in corso: ad esempio T-mobile, il più grande operatore telefonico tedesco, lo scorso aprile ha annunciato la decisione di bloccare l’accesso per i propri abbonati a Skype, un’applicazione che consente agli utenti di telefonare gratis con il trasporto della voce su protocollo internet (VoIP).</p>
<p>Esistono molte altre possibili lesioni della neutralità della rete, come ad esempio la realizzazione di una rete a più livelli, quello tradizionale su cui viaggiano i convogli di dati alla velocità ordinaria, e un livello “Eurostar”, che costerebbe di più e nel quale viaggerebbero pacchetti di dati per applicazioni video e audio. Si tratta del cosiddetto tiered service. Fino a ora le società telefoniche non sono riuscite a far passare questa impostazione, e negli Usa la nuova amministrazione americana non ha dato segnali di voler cambiare strada. Anzi: il presidente Barack Obama, prima di essere eletto, ha sottolineato più volte di non voler essere secondo a nessuno nell’impegno per una rete neutrale. Ma nei prossimi mesi la normativa sulla network neutrality e i principi stabiliti dalla Fcc dovranno essere rivisti dal legislatore americano, perché scadrà una moratoria sull’argomento.</p>
<p>È prevedibile che in tale occasione i signori delle piattaforme cercheranno di mettere a frutto il loro diritto di passo.</p></div>
<div class="footnotes">
<hr />
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414689" class="para" href="#id414689">110</a>] </sup>Il frammento si può rivedere su YouTube qui: <a class="link" href="http://www.youtube.com/watch?v=oODisCdWnf8">http://www.youtube.com/watch?v=oODisCdWnf8</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414712" class="para" href="#id414712">111</a>] </sup>Una normativa europea per l’utilizzo di un sistema uniforme nei 27 paesi dell’Unione dovrebbe arrivare a breve: <a class="link" href="http://www.pubblicaamministrazione.net/connettivita/news/1039/pay-buy-mobile-il-conto-si-paga-col-cellulare.html">http://www.pubblicaamministrazione.net/connettivita/news/1039/pay-buy-mobile-il-conto-si-paga-col-cellulare.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414733" class="para" href="#id414733">112</a>] </sup>Istruzioni per utilizzare il sistema, farraginose e complesse, si possono trovare alla pagina h<a class="link" href="http://ttp://www.atac.roma.it/index.asp?p=1&amp;i=644&amp;o=3&amp;a=3&amp;tpg=2">ttp://www.atac.roma.it/index.asp?p=1&amp;i=644&amp;o=3&amp;a=3&amp;tpg=2</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414766" class="para" href="#id414766">113</a>] </sup>Dopo il rifacimento del sito Atac, molte pagine sono state eliminate dal web. Del Bit via sms si trova traccia solo nella memoria di Google o cercando “Bit sms” nella home page del portale dell’azienda.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414777" class="para" href="#id414777">114</a>] </sup></p>
<p><a class="link" href="http://www.poste.it">http://www.poste.it</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414810" class="para" href="#id414810">115</a>] </sup>Il modello è stato teorizzato dall’economista Michael Porter nel saggio <span class="emphasis"><em>Competitive advantage: creating and sustaining superior performance</em></span>, Free Press, New York 1985.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414829" class="para" href="#id414829">116</a>] </sup>Copia integrale del documento si può scaricare a quest’indirizzo: <a class="link" href="http://wikileaks.org/wiki/SCHEDA_-_Rapporto_Caio_su_sviluppo_banda_larga_in_Italia">http://wikileaks.org/wiki/SCHEDA_-_Rapporto_Caio_su_sviluppo_banda_larga_in_Italia</a>. Il documento consiglia un intervento statale per la realizzazione dell’infrastruttura di base, scorporando la rete dalla Telecom.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414866" class="para" href="#id414866">117</a>] </sup>Le imprese si riconoscono nell’Associazione italiana internet provider (Aiip) <a class="link" href="http://www.aiip.it/">http://www.aiip.it/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414894" class="para" href="#id414894">118</a>] </sup>Per una documentazione precisa sul tema si rimanda al blog di Stefano Quintarelli <a class="link" href="http://blog.quintarelli.it/">http://blog.quintarelli.it/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414927" class="para" href="#id414927">119</a>] </sup>Per la trasparenza dovuta al lettore ricordiamo anche qui che entrambi gli autori di questo libro lavorano in testate del Gruppo L’Espresso.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414966" class="para" href="#id414966">120</a>] </sup>L’articolo sul Sole è stata pubblicato nell’edizione del 24 settembre 2009 con il titolo “Ai giornali il valore di internet”. Lo si può trovare in rete: <a class="link" href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/24-settembre-2009/internet-giornali-valore.shtml">http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/24-settembre-2009/internet-giornali-valore.shtml</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id414993" class="para" href="#id414993">121</a>] </sup>Si tratta dell’osservatorio della Federazione concessionarie di pubblicità.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415056" class="para" href="#id415056">122</a>] </sup>La riflessione di Boscarol è apparsa in un articolo su Apogeonline <a class="link" href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/09/30/il-futuro-dei-giornali-va-cercato-altrove">http://www.apogeonline.com/webzine/2009/09/30/il-futuro-dei-giornali-va-cercato-altrove</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415105" class="para" href="#id415105">123</a>] </sup>Il dato è contenuto in un rapporto di AdMobile Metrics citato da Jonathan Dube, giornalista ed esperto di contenuti digitali: <a class="link" href="http://www.cyberjournalist.net/iphone-makes-up-50-percent-of-smartphone-web-traffic-in-us/">http://www.cyberjournalist.net/iphone-makes-up-50-percent-of-smartphone-web-traffic-in-us/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415166" class="para" href="#id415166">124</a>] </sup>Per chi volesse approfondire il caso, l’articolo di C|net si può trovare qui: <a class="link" href="http://news.cnet.com/8301-13579_3-10104204-37.html">http://news.cnet.com/8301-13579_3-10104204-37.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415189" class="para" href="#id415189">125</a>] </sup>Ulteriori ragguagli sull’indagine in corso sono rinvenibili all’indirizzo <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/05/05/indagine-antitrust-sui-rapporti-tra-apple-e-google/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/05/05/indagine-antitrust-sui-rapporti-tra-apple-e-google/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415206" class="para" href="#id415206">126</a>] </sup>Secondo lo studio, le notizie e l’informazione sono il secondo motivo di interesse in quanti sono disposti a pagare per un’applicazione in mobilità. Le più scaricate hanno già fatto raggiungere fatturati di 10/15 milioni di dollari in pochi mesi agli sviluppatori che le hanno realizzate <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/04/20/iphone-guadagnare-con-applicazioni-per-leditoria/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/04/20/iphone-guadagnare-con-applicazioni-per-leditoria/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415228" class="para" href="#id415228">127</a>] </sup>L’articolo del Wall Street Journal si può leggere qui: <a class="link" href="http://online.wsj.com/article/SB121842341491928977.html">http://online.wsj.com/article/SB121842341491928977.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415304" class="para" href="#id415304">128</a>] </sup>L’articolo si può trovare ripubblicato dal Washington Post: <a class="link" href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/05/11/AR2009051100123.html">http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/05/11/AR2009051100123.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415410" class="para" href="#id415410">129</a>] </sup>Il tema della congestione della rete al crescere del suo utilizzo e dei rischi che ciò in prospettiva può comportare è l’argomento del rapporto dell’Economist “Internet overload – Surviving the Exaflood”, che cerca di affrontare la questione senza allarmismi: <a class="link" href="http://www.economist.com/research/articlesBySubject/displaystory.cfm?">www.economist.com/research/articlesBySubject/displaystory.cfm?</a></p>
<p><a class="link" href="http://"> subjectid=348963&amp;story_id=12673221</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id415449" class="para" href="#id415449">130</a>] </sup>Qui il testo integrale: <a class="link" href="http://www.assoprovider.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=213&amp;Itemid=46">www.assoprovider.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=213&amp;Itemid=46</a>.</div>
</div>
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<hr />
<table border="0" width="100%" summary="Navigation footer">
<tbody>
<tr>
<td align="left"><a accesskey="p" href="http://www.ereticidigitali.it/2010/01/11/quinto-capitolo-le-piattaforme-pubblicitarie-sono-opache/">Indietro</a></td>
<td align="center"></td>
<td align="right"><a accesskey="n">Avanti</a></td>
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<td align="left" valign="top">Le piattaforme pubblicitarie sono opache</td>
<td align="center"><a accesskey="h" href="http://www.ereticidigitali.it/2009/11/28/primo-capitolo-dogmi-da-demolire-e-media-in-crisi/">Inizio</a> | <a accesskey="t" href="http://www.ereticidigitali.it/lindice-di-eretici-digitali/">Sommario</a></td>
<td align="right" valign="top">Privacy: l’habeas data è il nuovo habeas corpus</td>
</tr>
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</div>
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		</item>
		<item>
		<title>Lsdi: &#8220;Un giornalismo rifondato può salvare la rete&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 10:49:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dicono di Eretici digitali]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[il libro]]></category>

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		<description><![CDATA[Pino Rea, che già aveva anticipato l&#8217;uscita di Eretici su Libertà di Stampa e diritto all&#8217;informazione, torna sul libro con una recensione ragionata e scrive:
 In ‘’Eretici digitali’’ Massimo Russo e Vittorio Zambardino spiegano come la rete non possa illudersi di essere uno ‘’spazio senza conflitti’’ e come, alla fine, ‘’solo il buon giornalismo’’, quello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pino Rea, che già aveva <a href="http://www.lsdi.it/2009/11/27/la-rete-e-in-pericolo-il-giornalismo-pure-la-%E2%80%98%E2%80%99salvezza%E2%80%99%E2%80%99-forse-e-in-una-eretica-alleanza/">anticipato l&#8217;uscita di Eretici su Libertà di Stampa e diritto all&#8217;informazione</a>, torna sul libro <a href="http://www.lsdi.it/2009/12/23/un-giornalismo-rifondato-puo-salvare-la-rete/">con una recensione ragionata</a> e scrive:</p>
<blockquote><p><em> In <strong>‘’Eretici digitali’’</strong> Massimo Russo e Vittorio Zambardino spiegano come la rete non possa illudersi di essere uno ‘’spazio senza conflitti’’ e come, alla fine, ‘’solo il buon giornalismo’’, quello che ha nel suo Dna il racconto del potere e il dipanamento della complessità, possa dare valore alla rete. </em></p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Se la carta muore, il racconto vive</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 10:26:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dicono di Eretici digitali]]></category>
		<category><![CDATA[il libro]]></category>

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		<description><![CDATA[Luisa Carrada dedica un post lusinghiero agli Eretici, dal titolo &#8220;Se la carta muore, il racconto vive&#8220;, con una conclusione venata di pessimismo. Lo scenario non è idillaco, ma noi crediamo fino in fondo nella possibilità di un cambiamento, e non solo come auspicio natalizio. Altrimenti questo libro non sarebbe mai nato.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Luisa Carrada dedica un post lusinghiero agli Eretici, dal titolo &#8220;<a href="http://mestierediscrivere.splinder.com/post/21915352/Se+la+carta+muore%2C+il+racconto">Se la carta muore, il racconto vive</a>&#8220;, con una conclusione venata di pessimismo. Lo scenario non è idillaco, ma noi crediamo fino in fondo nella possibilità di un cambiamento, e non solo come auspicio natalizio. Altrimenti questo libro non sarebbe mai nato.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Quarto capitolo I nuovi intermediari sono potenti</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 16:56:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[il libro]]></category>
		<category><![CDATA[I nuovi intermediari sono potenti]]></category>

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		<description><![CDATA[



Follow the money



La scena è girata all’interno di un garage.

Robert Redford parla a un uomo che resta in penombra. «Quel che abbiamo», dice scoraggiato alla sua fonte, «sono solo tessere. Ma non riusciamo a ricomporle nel puzzle». La risposta di Gola Profonda è semplice: «Follow the money», segui il denaro.
Risalire le tracce lasciate dai soldi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="sect1" title="Follow the money">
<div class="titlepage">
<div>
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<h2 class="title"><a id="id407954"></a>Follow the money</h2>
</div>
</div>
</div>
<p>La scena è girata all’interno di un garage.</p>
<p><span id="more-401"></span></p>
<p>Robert Redford parla a un uomo che resta in penombra. <span class="quote">«<span class="quote">Quel che abbiamo</span>»</span>, dice scoraggiato alla sua fonte, <span class="quote">«<span class="quote">sono solo tessere. Ma non riusciamo a ricomporle nel puzzle</span>»</span>. La risposta di Gola Profonda è semplice: <span class="quote">«<span class="quote">Follow the money</span>»</span>, segui il denaro.</p>
<p>Risalire le tracce lasciate dai soldi è il modo in cui il cronista Bob Woodward, impersonato da Redford in <span class="emphasis"><em>Tutti gli uomini del presidente</em></span>, riuscì con Carl Bernstein a dipanare il gomitolo del caso Watergate, che avrebbe portato nel 1974 alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon.</p>
<p>Seguire gli spostamenti del denaro e delle grandezze economiche, anche 35 anni dopo, è un’ottima strada per capire come si stiano creando posizioni dominanti o poteri forti all’interno di un’industria o di una società.</p></div>
<div class="sect1" title="L’espunzione del conflitto dal racconto del futuro">
<div class="titlepage">
<div>
<div>
<h2 class="title"><a id="id408011"></a>L’espunzione del conflitto dal racconto del futuro</h2>
</div>
</div>
</div>
<p>La transizione digitale e l’innovazione portano con sé mutamenti epocali nel nostro modo di vivere. Come nota Giuseppe Granieri:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Internet, la telefonia mobile, i sistemi satellitari e molti altri gadget elettronici connessi tra loro ci stanno facilitando in molte situazioni, aiutando in tante altre. Connettendoci tutti tra noi, i network ci semplificano molto la vita, ci avvicinano (…). Il bello delle reti è che sono strumenti che connettono persone e informazioni, con tutto quel che ne deriva: proprio perché connettono milioni di persone tra loro, i network finiscono per rispecchiare la complessità di un sistema sociale.</p></blockquote>
</div>
<p>L’innovazione rimodella cultura, comunicazione, informazione, transazioni, immaginario collettivo, affetti, rapporti, equilibri, percezioni fisiche, a cominciare dalle distanze geografiche. Non a caso il saggio di Granieri da cui sono estratte le righe al paragrafo precedente s’intitola <span class="emphasis"><em>Umanità accresciuta</em></span></p>
<p><sup>[<a id="id408036" class="footnote" href="#ftn.id408036">35</a>]</sup>, nel senso – interpretiamo liberamente – del termine inglese <span class="emphasis"><em>augmented</em></span>, ovvero potenziata, amplificata nelle sue facoltà.</p>
<p>Ma l’umanità accresciuta è anche <span class="emphasis"><em>cresciuta</em></span>? In altre parole, l’innovazione innesca <span class="emphasis"><em>tout court</em></span> un circolo virtuoso?</p>
<p>Quando si sostiene che il digitale rimette al centro l’individuo e le sue scelte – aprendo in questo modo opportunità di conoscenza che offrono un’alternativa all’appiattimento del cittadino sull’identità unidimensionale di consumatore propria della società di massa – crediamo si dica solo una mezza verità. Come tutte le accelerazioni della storia, dall’invenzione della ruota alla prima rivoluzione industriale, essa ha il potere di accrescere il benessere complessivo, ma porta al proprio interno anche nuove contraddizioni, produce accumulazioni e rendite di posizione, nuovi poteri che in alcuni casi tendono a sostituire, in altri a sostenere, gli ordini precedenti. Se da una parte i neoluddisti tendono a descrivere il futuro come negativo in sé, dall’altra gli apologeti attribuiscono all’innovazione la capacità taumaturgica di risolvere le contraddizioni del presente, ed espungono dal proprio racconto della transizione digitale il conflitto, in ultima analisi il potere. Un buon modo per ritrovarne le tracce e svelarne i disegni, per essere contemporanei del mutamento, è seguire il denaro. Solo così l’umanità accresciuta dalla tecnologia potrà essere consapevole delle trasformazioni in atto e ritrovarsi dunque anche cresciuta.</p>
<p>Se si guarda ai media e all’informazione, oggetto del nostro racconto, la transizione ha rimesso in discussione dalle fondamenta l’ordine costituito di questi settori. Dal cinema alla musica, dalla produzione letteraria al giornalismo, non c’è industria che non ne sia scossa dalle fondamenta. Non solo sono cambiate le piattaforme di distribuzione, ma nella produzione culturale siamo passati da un’economia della scarsità a una dell’abbondanza.</p>
<p>Viviamo in un’epoca di sovraccarico di informazione e attenzione parziale. Posta elettronica, televisione, sms, rete, social network, giornali, radio, telefono, instant messenger, web, blog, aggregatori, rss, Twitter, FriendFeed, video, foto ci raggiungono ovunque creando una straordinaria abbondanza di stimoli informativi, di rumore. Ciò che è scarso, per converso, è la disponibilità di attenzione.</p>
<p>Secondo alcuni osservatori<sup>[<a id="id408081" class="footnote" href="#ftn.id408081">36</a>]</sup>, come Luca De Biase, la risposta al sovraccarico di informazione nascerà dal compimento del passaggio dalla situazione attuale all’economia postindustriale della conoscenza, di cui la rete è incubatore naturale. Sostiene De Biase<sup>[<a id="id408108" class="footnote" href="#ftn.id408108">37</a>]</sup> che</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>c’è una spinta molto forte di natura finanziaria e iperconsumistica che cerca di imporre una <span class="emphasis"><em>strategia della disattenzione</em></span> (&#8230;). Essa sfrutta i meccanismi della reiterazione ossessiva dei messaggi per determinare nelle persone una sorta di sospensione del giudizio critico in favore di un automatismo della risposta allo stimolo. Su queste risposte meccaniche si basa una politica di marketing e di consumo.</p></blockquote>
</div>
<p>Poiché nell’economia dell’abbondanza di informazione la risorsa più scarsa è proprio l’attenzione, e ragionare ne richiede di più che agire d’impulso, il sovraccarico di informazione gioca a favore di chi inquina il sistema e ripete ossessivamente ai cittadini il suo impulso ad agire. Si tratti dell’acquisto di pannolini o della scelta elettorale, drammatizzazione, urgenza, ansia, stimolo parossistico non contribuiscono mai a decisioni ponderate dei cittadini. Si agisce piuttosto – sostiene De Biase – con la prima cosa che viene in mente. Decisioni che di rado sono sagge. Come il brodo biopolitico nel quale siamo immersi testimonia quotidianamente. Fino a qui, dunque, è difficile dargli torto.</p>
<p>Eppure l’abbondanza di conoscenza disponibile dovrebbe poter permettere un esito diverso. L’innovazione, secondo i suoi apologeti, conterrebbe già in sé anche le possibili premesse di un esito positivo. Secondo De Biase, l’economia della conoscenza nella sua realizzazione implica</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>una grande trasformazione nelle forme della proprietà, dell’organizzazione produttiva, del rapporto tra pubblico e privato. Cambiano il concetto di scarsità, che non si applica più soltanto ai mezzi, ma anche alle molteplici dimensioni della relazione umana: fiducia, attenzione, comprensione. Il prezzo si determina tanto nella conversazione quanto nella contrattazione. L’elaborazione di una visione diviene la questione strategica dell’azienda, il laboratorio di ricerca – con l’incertezza dei suoi risultati – entra a far parte integrante del processo produttivo, la tecnologia cessa di essere il limite del possibile per trasformarsi nel suo costante superamento. Il design diventa progettazione e racconto, i media diventano distribuzione e conversazione, gli autori diventano generatori di valore e di motivi di connessione tra le persone. I fruitori e i produttori tendono in molti casi a coincidere. E la complessità prende il posto della linearità: perché nella smaterializzazione della produzione, la cultura diventa il luogo dell’economia, molto più di quanto non lo sia la fabbrica, il mercato o l’ufficio.</p></blockquote>
</div>
<p>Chi – senza alcuna ironia – non vorrebbe vivere in un mondo così? Una sorta di giardino dell’Eden della conoscenza in cui il potere ha solo il volto della virtù e i conflitti non sono contemplati. È sul come arrivarci che l’analisi di De Biase è molto meno convincente. L’ecosistema della conoscenza, afferma, ce la può fare perché è sostenibile.</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>(&#8230;) L’ecosistema della conoscenza vive in modo sano se coltiva l’infodiversità, se i messaggi deboli e non urlati non sono continuamente cancellati dalla violenza dei predatori che puntano tutto sulla strategia della disattenzione. Se gli esperti, gli scienziati, gli artisti non sono costretti a trasformarsi in comunicatori con l’altoparlante sempre acceso solo per farsi notare. Se l’ecosistema trova il giusto spazio per tutti, senza selezionare a priori soltanto quelli che sanno occupare il palcoscenico. La coda lunga dei contenuti che un ecosistema sano della conoscenza può far vivere può essere valorizzata soprattutto nel caso che tra i gruppi sociali che generano informazione sussista una relazione di simbiosi, non solo di caccia e di lotta per la sopravvivenza. La simbiosi si mostra nei casi in cui la relazione tra due specie è tale che ciascuna non vive senza l’altra. In un certo senso, un grande motore di ricerca sul web non vive senza una grandissima quantità di piccoli siti interessanti per poche persone; e questi non vivono senza che un grande motore di ricerca consenta a poche o tante persone di trovarli. Analogamente, nel nuovo contesto della rete, gli autori, il pubblico attivo, gli editori, i gestori delle piattaforme di distribuzione e di accesso sono potenzialmente specie simbiotiche: nessuna di queste ‘specie’ vive bene se non trovando il modo di servire le altre. Se una di queste specie tende a dominare parassitariamente l’ecosistema, se vive alle spalle delle altre mettendole in una condizione di silenzio, che nel mondo dell’informazione equivale all’estinzione, l’infodiversità sparisce e l’ecosistema dell’informazione si impoverisce. In particolare, gli editori simbiotici sono servitori del pubblico più che conquistatori di target: la rete ha bisogno di editori che facciano da filtro nella quantità di informazioni disponibili, seguendo una linea interpretativa trasparente e riconoscibile. Mentre i gestori di piattaforme servono simbioticamente gli editori, il pubblico attivo e gli autori ne favoriscono l’infodiversità senza tentare di controllarla.</p></blockquote>
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<div class="sect1" title="I signori delle piattaforme">
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<h2 class="title"><a id="id408166"></a>I signori delle piattaforme</h2>
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<p>In sostanza, parafrasando e sintetizzando De Biase, in questo circolo virtuoso della conoscenza la simbiosi tra diverse specie consentirebbe sviluppo e spazio per tutti.</p>
<p>Ma non è così. E ciò per tre motivi:</p>
<div class="orderedlist">
<ol class="orderedlist">
<li class="listitem">la fortissima asimmetria nei rapporti di forza e nel numero dei soggetti in gioco;</li>
<li class="listitem">la diversa natura nel dna costitutivo delle specie che partecipano alla partita;</li>
<li class="listitem">la scarsità della risorsa fondamentale, dell’ossigeno al quale tutti aspirano.</li>
</ol>
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<ol class="orderedlist">
<li class="listitem">Uno dei luoghi comuni del web 2.0 è il concetto di disintermediazione. Certo, sul piano teorico della libertà d’espressione e della produzione culturale, chi accede alla rete e alla tecnologia vive nel migliore dei mondi possibili. Oggi si può produrre un video o una canzone e sottoporli a una platea globale di miliardi di potenziali spettatori con poche centinaia di euro. Le barriere all’entrata, in questo senso, non esistono più. Ma se ne stanno alzando di nuove, per alcuni versi più insormontabili delle precedenti. Per far parte del nuovo mondo, sia come produttori sia come consumatori, bisogna passare attraverso i cancelli delle piattaforme tecnologiche. E i detentori delle piattaforme tecnologiche sono pochi, ed essenzialmente di quattro tipi:
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">motori di ricerca;</li>
<li class="listitem">compagnie telefoniche e provider di connettività;</li>
<li class="listitem">società titolari dei dispositivi che definiscono l’industria;</li>
<li class="listitem">proprietari dei social network, nuovi luoghi di aggregazione di massa.</li>
</ul>
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</li>
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<p>I soggetti sopra elencati svolgono in sostanza le funzioni di organizzare la conoscenza, indirizzare la visibilità – compiti essenziali nell’economia dell’abbondanza – oppure detengono il tubo, i terminali (o entrambi) in cui l’informazione passa. Si tratta di soggetti che naturalmente tendono all’oligopolio. Non foss’altro perché l’efficienza e il valore delle applicazioni, nelle reti sociali, crescono in proporzione diretta al numero di soggetti che le utilizzano e portano le proprie informazioni all’interno del sistema. Dunque più utenti ha una piattaforma, maggiore è il suo valore. Anzi, al di sopra di una certa soglia critica, il cosiddetto punto di inflessione<sup>[<a id="id408260" class="footnote" href="#ftn.id408260">38</a>]</sup>, le piattaforme di rete decollano e tendono a crescere in modo esponenziale. I media e i creatori di conoscenza, specie se si pensa alla coda lunga, sono invece moltissimi. Da quelli <span class="emphasis"><em>mainstream</em></span> all’ultimo blogger, non possono fare a meno delle piattaforme. Motori, provider di connettività e piattaforme hanno bisogno di chi crei contenuti. Più fonti ci sono e per essi meglio è. Ma affinché il potere di intermediazione delle piattaforme sia effettivo, le fonti devono rimanere puntiformi. Ecco il conflitto nel rapporto di simbiosi. Le piattaforme hanno l’interesse a che la moltitudine resti tale, a che nessuno dei produttori di informazione cresca talmente nell’attenzione del pubblico da poter avere la forza contrattuale di suscitare un’attenzione autonoma, che non sia reintermediata dalla tecnologia e dagli algoritmi di ricerca.</p>
<p>Potremmo dire che provider e motori hanno un interesse statutario alla mercificazione della conoscenza, alla sua <span class="emphasis"><em>commoditizzazione</em></span></p>
<p><sup>[<a id="id408280" class="footnote" href="#ftn.id408280">39</a>]</sup>, alla sua fungibilità, non alla sua qualità. Più il sistema è sull’orlo della babele interpretaviva, dell’entropia, del culto del fattoide, situazione in cui per i cittadini è impossibile avere punti di riferimento nella produzione di senso, più il potere di intermediazione di questi soggetti aumenta. In sostanza essi hanno l’interesse a che esista la massa. E più uno dei produttori di conoscenza se ne discosta, più viene percepito come potenziale pericolo in senso biologico. Dunque da rimuovere. Sono ogni giorno numerosi<sup>[<a id="id408296" class="footnote" href="#ftn.id408296">40</a>]</sup> i segnali in questo senso.</p>
<div class="orderedlist">
<ol class="orderedlist">
<li class="listitem">La tecnologia è scalabile, la produzione di conoscenza e di senso no. Società telefoniche e motori possono crescere di dimensione in modo virtualmente indefinito. Anzi, più crescono e più sono efficienti. Produrre senso nell’arte, nella cultura, nella musica, nella scienza, nell’informazione, invece è attività <span class="emphasis"><em>labour-intensive</em></span>. Più se ne crea e più costa fatica/tempo. Anche per questo i rapporti di forza non sono equi. In questo ecosistema ci sono soggetti forti, anzi fortissimi, e soggetti per definizione deboli<sup>[<a id="id408333" class="footnote" href="#ftn.id408333">41</a>]</sup>.</li>
<li class="listitem">L’attenzione e la sua principale forma di monetizzazione, la pubblicità, sono una risorsa scarsa. Tutti gli attori del sistema ne hanno bisogno per sopravvivere, non esistendo al momento significativi modelli di business alternativi, se non la monetizzazione derivante dal possesso del tubo, propria delle grandi società telefoniche fisse e mobili, nonché dei provider di connettività internet. Chi, se non il più forte, ha secondo voi le maggiori chance di sopravvivere?</li>
</ol>
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<p>D’altra parte fila tutto. Portiamo l’analogia di De Biase sulla simbiosi virtuosa nella sostenibilità dell’ecosistema della conoscenza alle sue estreme conseguenze. I sistemi simbiotici sono definiti proprio come luoghi in cui c’è un ospite (un organismo dominante, per esempio un albero) e molti organismi simbionte (per esempio i funghi). O se preferite squali e pesci pilota. Ebbene, motori, grandi società tecnologiche e compagnie telefoniche sono sulla buona strada per divenire squali (se già non lo sono). Tutti gli altri quindi in prospettiva sono pesci pilota, o se preferite funghi, figli di un dio minore ospitati dall’organismo dominante piuttosto che detentori di cittadinanza piena di questo ecosistema. E che cosa crediate facciano gli anticorpi di un organismo dominante quando l’ospite cresce in modo biologicamente pericoloso? La crescita di attenzione e di reputazione tributata a un produttore di conoscenza, per definizione positiva se vista dalla parte dei cittadini che lì trovano senso, oltre un certo limite – il limite oltre il quale esso diviene qualitativamente diverso dalla moltitudine in termini di rapporti di forza – è una minaccia per gli organismi dominanti. Una replicazione cellulare incontrollata. In definitiva un tumore. Da estirpare il prima possibile.</p>
<p>Le straordinarie opportunità dell’economia della conoscenza esistono. Ma che il processo possa compiersi in modo virtuoso e con esiti positivi è tutt’altro che scontato.</p></div>
<div class="sect1" title="Una carta dei diritti dei cittadini digitali">
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<h2 class="title"><a id="id408364"></a>Una carta dei diritti dei cittadini digitali</h2>
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<p>Su questi temi si è sviluppata online in diversi post<sup>[<a id="id408373" class="footnote" href="#ftn.id408373">42</a>]</sup> una conversazione con De Biase. Ai fini di Eretici digitali ci interessa riportare qui due sue affermazioni: <span class="quote">«<span class="quote">Come fa il pubblico attivo a fidarsi delle piattaforme giganti? Non c’è altro motivo per fidarsi che guardare ai fatti</span>»</span>. E ancora: <span class="quote">«<span class="quote">Tutto questo per dire soltanto che: se le piattaforme traggono il loro valore dagli utenti, faranno bene a trattarli bene; se le piattaforme volessero trasformarsi in forme di sfruttamento unilaterale e manipolatorio degli utenti, rischierebbero il valore del loro business</span>»</span>.</p>
<p>Ma guardare ai fatti e aspettare non basta. Perché l’informazione di cui dispongono gli utenti (noi, voi, insomma i funghi rispetto all’albero nell’esempio della simbiosi, o se preferite i pesci pilota rispetto agli squali) è per definizione asimmetrica e imperfetta. Perché aspettare potrebbe voler dire accorgersi troppo tardi che lo sviluppo della rete ha preso una strada che mortifica le sue migliori potenzialità.</p>
<p>Intendiamoci, non pensiamo a una regolamentazione legislativa. Quella genererebbe solo mostri. Non c’è nulla di più ridicolo di un legislatore che cerca di mettere le <span class="emphasis"><em>brache</em></span> alla storia e di imbrigliare fenomeni rapidissimi, che non hanno nulla che fare con confini geografici, e che spesso riguardano soggetti il cui fatturato è maggiore del prodotto interno lordo di alcuni paesi.</p>
<p>Più efficace da questo punto di vista potrebbe essere una Carta dei diritti dei cittadini digitali. Un insieme di principi e regole di base che le grandi piattaforme potrebbero sottoscrivere su base esclusivamente volontaria. Alcune linee fondamentali di auto-governance della rete. A un impegno al rispetto della biodiversità dei soggetti in rete (non solo funghi e alberi, ma anche cespugli, arbusti, fiori). Chi ci sta (provider, social network, motori, compagnie telefoniche) ne darebbe pubblica adesione e avrebbe diritto a esporre sulle proprie pagine il marchio della carta. Gli utenti a quel punto saprebbero subito se quel soggetto sia o meno degno della loro fiducia. E potrebbero decidere in modo davvero informato se scegliere o meno i suoi servizi. L’approccio dovrebbe essere molto pragmatico, e riguardare questioni fondamentali. Vediamo quali.</p>
<div class="sect2" title="I. Trasparenza nei meccanismi di visibilità e di ranking dei motori">
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<h3 class="title"><a id="id408427"></a>I. Trasparenza nei meccanismi di visibilità e di ranking dei motori</h3>
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<p>Oggi non sappiamo nulla – tranne alcuni generalissimi principi – sulle meccaniche in base alle quali i contenuti e i siti sono filtrati, spariscono, salgono o scendono nelle pagine dei risultati dei grandi motori di ricerca. Ed è già accaduto che porzioni di web siano state censurate dai motori sulla base di richieste di governi autoritari, per esempio di quello cinese, come abbiamo visto al capitolo 3. D’altra parte, senza scomodare le dittature, chiunque utilizzi la rete con frequenza avrà avuto esperienza di siti o contenuti che improvvisamente appaiono o spariscono dalle pagine dei motori. A volte sulla base di valutazioni del tutto soggettive che portano ad aggiustamenti negli algoritmi. Se ci fosse concorrenza perfetta, il problema non si porrebbe. Chi si sente penalizzato da un motore potrebbe invitare i propri utenti a usarne un altro.</p>
<p>Ma nel momento in cui Google è non solo lo strumento di gran lunga più utilizzato per esplorare il web, ma è addirittura diventato il quadro epistemologico di riferimento con il quale fette sempre più ampie di cittadini (specie i più giovani) si accostano alla realtà, non è illegittimo sostenere che questo ruolo porta con sé anche delle responsabilità “istituzionali” nei confronti della rete e della società stessa (il punto della visibilità e del page rank verrà trattato più in profondità al prossimo paragrafo).</p>
<p>La risposta di Google e degli altri motori in proposito è sempre stata di non poter essere più trasparenti sui meccanismi di filtraggio, di ranking, di ordinamento e sui cambiamenti a essi apportati per non favorire gli spammer. Sì, insomma, per non lasciare campo libero ai malintenzionati che vogliono inquinare i risultati della ricerca con siti-immondizia. Affermazione irricevibile: accettereste, per esempio, l’imposizione del coprifuoco da parte del Ministero dell’Interno sulla base del fatto che dopo le 22 per strada ci sono un sacco di delinquenti?</p></div>
<div class="sect2" title="II. Impegno all’apertura delle piattaforme pubblicitarie">
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<h3 class="title"><a id="id408452"></a>II. Impegno all’apertura delle piattaforme pubblicitarie</h3>
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<p>Come spiegheremo in dettaglio nel prossimo capitolo, Google oggi attraverso il proprio programma pubblicitario AdWords e dopo l’acquisizione della prima agenzia mondiale, DoubleClick, intermedia oltre la metà di tutta la pubblicità in rete a livello globale. E la formazione del prezzo per gli annunci a performance avviene con un sistema del quale l’investitore non è in condizione di controllare la trasparenza. Il meccanismo generale è quello dell’asta, ma soggetti diversi pagano prezzi diversi per la stessa visibilità. Come e perché questo accada è oggi del tutto opaco. E anche qui non esistono alternative concorrenziali che da sole spingano il sistema verso la trasparenza.</p></div>
<div class="sect2" title="III. Annuncio preventivo di ogni iniziativa riguardante">
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<h3 class="title"><a id="id408463"></a>III. Annuncio preventivo di ogni iniziativa riguardante</h3>
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<div class="sect2" title="la net neutrality">
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<h3 class="title"><a id="id408467"></a>la net neutrality</h3>
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<p>Come torneremo ad approfondire nel sesto capitolo, questo è un punto fondamentale soprattutto per i provider e le compagnie telefoniche. Fino a oggi, mutuando un principio ereditato dalle comunicazioni telefoniche, i provider di connettività sono sempre stati tenuti a dare peso uguale a tutti i pacchetti di dati che corrono nei propri tubi. Si tratti di un messaggio del Presidente della Repubblica alla nazione o della ricetta della crema chantilly, le società che forniscono connettività in rete sono obbligate a trattare le due pagine in maniera analoga. In altre parole non è possibile in alcun modo dare gerarchia al traffico. Si tratta di un principio importante di libertà, visto che, nel momento in cui ci si trovasse a poter definire qualcosa più importante di qualcos’altro, si porrebbe il problema di decidere a chi spetti il potere di stabilirlo. E il dare la precedenza ad alcune informazioni rispetto ad altre, con la crescita della rete e i possibili ingorghi di traffico, è destinato a diventare un tema sempre più spinoso. È dunque essenziale che ogni iniziativa in proposito avvenga in modo trasparente e sia comunicata agli utenti.</p></div>
<div class="sect2" title="IV. Acquisizione dell’assenso degli utenti per ogni uso dei loro dati personali">
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<h3 class="title"><a id="id408474"></a>IV. Acquisizione dell’assenso degli utenti per ogni uso dei loro dati personali</h3>
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<p>Anche se questo tema verrà trattato per esteso nell’ambito del settimo capitolo, vale la pena di accennarne qui alcuni aspetti di rilievo. I dati degli utenti, come sappiamo, sono il nuovo motore delle applicazioni web 2.0. L’espressione <span class="emphasis"><em>Intel Inside</em></span>, contenuta nel manifesto del web 2.0 di Tim O’Reilly<sup>[<a id="id408495" class="footnote" href="#ftn.id408495">43</a>]</sup>, significa che i dati degli utenti sono il vero processore, l’autentico valore del web. In altre parole, più la rete si trasforma in una piattaforma di interazione, più i siti accrescono il loro valore in ragione del numero di utenti che ne adoperano i servizi. Ma le condizioni di utilizzo dei siti, quelle sulle quali clicchiamo dopo una rapida scorsa durante la procedura di registrazione, molto spesso sono generiche e fumose. A volte ci si accorge che le regole con cui vengono trattate le nostre informazioni personali e i nostri contributi vengono cambiate dai gestori in modo unilaterale.</p>
<p>Come se non bastasse, c’è un’ampissima zona grigia. Quanti sanno per esempio che se utilizzano la Google Toolbar, il menu di navigazione di Google da installare nel proprio browser, i loro dati di navigazione (in forma aggregata e anonima, ma comunque i siti che visitano, il tempo di permanenza in rete, le pagine su cui si sono soffermati) vengono quasi certamente comunicati agli investitori pubblicitari?</p>
<p>Chi aderisce alla carta dei diritti digitali dei <span class="emphasis"><em>netizens</em></span> dovrebbe impegnarsi a far sì che nulla di tutto ciò accada senza la possibilità per i cittadini digitali di scegliere, di decidere in modo informato. E comunque dovrebbe sempre lasciar loro in mano la facoltà di premere il bottone <span class="emphasis"><em>clear my data</em></span> o <span class="emphasis"><em>clear my cache</em></span> nel caso vogliano cancellare o riprendere possesso di tutte le informazioni che li riguardano e che abbiano fornito in modo implicito o esplicito.</div>
<div class="sect2" title="V. Collaborazione con i produttori di contenuti nel trovare forme innovative di ridefinizione, tutela e promozione dei diritti sulle opere di ingegno">
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<h3 class="title"><a id="id408538"></a>V. Collaborazione con i produttori di contenuti nel trovare forme innovative di ridefinizione, tutela e promozione dei diritti sulle opere di ingegno</h3>
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<p>Il tema dei diritti d’autore è in completo ribollio, e stanno crescendo nuove forme di tutela come la licenza Creative Commons, che disciplina solo alcuni tipi di utilizzo commerciale, lasciando libertà d’uso a scopo privato<sup>[<a id="id408555" class="footnote" href="#ftn.id408555">44</a>]</sup>. Si tratta di istituti che tengono conto del fatto che viviamo in un’epoca digitale, in cui la condivisione, la fruizione e la riproduzione ad alcune condizioni possono portare valore agli autori. Eppure, troppe piattaforme accettano ancora solo l’on-off, l’acceso/spento. In altre parole, o acconsentiamo a rendere visibili online le nostre opere, o rinunciamo a esistere. Per il singolo non ci sono vie di mezzo (possibilità di specificare modi d’uso permessi o meno, limitazione della presenza dei contenuti nel tempo, regolamentazione geografica). Lo stesso vale per i motori di ricerca. O scegli di esistere, e di conseguenza accetti che di quel che hai scritto, girato, inciso, decida qualcun altro, oppure ti condanni all’invisibilità<sup>[<a id="id408572" class="footnote" href="#ftn.id408572">45</a>]</sup>.</div>
<div class="sect2" title="VI. Apertura delle piattaforme con orientamento al costo">
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<h3 class="title"><a id="id408590"></a>VI. Apertura delle piattaforme con orientamento al costo</h3>
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<p>Un principio giuridico condiviso da numerose authority europee, laddove ci siano infrastrutture essenziali per la libera concorrenza, è la possibilità di accedervi per gli operatori con una fissazione del prezzo che dev’essere orientata al costo. Significa che, se per esempio una telecom dispone di una rete essenziale per gli altri operatori che vogliano fornire ai loro utenti in banda larga, la deve offrire con un prezzo all’ingrosso fissato partendo dal costo, più un ragionevole mark-up. È un criterio che non si applica solo alle comunicazioni, ma – per esempio – anche all’energia. Tutto molto ragionevole, in teoria. In pratica molto spesso, come vedremo in modo più dettagliato quando tratteremo la sesta tesi, non è così.</p></div>
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<div class="sect1" title="Google, paradigma di conoscenza">
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<h2 class="title"><a id="id408600"></a>Google, paradigma di conoscenza</h2>
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<p>Il motore di ricerca è lo strumento principale attraverso il quale la maggior parte degli utenti naviga il web. Il box di ricerca è oramai inserito in quasi tutti i browser, e non poche persone lo utilizzano al posto della barra degli indirizzi per inserire il nome del sito che stanno cercando. Così, anche quando conoscono già la pagina che vogliono visitare, invece di digitare l’indirizzo web per esteso, ne inseriscono il nome nel search box e poi cliccano sul primo dei risultati che appare nella pagina di risposta. A livello globale, da tempo Google detiene la maggioranza assoluta delle quote di mercato delle ricerche su web. Negli Stati Uniti a Google viene accreditata una fetta pari a circa i due terzi di tutte le ricerche effettuate online. Secondo Search engine watch, a marzo 2009 Google ha totalizzato il 64,2% delle ricerche, Yahoo! il 15 e Microsoft il 10,3<sup>[<a id="id408597" class="footnote" href="#ftn.id408597">46</a>]</sup>. In Europa la situazione è ancora più squilibrata a favore della società di Mountain View: già nel 2008 la quota di mercato del motore aveva raggiunto l’80% del totale delle ricerche online<sup>[<a id="id408628" class="footnote" href="#ftn.id408628">47</a>]</sup>. Se poi veniamo all’Italia, la posizione dominante è ancora più evidente: stando ai dati Nielsen Netview di giugno 2009, Google è utilizzato dal 64% degli utenti unici della web search. Ma se si considera che la stessa tecnologia viene utilizzata anche da Virgilio e da Libero, che detengono rispettivamente il 14% e il 7% del mercato, si vede come Google raggiunga in realtà l’85% dell’utenza.</p>
<p>A luglio del 2009 Microsoft e Yahoo! hanno annunciato un accordo sulla ricerca per tentare di contrastare lo strapotere di Google<sup>[<a id="id408648" class="footnote" href="#ftn.id408648">48</a>]</sup>. Secondo l’intesa Yahoo! rinuncerà alla propria tecnologia di ricerca per adottare quella di Microsoft, Bing. L’accordo, sia tecnologico che pubblicitario, sarà operativo verso la metà del 2010 per la parte riguardante il motore, e l’anno successivo per quanto attiene alle inserzioni pubblicitarie. Ma anche con le due quote di mercato sommate, negli Stati Uniti <span class="emphasis"><em>MicroHoo</em></span>, come è stata chiamata l’alleanza, raggiungerà meno del 30% di tutte le ricerche. Ovvero nemmeno la metà di quelle di Google. In Europa la situazione è anche più impari: Microsoft e Yahoo! sommati nel Regno Unito non raggiungono nemmeno il 9% di tutte le ricerche e della pubblicità correlata, con Google all’83%<sup>[<a id="id408668" class="footnote" href="#ftn.id408668">49</a>]</sup>.</p>
<p>La posizione dominante di Google è facilmente desumibile anche analizzando le statistiche di traffico di un qualsiasi sito web. Guardando alla colonna dei referrer, ovvero dei siti dai quali provengono i visitatori, il motore risulta invariabilmente il primo portatore di traffico. Con una quota che per le destinazioni più note del web, come i giornali online, si aggira sul 40%, e che può arrivare al 70% per le destinazioni meno conosciute. Per un piccolo sito, dunque, comparire nell’indice di Google in una buona posizione può fare la differenza tra la vita e la morte. Chi è nella prima pagina in risposta alle parole chiave più cercate da parte degli utenti gode di una rendita di posizione pari a quella di chi dispone di un esercizio commerciale nella piazza più importante della città. Esserci significa esistere, non comparire significa affondare nella massa delle miliardi di possibili destinazioni online.</p></div>
<div class="sect1" title="La ricetta della visibilità">
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<h2 class="title"><a id="id408690"></a>La ricetta della visibilità</h2>
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<p>È comprensibile dunque che le tecniche di marketing per far salire i siti nelle classifiche di Google muovano centinaia di milioni di euro, siano diventate il pane di molte aziende e abbiano dato vita a un corpus di conoscenze racchiuso sotto il termine di Seo (Search engine optimization), ovvero ottimizzazione per i motori di ricerca.</p>
<p>Una branca del web che somiglia alla cabala più che alla scienza: se i principi generali, i criteri con i quali Google stila le classifiche sono infatti noti, la differenza si gioca tutta sui dettagli, molto oscuri e in continuo mutamento. Di certo si sa che il ranking, la visibilità e la posizione in classifica di un sito rispetto a una parola chiave cercata da un utente, viene determinato da Google soprattutto rispetto a un principio: il link. Che diviene così una vera e propria valuta di scambio per il web. Più sono i collegamenti in entrata a un sito, maggiore sarà la sua autorevolezza. Ciò è determinato attraverso due parametri:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">numero di siti che linkano al sito in questione in corrispondenza al termine cercato (più è alto il numero di link in entrata verso un certo sito rispetto ai termini “rigatoni all’amatriciana”, più è facile che la ricetta ospitata da quel sito sia il punto di riferimento della rete sul tema);</li>
<li class="listitem">autorevolezza dei link in entrata (il link di un sito importante vale più di quello del blog della vicina della porta accanto).</li>
</ul>
</div>
<p>Ma oltre a questi principi generali, esistono numerosi altri parametri che possono influenzare la posizione di un sito, quali, per esempio:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">il modo in cui sono costruiti gli indirizzi delle pagine web che lo compongono (se vi ricorrono le parole cercate è più facile che il vostro sito abbia un buon posizionamento);</li>
<li class="listitem">la presenza delle parole chiave nel title (la fascia in testa alla finestra del browser);</li>
<li class="listitem">la presenza delle parole chiave nel titolo, nel sommario e nei paragrafi del testo;</li>
<li class="listitem">la presenza delle parole chiave nei metatag, nelle etichette invisibili all’occhio ma visibili ai motori, che accompagnano il codice della pagina e che ne fanno una descrizione sintetica.</li>
</ul>
</div>
<p>Per quanto numerosi possano essere questi parametri, posto che siano un numero finito, dovrebbe essere possibile con fortuna e abilità ricostruire il cocktail, la formula segreta della visibilità, quasi una magia inversa a quella di un libro di Harry Potter. E invece no. Per due motivi:</p>
<div class="itemizedlist">
<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">la ricetta del cocktail è in continuo mutamento;</li>
<li class="listitem">qua e là subisce “aggiustatine”, messe a punto che non rispondono a criteri tecnologici ma alla necessità, secondo Google, di migliorare il servizio e di prevenire tentativi di truffa da parte di spammer, siti-immondizia che cercano di approfittare della visibilità derivante dai motori per riempire le proprie pagine di annunci pubblicitari e farci cliccare utenti in buona fede, in cerca di servizi e informazioni.</li>
</ul>
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<p>I tempi e i modi di questi interventi nei criteri di visibilità sono del tutto discrezionali e circondati dalla più totale segretezza. Soltanto di quando in quando se ne viene a conoscere qualcuno, di solito perché un utente si accorge dell’improvvisa sparizione (o al contrario della comparsa) di un sito da una posizione di preminenza nelle pagine dei risultati. È quel che è accaduto, per esempio, un paio di anni fa con la vicenda dei contenuti duplicati. Di punto in bianco alcuni siti hanno visto sparire le proprie pagine dai risultati di Google. Ciò perché il motore ha deciso, a parità di contenuti di due pagine, di privilegiare quella ritenuta originale e di eliminare l’altra facendola finire in fondo ai propri indici. Il punto è: chi e come decide quale sia il contenuto originale e quale quello duplicato? Malgrado in diverse occasioni Google abbia cercato di chiarire come il tutto avvenga a esclusivo fin di bene (ovvero con l’obiettivo di migliorare il servizio agli utenti), in realtà la pratica della penalizzazione legata ai contenuti duplicati continua a sollevare inquietudini per la mancanza di chiarezza con la quale la “sanzione” viene unilateralmente irrogata dal motore<sup>[<a id="id408798" class="footnote" href="#ftn.id408798">50</a>]</sup>. Google è giudice di primo grado, corte d’appello e cassazione. Non c’è modo, per il sito che ritenga di essere stato penalizzato a torto, di far sentire le proprie ragioni davanti a un soggetto terzo. L’unica possibilità è rimettersi alla clemenza della corte, fare autocritica (ricorda qualcosa, vero?) e sottoporre una richiesta di revisione attraverso gli strumenti messi a disposizione dei webmaster da Google stesso, nella speranza di un positivo accoglimento della supplica.</div>
<div class="sect1" title="Google e la censura">
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<h2 class="title"><a id="id408812"></a>Google e la censura</h2>
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<p>In alcuni casi è stato dimostrato come Google<span class="emphasis"><em> filtri</em></span> i risultati dell’algoritmo per renderli più o meno conformi ai propri fini. È accaduto in Cina, dove per compiacere il regime i risultati di alcune ricerche vengono addomesticati. Su Blogoscoped<sup>[<a id="id408830" class="footnote" href="#ftn.id408830">51</a>]</sup> è possibile trovare ancora alcune immagini, realizzate a partire dal 2006, che paragonano i risultati che si ottengono attraverso la versione americana e quella cinese di Google. Cercando il nome del movimento filosofico religioso Falun Gong, posto fuorilegge dalle autorità, si ottengono le versioni di regime sui rischi che l’aderire alla setta comporta, mentre solo l’anno scorso, in occasione delle Olimpiadi a Pechino, è terminato l’oscuramento nei confronti dell’organizzazione Human rights watch, che si batte per il rispetto dei diritti umani. Malgrado Sergey Brin, uno dei fondatori del motore, abbia riconosciuto due anni fa<sup>[<a id="id408845" class="footnote" href="#ftn.id408845">52</a>]</sup> che l’autocensura in Cina messa in atto dalla società sia stata negativa, la pratica continua. Sulla possibilità di chiedere alle autorità cinesi di rimuovere i blocchi imposti alla società per operare nel paese, l’amministratore delegato di Google Eric Schmidt ha dichiarato: <span class="quote">«<span class="quote">Sarebbe arrogante per noi entrare in un paese in cui abbiamo appena iniziato a lavorare e spiegare a quel paese come bisogna comportarsi</span>»</span></p>
<p><sup>[<a id="id408865" class="footnote" href="#ftn.id408865">53</a>]</sup>. Tuttavia oggi, nella maggior parte dei casi, quando una fetta dei risultati è censurata, a fondo pagina appare un avviso in corsivo che almeno lo notifica all’utente: <span class="quote">«<span class="quote">In adempimento a quanto previsto da leggi e regolamenti locali</span>»</span> si legge, <span class="quote">«<span class="quote">alcuni risultati della ricerca non appaiono</span>»</span>.</p>
<p>Esistono diversi sistemi per censurare i risultati di una ricerca online. A volte alcuni url sono rimossi completamente dall’indice. È il caso, per esempio, delle 2,5 milioni di pagine dei notiziari della Bbc: se si testa la ricerca su Google.cn si ottengono zero risultati. Altre volte Google agisce sul ranking, ovvero sul posizionamento in classifica, oppure rimuove tutti i risultati legati a una specifica parola chiave, come accade per una ricerca con i termini “massacri di piazza Tien an men”<sup>[<a id="id408880" class="footnote" href="#ftn.id408880">54</a>]</sup>. Spesso i risultati sono oscurati solo su Google.cn, e dunque sarebbero raggiungibili qualora ricercati attraverso la versione internazionale del motore, Google.com. Ma in questo caso sono le zelanti autorità del paese a completare l’opera, rendendo Google.com irraggiungibile ai 180 milioni di compatrioti che navigano il web<sup>[<a id="id408917" class="footnote" href="#ftn.id408917">55</a>]</sup>. C’è da dire che non è solo Google a comportarsi così: malgrado le reiterate promesse di cambiare registro, anche Yahoo! e Microsoft filtrano i propri risultati per compiacere le autorità.</p>
<p>Abbiamo visto dunque che, su richiesta di un governo non democratico, Google accetta di modificare i risultati naturali del proprio algoritmo. Ma questo non accade solo in Cina. Avviene anche in Europa, per adempiere alle richieste di poteri esecutivi democraticamente eletti come quello francese e quello tedesco<sup>[<a id="id408948" class="footnote" href="#ftn.id408948">56</a>]</sup>. Sia in Francia che in Germania, infatti, esistono prove di siti oscurati da Google su richiesta delle autorità locali. Nella maggior parte dei casi si tratta di siti classificati come neonazisti o pedo-pornografici. Ma quel che interessa qui non è la correttezza o meno della scelta di censurarli, quanto il fatto stesso che ciò possa accadere. In effetti, secondo alcuni osservatori indipendenti, le pagine oscurate da Google in diverse zone geografiche e per diverse motivazioni, ammontano ad alcune centinaia di milioni<sup>[<a id="id408969" class="footnote" href="#ftn.id408969">57</a>]</sup>. Il punto è che la censura digitale è silenziosa, pulita, educata, e scandalizza meno di quella fisica. Come nota Philipp Lenssen, non vedremo nessuno accendere fiammiferi o bruciare libri per le strade. La parcellizzazione del lavoro e le tecnologie rendono possibile – attraverso una combinazione di atti che singolarmente presi non sarebbero disdicevoli – arrivare al risultato di rimuovere dalla memoria di un paese documenti, testi, foto, video, che in alcuni casi possono essere costati il carcere o l’esilio a chi li ha realizzati. E, per la prima volta nella storia, ciò può avvenire senza che vi sia un responsabile fisicamente raggiungibile dalle popolazioni colpite dalla sua condotta, e senza che il suo comportamento sia scrutinabile o comunque posto sotto la giurisdizione di un potere che abbia ottenuto la delega popolare a tutelare leggi e libertà. Basta girare un quarto di vite a Mountain View per far sparire la realtà a Roma o a Singapore. E, ancora più sottilmente, spesso questa condotta non è nemmeno identificabile con certezza.</div>
<div class="sect1" title="L’arbitro invisibile, il grande re-intermediatore">
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<h2 class="title"><a id="id408982"></a>L’arbitro invisibile, il grande re-intermediatore</h2>
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<p>In sostanza è come se il miliardo di cittadini digitali avesse accettato di giocare una partita in cui l’arbitro può far sparire e riapparire pezzi di realtà a suo esclusivo piacimento, con regole che mutano durante il gioco e senza che chi sta in campo se ne possa accorgere. La principale obiezione è che, se così fosse, Google metterebbe a rischio proprio la prima ragione del suo successo, ovvero l’efficacia delle sue risposte, la qualità del servizio. <span class="quote">«<span class="quote">Ricordate che siamo a un solo click dall’estinzione</span>»</span>, dice spesso Schmidt ai propri dipendenti, per sottolineare come sul web sia facile trovare un’alternativa in caso non si sia soddisfatti di un servizio. Ma, a parte il fatto che nei prossimi capitoli dimostreremo come per Google questo non sia più vero da tempo, nel senso che il vantaggio competitivo accumulato rende difficile pensare che nel breve periodo qualcuno possa scalfire il suo predominio, il punto centrale è che gli utenti dovrebbero essere in grado di accorgersene. E abbiamo visto che non sempre questo è facile, soprattutto quando si parla di un ambiente con miliardi di possibili indirizzi/pagine, nel quale la sparizione o il repentino cambio di posizione in classifica possono avvenire secondo una miriade di parametri tutti più o meno oscuri.</p>
<p>Siamo in presenza di un paradosso. Da una parte la rete e il digitale si presentano come una straordinaria occasione di disintermediazione, di maggiore efficienza dei mercati, delle transazioni, delle relazioni, della conoscenza. Dall’altra, il paradigma principe della conoscenza della dimensione digitale è in realtà un grande reintermediatore che segue regole imperscrutabili e non sindacabili per la maggior parte degli utenti. Un ruolo che gli apologeti della rete faticano a vedere. Per averne una dimostrazione basta leggere quanto scrive Jeff Jarvis in <span class="emphasis"><em>What Would Google Do?</em></span>, libro che analizza l’approccio di Google al business, alla cultura, alla società, e giunge alla conclusione che più che un insieme di pratiche aziendali, il motore ha introdotto un modo di pensare che – se esteso ad altri ambiti – può rivoluzionare il modo in cui viviamo.</p>
<p>Uno degli assunti della Googlenomics, l’economia di Google, è che, come scrive Jarvis, gli intermediari sono condannati<sup>[<a id="id409012" class="footnote" href="#ftn.id409012">58</a>]</sup>. Spieghiamolo con le sue parole. <span class="quote">«<span class="quote">A nessuno</span>»</span>, afferma Jarvis, <span class="quote">«<span class="quote">piacciono gli intermediari</span>»</span>. E ancora:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Per tutti gli intermediari l’orologio ticchetta e la questione dell’effettivo valore [che essi portano alle transazioni] è impellente. Ogni volta che Google riesce a realizzare una connessione diretta, il valore di un intermediario cala. Sei un intermediario? Se il web sta danneggiando la tua attività invece di aiutarla, probabilmente sì. Se riesci a rendere il mercato più efficiente, se risolvi i problemi dell’abbondanza, del “rumore” e porti valore, tutto bene. Ma anche in questo caso chiunque può utilizzare internet per tagliarti fuori dal processo (…) Se ti guadagni da vivere dicendo alle persone cosa non possono fare perché tu controlli risorse o relazioni, se operi in un mercato chiuso in cui l’informazione e la scelta sono controllate e il valore è oscuro, allora i tuoi giorni sono contati. Sto parlando a voi venditori di auto, agenzie di pubblicità, burocrati governativi, agenzie assicurative, cacciatori di teste, agenti di viaggio (oh, scusate, sono già quasi estinti), agenti immobiliari.</p></blockquote>
</div>
<p>L’economista Umair Haque, prosegue ancora Jarvis, <span class="quote">«<span class="quote">sulla Harvard Business Review vede uno spostamento da un’economia basata su mercati inefficienti, dove proprietà e controllo sono centralizzati, a un’economia costruita sull’efficienza, dove l’informazione è aperta e il potere risiede vicino alle periferie</span>»</span>. Tutto vero, in teoria. Il problema è che questa nuova economia in realtà non è disintermediata, ma per funzionare su internet ha bisogno di nuovi intermediatori, che racchiudono in sé un potere enorme: Amazon, Google, eBay, le piattaforme che consentono il funzionamento quotidiano della rete. Nulla di male, se non fosse che allora non si tratta di una rivoluzione, ma di una semplice sostituzione: pensionare i vecchi intermediari e rimpiazzarli con intermediari un po’ più efficienti. E a peggiorare la situazione per il cittadino-consumatore c’è il fatto che prima la ricchezza di intermediari consentiva la scelta, oggi la situazione di oligopolio di fatto delle grandi piattaforme non lascia spazio per altre scelte. Google in effetti è un grande reintermediatore di visibilità, che non fa che applicare, in un modo tecnologicamente molto più efficiente di quanto non avvenisse in passato, gli stessi paradigmi di protezione e intermediazione che la rete teoricamente avrebbe dovuto abbattere. Ma questo gli acuti e profetici apologeti sembrano non riuscire a vederlo. Questa semplice e macroscopica constatazione sembra essere al di fuori dello spettro Doppler della loro capacità di analisi.</p>
<p>Né, per l’asimmetria dei rapporti di potere tra consumatori e piattaforme, i primi possono dire di essere in condizione di scegliere (qualora ci fosse un’altra opzione) in modo informato. Vediamo perché.</p></div>
<div class="sect1" title="Predica la trasparenza, pratica l’opacità">
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<h2 class="title"><a id="id409057"></a>Predica la trasparenza, pratica l’opacità</h2>
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<p>Siamo a un altro snodo chiave: la mitopoiesi della rete come luogo diverso dalla vita reale esige che, mentre nel mondo opacità e controllo sono la regola, su internet fiducia, collaborazione, apertura e trasparenza siano elementi fondanti di ogni <span class="emphasis"><em>business model</em></span> vincente. Dal Cluetrain Manifesto<sup>[<a id="id409070" class="footnote" href="#ftn.id409070">59</a>]</sup> in giù, negli ultimi anni lo stereotipo un po’ stucchevole della contrapposizione tra tradizione e innovazione vuole che per definizione i modelli economici vincenti su internet non possano che basarsi sulla fiducia, sulla condivisione delle conoscenze tra soggetti diversi, sul politicamente corretto (il già citato <span class="emphasis"><em>Don’t Be Evil</em></span>, “Non essere maligno”, è il motto originario di Google). Quasi che la virtualità della rete, la scarsa materialità dei bit, la purezza del codice come pensiero magico, la fiducia nelle sorti progressive del web, proteggessero da potere, sopraffazione, sangue e polvere. Insomma dalle pratiche tradizionali del mondo reale.</p>
<p>Questa mistificazione ha origine dall’attribuire una connotazione valoriale positiva a tutto quel che discende dall’incontro tra Open Source, filosofia del codice aperto, e internet. Per comprenderlo è bene fare un passo indietro, e spiegare brevemente cos’è l’Open Source e la sua realizzazione più celebre, Linux. Si tratta di un sistema operativo che equipaggia decine di milioni di computer nel mondo. Un software realizzato per hobby da uno studente universitario finlandese di 22 anni. Un codice basato su una legge che, come tutte le cose geniali, sembra un’ovvietà: <span class="quote">«<span class="quote">Dato un numero sufficiente di occhi, tutti i bachi sono semplici da trovare</span>»</span>. Il padre di quella legge, Linus Torvalds, oggi di anni ne ha 40 e, diversamente da quel che si potrebbe pensare, non passa le giornate nuotando nei dollari provenienti dai diritti d’autore della sua invenzione. Perché Linux, il suo programma, è il più celebre esempio di open source, sorgente aperto: è disponibile liberamente, può essere modificato, redistribuito e rivenduto da uno qualunque dei suoi utilizzatori. E a questo deve la sua fortuna, oltre che le indiscutibili doti di stabilità, affidabilità, sicurezza, che ne hanno fatto un concorrente temibile per Windows di Microsoft.</p>
<p>Nata nei centri di calcolo delle università americane e figlia della più pura etica hacker, dei programmatori capaci di passare settimane insonni per inventare una soluzione elegante a un problema difficile, la filosofia open source ha vissuto la sua definitiva consacrazione grazie a internet: proprio la rete ha fornito in modo rapido ed economico le migliaia e migliaia di occhi necessari in tutto il mondo per adottare su larga scala quest’approccio collaborativo. Obiettivo, migliorare il software ripulendolo dagli errori e aggiungendo nuove funzionalità, per poi rimetterlo in circolazione. Semplici volontari e società commerciali contribuiscono ogni giorno a sviluppare questo processo. Così, in numerosi settori, come le applicazioni dedicate ai server che gestiscono siti web, il codice aperto è oggi spesso superiore ai programmi proprietari. Tanto da essere divenuto un affare anche per colossi dell’informatica come Ibm, Hp, Novell. Il programma base è gratis; installazione, assistenza e servizi aggiuntivi sono a pagamento. Ma il cliente sa di aver scelto una soluzione che garantisce miglioramenti nel tempo, vista la vasta comunità di programmatori che vi lavora, e che non è quell’automobile con il motore sigillato a cui molti assimilano il software venduto sotto copyright.</p>
<p>È dall’idea opposta di <span class="emphasis"><em>copyleft</em></span> che Richard Stallman, ultimo degli hacker del laboratorio di Intelligenza artificiale del Mit, era partito per proteggere i diritti di modificare e redistribuire il <span class="emphasis"><em>free software</em></span>. Stallman, che lasciò il Mit prima di completare il dottorato (ne riceverà in seguito quattro lauree honoris causa) perché non accettava l’obbligo di mantenere segreto il proprio codice, dal 1984 cominciò a lavorare al progetto Gnu (dalla sigla <span class="emphasis"><em>Gnu’s not Unix</em></span>), un sistema operativo Unix compatibile che avrebbe dovuto essere libero. Di lì a poco fondò la Free Software Foundation (Fsf), per assumere sviluppatori ed elaborare un quadro di riferimento legale, che arriverà in seguito con la licenza Gpl. Dal progetto Gnu negli anni nacque una serie di programmi. E fu proprio utilizzando questi strumenti che Torvalds nel ’91 riuscì a creare la tessera mancante per realizzare un vero e proprio sistema operativo, il <span class="emphasis"><em>kernel</em></span> (nucleo) di Linux.</p>
<p>Di quel che oggi conosciamo come Linux, il finlandese – votato in un sondaggio della rivista Time come il 17° personaggio più influente del secolo scorso – è autore per solo il due per cento. Linus oggi vive nell’Oregon con la moglie, tre figlie e un gatto, e lavora per un consorzio open source. È il guru incontrastato della comunità del codice aperto, e padre di Tux, il pinguino simbolo di quel sistema operativo nato 18 anni fa. Ma nella vita quotidiana è schivo, e di norma preferisce non essere coinvolto nelle periodiche querelle legali e ideologiche tra software libero e proprietario. Nel frattempo Linux ha avuto una diffusione globale, ed è stato adottato in numerosi paesi come sistema operativo standard per la pubblica amministrazione, in Europa dalle municipalità di Vienna e Monaco di Baviera, nonché da alcuni ministeri di Danimarca e Francia. La sua diffusione cresce a un ritmo del 46% anno su anno.</p>
<p>Ma non c’è solo Linux: le applicazioni open source sono centinaia<sup>[<a id="id409136" class="footnote" href="#ftn.id409136">60</a>]</sup>, e come sappiamo la filosofia aperta è ormai un movimento di opinione che chiede di ridefinire il diritto d’autore in altri settori, come la musica e il cinema. Da parte sua, Torvalds non ha perso il talento per le ovvietà di genio, e sornione afferma: <span class="emphasis"><em>Software is like sex; it’s better when it’s free</em></span><br />
<sup>[<a id="id409164" class="footnote" href="#ftn.id409164">61</a>]</sup>.</p>
<p>Da open source, approccio collaborativo e capacità di sfruttare la conoscenza diffusa degli utenti della rete discendono alcune delle esperienze più importanti e positive di internet, da Wikipedia<sup>[<a id="id409175" class="footnote" href="#ftn.id409175">62</a>]</sup>, l’enciclopedia aperta, alle licenze Creative Commons per le opere d’ingegno<sup>[<a id="id409197" class="footnote" href="#ftn.id409197">63</a>]</sup>, oltre ad alcuni straordinari modelli economici di successo. L’errore, o meglio la mistificazione, è attribuire a tutte le aziende che utilizzano open source la medesima connotazione valoriale che muoveva i padri del movimento informatico del Free software. Meglio ancora, come spiega con efficacia Ippolita nel citato <span class="emphasis"><em>Luci e ombre di Google</em></span>,</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Free Software (Sofware Libero) e Open Source (Sorgente Aperto) sono sintagmi usati spesso come sinonimi per indicare codici o porzioni di codici informatici; tuttavia, per quanto descrivano oggetti spesso identici, rispecchiano prospettive radicalmente differenti. Free Software è un termine nato agli inizi degli anni Ottanta per iniziativa di Richard Stallman: si riferisce alla libertà dell’utente di usare e migliorare il software (…). L’espressione Open Source, invece, nasce alla fine degli anni Novanta, per iniziativa in particolare di Bruce Perens e Eric S. Raymond, che nel 1998 fondano la <span class="emphasis"><em>Open Source Initiative</em></span> (OSI); si riferisce alla <span class="emphasis"><em>Open Source Definition</em></span>, a sua volta derivata dalle <span class="emphasis"><em>Debian Free Software Guidelines</em></span>, ovvero una serie di 10 punti pratici che definiscono quali criteri legali debba soddisfare una licenza per essere considerata effettivamente libera: o meglio, con il nuovo termine, Open Source.</p></blockquote>
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<p>Google utilizza codice open source, ma le sue applicazioni sono spesso tutt’altro che aperte e trasparenti. Un paradosso di cui si rende conto lo stesso Jarvis, che in un impeto di resipiscenza e con una nota di imbarazzo scrive: <span class="quote">«<span class="quote">Devo riconoscere l’ironia di richiamare alla trasparenza in un libro su Google, che per molti aspetti è più opaca e riservata di Dick Cheney</span>»</span>. Come riconosce lo scrittore, e come più volte hanno potuto provare su di sé anche gli estensori di questo libro,</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>non si può entrare in un ufficio di Google senza firmare un accordo di riservatezza. Google non rivela i dettagli sulla spartizione dei ricavi con i siti che ospitano la sua pubblicità. Rifiuta di elencare pubblicamente tutte le fonti di Google News. Non ci dice di quanti server dispone. Ha scelto di non utilizzare software open source per alcune funzioni, come per la gestione delle proprie macchine, così da mantenere un vantaggio proprietario.</p></blockquote>
</div>
<p>Al contrario la società è molto aperta quando si tratta di giovarsi della conoscenza diffusa dei propri utenti, o di far svolgere loro le funzioni di beta tester. Ancora Jarvis:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Google sviluppa la maggior parte dei propri prodotti in pubblico rilasciando versioni non complete e richiedendo l’aiuto dei propri utenti. In questo senso è insolitamente trasparente, disposta a lavorare alla luce del giorno e a coinvolgere gli utenti nello sviluppo.</p></blockquote>
</div>
<p>Come risolvere questa dicotomia? Per Jarvis non ci sono problemi. <span class="quote">«<span class="quote">Vi suggerisco</span>»</span>, afferma con disarmante semplicità, <span class="quote">«<span class="quote">di seguire l’esempio di Google nello sviluppo dei propri prodotti e di ignorare i suoi silenzi e le sue opacità altrove</span>»</span><br />
<sup>[<a id="id409301" class="footnote" href="#ftn.id409301">64</a>]</sup>.</div>
<div class="sect1" title="Il “free” come modello di business">
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<h2 class="title"><a id="id409308"></a>Il “free” come modello di business</h2>
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<p>Un altro dei luoghi comuni che circolano riguardo alla rete e che vanno demistificati è l’idea che il modello di business <span class="emphasis"><em>tutto-gratis</em></span>, o free, sia figlio dell’epoca di internet. In realtà si tratta di un modello che esiste almeno da quando ci sono i media di massa e che basa i propri ricavi sull’attenzione: la televisione generalista offre programmi e servizi gratuiti in cambio dell’interesse degli spettatori, che poi “affitta” agli inserzionisti pubblicitari. Lo stesso fanno giornali e riviste, che con il prezzo di copertina (quando non si tratta di free press) coprono solo una parte della propria struttura di costi.</p>
<p>Il modello free dunque funziona solo se riesci a detenere una parte significativa dell’attenzione dei tuoi utenti, o del tuo mercato. E mentre viviamo in un mondo digitale, per definizione multi-tasking e stracolmo di messaggi, l’attenzione dei nostri occhi e del nostro cervello è rimasta analogica. Google in questo esplica al meglio la propria funzione di filtro nei confronti dell’economia dell’abbondanza, bombardamento di stimoli e rumore: richiede la nostra attenzione, ma svolge per noi la funzione di setacciare il grano dal loglio, disturbo da messaggi utili, anche se lo fa in modo non trasparente.</p>
<p>Con maggior efficienza rispetto agli operatori del ventesimo secolo, Google è inoltre esso stesso piattaforma pubblicitaria, e dunque monetizza istantaneamente e con grande efficacia, come vedremo meglio nel prossimo capitolo, il modello free.</p>
<p>Da una parte raccoglie l’attenzione e indirizza nove utenti del web su dieci nella loro navigazione, mostra loro cosa è interessante e cosa no; dall’altra ha realizzato una delle più efficaci infrastrutture pubblicitarie siano mai esistite per monetizzare questa attenzione.</p></div>
<div class="sect1" title="Monopolio e posizione dominante">
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<h2 class="title"><a id="id409331"></a>Monopolio e posizione dominante</h2>
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<p>Non c’è dubbio dunque che Google abbia una posizione dominante tra i motori di ricerca e che detenga l’assoluto monopolio della pubblicità cosiddetta a performance o a pagamento per click, tema che approfondiremo tra poco. Il fatto che esista una posizione di monopolio non è tuttavia di per sé sufficiente a determinare una violazione delle normative antitrust. Perché ciò avvenga è necessario che il soggetto dominante abusi della propria posizione, blocchi l’accesso al mercato ad altri concorrenti, sia di fatto un freno all’innovazione del settore.</p>
<p>Di certo da alcuni mesi il dipartimento di Giustizia, cui spetta negli Stati Uniti il compito di far rispettare la legislazione sulla concorrenza, ha cominciato a osservare con attenzione la galassia Google. Come spiega Eric Clemons<sup>[<a id="id409356" class="footnote" href="#ftn.id409356">65</a>]</sup>, economista, esperto di tecnologia e docente alla Wharton School dell’università della Pennsylvania, gli aspetti sotto monitoraggio sono soprattutto tre:</p>
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<ul class="itemizedlist">
<li class="listitem">la posizione dominante nel mercato dei link sponsorizzati. Si tratta degli annunci pubblicitari testuali che appaiono nella pagina dei risultati a fianco delle altre risposte quando, per esempio, inseriamo nel motore una parola chiave come “hotel”. Google ha chiuso il 2008 con oltre l’80% del mercato della ricerca a pagamento. Yahoo è ormai sotto il 15%, Microsoft veleggia attorno al 5%<sup>[<a id="id409385" class="footnote" href="#ftn.id409385">66</a>]</sup>. Google l’anno scorso è stata a un passo dallo stringere un accordo con Yahoo per rilevare anche le ricerche a pagamento del portale. Ma vi ha rinunciato dopo che il dipartimento di Giustizia ha fatto intendere in via informale che il raggiungimento del controllo del 95% del mercato avrebbe fatto scattare un’indagine immediata. L’annuncio che Mountain View gettava la spugna è arrivato da un post di uno dei vicepresidenti, David Drummond, sul blog della società: <span class="quote">«<span class="quote">Naturalmente siamo contrariati dal fatto che quest’accordo non potrà procedere</span>»</span>, ha scritto Drummond il 5 novembre 2008. <span class="quote">«<span class="quote">Ma non lasceremo che la prospettiva di una lunga battaglia legale ci distolga dalla nostra missione principale. Sarebbe come cercare di guidare sulla strada dell’innovazione con il freno a mano tirato</span>»</span><sup>[<a id="id409419" class="footnote" href="#ftn.id409419">67</a>]</sup>;</li>
<li class="listitem">il meccanismo di formazione del prezzo nelle aste per la pubblicità. Qualora il prezzo fosse troppo alto per gli investitori, il danno potrebbe tradursi in un aggravio del costo dei servizi per i consumatori;</li>
<li class="listitem">le barriere all’entrata di nuovi concorrenti non solo nel mercato della ricerca o della pubblicità, ma anche in altri settori.</li>
</ul>
</div>
<p>A questo riguardo, un parametro chiave per dimostrare la violazione di norme antitrust riguarda la cosiddetta “assenza di contestabilità”. Il concetto, elaborato dall’economista William Baumol, richiede che il vantaggio competitivo accumulato nel settore in cui l’impresa è dominante venga utilizzato per sussidiare altre aree in cui la società è presente. Il prezzo in questi settori potrebbe essere tenuto artificialmente basso così da estromettere altri potenziali concorrenti. In questo senso il free, ovvero la gratuità, è la barriera all’entrata più efficace che esista. Quale altra azienda è in grado di competere con un prezzo uguale a zero?</p>
<p>Da Gmail a Docs, da Blogger a Latitude, da Gtalk a Picasa, non esiste oggi servizio gratuito di Google che abbia un conto economico positivo e non sia dunque in qualche modo sussidiato dai ricavi pubblicitari realizzati nelle aree trainanti per la società.</p>
<p>L’apertura formale della partita “Google vs. antitrust” è avvenuta nella primavera di quest’anno con un uno-due su altrettanti fronti apparentemente minori.</p>
<p>Il 29 aprile 2009 il Dipartimento di Giustizia ha deciso di verificare se non ci sia abuso di posizione dominante nel progetto della cosiddetta biblioteca universale. Google Books prevede le realizzazione di un archivio digitale e consultabile online di tutti i libri custoditi nelle maggiori biblioteche americane. L’idea aveva scatenato una querelle legale con gli editori e con i detentori dei diritti, verso i quali all’inizio di quest’anno Google aveva proposto una transazione del valore di 125 milioni di dollari. Una cifra irrisoria per divenire di fatto l’unico detentore dei diritti digitali su quei titoli. Il progetto è famoso non tanto per il volume di denaro messo in movimento ma per la valenza simbolica: l’idea di mettere su supporto digitale e rendere disponibile online i libri di tutte le grandi biblioteche americane e oltre. Ma “disponibile” è qui la parola chiave.</p>
<p>Nel merito il compromesso di ottobre 2008 prevedeva che Google avesse il diritto di mettere online i testi e di ricavarne un guadagno facendo pagare gli utenti per l’accesso a una singola opera oppure attraverso abbonamenti all’intera raccolta o a parti di questa. I ricavi sarebbero stati suddivisi tra autori, editori e motore di ricerca (il 37% era la quota spettante a Google).</p>
<p>Gli oppositori dell’accordo sostengono che Google di fatto realizza un monopolio sugli esauriti e gli <span class="emphasis"><em>orphaned books</em></span>, i libri di cui non è più possibile trovare gli autori o i cui diritti non sono chiaramente normati. E ravvisano in tutto l’accordo il pericolo di una posizione dominante che di fatto chiude il mercato<sup>[<a id="id409497" class="footnote" href="#ftn.id409497">68</a>]</sup>. Il sogno della biblioteca di Alessandria a portata di click con una semplice connessione a internet da qualsiasi angolo del mondo ha una valenza evocativa enorme. Ma di fronte a tale promessa e all’importanza che essa riveste sembra anche corretto chiedersi, come ha fatto Robert Darnton sulla New York Review of Books, se questo dovesse per forza avvenire a prezzo della costituzione di un monopolio di fatto da parte di una società privata. Scrive Darnton<sup>[<a id="id409536" class="footnote" href="#ftn.id409536">69</a>]</sup>:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Google disporrà di quel che può essere chiamato solo con il termine di monopolio. Un monopolio di nuovo genere, non sulle ferrovie o sull’acciaio, ma sull’accesso all’informazione. Google non ha seri concorrenti. Microsoft ha abbandonato il proprio programma di digitalizzazione dei libri alcuni mesi fa e altre imprese come la Open Knowledge Commons (già nota come Open Content Alliance) o l’Internet Archive sono piccole e inefficaci al confronto. Solo Google dispone della ricchezza per digitalizzare su larga scala. E, avendo raggiunto un compromesso con autori ed editori, potrebbe essere in grado di sfruttare il proprio potere finanziario con la protezione di una barriera legale; perché la transazione copre tutti gli autori e gli editori. Nessun altro imprenditore potrà in futuro digitalizzare libri in quel territorio recintato, anche se se lo potesse permettere, perché dovrebbe riaprire le controversie legali sul copyright da capo. Se l’accordo andrà a buon fine, solo Google sarà protetto dall’obbligo del copyright.</p></blockquote>
</div>
<p>Il 4 maggio 2009 è arrivato il secondo segnale. La commissione federale per il Commercio del governo americano ha aperto un’inchiesta sui legami tra Apple e Google<sup>[<a id="id409562" class="footnote" href="#ftn.id409562">70</a>]</sup>. Sotto osservazione le presenze incrociate nei consigli di amministrazione delle società. Le due aziende condividono infatti altrettanti consiglieri: Eric Schmidt, amministratore delegato di Google, siede anche nel board di Apple, come pure Arthur Levinson.</p>
<p>La legge antitrust americana vieta presenze incrociate nel caso di società che competano negli stessi settori, per evitare il rischio di cartelli e di riduzione della concorrenza. Google e Apple operano gomito a gomito in due aree chiave: quella dei telefoni cellulari (iPhone e Android) e quella dei sistemi operativi.</p>
<p>Prima della pronuncia definitiva sulla vicenda, Schmidt ha annunciato ai primi d’agosto 2009 la sua decisione di lasciare il consiglio di amministrazione di Apple, risolvendo dunque la questione a priori<sup>[<a id="id409586" class="footnote" href="#ftn.id409586">71</a>]</sup>.</p>
<p>L’estate 2009 ha aggiunto anche un capitolo tutto italiano alla saga dei rapporti tra Google e le autorità antitrust. L’authority del nostro paese, infatti, nella riunione del 26 agosto ha avviato una istruttoria nei confronti di Google Italia con l’ipotesi di abuso di posizione dominante. L’iniziativa giunge a seguito di un esposto della Fieg, la federazione degli editori di giornali. L’autorità garante della concorrenza e del mercato intende</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>verificare se i comportamenti della società, in considerazione della sua indiscussa predominanza nella fornitura di servizi di ricerca online, siano idonei a incidere indebitamente sulla concorrenza nel mercato della raccolta pubblicitaria online e a consolidare la sua posizione nella intermediazione di spazi pubblicitari<sup>[<a id="id409619" class="footnote" href="#ftn.id409619">72</a>]</sup>.</p></blockquote>
</div>
<p>Almeno nella prima fase delle indagini, l’attenzione dell’authority presieduta da Antonio Catricalà sembra essersi concentrata soprattutto su Google News, ipotizzando che le testate che vi sono incluse non possano uscirne a meno di non rinunciare alla propria presenza nel motore Google <span class="emphasis"><em>tout court</em></span>. In realtà, come la stessa società si è premurata di spiegare pubblicamente, il meccanismo di esclusione non funziona in questo modo<sup>[<a id="id409649" class="footnote" href="#ftn.id409649">73</a>]</sup>. Si può cessare di far parte di Google News, l’aggregatore che secondo gli editori approfitterebbe dei loro contenuti in modo indebito, senza per questo rinunciare alla visibilità web garantita da Google. Si ha l’impressione, tuttavia, che Google News sia solo il punto di attacco di un’iniziativa che nei prossimi mesi vedrà diversi aspetti dell’attività di Google in Italia finire sotto la lente di ingrandimento dell’authority. La notifica del procedimento negli uffici della Srl italiana che fa capo al marchio globale è stata infatti accompagnata da un’ispezione condotta dalle unità speciali della Guardia di Finanza, che avrebbero acquisito numerosi documenti. Fieg da parte propria non ha finora resa pubblica la versione integrale della denuncia che, secondo alcune indiscrezioni, non si limiterebbe solo a Google News, ma avrebbe in altre presunte violazioni i propri punti di maggior rilievo. La conclusione del procedimento è prevista per la fine del 2010, ed è ragionevole pensare che per allora il dossier si arricchirà di nuovi capitoli.</p>
<p>Comunque vadano a finire questa e le altre iniziative in corso, sembra tuttavia essersi interrotta, almeno in una parte dell’opinione pubblica, delle istituzioni e dei soggetti protagonisti del mercato, la luna di miele che aveva accompagnato i primi dieci anni di vita di Google. Un mutamento di tendenza ritenuto da John Battelle, uno dei massimi esperti di motori di ricerca, un segno del declino della percezione di Google quale leader dell’innovazione, come accadde a Microsoft dieci anni fa: <span class="quote">«<span class="quote">Se c’è una lezione – forse prematura – da trarre da tutto ciò</span>»</span>, afferma Battelle, <span class="quote">«<span class="quote">è che non c’è impresa o coppia di imprese che possa guidare una cultura per più di mezza generazione. Dopo questo lasso di tempo la cultura inizia a non aver più fiducia nelle ragioni delle società, che siano bene o male intenzionate</span>»</span><br />
<sup>[<a id="id409683" class="footnote" href="#ftn.id409683">74</a>]</sup>.</p>
<p>Segui il denaro, dicevamo in apertura di capitolo. Ed è proprio al cuore della questione che ci porterà la prossima tesi. L’ossigeno finanziario del mercato dell’attenzione è la pubblicità. E se c’è chi se ne accaparra troppa, gli altri rischiano di morire per asfissia.</p></div>
<div class="footnotes">
<hr />
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408036" class="para" href="#id408036">35</a>] </sup> Giuseppe Granieri, <span class="emphasis"><em>Umanità accresciuta</em></span>, op. cit.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408081" class="para" href="#id408081">36</a>] </sup> Questa parte del capitolo riprende tesi già pubblicate su Cablogrammi nel feb-braio 2009 <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/02/20/alcune-domande-a-de-biase-e-non-solo-su-simbiosi-e-attenzione/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/02/20/alcune-domande-a-de-biase-e-non-solo-su-simbiosi-e-attenzione/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408108" class="para" href="#id408108">37</a>] </sup> Luca De Biase, “Ecologia dell’attenzione”, Link, Febbraio 2009, ripubblicato an-che all’indirizzo <a class="link" href="http://blog.debiase.com/2009/02/strategia-della-disattenzione.html">http://blog.debiase.com/2009/02/strategia-della-disattenzione.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408260" class="para" href="#id408260">38</a>] </sup> Per gli appassionati di analisi matematica, il punto di inflessione nell’adozione di una tecnologia, di una piattaforma o di un’applicazione è il luogo, nella curva che rappresenta il numero degli utenti nel tempo, in cui assistiamo a un repentino aumento positivo della derivata prima. Il fenomeno è particolarmente comune nella diffusione dei servizi del web 2.0 e nei social network: da YouTube a Flickr, da Twitter a Facebook.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408280" class="para" href="#id408280">39</a>] </sup> Il termine è qui usato non nella sua accezione marxista di alienazione ma in quel-la assegnatagli dalla teoria economica della concorrenza, secondo la definizione di Douglas Rushkoff: <span class="quote">«<span class="quote">process by which goods that have economic value and are distinguishable in terms of attributes (uniqueness or brand) end up becoming simple commodities in the eyes of the market or consumers</span>»</span>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408296" class="para" href="#id408296">40</a>] </sup> Si veda a solo titolo di esempio la causa Sourcetool contro Google (<a class="link" href="http://uk.reuters.com/article/americasRegulatoryNes/idUKN1738748920090217">http://uk.reuters.com/article/americasRegulatoryNes/idUKN1738748920090217</a>) di cui si parlerà in maggiore dettaglio in riferimento alla quinta tesi.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408333" class="para" href="#id408333">41</a>] </sup> Questo, in riferimento ai giornali, è un elemento a favore della loro trasforma-zione da prodotti a piattaforme. Un tema che verrà approfondito in riferimento alla nona tesi.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408373" class="para" href="#id408373">42</a>] </sup> Chi volesse ricostruire l’intero thread può partire da qui: <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/02/19/cittadini-non-funghi-nelleconomia-della-conoscenza/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/02/19/cittadini-non-funghi-nelleconomia-della-conoscenza/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408495" class="para" href="#id408495">43</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.oreillynet.com/pub/a/oreilly/tim/news/2005/09/30/what-is-web-20.html">http://www.oreillynet.com/pub/a/oreilly/tim/news/2005/09/30/what-is-web-20.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408555" class="para" href="#id408555">44</a>] </sup> Il libro che avete tra le mani è disponibile con una licenza Creative Commons 2.5 all’indirizzo <a class="link" href="http://www.ereticidigitali.it">http://www.ereticidigitali.it</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408572" class="para" href="#id408572">45</a>] </sup> Esemplare in questo caso la vicenda che a livello europeo ha contrapposto Goo-gle agli editori di quotidiani per l’adozione del protocollo Acap per l’indicizzazione delle notizie. Se ne può trovare traccia su Journalism.co.uk all’indirizzo <a class="link" href="http://www.journalism.co.uk/2/articles/531181.php">http://www.journalism.co.uk/2/articles/531181.php</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408597" class="para" href="#id408597">46</a>] </sup> Dati Nielsen MegaView Search, mese di marzo 2009, riportati da Search engine watch <a class="link" href="http://blog.searchenginewatch.com/090515-151839">http://blog.searchenginewatch.com/090515-151839</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408628" class="para" href="#id408628">47</a>] </sup> <a class="link" href="http://blog.searchenginewatch.com/080507-103355">http://blog.searchenginewatch.com/080507-103355</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408648" class="para" href="#id408648">48</a>] </sup> Una buona sintesi dei termini dell’intesa sotto forma di domande e risposte è sta-ta scritta da Danny Sullivan (<a class="link" href="http://searchengineland.com/microsoft-yahoo-search-deal-simplified-23299">http://searchengineland.com/microsoft-yahoo-search-deal-simplified-23299</a>).</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408668" class="para" href="#id408668">49</a>] </sup> Tutti i numeri sono stati pubblicati da Paid Content e si possono trovare a quest’indirizzo: <a class="link" href="http://paidcontent.org/article/419-microhoo-euro-view-still-miles-behind-google/">http://paidcontent.org/article/419-microhoo-euro-view-still-miles-behind-google/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408798" class="para" href="#id408798">50</a>] </sup> <a class="link" href="http://googlewebmastercentral.blogspot.com/2008/09/demystifying-duplicate-content-penalty.html">http://googlewebmastercentral.blogspot.com/2008/09/demystifying-duplicate-content-penalty.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408830" class="para" href="#id408830">51</a>] </sup> <a class="link" href="http://blogoscoped.com/censored/">http://blogoscoped.com/censored/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408845" class="para" href="#id408845">52</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.boingboing.net/2007/01/27/google-founder-regre.html">http://www.boingboing.net/2007/01/27/google-founder-regre.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408865" class="para" href="#id408865">53</a>] </sup> <a class="link" href="http://blogoscoped.com/archive/2007-03-02-n19.html">http://blogoscoped.com/archive/2007-03-02-n19.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408880" class="para" href="#id408880">54</a>] </sup> <a class="link" href="http://blogoscoped.com/archive/2007-03-02-n19.html">http://blogoscoped.com/archive/2007-03-02-n19.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408917" class="para" href="#id408917">55</a>] </sup> <a class="link" href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/01/24/i-cittadini-digitali-superano-il-miliardo-italia-al-12%C2%B0-posto/">http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/01/24/i-cittadini-digitali-superano-il-miliardo-italia-al-12%C2%B0-posto/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408948" class="para" href="#id408948">56</a>] </sup> Vedi ad esempio quanto dimostrato da Ippolita.net in <span class="emphasis"><em>Luci e ombre di Google</em></span>, <a class="link" href="http://ippolita.net/google">http://ippolita.net/google</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id408969" class="para" href="#id408969">57</a>] </sup> <a class="link" href="http://blogoscoped.com/archive/2007-03-02-n19.html">http://blogoscoped.com/archive/2007-03-02-n19.html</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409012" class="para" href="#id409012">58</a>] </sup> “Middlemen are doomed” in <span class="emphasis"><em>What Would Google Do?</em></span>, op. cit., pag. 73 e seguenti.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409070" class="para" href="#id409070">59</a>] </sup> Le celeberrime tesi di Chris Locke, Doc Searls e David Weinberger risalgono al 1999 e iniziano con l’affermazione “I mercati sono conversazioni” (ma non è sta-to così fin dai Fenici?). Il manifesto si propone di ridefinire le regole del business in un mercato aperto e partecipativo. Se ne può trovare una traduzione in italiano a questo indirizzo. <a class="link" href="http://www.mestierediscrivere.com/testi/Tesi.htm">http://www.mestierediscrivere.com/testi/Tesi.htm</a>. A questo indirizzo invece il sito originale: <a class="link" href="http://www.cluetrain.com/">http://www.cluetrain.com/</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409136" class="para" href="#id409136">60</a>] </sup> Tra di esse anche OpenOffice.org (<a class="link" href="http://it.openoffice.org/">http://it.openoffice.org/</a>) la suite di programmi per l’ufficio che comprende videoscrittura, fogli di calcolo, database, strumenti per presentazioni, con la quale è stato scritto anche buona parte del libro che ave-te tra le mani.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409164" class="para" href="#id409164">61</a>] </sup> “Il software è come il sesso, è meglio quando è libero”.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409175" class="para" href="#id409175">62</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.wikipedia.org/">http://www.wikipedia.org/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409197" class="para" href="#id409197">63</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.creativecommons.it/">http://www.creativecommons.it/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409301" class="para" href="#id409301">64</a>] </sup> Op. cit., pag. 97 e seguenti.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409356" class="para" href="#id409356">65</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.techcrunch.com/2009/03/01/what-an-antitrust-case-against-google-might-look-like/">http://www.techcrunch.com/2009/03/01/what-an-antitrust-case-against-google-might-look-like/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409385" class="para" href="#id409385">66</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.rimmkaufman.com/rkgblog/2008/03/03/feb-2008-ppc-share/">http://www.rimmkaufman.com/rkgblog/2008/03/03/feb-2008-ppc-share/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409419" class="para" href="#id409419">67</a>] </sup> Come abbiamo visto qualche paragrafo addietro, otto mesi dopo è giunto l’accordo Yahoo!-Microsoft.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409497" class="para" href="#id409497">68</a>] </sup> Per approfondire: qui si può trovare la proposta di transazione <a class="link" href="http://www.googlebooksettlement.com/">http://www.googlebooksettlement.com/</a>. Qui invece il ricorso che ha portato all’apertura dell’indagine antitrust <a class="link" href="http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1387582">http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1387582</a>. Qui infine la posizione ufficiale di Google: <a class="link" href="http://googlepublicpolicy.blogspot.com/2009/04/google-book-search-settlement-will.html">http://googlepublicpolicy.blogspot.com/2009/04/google-book-search-settlement-will.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409536" class="para" href="#id409536">69</a>] </sup> Robert Darnton, “Google and the Future of Books,” in The New York Review of Books, Volume 56, numero 2 – 12 febbraio 2009 <a class="link" href="http://www.nybooks.com/articles/22281">http://www.nybooks.com/articles/22281</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409562" class="para" href="#id409562">70</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.nytimes.com/2009/05/05/technology/companies/05apple.html?_r=1&amp;partner=rss&amp;emc=rss">http://www.nytimes.com/2009/05/05/technology/companies/05apple.html?_r=1&amp;partner=rss&amp;emc=rss</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409586" class="para" href="#id409586">71</a>] </sup> <a class="link" href="http://www.engadget.com/2009/08/03/googles-eric-schmidt-resigns-from-apple-board-over-conflict-of/">http://www.engadget.com/2009/08/03/googles-eric-schmidt-resigns-from-apple-board-over-conflict-of/</a></div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409619" class="para" href="#id409619">72</a>] </sup> Qui il comunicato ufficiale: <a class="link" href="http://www.agcm.it/AGCM_ITA/COSTAMPA/COSTAMPA.NSF/5eae098911a82b5ec125615d003a9cb9/64a9ba3cab90d71bc125761f002ff64e">http://www.agcm.it/AGCM_ITA/COSTAMPA/COSTAMPA.NSF/5eae098911a82b5ec125615d003a9cb9/64a9ba3cab90d71bc125761f002ff64e</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409649" class="para" href="#id409649">73</a>] </sup> “Come funziona davvero l’esclusione delle notizie da Google News?”, <a class="link" href="http://googleitalia.blogspot.com/2009/08/traduciamo-e-ripubblichiamo-qui-un-post.html">http://googleitalia.blogspot.com/2009/08/traduciamo-e-ripubblichiamo-qui-un-post.html</a>.</div>
<div class="footnote">
<p><sup>[<a id="ftn.id409683" class="para" href="#id409683">74</a>] </sup> <a class="link" href="http://battellemedia.com/archives/004911.php">http://battellemedia.com/archives/004911.php</a></div>
</div>
<div class="navfooter">
<hr />
<table border="0" width="100%" summary="Navigation footer">
<tbody>
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