Eretici a Sabato del villaggio

sabato_villaggio_repGiovanni Valentini, nella sua rubrica “Il sabato del villaggio” del 16 gennaio su Repubblica, in apertura cita gli Eretici. Il commento è dedicato al decreto del governo che tassa computer, pennette e telefonini. Il pezzo si apre con una frase della  terza tesi del manifesto di Eretici digitali:

Il potere politico fatica a comprendere le potenzialità del digitale e vi si accosta solo per regolamentare, troncare, sopire.

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Eretici su Micromega

“Un’eresia digitale contro il bavaglio del potere”  è il titolo dell’audiointervista che Micromega dedica a Vittorio Zambardino.

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Giornalismo online, pop e qualità

Ernesto Assante, in un post su giornalismo online e qualità, si sofferma anche su Eretici digitali. Scrive tra l’altro:

In conclusione una conclusione non c’è. Se non l’invito a leggere “Eretici digitali” di Zambardino e Russo, se amate il giornalismo e siete appassionati delle nuove tecnologie, è un libro intelligente e avvincente, che illumina molti luoghi dove spesso non guardiamo con la dovuta attenzione.

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Sesto capitolo
Il tubo non è neutrale

I nuovi gabellieri

Un biglietto dell’autobus può aiutare a capire meglio di tante teorie come cambia la realtà.

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Quinto capitolo
Le piattaforme pubblicitarie sono opache

Ricerca, attenzione e pubblicità

“Oggi il modello di business dominante per i motori di ricerca commerciali è la pubblicità. Ma gli obiettivi del modello di business pubblicitario non corrispondono sempre all’esigenza di fornire ricerca di qualità agli utenti. (…)

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Lsdi: “Un giornalismo rifondato
può salvare la rete”

Pino Rea, che già aveva anticipato l’uscita di Eretici su Libertà di Stampa e diritto all’informazione, torna sul libro con una recensione ragionata e scrive:

In ‘’Eretici digitali’’ Massimo Russo e Vittorio Zambardino spiegano come la rete non possa illudersi di essere uno ‘’spazio senza conflitti’’ e come, alla fine, ‘’solo il buon giornalismo’’, quello che ha nel suo Dna il racconto del potere e il dipanamento della complessità, possa dare valore alla rete.

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Se la carta muore, il racconto vive

Luisa Carrada dedica un post lusinghiero agli Eretici, dal titolo “Se la carta muore, il racconto vive“, con una conclusione venata di pessimismo. Lo scenario non è idillaco, ma noi crediamo fino in fondo nella possibilità di un cambiamento, e non solo come auspicio natalizio. Altrimenti questo libro non sarebbe mai nato.

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Quarto capitolo
I nuovi intermediari sono potenti

Follow the money

La scena è girata all’interno di un garage.

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Niente leggi contro la libertà di tutti

Alla fine non resta che aggrapparsi alle poche parole sagge parole di Pier Ferdinando Casini, pronunciate oggi alla Camera: “Mettere le mani su internet è pericolosissimo… guardiamo all’esempio degli Stati Uniti (…) dove Obama riceve intimidazioni inaccettabili su internet, ma dove a nessuno è mai venuto in mente di censurare internet, in un grande paese di democrazia liberale”. Pochi minuti prima il ministro Maroni aveva ripetuto, con qualche cautela rispetto a ieri per la verità, che ci si prepara a un provvedimento di legge che permetta di chiudere gli spazi di discussione dove si compia il reato di istigazione a delinquere.

Bisogna dirlo con chiarezza: con questi propositi l’Italia si candida a raggiungere il lotto degli Ahmadinejad e dei Castro in fatto di politica della rete. Come  ha detto Casini, le leggi sulla responsabilità personale già esistono e  in una democrazia liberale non verrebbe in mente a nessuno di mettere le mani – in modo preventivo – sulla libertà di espressione delle persone. Anche se non escludiamo che, nel delirio generalizzato di questi anni, possa capitare ad altri governanti democratici. Ma la strada è quella: si toglie alle persone uno strumento di espressione libera a priori, in nome di un “lato oscuro” della rete che viene enfatizzato, equivocato e di cui si ignora la grave responsabilità del potere nella sua nascita. Perché è vero che in altri paesi gli utenti internet sono più pacati. Ma è altrettanto vero che i loro  governanti (e alcuni oppositori) tedeschi o francesi non si sono mai promessi “palle a 300 lire l’una”, non hanno mai invitato  a buttare a mare o torturare gli immigrati, non hanno mai detto di voler strozzare con le loro mani gli autori di una fiction televisiva. La rete, in fondo, da questo punto di vista non è che un ventilatore che rispara in giro il fango che hai buttato dentro.

L’equilibrio e la lucidità dell’onorevole Casini non si ritrovano invece nell’editoriale di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di stamattina. Addio posizioni terze, l’endorsement della linea Maroni non potrebbe essere più completo. Ed è un endorsement basato su una definizione del problema semplicemente sbagliata. Il lato oscuro non è maggioritario, il male che si denuncia non è la rete, che anzi matura sempre più come strumento di comunicazione politica. Che strano destino che un grande scrittore, nel giornale della tradizione liberale italiana, dimentichi il principio di diritto che la responsabilità penale è personale. Se Pinco apre un gruppo in cui si dice “Ammazziamo X”, Pinco va a processo. E le leggi per farlo già ci sono tutte. Per Stella e Maroni invece bisogna chiudere lo spazio dove Pinco si esprime, perché ci sono dei conti da regolare.

Proprio oggi, il giurista Michele Ainis, ha ricordato sulla Stampa il carattere leggero, di piazza e non di edicola, delle dichiarazioni che vengono fatte su internet. Aggiungiamo noi, l’avvicinamento difficile dei cittadini, finora deleganti di un rapporto con la sfera pubblica, che provano per la prima volta l’espressione del loro pensiero, e quindi commettono errori, ingenuità, e cedono a meccanismi di rissosità autoritaria.

In un nostro recente saggio (Eretici digitali, 2009) avevamo detto che la rete era in pericolo perché il potere, nel mondo, ha fretta di chiudere lo squarcio che internet ha aperto nel controllo sociale. E per poter ottenere consenso a questa ricucitura si producono rappresentazioni mostrificate della rete e delle persone che la frequentano. E’ brutto avere ragione, e vedere che l’Italia ha voglia di vincere questo campionato dell’illibertà.

Proprio mentre l’Unione Europea sancisce che internet è uno dei diritti inalienabili della persona, pensiamo che si debba agire punendo le responsabilità dei singoli (diffamazione, istigazione, apologia), dove ce ne siano, ma mai chiudendo spazi di manifestazione del pensiero in modo preventivo o mettendo in moto strumenti statali di monitoraggio, schedatura e conservazione dei dati della navigazione degli utenti che ledano le libertà personali.  Internet è vita di tutti i giorni, per la quale vanno applicate le leggi che esistono. Non una legislazione speciale o d’emergenza.

Ma c’è un’ultima cosa da dire.

La rete ha anche messo in discussione la delega ad informare, a distribuire visione del mondo, che i media hanno avuto per anni. Questo dà molto fastidio a molti colleghi giornalisti. Non vorremmo che qualcuno stesse scambiando la libertà di espressione con la difesa dei propri privilegi castali. Sarebbe il caso di essere rigorosi sempre, quando si scrive di cose importanti. Le citazioni non bastano. La rete è un grande fenomeno sociale, non tecnologico, come dimostrano gli oltre 10 milioni di italiani che frequentano Facebook. Un po’ di arroganza in meno, un po’ di equilibrio terzo, non guasterebbero.

Vittorio Zambardino, Massimo Russo

(questo post è stato pubblicato anche su Cablogrammi e su Scene Digitali)

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Terzo capitolo
L’ossessione securitaria della politica

Come si diceva nel primo capitolo, non è questione di ignoranza. L’uguaglianza tra internet e pericolo è stata eretta a sistema molto presto. L’operazione-paura è nata con la rete e la accompagna, vero riflesso di un establishment – sia a livello dei singoli paesi che internazionali – che tende a chiudere la ferita di internet in modo conservatore.

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