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	<title>Eretici digitali &#187; Settimo capitolo</title>
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	<description>Dieci tesi. Una proposta di conversazione. Un progetto aperto.</description>
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		<title>Settimo capitolo. Privacy: l’habeas data è il nuovo habeas corpus</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 13:23:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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Fuori dal cono di luce



È come quando ti svaligiano l’appartamento.

La stessa sensazione di essere violati, di perdita di qualcosa che ti appartiene. Ti svegli una mattina, accendi il computer, vai su Facebook… e non esisti più. Non entri. Chi ti aveva tra i suoi “amici” vede la cifra che ne indica il numero diminuita di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="sect1" title="Fuori dal cono di luce">
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<h2 class="title"><a id="id416418"></a>Fuori dal cono di luce</h2>
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<p>È come quando ti svaligiano l’appartamento.<br />
<span id="more-453"></span><br />
La stessa sensazione di essere violati, di perdita di qualcosa che ti appartiene. Ti svegli una mattina, accendi il computer, vai su Facebook… e non esisti più. Non entri. Chi ti aveva tra i suoi “amici” vede la cifra che ne indica il numero diminuita di una unità. Se qualcun altro prova a scriverti, semplicemente non ti trova.</p>
<p>Quel circolo di amici sempre online, quel salotto che non chiude mai, quel junk food della telematica, chiamatelo come volete. Sarà tutto il male che vuoi, ma dopo mesi che ne fai uso lì dentro ci sono migliaia di contatti e non tutti inutili. Centinaia di foto, molte frutto di curiosità effimere, ma poi chi lo stabilisce il valore di una foto, se non chi l’ha fatta o chi la possiede? Potrebbero perfino esserci dei testi che hai scritto e che non hai messo da nessuna altra parte, per non dire dei commenti che le persone hanno fatto alle tue uscite: insomma è vita, vita online, ma sempre vita. Anzi, vita aumentata.</p>
<p>Ma sai bene che quella vita, per te ormai inaccessibile, sta da qualche parte a disposizione dei loro database, dei loro data miner, dei loro profilatori e uomini marketing. Non te lo dicono nemmeno, il motivo per cui ti hanno buttato fuori. Inserisci login e password e non succede nulla. Poi alla fine riesci a ottenere un messaggio, in inglese (ma è proprio obbligatorio che tutti gli utenti di Facebook conoscano l’inglese?): hai violato i termini d’uso e sono stati costretti a disabilitarti.</p>
<p>Tu non te ne fai una ragione: leggi i termini di uso, ti hanno detto. Lo fai e la prima cosa che noti è che quel contratto è steso in parte in italiano, poi il traduttore dev’essersi stancato e il testo prosegue in inglese. Non sarà illegale, ma è un pasticcio. E a prescindere dalla conoscenza della lingua inglese, la domanda non può non essere: ma questa cosa, qui, sarà corretta? Sarà giusta? E che modo è di trattare gli utenti? Ovviamente, letti i termini d’uso, sei pulito, non hai fatto niente di ciò che ti vale l’espulsione. E allora perché?</p>
<p>Domande ingenue, ben altro avresti visto nell’evolvere della tua vicenda. Tu, utente sospeso, non sei certo un vip ma hai dei contatti che potresti far valere per ottenere la riabilitazione. Decidi però di non farlo, vuoi sperimentare che cosa succede alla persona normale che non ha il <span class="emphasis"><em>clout</em></span> di relazioni che sblocca ogni cosa, soluzione troppo italiana per piacerti. E nella tua vita da “normale”, non succede nulla. Il messaggio al Facebook team sortisce solo una gelida risposta in inglese: sei stato disabilitato “per qualche motivo”, e faranno delle indagini. Poi, niente per giorni.</p>
<p>Alla scadenza del terzo giorno dalla cancellazione ritieni di aver aspettato abbastanza e il giorno successivo pubblichi un articolo in cui racconti la vicenda e, chiamando in causa le autorità italiane – Privacy e Comunicazioni –, ti poni domande sulla legittimità di tutto questo. Perché “legittimità?”</p>
<p>Perché in questo rapporto con un’azienda che non ha nemmeno una sede italiana e che quindi non può essere credibilmente raggiunta in modo trasparente (i messaggi ricevono risposte su cui pesano ore di fuso orario e un chiaro caos interpretativo nel passaggio fra le due lingue e le reticenze di chi risponde) non c’è alcuna chiarezza sulla destinazione dei tuoi dati. Fosse solo questo: in realtà, tutta la nostra “esistenza” su Facebook è affidata a fattori perlomeno sconosciuti e – sulla base dell’esperienza successiva all’aneddoto dal quale stiamo muovendo – apparentemente casuali.</p>
<p>A seguito dell’interventodenuncia pubblicato, decine di persone hanno raccontato la stessa storia. Disabilitati in tutto, in parte, dalla sola scrittura, sospesi e poi riabilitati, avvertiti e non avvertiti, ammoniti e non ammoniti.</p>
<p>La vicenda da cui muoviamo – quella della disabilitazione di uno degli autori di questo saggio – si conclude solo perché la pubblicazione dell’articolo smuove qualcosa tra i contatti italiani di Facebook. Il <span class="emphasis"><em>clout</em></span>, appunto. Altrimenti nulla sarebbe avvenuto, perché la forma di punizione toccata sarebbe una delle più dure. Motivo? Nulla di ufficiale o di spiegato. Il comico messaggio di riabilitazione recita: “La tua sospensione è avvenuta perché hai usato un software per ricaricare le pagine (falso <span class="emphasis"><em>Ndr</em></span>) ma forse non hai commesso questa infrazione. In ogni caso io (l’autore del messaggio <span class="emphasis"><em>Ndr</em></span>) non sono in grado (<span class="emphasis"><em>I’m not able</em></span><br />
<span class="emphasis"><em>Ndr</em></span>) di rivelartene le ragioni”.</p>
<p>Ci prendono in giro? Ma no, nascondono la realtà dei fatti dietro una finzione tecnologica della realtà che pretende di risolvere problemi politici per via di software. Una finzione che si accompagna a una pericolosa illusione politica: Facebook non vi dirà nulla nel merito delle vostre pretese infrazioni e di come queste siano state accertate. Certo non c’è mano umana, perché vi dicono di non avere un team per ogni paese e quindi viene escluso un intervento umano che tenti una sorta di post moderazione di quanto scritto e pubblicato dagli utenti – una attività per la quali servirebbero decine di migliaia di persone su scala planetaria. Ma attenzione: l’utente si sente spesso contestare di essere stato <span class="emphasis"><em>reported</em></span>, e quindi denunciato, se dobbiamo dirlo in accettabile italiano, da qualcun altro.</p>
<p>In questo caso siamo di fronte ai concetti del web 2.0 che si ribaltano nel loro opposto concettuale. In molti siti e blog, e soprattutto nei social network, ci si affida ai meccanismi della reputazione (il voto assegnato a un certo testo, il parere di inappropriatezza, la segnalazione di un contenuto offensivo). Se però, oltre che regolare la reputazione di una persona e la sua popolarità – due fattori che comunque influenzano la visibilità di una persona sulla base del gradimento altrui – si assume come “vera”, magari perché affidata ad un software che riceva e processa la denuncia di qualcuno, una “denuncia” o delazione, a che cosa ci troviamo di fronte?</p></div>
<div class="sect1" title="Un software neutrale per le idee?">
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<h2 class="title"><a id="id416504"></a>Un software neutrale per le idee?</h2>
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<p>Abbiamo di fronte un mostriciattolo che tenta di gestire “valori” in forma automatica. Noi pensiamo – in altra parte del saggio è detto – che l’umanista che si fa tecnologo, il giornalista che capisce di tecnologia, compia un movimento positivo, perché è l’umano che si impadronisce di una cultura e la fa sua per il beneficio proprio e degli altri umani. Ma nel caso di Facebook – e in tutti i casi in cui i meccanismi della popolarità sono applicati in modo rigoroso – siamo di fronte agli abusi di un software sul quale è già deciso che si interverrà manualmente per correggerne gli errori. Manualmente, cioè da parte di umani.</p>
<p>Ed è ovvio che l’assurdità del sistema cresca in modo proporzionale con la crescita degli utenti. Uno dei commentatori all’articolo di denuncia della disabilitazione, pose nei commenti un tema serio e fondamentale: tu che ti lamenti di essere stato disabilitato, sai dirci come si governa una conversazione sui social media quando a partecipare sono milioni di persone?</p>
<p>Non lo sappiamo. Ma anche la pretesa di risolvere il problema per via di database e di flag non aiuterà molto.</p></div>
<div class="sect1" title="Terra di nessuno o terra di una nuova problematicità? Pasdaran e Basij della rete...">
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<h2 class="title"><a id="id416522"></a>Terra di nessuno o terra di una nuova problematicità? Pasdaran e Basij della rete&#8230;</h2>
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<p>Quando si sollevano questo tipo di temi, quando cioè si contrappone un argomento problematico che mette in dubbio la validità dei nuovi meccanismi che le aziende propongono per il web 2.0, magari avanzando questioni di carattere politico e legale, l’ira dei pasdaran, cioè fanatici e ideologi della rete, non tarda a colpire. È successo anche in questo caso. Argomento principe: una volta che l’utente abbia accettato i termini d’uso deve ubbidire a quelle regole. Il social network in casa propria fa quello che vuole. La pretesa di applicare “leggi locali” (nel caso specifico si parlava della libertà di espressione&#8230;.) è assurda, perché la rete è senza confini.</p>
<p>È come se al gestore del social network fosse concessa, con l’inesistenza di un luogo fisico tipico della rete (anche se quelli il luogo ce l’hanno eccome, la California, dove sono redatti i loro cervellotici e incompleti, quindi ingannevoli, termini d’uso) uno stato di “scioglimento” dalle leggi fondamentali e dal diritto.</p>
<p>Ecco quindi che un ragazzino che rivede le “decisioni” (e i settaggi) di un software dovrebbe governare una conversazione in modo più o meno saggio o decidere se la sospensione di un utente, denunciato perché ha scritto una frase ironica verso il papa, sia corretta oppure no. E non è che si stia parlando del solo Facebook: nei primi mesi del 2009 una ragazza statunitense, utente della community di gioco collegata alla piattaforma Xbox di Microsoft, aveva inserito nel proprio profilo la parola “lesbica”. Dopo aver ricevuto degli insulti, è stata sospesa in seguito a una denuncia di inappropriatezza e legioni di commentatori, non solo italiani ma di ogni parte del mondo, hanno dato ragione al sistema.</p>
<p>È come se si dicesse che è sbagliato identificarsi attraverso tratti che possono essere troppo forti e quindi disturbare una pace sociale basata su un politicamente corretto che equivale a una censura generalizzata e potenzialmente onnipresente.</p>
<p>Eppure le stesse persone insorgerebbero denunciando l’odiosa censura se un loro intervento venisse cancellato dal forum di un giornale. Le stesse che invocano la libertà per se stessi e che riconoscono una sospensione dei diritti e della concretezza degli umani nel momento in cui si entra in rete.</p>
<p>Per completare il discorso, qualche domanda: non sarà il caso e il tempo di chiedere a un sistema con centinaia di milioni di utenti un po’ di trasparenza? Chiedere di dire con chiarezza quali sono i “comportamenti” di software proprietari di cui nessuno conosce con esattezza standard e regole di costruzione? Tutti i dati che le persone depositano nei quiz che risolvono, che vengono rastrellati dalla decine di piccole applicazioni idiote installate dagli utenti, dove vanno a finire? Chi li usa? Cosa ne fa?</p>
<p>Ma davvero le autorità nazionali sulla privacy e, per dirne una, l’Unione Europea, possono continuare a credere che si tratti solo e soltanto di un luna park online e che del luna park gente seria come loro non si occupa? In questo caso il luna park possiede i suoi visitatori: le condizioni per un intervento – una volta tanto non animato da un riflesso anti-tecnologico ma di ecologia dello sviluppo – ci sono tutte.</p></div>
<div class="sect1" title="L’impotenza delle nazioni">
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<h2 class="title"><a id="id416557"></a>L’impotenza delle nazioni</h2>
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<p>Il guaio è che le autorità nazionali competenti per la trasparenza e per la privacy poco hanno da dire in merito. In una intervista seguita al caso che abbiamo raccontato, il professor Francesco Pizzetti, Garante della Privacy, ha ribadito che l’unica misura concreta che un utente possa prendere per difendersi da questo riconosciuto caos digitale è lo studio accurato dei termini d’uso (e una piccola dose di rassegnazione all’ineluttabilità del potere dei grandi social network). Piuttosto metteva in guardia – ed è ora che ci si lasci Facebook alle spalle – dalla più generale distruzione del concetto tradizionale di privacy quale finora inteso.</p>
<p>Chiediamo scusa per la lunga citazione dall’intervista di Pizzetti<sup>[<a id="id416570" class="footnote" href="#ftn.id416570">131</a>]</sup>:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Partirei dal fatto che la rete ha introdotto una nuova realtà. Ha duplicato la nostra esistenza, creando una dimensione non locale e ‘virtuale’, che ha regole del tutto diverse da quelle che vigono nella realtà in cui siamo vissuti per migliaia di anni. È però una dimensione che influisce – lo vedremo – sulla ‘vita reale’. E la globalizzazione, che internet ha reso possibile e che con internet ha interagito, ha creato un vuoto di regole, di autorità regolatrici sovranazionali e soprattutto un vuoto di consapevolezza nelle persone. Se guardassimo sotto questo aspetto alla crisi economica mondiale, potremmo trarne indicazioni molto utili (…).</p>
<p>È una dimensione problematica interamente nuova, che coinvolge il diritto, l’etica, il costume. Ovvio che si esplichi in alcuni fenomeni come i social network che sono globali in modo costitutivo. Contratti in lingue che le persone non conoscono, azionabili solo presso tribunali lontanissimi, ma anche condotte molto nuove, nelle quali le generazioni si separano. Pensi che contraddizione: ci sono giovani che posseggono la tecnologia ma sono del tutto indifesi nell’esposizione di sé e della propria vita, e ‘immigranti digitali’ che per età potrebbero aiutarli ad essere più consapevoli, ma che non hanno le conoscenze per comunicare con loro in modo adeguato.</p></blockquote>
</div>
<p>E ancora:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Viviamo una novità assoluta. Una realtà che si dematerializza e si trasforma solo in dati e dove, quindi, il controllo di questi dati è fondamentale. Allo stesso tempo, ci troviamo a non avere alcuno strumento per esercitare questo controllo. Sono molto impressionato, ad esempio, dalla cancellazione della distinzione tra passato, presente e futuro. Nasce una nuova linea temporale, dove passato presente e perfino il futuro si mescolano senza distinzione. Dove informazioni passate possono essere presentate, e prese in considerazione, prima di altre più recenti e corrette. Dove l’ordinazione di questi dati ubbidisce a criteri che non sono quelli dell’esattezza e della fedeltà.</p>
<p>Questa è una dimensione nuovissima, l’umanità non l’ha mai vissuta. Pensi al concetto di ‘rifarsi una vita’ e a quello di auto-rappresentazione di sé. Una volta cambiavi paese, se ci riuscivi perfino l’identità, e avevi una ragionevole possibilità di rifarti una vita. Con internet è impossibile.</p>
<p>E ancora: io mando un curriculum al mio datore di lavoro, penso che questa mia presentazione basterà perché mi si valuti correttamente. Macché: il datore di lavoro cerca con i motori e può trovare cose, magari remote nel tempo, che mettono in discussione l’immagine che ho dato di me. Ci sono casi di giovani che si vedono negare il lavoro per aver scritto di aver bevuto un bicchiere di troppo alla festa di laurea. Non credo che questa consapevolezza sia diffusa.</p>
<p>È ‘terrificante’ e ‘entusiasmante’ allo stesso tempo, è una sfida incredibile. Oggi è il mondo del diritto, forse il mondo dell’etica da ripensare. Di certo il mondo delle relazioni individuali. Cosa vuol dire vivere in un mondo in cui io non sono più padrone di rifarmi una vita? Cosa vuol dire vivere in un mondo in cui passato presente e futuro sono su una linea temporale unica?</p>
<p>Di certo significa che stiamo perdendo la possibilità di essere padroni della nostra autorappresentazione. Con un certo uso del motore di ricerca, viene meno il principio di finalità del dato. Io consento all’uso dell’informazione su di me solo per certe finalità e in base alla rappresentazione che voglio dare di me nei diversi contesti. E invece rischio magari di vedermi rappresentato davanti a una comunità professionale attraverso un’informazione fornita ad altri o per un comportamento sbarazzino di dieci anni prima.</p>
<p>Ora, fino a questo punto della storia, noi abbiamo vissuto in una dimensione in cui era possibile nascondersi, selezionare le informazioni da far conoscere e quindi autorappresentarci. La perdita di questa dimensione non è ancora chiara a tutti noi: l’autorappresentazione non è più nelle nostre mani. Per citare Buñuel: che fine ha fatto il ‘fascino discreto della borghesia’ in internet?</p></blockquote>
</div>
<p>Dunque il responsabile per la protezione dei dati personali di uno dei più grandi paesi d’Europa non vede alcuna possibilità di imporre ad aziende straniere e preferisce reimpostare un quadro teorico generale – condivisibilissimo – che però non riesce a indicare una prospettiva di intervento fattuale. Pizzetti ha dimostrato, in alcuni interventi successivi, di aver compreso alla perfezione anche il nesso tra la libertà di espressione degli utenti internet e il tema della privacy. Ma nelle sue parole è come se vi fosse l’assenza di uno sbocco, di una leva materiale. E non c’è niente di peggio che sentire fortemente l’esigenza di una riforma che arrivi fino all’etica ma che non trova uno sbocco politico: prima o poi qualcuno lo troverà per noi, lo sbocco. E non ci piacerà.</p></div>
<div class="sect1" title="Il mash up dei dati utente">
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<h2 class="title"><a id="id416619"></a>Il mash up dei dati utente</h2>
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<p>Eppure non è questione di solo Facebook. Ogni gioco, ogni singolo fiato degli utenti di “ogni” social network, il grafo sociale, l’insieme delle conoscenze e delle relazioni di ognuno di noi, viene immagazzinato perché possa poi essere utilizzato. Le applicazioni di social network si muovono verso la loro integrazione con i motori di ricerca. Se la tendenza inaugurata con l’annuncio di Google di voler trasformare il browser Chrome in un sistema operativo, vale a dire in un ambiente collocato online all’interno del quale svolgiamo le funzioni che finora erano collocate sui nostri computer, altri “pezzi” di noi andranno sempre più online.</p>
<p>E la tendenza non è arrestabile. Non c’è presidente del Consiglio europeo che possa seriamente porsi il problema di “regolamentare” internet. Le uniche regole che la politica riesce a inventarsi in materia sono divieti che angariano ancora di più gli utenti della rete e ne limitano i movimenti. Ma certo non ostacolano questa predazione senza sosta di ogni aspetto della nostra vita. Ecco l’errore più grave della paranoia securitaria di cui si è parlato. È una danza della pioggia che ci obbliga a riti oscuri mentre poco più in là diluvia fino alla catastrofe. Ed è della catastrofe che dobbiamo occuparci.</p></div>
<div class="sect1" title="Deriva securitaria e devastazione della privacy">
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<h2 class="title"><a id="id416634"></a>Deriva securitaria e devastazione della privacy</h2>
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<p>Ha scritto su La Repubblica del 15 gennaio 2009 Stefano Rodotà:</p>
<div class="blockquote">
<blockquote class="blockquote"><p>Qui si coglie una contraddizione, che apre un problema ineludibile: si possono affidare i luoghi e i mezzi di una democrazia in trasformazione soltanto alle logiche imprenditoriali e alle volontà di governi non democratici? È vero che i grandi attori di Internet, Google in primo luogo, si mostrano consapevoli di questa realtà e propongono codici di autoregolamentazione per fornire qualche garanzia. Ma si sta pure avverando una facile previsione.</p>
<p>Sotto la pressione di richieste di sicurezza e di interessi economici, Internet perde progressivamente la sua natura di spazio libero, il maggiore che l’umanità abbia conosciuto, e si avvia ad essere uno spazio ‘normalizzato’, dove sia ridotto al minimo il rischio di imbattersi in opinioni dissenzienti, sgradite ai diversi poteri o ritenute dannose da chi è preoccupato soprattutto del fatturato pubblicitario e dell’incentivo ai consumi. È una partita ancora aperta. Anche qui è tempo di regole, e il vecchio slogan ‘giù le mani da internet’, in cui si manifestava la fiducia in una irriducibile natura libertaria della rete, oggi deve fare i conti con la realtà di un mondo globale di cui Internet è la grande metafora e dove è in atto un visibilissimo scontro di poteri. Servono regole ‘costituzionali’, dunque di garanzia della libertà, secondo lo schema di un Internet Bill of Rights, nato da una intuizione italiana che si è poi diffusa, ha avviato un processo al quale partecipano diversi soggetti, si svolge a diversi livelli, e può così valorizzare esperienze diverse, dalle ‘coalizioni’ di cittadini alle iniziative del Parlamento europeo e del Congresso americano, fino ad una attenzione dell’Onu che si spera sempre più intensa. Le prove di un governo democratico del mondo passano anche attraverso l’attenzione per questi problemi e queste esperienze, tutt’altro che settoriali.</p></blockquote>
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<p>Stefano Rodotà scriveva questo suo commento dopo aver partecipato alla conferenza di Hyderabad dello Internet Governance Forum, un organismo che si riunisce ogni due anni in un diverso paese del mondo. Nelle parole di Rodotà e nelle analisi dello Igf sembra emergere perfettamente a fuoco la relazione profonda che esiste tra protezione moderna dei dati, censura e libertà di espressione.</p>
<p>Di fatto il quadro concettuale di Igf sembra quello “teoricamente” più attrezzato a descrivere ciò di cui avremmo bisogno. A tracciare i vincoli e i principi che le legislazioni dovrebbero assumere. L’amara perplessità è che queste forme di collaborazione tra lupi e agnelli soffrono della diplomatizzazione dei tempi di lavoro, incidono con difficoltà e hanno poco potere per innescare fasi decisionali. È una questione di tempi: mentre il diritto emerge come esigenza generalizzata, la praticaccia quotidiana dei governi e delle burocrazie lo nega senza soste e precostituisce un quadro a dir poco fosco: cosa è della privacy a Teheran? E cosa è della privacy dell’utente internet in un paese occidentale?</p>
<p>Qui vediamo con chiarezza a cosa serva la deriva securitaria. A costituire la politica nazionale come boss locale delle grandi aziende internazionali. A delimitare un territorio che sarà poi segnato da sentenze, leggi, imposizioni. A questo proposito non è da dimenticare quanto, nello stesso articolo qui citato, scriveva Rodotà e a cui abbiamo accennato nel capitolo 3, dedicato al tema sicurezza. Qui ci appare chiaro perché il racconto dei media sulla rete venga modulato tra i due opposti dell’apologia e del terrore, dell’accettazione acritica e della normazione autoritaria. Dipende da qual è la sirena che sta cantando in quel momento.</p></div>
<div class="sect1" title="Un incubo illuminato">
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<h2 class="title"><a id="id416668"></a>Un incubo illuminato</h2>
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<p>Se partiamo da questo punto tutto è più illuminato: se partiamo dal convergere di repressione locale e grande impresa internet – ma all’elenco di Rodotà andrebbero aggiunte le grandi compagnie del software, delle telecomunicazioni e della produzione di telefonia mobile e fissa, le stesse che vendono soluzioni pacchettizzate agli Stati per controllare il traffico voce e dati, senza molto preoccuparsi della natura politica di quei paesi – ogni elemento del quadro assume un suo significato e le politiche securitarie ci appaiono come una politica protezionistica, il tentativo di élite nazionali di fermare uno sviluppo globale senza avversari.</p>
<p>Tifare per uno di loro? Come trovarsi di fronte a un questionario a risposte chiuse. Domanda: preferite essere “posseduti” da Google, dallo Stato, o da entrambi? Ci preparavamo a cercare la quarta casella “nessuno”, che non c’è nel modulo, quando ci siamo resi conto che la risposta “entrambi” era prestampata con la risposta.</p></div>
<div class="sect1" title="Oltre la privacy, il diritto all’esposizione">
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<h2 class="title"><a id="id416676"></a>Oltre la privacy, il diritto all’esposizione</h2>
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<p>È forse la stessa parola privacy che ha fatto il suo tempo. L’idea difensiva di qualsiasi concetto che si rifaccia alla tutela per sottrazione dei dati della persona. È il caso della tematica del “diritto all’oblio”. Pizzetti ha spiegato per tempo ai nostro governanti che quel diritto è ormai cancellato nella pratica. E che oggi semmai assistiamo a violazioni concrete in cui dovrebbe trovarsi una difesa per l’individuo.</p>
<p>Come evitare che l’ufficio del personale trovi una foto del candidato ubriaco in compagnia degli amici, era l’esempio fatto in precedenza. Ora il punto è che il Garante, di fronte alla palese impotenza di tutti noi a cambiare la situazione, ripiega sulla formazione dell’utente internet, consigliando di non pubblicare quella fotografia che potrebbe domani scottare tra le mani di un altro. Scommette sulla sua saggezza, sulla sua capacità di non scoprirsi, di non offrirsi nudo alla rappresaglia degli ignoti e dei malintenzionati. Possiamo dire? Non ci convince.</p>
<p>Intanto perché tutti, prima di imparare a guidare in modo decoroso l’automobile, abbiamo fatto almeno un tamponamento: la prudenza è virtù appresa attraverso l’errore. E l’errore qui fa parte del quadro.</p>
<p>Non è possibile correggere la situazione solo per via di esperienza e formazione. Perché ci sono intere parti di questo problema che non attengono a questioni di “auto esposizione”. Non è solo ciò che metti su Facebook che ti rovina: c’è un mondo di dati “inconsapevoli” che semplicemente sono la tua vita.</p>
<p>C’è chi ha parlato di <span class="emphasis"><em>habeas corpus</em></span> per i dati digitali. Bene, noi lo decliniamo ancora di più nella titolarità dell’individuo di cancellare in ogni momento tutti i propri dati. Come facoltà concreta: cancello i miei dati su un social network, operazione oggi non sempre possibile, non sempre facile e non sempre trasparente. Chiedo e ottengo da un motore di ricerca di eliminare, a patto che ciò non sia violazione dell’altrui libertà di espressione, il riferimento a quella mia imprudenza (la mia, non le critiche degli altri, e qui la forbice del problema si apre sempre più).</p>
<p>Ma facoltà da intendere anche nel senso di poter perseguire chiunque quei dati utilizzi.</p>
<p>Non abbiamo bisogno di silenzio. Il silenzio è il desiderio esclusivo del potere, in chi non ha visibilità, l’oblio è solo timore di ciò che potrebbe accaderci.</p>
<p>Guardami, sono ciò che sono</p>
<p>Noi abbiamo desiderio di esporci, “noi” rete, “noi” persone di ogni giorno, perché l’esposizione è piacere della comunicazione, è il piacere di dirci all’altro – e quanto si arrabbiano scrittori, artisti e giornalisti nel constatare che il loro privilegio è oggi di tutti&#8230;.</p>
<p>E tuttavia il sadismo può colpirci e trattare la foto della nostra festa di laurea come l’orgia del potere. Il funzionario di polizia scorretto può usare le nostre affermazioni di principio per includerci in una lista di persone sospette o mettere quella foto in un fascicolo di potenziali drogati.</p>
<p>Gli uffici del personale frugano ormai sistematicamente su Google e i social network alla ricerca di informazioni sui candidati. A parole sono tutti contro il pregiudizio, ma nelle stanze delle aziende si sente spesso dire “quello è frocio”. E allora quale difesa contro tutto questo?</p>
<p>L’auto-educazione al silenzio e al gontagocce di sé, come ci propone il professor Pizzetti?</p>
<p>Sì, per chi lo vuole. Ma deve essere possibile –  il Garante della Privacy parla egli stesso di rivoluzione dei valori – ottenere la svalutazione del potere di danneggiamento che deriva dalla divulgazione del dato personale.</p>
<p>È un principio da sancire in qualche legge, magari anche quelle che parlano di diritto all’oblio: se ti becco a usare una informazione che hai preso da un social network, da Google come dalla mia cartella sanitaria in rete, questo comportamento integra la fattispecie della discriminazione. Della discriminazione digitale.</p>
<p>La vera “formazione” è solo quella che schianti nelle menti delle persone il potere di danneggiamento dell’informazione personale rivelata. E questo dovrebbe valere per tutti, dal signor Rossi ai Primissimi cittadini: l’etica di “me in pubblico” (che per alcuni diventa etica pubblica) non consiste nel nascondermi ma nel dire: sono ciò che sono – prima, però, di essersi nascosti dietro la barriera del potere.</p>
<p>Voterei per il più grande mascalzone della terra, se mi dicesse di esserlo stato all’atto della sua candidatura. Il guaio non è votare un inquisito o un condannato, che magari è una persona anche capace. Il guaio è votare un onesto che nasconde i suoi vizi e l’unico vero reato “imperdonabile” dell’uomo pubblico e dell’uomo comune dovrebbe essere la pubblica menzogna e lo spergiuro.</p>
<p>È la finzione di onestà che va abbattuta per ognuno di noi: al funzionario aziendale che presenta la foto di te ubriaco alla festa di laurea, un serio capo delle risorse umane dovrebbe rispondere: “Ragazzo mio, mi preoccupa il fatto che tu non l’abbia mai fatto. Stasera ti offro due bottiglie di Nebbiolo”.</p>
<p>Ok, ci siamo svegliati. Ma continuiamo a pensarla allo stesso modo.</p></div>
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<p><sup>[<a id="ftn.id416570" class="para" href="#id416570">131</a>] </sup> <a class="link" href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/26/">http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/26/</a></div>
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